Quale modello di convivenza?

Quale modello di convivenza?

– di Adel Jabbar* –

L’editoriale di Pierangelo Giovanetti su l’Adige del 13 febbraio trattava un tema importante che merita, secondo noi, di essere ripreso e approfondito. Il direttore del giornale partiva dall’assunto che i modelli di integrazione degli immigrati in Europa (multiculturalismo e assimilazionismo) sono falliti e quindi necessita un nuovo approccio.

Quale modello di convivenza?

– di Adel Jabbar* –

L’editoriale di Pierangelo Giovanetti su l’Adige del 13 febbraio trattava un tema importante che merita, secondo noi, di essere ripreso e approfondito. Il direttore del giornale partiva dall’assunto che i modelli di integrazione degli immigrati in Europa (multiculturalismo e assimilazionismo) sono falliti e quindi necessita un nuovo approccio.

Riteniamo che questi due termini – posto e non scontato che siano intesi in modo univoco e cioè, il primo, come modello in cui convivono ma non si integrano, lingue, culture e religioni; il secondo, come modello che incorpora completamente i corpi estranei eliminando le diversità – non hanno ormai più alcun significato e restano parole vuote. La nostra società, se vuole superare con adeguatezza le sfide del presente e del futuro, ha la necessità ormai improrogabile di un nuovo sguardo, di un nuovo modo di affrontare la realtà. E oggi, dopo l’inizio della rivolta nei paesi maghrebini, ciò risulta anche più evidente e urgente.

La prassi reale che ha caratterizzato l’operato di molti paesi europei nei confronti dell’immigrazione è stata ed è, nella migliore delle ipotesi, una integrazione subordinata alle richieste di manodopera funzionale alle dinamiche del mercato del lavoro. Dobbiamo però riconoscere che, nonostante le buone intenzioni, emerge spesso un atteggiamento consapevole e talvolta inconsapevole di superiorità culturale, di stampo eurocentrico, nei confronti dei nuovi arrivati, un certo paternalismo che ci porta a considerare portatore di caratteristiche inferiori chi proviene da altri contesti. Ciò spesso si riscontra anche nelle azioni politiche di accoglienza ritenute più avanzate.

Secondo noi questa pratica integrativa (intesa sic et simpliciter come adattamento verso il basso che non implica un’autentica partecipazione) e la conseguente visione svalorizzante vanno superate. Oggi è fondamentale porsi in un’ottica di diritti di cittadinanza e di uguaglianza, passando da una logica di subalternità ad una modalità innovativa che si fonda sui riferimenti costituzionali.

Il tema dell’immigrazione non è una questione di ordine pubblico, né un solo problema di assistenza sociale, e nemmeno si esaurisce in semplicistica e ideologica lettura culturalista. L’immigrazione rappresenta un dato di trasformazione radicale della società che richiede una pratica politica attenta ai temi dell’evoluzione socioculturale in atto. Quindi si ha che fare con dei nuovi e problematici fatti in una realtà sempre più plurale. Il mondo odierno è attraversato da flussi e da pratiche di connessioni in ogni ambito. È una questione che va vista all’interno di un contesto globale – mondo/paese/città – e che riguarda le nostre democrazie e le difficoltà che esse incontrano nel rispondere alle istanze di trasparenza, inclusione, partecipazione, uguaglianza di tutti i cittadini.

In tale contesto, il termine integrazione rischia di essere fuorviante e poco pertinente, soprattutto se a senso unico. Non sono solo gli immigrati che “devono integrarsi”, ma siamo tutti noi che dobbiamo pensare diversamente il nostro modo di essere cittadini; non tanto come “proprietari” esclusivi di un mondo al quale gli altri devono sottostare, ma come cittadini di un micro e/o macro cosmo in continua evoluzione che ci costringe sì ad avere dei riferimenti e dei modelli culturali, ma anche assolutamente attenti a relazionare in contesti plurali e ad essere persone competenti a gestire il cambiamento che il nostro tempo impone.

Anche la questione delle tradizioni, delle culture e delle lingue madri, affrontata da Giovanetti nel suo editoriale, va riletta in chiave diversa secondo noi. I mondi della cultura, della psicologia, dell’educazione sanno bene che la conservazione e la valorizzazione della lingua e della cultura madre sono elementi fondamentali per la costruzione di una nuova appartenenza sociale e di una nuova cittadinanza. Le nostre leggi e istituzioni riconoscono l’importanza del legame con la cultura e la lingua madre, sia per i trentini, pur se emigrati da diverse generazioni, sia per i nostri vicini altoatesini. Perché ciò non dovrebbe valere per altri popoli?

A scuola si sa che un bambino impara meglio la lingua italiana se ha già delle buone basi di conoscenza della propria. Ed affronta con più serenità la nuova situazione se ha dei solidi riferimenti culturali d’origine. Un buon equilibrio identitario personale rende forti, capaci di accogliere le diversità, di adattarsi a nuove realtà e situazioni, di socializzare e convivere instaurando legami positivi e solidali. Ciò vale per noi trentini come per i nuovi cittadini. Ormai esiste una popolazione immigrata che fa parte a pieno titolo della nostra società; si sente e si dichiara “italiana”, pur se naturalmente il suo cuore batte anche altrove. È un controsenso sostenere che la nostra identità culturale deve rafforzarsi e mantenere salde le proprie radici (anche quando risediamo all’estero) e negare gli stessi diritti agli altri popoli.

Quanto sta succedendo a sud del Mediterraneo ci costringe, inoltre, a guardare a quei paesi e a quei popoli con occhio diverso; li sentiamo più vicini perché stanno lottando per la democrazia e la libertà, valori che noi riteniamo fondamentali; e lo stanno facendo contro regimi sostenuti dall’Occidente. Tutto ciò sta incrinando in modo sostanziale la teoria dello scontro tra civiltà e sta sconfessando un certo modo di presentare il mondo arabo e musulmano come a noi nemico e contrapposto, nonostante la miope insistenza di certa stampa che continua a fomentare strumentalmente paure e diffidenze.

Dobbiamo guardare a quanto sta accadendo nei paesi del vicino Mediterraneo con interesse e attenzione, come a un evento rivoluzionario di cui ancora non si intravvedono le conseguenze. Ma comunque come un’occasione che ci costringe a rivedere i nostri punti di vista, le nostre certezze, a riconsiderare il nostro modo di vedere e di vivere le diversità, il nostro modo di essere cittadini.

Ci sembra insomma che le questioni qui brevemente affrontate abbiano bisogno di approfondimenti ulteriori e chiediamo a l’Adige, che ha avuto il merito di iniziare la riflessione, ma anche alle altre testate locali, di aprire un dibattito e/o di organizzare momenti di confronto.

* Adel Jabbar, Erica Mondini, Bruna Travaglia, Aicha Mesrar, Renzo Bee, Dario Andreas, Maria Cecilia Campillo, Silvana Cecconi, Selma Costa, Tafa Dieng, Annalisa Michelotti, Irene Suarez Borda, Daniela Amelia Sogno.

fonte: quotidiano L’Adige del giorno 4 marzo 2011.