Ciao Angelo “sindaco pescatore”

- di Peppe Ruggiero -

 
Ciao Angelo “sindaco pescatore”

Eri per tutti il “sindaco pescatore” e non solo perche’ amavi andare in mare ma perchè da sempre era il tuo lavoro, la tua passione. Mi raccontavi che navigavi e pescavi sin da quando avevi i pantaloni corti. E sempre ad Acciaroli. Una piccola località di mare del Cilento che con Pioppi fa parte del comune di Pollica. Il tuo rifugio. La tua casa. La tua famiglia. La tua comunità. Amministrata con cura epassione. I tuoi occhi si illuminavano quando mi parlavi del tuo mare, dei pescherecci che all’alba ritornavano al porto. E dove tu spesso li aspettavi per salutare i pescatori e commentare con loro l’uscita. Eri felice perchè con il tuo gozzo eri ritornato a navigare e pescare.

- di Peppe Ruggiero -

 
Ciao Angelo “sindaco pescatore”

Eri per tutti il “sindaco pescatore” e non solo perche’ amavi andare in mare ma perchè da sempre era il tuo lavoro, la tua passione. Mi raccontavi che navigavi e pescavi sin da quando avevi i pantaloni corti. E sempre ad Acciaroli. Una piccola località di mare del Cilento che con Pioppi fa parte del comune di Pollica. Il tuo rifugio. La tua casa. La tua famiglia. La tua comunità. Amministrata con cura epassione. I tuoi occhi si illuminavano quando mi parlavi del tuo mare, dei pescherecci che all’alba ritornavano al porto. E dove tu spesso li aspettavi per salutare i pescatori e commentare con loro l’uscita. Eri felice perchè con il tuo gozzo eri ritornato a navigare e pescare.

Eri umile ma orgoglioso di aver regalato alla tua comunità tanti premi per la qualità ambientale. La tua ultima scommessa era la realizzazione del porto. Una mareggiata lo aveva distrutto. Non ti eri abbattuto e avevi ricominciato da capo. Ricostruito sempre nel rispetto dell’ambiente. Eri riuscito a costruire un caffè letterario nella frazione più piccola del paese. Angelo era un uomo buono, con la passione dei pescatori. Impegnato a costruire un sogno. Sempre piu’ bello. Bonariamente ogni qualvolta mi incontravi mi accusavi che non venivo mai a trovarti. L’ultima volta prima dell’estate ci eravamo fatti una promessa. Una bella cena a base di pesce nella tua Acciaroli. E anche questa volta non sono riuscito a mantenerla. E non potrò riparare.Sette colpi di pistola hanno ammazzato un sogno. Non riesco ad immaginare il perchè. Mai avrei immaginato che una violenza così forte, così cattiva poteva colpire la piccola comunità di Acciaroli e l’intero Cilento. In un Italia narcotizzata, egoista e che non sa più ascoltare, tu camminavi nelle stradine del paese, incontravi e ascoltavi gli anziani, i turisti. Avevi realizzato una vera comunità, orgogliosa e passionale. Chi ti ha conosciuto sa che non facevi sconti a nessuno. Eri un vero paladino della legalità e della verità. Ma sempre in silenzio e senza clamore. Ciao Angelo sindaco pescatore che ti piaceva sognare. Ma in Campania è difficile anche sognare. Chi sogna, muore.

Articolo di Peppe Ruggiero pubblicato sul sito Liberainformazione Osservatorio nazionale sull’informazione per la legalità e contro le mafieil 6 settembre 2010.

 

 

FERMATI UN MOMENTO per ANGELO VASSALLO

Venerdì 10 alle ore 10:30 in punto
ovunque tu sia, qualunque cosa tu stia facendo

Perchè l'hanno ucciso con nove colpi di pistola, ad Acciaroli.
Perchè era un uomo e un sindaco con la schiena dritta.
Perchè alle 11 lo seppelliscono, ma non vogliamo che seppelliscano i suoi sogni.
Perchè non potremo essere lì, ma vogliamo che la sua famiglia senta forte il nostro abbraccio.
Perchè dal minuto dopo continueremo il nostro impegno con più forza
Perchè così abbiamo imparato ad onorare la memoria delle vittime innocenti delle mafie.

Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie

Dalla Chiesa, 28 anni dopo

- di Lorenzo Frigerio -

 
Dalla Chiesa, 28 anni dopo

Il 3 settembre del 1982 Cosa Nostra eliminò uno dei suoi più temibili nemici, Carlo Alberto dalla Chiesa, prefetto di Palermo e già generale dell’Arma dei Carabinieri. L’agguato in via Carini, nella serata palermitana, quando i killer non esitarono a colpire, oltre al generale e all’agente di scorta Domenico Russo, anche la moglie del prefetto, Emanuela Setti Carraro. Molti sostennero che anche l’eliminazione della giovane consorte non fu casuale: la mafia avrebbe temuto cioè la conoscenza di importanti segreti e quindi avrebbe eliminato un pericolo testimone.

- di Lorenzo Frigerio -

 
Dalla Chiesa, 28 anni dopo

Il 3 settembre del 1982 Cosa Nostra eliminò uno dei suoi più temibili nemici, Carlo Alberto dalla Chiesa, prefetto di Palermo e già generale dell’Arma dei Carabinieri. L’agguato in via Carini, nella serata palermitana, quando i killer non esitarono a colpire, oltre al generale e all’agente di scorta Domenico Russo, anche la moglie del prefetto, Emanuela Setti Carraro. Molti sostennero che anche l’eliminazione della giovane consorte non fu casuale: la mafia avrebbe temuto cioè la conoscenza di importanti segreti e quindi avrebbe eliminato un pericolo testimone.

Molti sostennero che anche l’eliminazione della giovane consorte non fu casuale: la mafia avrebbe temuto cioè la conoscenza di importanti segreti e quindi avrebbe eliminato un pericolo testimone.

La mafia non era l’unico soggetto a temere i segreti a conoscenza del generale; tra gli episodi oscuri della sua scomparsa, resta da chiarire il trafugamento probabile di importanti documenti dalla sua residenza privata, testimoniata dal ritrovamento successivo della chiave della cassaforte, che mancava all’appello nell’immediatezza della tragedia.

Cento giorni trascorsero dall’arrivo dell’uomo che aveva vinto la battaglia contro il terrorismo per conto della Repubblica. Il primo atto ufficiale, appena arrivato a Palermo, fu la partecipazione alle esequie di un altro feroce nemico dei boss, Pio La Torre. L’uomo politico e segretario del PCI siciliano era stato falciato dal piombo dei killer il 30 aprile insieme al suo autista e compagno fedele, Rosario Di Salvo. La Torre e dalla Chiesa si conoscevano, avevano collaborato e si stimavano profondamente, pur avendo due distinti orientamenti culturali. Entrambi avevano visto il cancro della mafia della provincia attecchire anche nel capoluogo.

Nei decenni che li videro protagonisti, su versanti differenti, a volte anche opposti pur nel rispetto reciproco, i due uomini toccarono con mano l’accresciuto potere dei “viddani” corleonesi che muovevano le loro pedine, occupando manu militari Palermo, dopo aver spazzato via nemici interni ed esterni all’organizzazione. Entrambi erano nemici giurati delle cosche ed entrambi sapevano che avrebbero saldato il loro conto aperto con l’organizzazione mafiosa pagando con la stessa vita.

La pericolosità di La Torre era nota: fu il primo a capire che le mafie andavano colpite nella fase di accumulazione dei capitali illeciti. Sua l’intuizione delle misure di prevenzione patrimoniale che, unitamente alla definizione dell’articolo 416 bis voluto per colpire direttamente la partecipazione all’associazione mafiosa, costituiscono il fulcro della legge Rognoni – La Torre. Un provvedimento che fu approvato dopo le uccisioni dello stesso La Torre e di dalla Chiesa, il 13 settembre del 1982.

Soltanto con l’uccisione del prefetto, mandato in Sicilia con le armi spuntate – fino all’ultimo il generale chiese quei poteri che saranno accordati solo ai suoi successori – la politica si ricordò di tenere chiuso nei cassetti il provvedimento più incisivo da adottare e corse ai ripari portandolo all’approvazione dell’aula parlamentare.

Altrettanto pericolo era dalla Chiesa, soprattutto per la fine comprensione del fenomeno mafioso, colto nella sua essenza di male assoluto, andando ben oltre gli stereotipi che ne confinavano il profilo in quello dei rozzi killer al servizio del latifondo.

Nell’ultima intervista rilasciata a Giorgio Bocca per il quotidiano “la Repubblica”, a meno di un mese dalla strage in cui perse la vita e che offriamo nella sua trascrizione integrale, dalla Chiesa mette in evidenza il suo pensiero sulla modernità della minaccia delle cosche.

In risposta ad una domanda del giornalista, il prefetto dimostra di avere le idee chiare: “La Mafia ormai sta nelle maggiori città italiane dove ha fato grossi investimenti edilizi, o commerciali e magari industriali. Vede, a me interessa conoscere questa "accumulazione primitiva" del capitale mafioso, questa fase di riciclaggio del denaro sporco, queste lire rubate, estorte che architetti o grafici di chiara fama hanno trasformato in case moderne o alberghi e ristoranti a la page. Ma mi interessa ancora di più la rete mafiosa di controllo, che grazie a quelle case, a quelle imprese, a quei commerci magari passati a mani insospettabili, corrette, sta nei punti chiave, assicura i rifugi, procura le vie di riciclaggio, controlla il potere”.

Da quanto dichiarato si comprende come, contrariamente a quanto sostenevano i suoi denigratori che adombravano leggerezze e ritardi nell’azione prefettizia, una data lettura del problema mafia da parte di dalla Chiesa, l’ex generale dei Carabinieri, invece avesse ben colto l’evoluzione delle cosche e quanto fosse consapevole del fatto che ciò avesse inevitabilmente portato ad un rinnovato interesse per nuovi mercati, per nuovi affari che ne avevano spostato il baricentro fuori dall’isola.

Nell’avanzata preoccupante dell’organizzazione criminale e nella pericolosità accresciuta per la convivenza civile, dalla Chiesa attribuiva un ruolo strategico al rapporto con la politica, tanto da arrivare a mettere in guardia sia il primo ministro Spadolini che il leader democristiano Andreotti delle sue intenzioni bellicose nei confronti di quelle frange politiche che avevano fino ad allora appoggiato la mafia, servendosene a più riprese e facendosi utilizzare tanto su scala locale che su scala nazionale.

Il riferimento contenuto nell’intervista di Bocca al caso Mattarella è emblematico e dalla Chiesa rilancia una tesi poi successivamente suffragata in tante altre tragiche vicende: “Ho fatto ricerche su questo fatto nuovo: la Mafia che uccide i potenti, che alza il mirino ai signori del "palazzo". Credo di aver capito la nuova regola del gioco: si uccide il potente quando avviene questa combinazione fatale, è diventato troppo pericoloso ma si può uccidere perché è isolato”.

Dalla Chiesa mise quindi molto bene a fuoco, sicuramente tra i primi insieme a La Torre, il rapporto malato tra mafia e politica e nei cento giorni del suo mandato, sia in pubblico che in privato, non lesinò pesanti critiche a quanti all’interno delle istituzioni avevano tradito il giuramento di fedeltà alla Repubblica per paura o per tornaconto personale.

L’avvio anche di una ficcante indagine sui patrimoni dei mafiosi e dei loro prestanome richiesta alla Guardia di Finanza era un segnale inequivocabile per quanti intrattenevano relazioni inconfessabili di potere e di affari con i boss.

Questi soggetti si sentivano minacciati dalla possibilità che a dalla Chiesa fossero finalmente concessi, in ragione del suo pressing e di quello di una pubblica opinione stanca di funerali di Stato, quei poteri di direzione nell’azione dello Stato contro le cosche.

Ecco perché qualcuno fece da sponda all’eliminazione brutale del prefetto, ecco perché qualcuno all’interno dei palazzi della politica vide con favore la rimozione violenta del problema dalla Chiesa, prima che si potessero creare ulteriori danni.

Attendiamo ancora oggi di sapere i nomi dei mandanti dell’omicidio dalla Chiesa. Non fu un delitto soltanto di mafia, intervennero, come per altri omicidi eccellenti successivi nella storia del nostro Paese, altre volontà assassine, in capo a soggetti politici e istituzionali che sono rimasti nell’ombra.

 

fonte: sito Liberainformazione Osservatorio nazionale sull’informazione per la legalità e contro le mafie, 2 settembre 2010.

In ricordo di Panikkar

- L.Z. -

 
In ricordo di Panikkar

Era il 2004 quando per caso andai ad ascoltare un filosofo la cui biografia mi aveva incuriosito e che era a Trento per un convegno: padre indiano induista e madre cattolica catalana, laureato in chimica, filosofia e teologia, parlava perfettamente spagnolo, hindù, italiano, inglese, francese, tibetano, tedesco, sanscrito, greco antico e latino, sacerdote cattolico che apre il suo sito con una frase spiazzante: “sono partito cristiano, mi sono scoperto hindù e ritorno buddhista, senza cessare per questo di essere cristiano”. Ascoltando le riflessioni di Raimon Panikkar sul legame tra vita e morte, tra cielo e terra, tra corpo e anima - le questioni essenziali del nostro essere uomini - si percepiva fisicamente un’aura di serenità e saggezza antica.

- L.Z. -

 
In ricordo di Panikkar

Era il 2004 quando per caso andai ad ascoltare un filosofo la cui biografia mi aveva incuriosito e che era a Trento per un convegno: padre indiano induista e madre cattolica catalana, laureato in chimica, filosofia e teologia, parlava perfettamente spagnolo, hindù, italiano, inglese, francese, tibetano, tedesco, sanscrito, greco antico e latino, sacerdote cattolico che apre il suo sito con una frase spiazzante: “sono partito cristiano, mi sono scoperto hindù e ritorno buddhista, senza cessare per questo di essere cristiano”. Ascoltando le riflessioni di Raimon Panikkar sul legame tra vita e morte, tra cielo e terra, tra corpo e anima - le questioni essenziali del nostro essere uomini - si percepiva fisicamente un’aura di serenità e saggezza antica.

La sua morte mi ha rattristato, perché il mondo perde uno dei suoi grandi pensatori. Ma come spesso accade, può essere anche un’occasione per approfondire le sue riflessioni e seguire la via che ci ha indicato, quella della relazionalità.

Panikkar può essere definito come un filosofo del dialogo, che riprende una tradizione che va da Buber a Levinas, ma con orizzonti sconfinati.

La relazione, l’interconnessione originaria dell’uomo con il mondo e il divino, ci consente di superare la dicotomia tra soggetto e oggetto che uccide la verità. L’uomo è simbolo di tutto il reale, e soltanto attraverso il dialogo con l’altro uomo si può giungere ad una verità che non può mai essere ridotta ad oggetto e che necessita di una continua ricerca.

Sarebbe impossibile riassumere un pensiero fecondo come quello di Panikkar in poche righe, ma la direzione che credo abbia voluto indicarci consiste in definitiva nell’invito ad ognuno di noi a sentire la responsabilità che comporta la libertà di cui godiamo. L’idea (agostiniana) che l’eternità non viene dopo il tempo, la consapevolezza dell’unicità di ogni uomo e di ogni momento, comporta che nessuno può avere la garanzia che alla fine ci sarà un happy end; nessuno può assicurarci che alla fine il mondo e l’umanità non finiranno. Allora il destino della realtà è nelle nostre mani, la nostra partecipazione al dinamismo della realtà fa parte della nostra vocazione umana, e la nostra responsabilità in quanto uomini consiste nella ricerca di una vita autentica insieme agli altri uomini qui ed ora.

Una pagina nuova per l’Europa

- di Michele Nardelli -

 
Una pagina nuova per l’Europa

In quel pasticcio internazionale che la questione dello status giuridico del Kosovo rappresenta, il parere “tecnico” della Corte di Giustizia de L’Aja sulla legittimità della proclamazione dell’indipendenza della regione lascia irrisolto il problema vero, che nei fatti viene demandato all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Il nodo cruciale sta nel fatto che una soluzione non negoziale e unilaterale, attorno ad una questione tanto delicata nel cuore dell’Europa, lascia dietro di sé una scia di instabilità, di rivendicazioni analoghe in questa e in altre aree geografiche, di odio e di rancore.

- di Michele Nardelli -

 
Una pagina nuova per l’Europa

In quel pasticcio internazionale che la questione dello status giuridico del Kosovo rappresenta, il parere “tecnico” della Corte di Giustizia de L’Aja sulla legittimità della proclamazione dell’indipendenza della regione lascia irrisolto il problema vero, che nei fatti viene demandato all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Il nodo cruciale sta nel fatto che una soluzione non negoziale e unilaterale, attorno ad una questione tanto delicata nel cuore dell’Europa, lascia dietro di sé una scia di instabilità, di rivendicazioni analoghe in questa e in altre aree geografiche, di odio e di rancore.

Questo non significa che il parere della Corte non assuma anche un forte significato politico ed in questo senso la scelta della Serbia di ricorrere alla Corte per una sentenza “giuridica” si è rivelata un boomerang. Perché quando sul piano del diritto internazionale si scontrano istanze altrettanto legittime ma contrapposte, allora tendono a prevalere i rapporti di forza, contano gli interessi che promanano in quel particolare momento, le alleanze internazionali ed altro ancora. La guerra, ad esempio, che non porta certo alla risoluzione dei conflitti, aggravandoli invece.

E’ quel che è avvenuto nel 1999, con i 78 giorni di bombardamenti della Nato contro quel che rimaneva della Federazione Jugoslava. Si conclusero con un accordo di cessate il fuoco seguito da una risoluzione delle Nazioni Unite che riconosceva tanto l’autodeterminazione del popolo kosovaro quanto la sovranità territoriale della Serbia-Montenegro.

Negli accordi di Kumanovo come nella risoluzione 1244 ci sono tutte le ambiguità che hanno lasciato aperto il contenzioso sullo status del Kosovo per il decennio successivo, fino e oltre la proclamazione unilaterale dell’indipendenza.

Se mettere fine ai bombardamenti era nella tarda primavera del 1999 l’imperativo categorico, il pallino avrebbe dovuto finire nelle mani della diplomazia e dunque della politica, che aveva tutto il tempo per trovare una soluzione negoziale. Il problema è che in queste situazioni la politica dovrebbe dare il meglio di sé, cercare soluzioni intelligenti ed innovative capaci di non annichilire alcuna delle parti. Questo andava fatto e invece si è lasciata marcire la situazione, ciascuno a coltivare le proprie ragioni e le proprie alleanze.

L’esito lo abbiamo visto. Un’indipendenza non ratificata né dalle Nazioni Unite, né dall’Unione Europea, riconosciuta da sessantanove Stati ma decisamente avversata da altri paesi che ne temono l’effetto domino. Uno status incerto se non nei simboli, che oltretutto lascia i cittadini del Kosovo nella frustrazione di un’indipendenza dalla quale faticano a venirne regole, diritti e sicurezza. Un piccolo Stato che può reggersi solo in un’ottica offshore, analogamente a quel che avviene per il vicino Montenegro. Un territorio infine diviso e con una serie di enclave che ancora rispondono più alla “madre patria” che al governo di Pristina.

Le reazioni alla sentenza da parte delle cancellerie lasciano presagire che le cose continueranno sostanzialmente come prima. Ad evocare i fantasmi – per restare in Europa – di altre guerre mai archiviate (Bosnia Erzegovina, Cecenia, Abkhazia, Ossezia del Sud, Transnistria…), di conflitti sopiti ma che covano sotto la cenere (Catalogna, Paesi Baschi, Corsica, Irlanda del Nord…), di territori di confine che hanno visto riconosciute positivamente le istanze di autonomia ma ben lontane dall’aver messo in campo politiche di riconciliazione e processi profondi di elaborazione del conflitto che ne sono il presupposto.

Per uscirne serve, in Kosovo, come altrove, un cambio di paradigma. Archiviare l’800 e il ‘900, i secoli degli stati nazione, per abbracciare un orizzonte diverso di tipo glocale, nel quale la dialettica si sviluppa attorno alla dimensione locale e a quella sovranazionale. Per capirci, le regioni e l’Europa. Era questo il progetto di Ventotene, il federalismo europeo come proposta di autogoverno e di pace, antidoto verso un nuovo conflitto mondiale.

Il Kosovo come “regione europea”, presupponeva una forte cultura di autogoverno e un’Europa politica. Mancavano e mancano l’uno e l’altra, non se ne è fatto nulla. Ma di fronte ai tanti nodi che il nostro tempo ci pone, dalla delocalizzazione della Fiat agli effetti devastanti della Bolkenstein, è questo l’orizzonte che dovremmo assumere. Una sfida che va ben oltre gli angusti confini di un nuovo stato. Quando gli uni capiranno che questo contributo all’Europa varrebbe ben di più che il cortocircuito ideologico della grande Serbia e gli altri che avere lo status di regione europea garantirebbe una condizione di tutela della specialità e di effettivo autogoverno… e quando insieme capiremo che le identità culturali non hanno bisogno di confini, forse si aprirà finalmente una pagina nuova. Per l’Europa e non solo.

A Giorgio Alpi

- di Mariangela Gritta Grainer* -

 
A Giorgio Alpi

Giorgio Alpi è morto nel pomeriggio di domenica 11 luglio. Giorgio Alpi, il papà di Ilaria inviata del Tg3, assassinata a Mogadiscio insieme a Miran Hrovatin il 20 marzo 1994. Lo abbiamo conosciuto per la tragedia che aveva colpito “a morte” lui e Luciana, la mamma di Ilaria, più di 16 anni fa: troppi senza giustizia e senza verità. A Riccione, durante il sedicesimo premio intitolato a Ilaria, abbiamo sentito la mancanza di Giorgio e di Luciana: non erano con noi, Giorgio stava già male, da molto temo non poteva attivamente seguire tutte le iniziative che ricordavano sua figlia; e Luciana stava con lui, il loro legame era fortissimo, intenso e lei non lo lasciava mai.

- di Mariangela Gritta Grainer* -

 
A Giorgio Alpi

Giorgio Alpi è morto nel pomeriggio di domenica 11 luglio. Giorgio Alpi, il papà di Ilaria inviata del Tg3, assassinata a Mogadiscio insieme a Miran Hrovatin il 20 marzo 1994. Lo abbiamo conosciuto per la tragedia che aveva colpito “a morte” lui e Luciana, la mamma di Ilaria, più di 16 anni fa: troppi senza giustizia e senza verità. A Riccione, durante il sedicesimo premio intitolato a Ilaria, abbiamo sentito la mancanza di Giorgio e di Luciana: non erano con noi, Giorgio stava già male, da molto temo non poteva attivamente seguire tutte le iniziative che ricordavano sua figlia; e Luciana stava con lui, il loro legame era fortissimo, intenso e lei non lo lasciava mai.

Un padre, una madre che non si sono abbandonati al dolore ma che hanno lottato e lottano per sapere chi ha “commissionato” l’esecuzione di Ilaria e di Miran: sono diventati un simbolo di impegno civile, un esempio per tutti.

Giorgio era un medico di talento, sempre disponibile ad aiutare, prendersi cura di chi aveva bisogno: anche dopo che aveva lasciato la professione con una rara capacità di relazione umana.

Diceva sempre che “c’è un filo rosso che lega e percorre le stragi di questo paese e il duplice assassinio di Mogadiscio”, che giustizia e verità sono un diritto per chi è stato colpito e un dovere per chi ha responsabilità pubbliche.
Diceva anche “non ho tanto tempo, gli anni passano…..”
In nome suo, nel giorno della sua morte vogliamo rilanciare l’appello “Verità e Giustizia”: ci sembra un modo concreto e visibile per rendere significativo il dolore per la sua perdita e l’impegno a portare avanti la sua battaglia insieme a Luciana alla quale ci stringiamo in un abbraccio stretto stretto.

* portavoce dell’associazione Ilaria Alpi

Terra Madre e l’Europa

- di Michele Nardelli -

 
Terra Madre e l'Europa

Milletrecentoquarantotto chilometri. E' lo spazio che ci siamo messi alle spalle, in una giornata di luglio, per arrivare a Sofija, dove si svolge la prima edizione di "Terra Madre Balcani". File interminabili di automobili sotto un sole cocente, provenienti da ogni parte d'Europa tanto da poterne ricostruire una dolorosa geografia dell'esilio, un popolo di migranti che ritorna a casa portandosi con sé la forza di qualche risparmio, la speranza di un futuro migliore, una lingua imparata, il bisogno di mantenere vive le proprie radici. Osservo questa umanità mentre aspettiamo pazientemente in fila che le frontiere compiano il loro sopruso quotidiano.

- di Michele Nardelli -

 
Terra Madre e l'Europa

Milletrecentoquarantotto chilometri. E' lo spazio che ci siamo messi alle spalle, in una giornata di luglio, per arrivare a Sofija, dove si svolge la prima edizione di "Terra Madre Balcani". File interminabili di automobili sotto un sole cocente, provenienti da ogni parte d'Europa tanto da poterne ricostruire una dolorosa geografia dell'esilio, un popolo di migranti che ritorna a casa portandosi con sé la forza di qualche risparmio, la speranza di un futuro migliore, una lingua imparata, il bisogno di mantenere vive le proprie radici. Osservo questa umanità mentre aspettiamo pazientemente in fila che le frontiere compiano il loro sopruso quotidiano.

Potevamo sorvolarlo questo spazio di vita, il low cost ormai ti permette di raggiungere le mete più lontane in poche ore. Non però i prodotti trentini riconosciuti come "presidi" Slow Food, ingredienti di qualità per la cena che Max e Valery (cuochi rispettivamente italiano e bulgaro) prepareranno per le delegazioni provenienti da tutti i paesi della regione e per gli ospiti di Sofija.

Qui sono riuniti 160 delegati in rappresentanza delle quaranta "comunità del cibo" di Slow Food provenienti dall'Albania, Bosnia Erzegovina, Croazia, Kosovo, Macedonia, Romania, Serbia e, ovviamente, Bulgaria. Negli stand allestiti in un tendone nel centro di Sofija portano i loro prodotti, dal formaggio nel sacco agli ortaggi biologici, dal miele alle erbe officinali e ai prodotti del bosco, dal prosciutto stagionato secondo le antiche tradizioni alla proposta di un turismo attento al territorio e per questo responsabile. Insieme portano le culture materiali e i saperi dei luoghi, di cui sono orgogliosi, indicando forse inconsapevolmente una risposta possibile all'omologazione che la globalizzazione porta con sé.

Sono una piccola comunità, un segno di civiltà e di resistenza in un contesto che sembra invece non dare speranza. Nel centro della capitale bulgara, ogni cento metri un casinò, prostituzione, centri commerciali con le insegne che trovi ormai ovunque, banche dai nomi conosciuti e agenzie che prestano denaro e comprano oro. Nei negozietti le merci senza qualità che puoi trovare ormai in ogni luogo del mondo mentre nei bar persino il caffè turco è scomparso lasciando il passo al Nescafé.

Le persone che s'incontrano all'Università di Sofija testimoniano che c'è dell'altro, un'umanità che non si rassegna all'imbarbarimento e che prova a ricominciare dal messaggio che "Terra Madre" porta con sé: buono, pulito e giusto.

L'Università di Sofija è un edificio monumentale dell'inizio del Novecento e descrive bene lo splendore di un tempo di questa città. Nel 1911 Lev Trotsky, allora giornalista inviato del Kievskaja Mysl sul fronte delle guerre balcaniche, racconta di come fosse brusco il passaggio dal fango belgradese ai fasti di Sofija, paragonabile alle più moderne città europee. Grandi scalinate di marmo, le aule e i grandi spazi interni rivestiti di legno massiccio... sembra di entrare in uno spazio fuori dal tempo.

E' in una modernissima sala ricavata nella ristrutturazione in corso che prende il via la prima edizione di "Terra Madre Balcani", l'incontro delle quaranta "Comunità del cibo" della regione. Sono reti locali che si prendono cura della produzione, della trasformazione, dell'educazione e della promozione del cibo di qualità in una visione di sostenibilità e di valorizzazione delle culture e dei saperi dei territori. Sono quindi agricoltori, allevatori, raccoglitori, artigiani del cibo, cuochi o anche semplicemente persone che conoscono ed amano la terra dove vivono e lavorano. Ogni rete è una storia a parte. Sono qui per raccontarle queste storie, che ci parlano del piacere e della bellezza di fare le cose per bene, secondo la tradizione e nella speranza che non vadano perdute. E anche della fatica che ne viene, dei pregiudizi da superare, delle difficoltà che s'incontrano, delle ottusità di poteri che amano più il profitto personale piuttosto che la loro terra.

E' la storia che ci racconta George, animatore della comunità del prosciutto Helenski But, nella regione di Veliko Trnovo. Il prosciutto che lui propone è il primo prodotto riconosciuto da Slow Food in Bulgaria ma prima ancora della qualità del suo prodotto (peraltro davvero eccezionale) quel che preme a George è quello di mantenere coesa una comunità che rischia di perdersi nella banalizzazione del gusto e nell'omologazione dei centri commerciali. Tanto che di questo prosciutto già si sono perse le tracce. E non viene ufficialmente riconosciuto. Così quando un anno fa Slow Food Bulgaria organizza l'incontro con il Ministro dell'agricoltura e del cibo di quel paese, nel piccolo ricevimento che viene organizzato nell'occasione il Ministro rimane incantato da un prosciutto che formalmente è considerato fuorilegge.

Le storie si sovrappongono. Quella di Katarina che si occupa di "aroma-terapia", oppure quella di Rozalia che viene dai villaggi sassoni della Transilvania e che prepara con le sue mani ogni tipo di confettura e marmellata. O, ancora, quella di Atila che produce il "sirene bianco" ovvero un formaggio di una pecora di origini antichissime (la Karakachan, dal pelo lungo e che cambia colore con l'età) della quale resistono soltanto quattrocento esemplari.

Una giornata fitta d'incontri e racconti che si conclude con una cena dove si sovrappongono i sapori trentini e quelli locali, la polenta di Spin della comunità del cibo della Valsugana e il formaggio verde di Tcherni vit, la "carne salada" della comunità del cibo dell'Alto Garda con i fagioli della regione di Smilyan... C'è anche l'ambasciatore italiano a Sofjia, un po' disturbato dal fatto che le relazioni fra i territori arrivino là dove la diplomazia degli stati non sa volare.

Uno dei paesi emergenti nel triste primato del turismo sessuale è la Bulgaria. Ci sono città come Sandanski, nella parte sud occidentale del paese, considerate veri e propri “paradisi del turismo sessuale”. Ma basta girare anche solo qualche minuto nella vita notturna di Sofija per rendersi conto di come questo fenomeno stia dilagando. La cosa non ci riguarda solo come persone sensibili ma anche come cittadini italiani, essendo il nostro paese in testa alla graduatoria degli squallidi praticanti di questa forma di turismo.

Ecco perché parlare di un altro turismo in occasione di Terra Madre Balcani è importante, tant’è vero che una delle quattro sessioni in cui si articola l’evento è dedicata proprio al tema del turismo responsabile. Un turismo che non sorvola i territori, che evita i “non luoghi” del turismo di massa, che cerca invece un contatto vero con le culture locali e le persone, curioso ed attento all’impatto del turismo sull’economia e sull’ambiente, che sa adattarsi ma anche esigente sul piano della qualità.

Sviluppiamo questo argomento anche nell’incontro con Paolo Di Croce, segretario generale di Slow Food Internazionale. Con Slow Food si è avviata in questi anni una proficua collaborazione nella cooperazione del sistema trentino con la regione balcanica e, più in generale, con le relazioni che la nostra comunità ha avviato in varie aree del mondo. Relazioni che saranno al centro di “Terra Madre Trentino” in programma a fine ottobre, lungo le rotte delle comunità del cibo della nostra provincia. Ma il focus del nostro confronto è un progetto comune che coltiviamo da qualche mese: un viaggio alla scoperta dei sapori danubiani, una nave che attraversi l’Europa lungo il suo grande fiume che ne rappresenta le speranze e il disincanto.

Un viaggio che dia il senso di quell’Europa di mezzo “tedesca-magiara-slava-romanza-ebraica” che Johannes Urzidil definiva “un mondo dietro le nazioni”. Perché è proprio oltre le nazioni, in una prospettiva di tipo sovranazionale qual è l’Europa, che siamo destinati e di cui al tempo stesso abbiamo paura. Mettere in connessione i territori, le culture locali, le unicità che si sono realizzate nel tempo attraverso mille sincretismi: questa è l’Europa delle minoranze, pensata nel manifesto di Ventotene del federalismo europeo come antidoto al ripetersi di nuove tragedie nella disputa di improbabili egemonie da parte degli Stati nazionali.

Un viaggio di “cittadini europei”, nella straordinaria prospettiva che regala la navigazione del Danubio, facendo tappa nei luoghi delle “Comunità del cibo” danubiane, per scoprire saperi e sapori che i territori sanno proporre, come altrettante chiavi di sviluppo locale ma, prima ancora, di costruzione di una cultura europea e mediterranea che degli “attraversamenti” sia capace di fare tesoro. Di questo parliamo a Sofija con i responsabili di Slow Food, in un assurdo albergo che non ha faticato per niente a passare dalle mafie di prima a quelle di oggi. Un viaggio che vorremmo realizzare nel giugno del 2011, in omaggio di chi settant’anni fa ci propose un sogno ancora da realizzare e di un fiume, il Danubio, che dell’Europa è lo specchio.

Una suggestione che tocchiamo con mano sulla strada del ritorno, quando ci fermiamo per una breve sosta a Belgrado. Lì, sulla fortezza di Kalemegdan, si assiste allo spettacolo quotidiano dell’incontro fra la Sava e il Danubio. Se mi chiedete un’immagine capace di descrivere l’Europa, oltre la mitologia che la vede figlia di Agenore, la mia risposta è tutta lì, in quella straordinaria visione.

PS. Vorrei ringraziare i miei compagni di viaggio Sergio Valentini (presidente Slow Food Trentino Alto Adige), Francesca Doff Sotta (responsabile Comunità del Cibo del Trentino Alto Adige), Massimiliano Arer (cuoco della Locanda 3 chiavi), Eugenio Berra (Viaggiare i Balcani) con i quali ho condiviso le immagini di questo “diario”.