In ricordo di Panikkar

- L.Z. -

 
In ricordo di Panikkar

Era il 2004 quando per caso andai ad ascoltare un filosofo la cui biografia mi aveva incuriosito e che era a Trento per un convegno: padre indiano induista e madre cattolica catalana, laureato in chimica, filosofia e teologia, parlava perfettamente spagnolo, hindù, italiano, inglese, francese, tibetano, tedesco, sanscrito, greco antico e latino, sacerdote cattolico che apre il suo sito con una frase spiazzante: “sono partito cristiano, mi sono scoperto hindù e ritorno buddhista, senza cessare per questo di essere cristiano”. Ascoltando le riflessioni di Raimon Panikkar sul legame tra vita e morte, tra cielo e terra, tra corpo e anima - le questioni essenziali del nostro essere uomini - si percepiva fisicamente un’aura di serenità e saggezza antica.

- L.Z. -

 
In ricordo di Panikkar

Era il 2004 quando per caso andai ad ascoltare un filosofo la cui biografia mi aveva incuriosito e che era a Trento per un convegno: padre indiano induista e madre cattolica catalana, laureato in chimica, filosofia e teologia, parlava perfettamente spagnolo, hindù, italiano, inglese, francese, tibetano, tedesco, sanscrito, greco antico e latino, sacerdote cattolico che apre il suo sito con una frase spiazzante: “sono partito cristiano, mi sono scoperto hindù e ritorno buddhista, senza cessare per questo di essere cristiano”. Ascoltando le riflessioni di Raimon Panikkar sul legame tra vita e morte, tra cielo e terra, tra corpo e anima - le questioni essenziali del nostro essere uomini - si percepiva fisicamente un’aura di serenità e saggezza antica.

La sua morte mi ha rattristato, perché il mondo perde uno dei suoi grandi pensatori. Ma come spesso accade, può essere anche un’occasione per approfondire le sue riflessioni e seguire la via che ci ha indicato, quella della relazionalità.

Panikkar può essere definito come un filosofo del dialogo, che riprende una tradizione che va da Buber a Levinas, ma con orizzonti sconfinati.

La relazione, l’interconnessione originaria dell’uomo con il mondo e il divino, ci consente di superare la dicotomia tra soggetto e oggetto che uccide la verità. L’uomo è simbolo di tutto il reale, e soltanto attraverso il dialogo con l’altro uomo si può giungere ad una verità che non può mai essere ridotta ad oggetto e che necessita di una continua ricerca.

Sarebbe impossibile riassumere un pensiero fecondo come quello di Panikkar in poche righe, ma la direzione che credo abbia voluto indicarci consiste in definitiva nell’invito ad ognuno di noi a sentire la responsabilità che comporta la libertà di cui godiamo. L’idea (agostiniana) che l’eternità non viene dopo il tempo, la consapevolezza dell’unicità di ogni uomo e di ogni momento, comporta che nessuno può avere la garanzia che alla fine ci sarà un happy end; nessuno può assicurarci che alla fine il mondo e l’umanità non finiranno. Allora il destino della realtà è nelle nostre mani, la nostra partecipazione al dinamismo della realtà fa parte della nostra vocazione umana, e la nostra responsabilità in quanto uomini consiste nella ricerca di una vita autentica insieme agli altri uomini qui ed ora.

Una pagina nuova per l’Europa

- di Michele Nardelli -

 
Una pagina nuova per l’Europa

In quel pasticcio internazionale che la questione dello status giuridico del Kosovo rappresenta, il parere “tecnico” della Corte di Giustizia de L’Aja sulla legittimità della proclamazione dell’indipendenza della regione lascia irrisolto il problema vero, che nei fatti viene demandato all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Il nodo cruciale sta nel fatto che una soluzione non negoziale e unilaterale, attorno ad una questione tanto delicata nel cuore dell’Europa, lascia dietro di sé una scia di instabilità, di rivendicazioni analoghe in questa e in altre aree geografiche, di odio e di rancore.

- di Michele Nardelli -

 
Una pagina nuova per l’Europa

In quel pasticcio internazionale che la questione dello status giuridico del Kosovo rappresenta, il parere “tecnico” della Corte di Giustizia de L’Aja sulla legittimità della proclamazione dell’indipendenza della regione lascia irrisolto il problema vero, che nei fatti viene demandato all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Il nodo cruciale sta nel fatto che una soluzione non negoziale e unilaterale, attorno ad una questione tanto delicata nel cuore dell’Europa, lascia dietro di sé una scia di instabilità, di rivendicazioni analoghe in questa e in altre aree geografiche, di odio e di rancore.

Questo non significa che il parere della Corte non assuma anche un forte significato politico ed in questo senso la scelta della Serbia di ricorrere alla Corte per una sentenza “giuridica” si è rivelata un boomerang. Perché quando sul piano del diritto internazionale si scontrano istanze altrettanto legittime ma contrapposte, allora tendono a prevalere i rapporti di forza, contano gli interessi che promanano in quel particolare momento, le alleanze internazionali ed altro ancora. La guerra, ad esempio, che non porta certo alla risoluzione dei conflitti, aggravandoli invece.

E’ quel che è avvenuto nel 1999, con i 78 giorni di bombardamenti della Nato contro quel che rimaneva della Federazione Jugoslava. Si conclusero con un accordo di cessate il fuoco seguito da una risoluzione delle Nazioni Unite che riconosceva tanto l’autodeterminazione del popolo kosovaro quanto la sovranità territoriale della Serbia-Montenegro.

Negli accordi di Kumanovo come nella risoluzione 1244 ci sono tutte le ambiguità che hanno lasciato aperto il contenzioso sullo status del Kosovo per il decennio successivo, fino e oltre la proclamazione unilaterale dell’indipendenza.

Se mettere fine ai bombardamenti era nella tarda primavera del 1999 l’imperativo categorico, il pallino avrebbe dovuto finire nelle mani della diplomazia e dunque della politica, che aveva tutto il tempo per trovare una soluzione negoziale. Il problema è che in queste situazioni la politica dovrebbe dare il meglio di sé, cercare soluzioni intelligenti ed innovative capaci di non annichilire alcuna delle parti. Questo andava fatto e invece si è lasciata marcire la situazione, ciascuno a coltivare le proprie ragioni e le proprie alleanze.

L’esito lo abbiamo visto. Un’indipendenza non ratificata né dalle Nazioni Unite, né dall’Unione Europea, riconosciuta da sessantanove Stati ma decisamente avversata da altri paesi che ne temono l’effetto domino. Uno status incerto se non nei simboli, che oltretutto lascia i cittadini del Kosovo nella frustrazione di un’indipendenza dalla quale faticano a venirne regole, diritti e sicurezza. Un piccolo Stato che può reggersi solo in un’ottica offshore, analogamente a quel che avviene per il vicino Montenegro. Un territorio infine diviso e con una serie di enclave che ancora rispondono più alla “madre patria” che al governo di Pristina.

Le reazioni alla sentenza da parte delle cancellerie lasciano presagire che le cose continueranno sostanzialmente come prima. Ad evocare i fantasmi – per restare in Europa – di altre guerre mai archiviate (Bosnia Erzegovina, Cecenia, Abkhazia, Ossezia del Sud, Transnistria…), di conflitti sopiti ma che covano sotto la cenere (Catalogna, Paesi Baschi, Corsica, Irlanda del Nord…), di territori di confine che hanno visto riconosciute positivamente le istanze di autonomia ma ben lontane dall’aver messo in campo politiche di riconciliazione e processi profondi di elaborazione del conflitto che ne sono il presupposto.

Per uscirne serve, in Kosovo, come altrove, un cambio di paradigma. Archiviare l’800 e il ‘900, i secoli degli stati nazione, per abbracciare un orizzonte diverso di tipo glocale, nel quale la dialettica si sviluppa attorno alla dimensione locale e a quella sovranazionale. Per capirci, le regioni e l’Europa. Era questo il progetto di Ventotene, il federalismo europeo come proposta di autogoverno e di pace, antidoto verso un nuovo conflitto mondiale.

Il Kosovo come “regione europea”, presupponeva una forte cultura di autogoverno e un’Europa politica. Mancavano e mancano l’uno e l’altra, non se ne è fatto nulla. Ma di fronte ai tanti nodi che il nostro tempo ci pone, dalla delocalizzazione della Fiat agli effetti devastanti della Bolkenstein, è questo l’orizzonte che dovremmo assumere. Una sfida che va ben oltre gli angusti confini di un nuovo stato. Quando gli uni capiranno che questo contributo all’Europa varrebbe ben di più che il cortocircuito ideologico della grande Serbia e gli altri che avere lo status di regione europea garantirebbe una condizione di tutela della specialità e di effettivo autogoverno… e quando insieme capiremo che le identità culturali non hanno bisogno di confini, forse si aprirà finalmente una pagina nuova. Per l’Europa e non solo.

A Giorgio Alpi

- di Mariangela Gritta Grainer* -

 
A Giorgio Alpi

Giorgio Alpi è morto nel pomeriggio di domenica 11 luglio. Giorgio Alpi, il papà di Ilaria inviata del Tg3, assassinata a Mogadiscio insieme a Miran Hrovatin il 20 marzo 1994. Lo abbiamo conosciuto per la tragedia che aveva colpito “a morte” lui e Luciana, la mamma di Ilaria, più di 16 anni fa: troppi senza giustizia e senza verità. A Riccione, durante il sedicesimo premio intitolato a Ilaria, abbiamo sentito la mancanza di Giorgio e di Luciana: non erano con noi, Giorgio stava già male, da molto temo non poteva attivamente seguire tutte le iniziative che ricordavano sua figlia; e Luciana stava con lui, il loro legame era fortissimo, intenso e lei non lo lasciava mai.

- di Mariangela Gritta Grainer* -

 
A Giorgio Alpi

Giorgio Alpi è morto nel pomeriggio di domenica 11 luglio. Giorgio Alpi, il papà di Ilaria inviata del Tg3, assassinata a Mogadiscio insieme a Miran Hrovatin il 20 marzo 1994. Lo abbiamo conosciuto per la tragedia che aveva colpito “a morte” lui e Luciana, la mamma di Ilaria, più di 16 anni fa: troppi senza giustizia e senza verità. A Riccione, durante il sedicesimo premio intitolato a Ilaria, abbiamo sentito la mancanza di Giorgio e di Luciana: non erano con noi, Giorgio stava già male, da molto temo non poteva attivamente seguire tutte le iniziative che ricordavano sua figlia; e Luciana stava con lui, il loro legame era fortissimo, intenso e lei non lo lasciava mai.

Un padre, una madre che non si sono abbandonati al dolore ma che hanno lottato e lottano per sapere chi ha “commissionato” l’esecuzione di Ilaria e di Miran: sono diventati un simbolo di impegno civile, un esempio per tutti.

Giorgio era un medico di talento, sempre disponibile ad aiutare, prendersi cura di chi aveva bisogno: anche dopo che aveva lasciato la professione con una rara capacità di relazione umana.

Diceva sempre che “c’è un filo rosso che lega e percorre le stragi di questo paese e il duplice assassinio di Mogadiscio”, che giustizia e verità sono un diritto per chi è stato colpito e un dovere per chi ha responsabilità pubbliche.
Diceva anche “non ho tanto tempo, gli anni passano…..”
In nome suo, nel giorno della sua morte vogliamo rilanciare l’appello “Verità e Giustizia”: ci sembra un modo concreto e visibile per rendere significativo il dolore per la sua perdita e l’impegno a portare avanti la sua battaglia insieme a Luciana alla quale ci stringiamo in un abbraccio stretto stretto.

* portavoce dell’associazione Ilaria Alpi

Terra Madre e l’Europa

- di Michele Nardelli -

 
Terra Madre e l'Europa

Milletrecentoquarantotto chilometri. E' lo spazio che ci siamo messi alle spalle, in una giornata di luglio, per arrivare a Sofija, dove si svolge la prima edizione di "Terra Madre Balcani". File interminabili di automobili sotto un sole cocente, provenienti da ogni parte d'Europa tanto da poterne ricostruire una dolorosa geografia dell'esilio, un popolo di migranti che ritorna a casa portandosi con sé la forza di qualche risparmio, la speranza di un futuro migliore, una lingua imparata, il bisogno di mantenere vive le proprie radici. Osservo questa umanità mentre aspettiamo pazientemente in fila che le frontiere compiano il loro sopruso quotidiano.

- di Michele Nardelli -

 
Terra Madre e l'Europa

Milletrecentoquarantotto chilometri. E' lo spazio che ci siamo messi alle spalle, in una giornata di luglio, per arrivare a Sofija, dove si svolge la prima edizione di "Terra Madre Balcani". File interminabili di automobili sotto un sole cocente, provenienti da ogni parte d'Europa tanto da poterne ricostruire una dolorosa geografia dell'esilio, un popolo di migranti che ritorna a casa portandosi con sé la forza di qualche risparmio, la speranza di un futuro migliore, una lingua imparata, il bisogno di mantenere vive le proprie radici. Osservo questa umanità mentre aspettiamo pazientemente in fila che le frontiere compiano il loro sopruso quotidiano.

Potevamo sorvolarlo questo spazio di vita, il low cost ormai ti permette di raggiungere le mete più lontane in poche ore. Non però i prodotti trentini riconosciuti come "presidi" Slow Food, ingredienti di qualità per la cena che Max e Valery (cuochi rispettivamente italiano e bulgaro) prepareranno per le delegazioni provenienti da tutti i paesi della regione e per gli ospiti di Sofija.

Qui sono riuniti 160 delegati in rappresentanza delle quaranta "comunità del cibo" di Slow Food provenienti dall'Albania, Bosnia Erzegovina, Croazia, Kosovo, Macedonia, Romania, Serbia e, ovviamente, Bulgaria. Negli stand allestiti in un tendone nel centro di Sofija portano i loro prodotti, dal formaggio nel sacco agli ortaggi biologici, dal miele alle erbe officinali e ai prodotti del bosco, dal prosciutto stagionato secondo le antiche tradizioni alla proposta di un turismo attento al territorio e per questo responsabile. Insieme portano le culture materiali e i saperi dei luoghi, di cui sono orgogliosi, indicando forse inconsapevolmente una risposta possibile all'omologazione che la globalizzazione porta con sé.

Sono una piccola comunità, un segno di civiltà e di resistenza in un contesto che sembra invece non dare speranza. Nel centro della capitale bulgara, ogni cento metri un casinò, prostituzione, centri commerciali con le insegne che trovi ormai ovunque, banche dai nomi conosciuti e agenzie che prestano denaro e comprano oro. Nei negozietti le merci senza qualità che puoi trovare ormai in ogni luogo del mondo mentre nei bar persino il caffè turco è scomparso lasciando il passo al Nescafé.

Le persone che s'incontrano all'Università di Sofija testimoniano che c'è dell'altro, un'umanità che non si rassegna all'imbarbarimento e che prova a ricominciare dal messaggio che "Terra Madre" porta con sé: buono, pulito e giusto.

L'Università di Sofija è un edificio monumentale dell'inizio del Novecento e descrive bene lo splendore di un tempo di questa città. Nel 1911 Lev Trotsky, allora giornalista inviato del Kievskaja Mysl sul fronte delle guerre balcaniche, racconta di come fosse brusco il passaggio dal fango belgradese ai fasti di Sofija, paragonabile alle più moderne città europee. Grandi scalinate di marmo, le aule e i grandi spazi interni rivestiti di legno massiccio... sembra di entrare in uno spazio fuori dal tempo.

E' in una modernissima sala ricavata nella ristrutturazione in corso che prende il via la prima edizione di "Terra Madre Balcani", l'incontro delle quaranta "Comunità del cibo" della regione. Sono reti locali che si prendono cura della produzione, della trasformazione, dell'educazione e della promozione del cibo di qualità in una visione di sostenibilità e di valorizzazione delle culture e dei saperi dei territori. Sono quindi agricoltori, allevatori, raccoglitori, artigiani del cibo, cuochi o anche semplicemente persone che conoscono ed amano la terra dove vivono e lavorano. Ogni rete è una storia a parte. Sono qui per raccontarle queste storie, che ci parlano del piacere e della bellezza di fare le cose per bene, secondo la tradizione e nella speranza che non vadano perdute. E anche della fatica che ne viene, dei pregiudizi da superare, delle difficoltà che s'incontrano, delle ottusità di poteri che amano più il profitto personale piuttosto che la loro terra.

E' la storia che ci racconta George, animatore della comunità del prosciutto Helenski But, nella regione di Veliko Trnovo. Il prosciutto che lui propone è il primo prodotto riconosciuto da Slow Food in Bulgaria ma prima ancora della qualità del suo prodotto (peraltro davvero eccezionale) quel che preme a George è quello di mantenere coesa una comunità che rischia di perdersi nella banalizzazione del gusto e nell'omologazione dei centri commerciali. Tanto che di questo prosciutto già si sono perse le tracce. E non viene ufficialmente riconosciuto. Così quando un anno fa Slow Food Bulgaria organizza l'incontro con il Ministro dell'agricoltura e del cibo di quel paese, nel piccolo ricevimento che viene organizzato nell'occasione il Ministro rimane incantato da un prosciutto che formalmente è considerato fuorilegge.

Le storie si sovrappongono. Quella di Katarina che si occupa di "aroma-terapia", oppure quella di Rozalia che viene dai villaggi sassoni della Transilvania e che prepara con le sue mani ogni tipo di confettura e marmellata. O, ancora, quella di Atila che produce il "sirene bianco" ovvero un formaggio di una pecora di origini antichissime (la Karakachan, dal pelo lungo e che cambia colore con l'età) della quale resistono soltanto quattrocento esemplari.

Una giornata fitta d'incontri e racconti che si conclude con una cena dove si sovrappongono i sapori trentini e quelli locali, la polenta di Spin della comunità del cibo della Valsugana e il formaggio verde di Tcherni vit, la "carne salada" della comunità del cibo dell'Alto Garda con i fagioli della regione di Smilyan... C'è anche l'ambasciatore italiano a Sofjia, un po' disturbato dal fatto che le relazioni fra i territori arrivino là dove la diplomazia degli stati non sa volare.

Uno dei paesi emergenti nel triste primato del turismo sessuale è la Bulgaria. Ci sono città come Sandanski, nella parte sud occidentale del paese, considerate veri e propri “paradisi del turismo sessuale”. Ma basta girare anche solo qualche minuto nella vita notturna di Sofija per rendersi conto di come questo fenomeno stia dilagando. La cosa non ci riguarda solo come persone sensibili ma anche come cittadini italiani, essendo il nostro paese in testa alla graduatoria degli squallidi praticanti di questa forma di turismo.

Ecco perché parlare di un altro turismo in occasione di Terra Madre Balcani è importante, tant’è vero che una delle quattro sessioni in cui si articola l’evento è dedicata proprio al tema del turismo responsabile. Un turismo che non sorvola i territori, che evita i “non luoghi” del turismo di massa, che cerca invece un contatto vero con le culture locali e le persone, curioso ed attento all’impatto del turismo sull’economia e sull’ambiente, che sa adattarsi ma anche esigente sul piano della qualità.

Sviluppiamo questo argomento anche nell’incontro con Paolo Di Croce, segretario generale di Slow Food Internazionale. Con Slow Food si è avviata in questi anni una proficua collaborazione nella cooperazione del sistema trentino con la regione balcanica e, più in generale, con le relazioni che la nostra comunità ha avviato in varie aree del mondo. Relazioni che saranno al centro di “Terra Madre Trentino” in programma a fine ottobre, lungo le rotte delle comunità del cibo della nostra provincia. Ma il focus del nostro confronto è un progetto comune che coltiviamo da qualche mese: un viaggio alla scoperta dei sapori danubiani, una nave che attraversi l’Europa lungo il suo grande fiume che ne rappresenta le speranze e il disincanto.

Un viaggio che dia il senso di quell’Europa di mezzo “tedesca-magiara-slava-romanza-ebraica” che Johannes Urzidil definiva “un mondo dietro le nazioni”. Perché è proprio oltre le nazioni, in una prospettiva di tipo sovranazionale qual è l’Europa, che siamo destinati e di cui al tempo stesso abbiamo paura. Mettere in connessione i territori, le culture locali, le unicità che si sono realizzate nel tempo attraverso mille sincretismi: questa è l’Europa delle minoranze, pensata nel manifesto di Ventotene del federalismo europeo come antidoto al ripetersi di nuove tragedie nella disputa di improbabili egemonie da parte degli Stati nazionali.

Un viaggio di “cittadini europei”, nella straordinaria prospettiva che regala la navigazione del Danubio, facendo tappa nei luoghi delle “Comunità del cibo” danubiane, per scoprire saperi e sapori che i territori sanno proporre, come altrettante chiavi di sviluppo locale ma, prima ancora, di costruzione di una cultura europea e mediterranea che degli “attraversamenti” sia capace di fare tesoro. Di questo parliamo a Sofija con i responsabili di Slow Food, in un assurdo albergo che non ha faticato per niente a passare dalle mafie di prima a quelle di oggi. Un viaggio che vorremmo realizzare nel giugno del 2011, in omaggio di chi settant’anni fa ci propose un sogno ancora da realizzare e di un fiume, il Danubio, che dell’Europa è lo specchio.

Una suggestione che tocchiamo con mano sulla strada del ritorno, quando ci fermiamo per una breve sosta a Belgrado. Lì, sulla fortezza di Kalemegdan, si assiste allo spettacolo quotidiano dell’incontro fra la Sava e il Danubio. Se mi chiedete un’immagine capace di descrivere l’Europa, oltre la mitologia che la vede figlia di Agenore, la mia risposta è tutta lì, in quella straordinaria visione.

PS. Vorrei ringraziare i miei compagni di viaggio Sergio Valentini (presidente Slow Food Trentino Alto Adige), Francesca Doff Sotta (responsabile Comunità del Cibo del Trentino Alto Adige), Massimiliano Arer (cuoco della Locanda 3 chiavi), Eugenio Berra (Viaggiare i Balcani) con i quali ho condiviso le immagini di questo “diario”.

All’alza bandiera

- di Gian Luca Magagni *-

 
All'alza bandiera

Ci sono dei momenti nella vita che si sente, che si sa di essere nel giusto. Basta fermarsi un momento a pensare e ognuno trova nella sua mente un fatto dove quasi per istinto si è fatto trascinare da una situazione che non aveva bisogno di spiegazioni, una cosa che sentiva dentro, giusta e basta. Così è stato per me quel 2008, quando, quasi per caso, ho incontrato la Campana dei caduti di Rovereto. In realtà il senso del giusto, se così si può dire, l’ho vissuto nel 1995, quando fui invitato a fare una sostituzione dell’educatore al campo sosta di Rovereto. Arrivai al campo con timore e curiosità, con le gambe che tremavano nell’affrontare una situazione poco conosciuta e solo in maniera negativa e pericolosa.

- di Gian Luca Magagni *-

 
All'alza bandiera

Ci sono dei momenti nella vita che si sente, che si sa di essere nel giusto. Basta fermarsi un momento a pensare e ognuno trova nella sua mente un fatto dove quasi per istinto si è fatto trascinare da una situazione che non aveva bisogno di spiegazioni, una cosa che sentiva dentro, giusta e basta. Così è stato per me quel 2008, quando, quasi per caso, ho incontrato la Campana dei caduti di Rovereto. In realtà il senso del giusto, se così si può dire, l’ho vissuto nel 1995, quando fui invitato a fare una sostituzione dell’educatore al campo sosta di Rovereto. Arrivai al campo con timore e curiosità, con le gambe che tremavano nell’affrontare una situazione poco conosciuta e solo in maniera negativa e pericolosa.

Ci misi più di un anno a comprendere quanta cultura nascondeva questo popolo fra le roulotte e la diffidenza nei confronti degli estranei o gagi, ma ci misi un “nano secondo” a capire quanta discriminazione subissero solo perché sinti o “zingari” per la popolazione maggioritaria.

Sabato 29 maggio è stato il giorno che ha dato significato al lavoro di due anni (o forse 15?): è stato realizzato il sogno di alzare la bandiera rom e sinta sul Colle di Miravalle, alla Campana dei Caduti di Rovereto.

Insieme alla Presidente Carla e altri soci Aizo abbiamo a lungo pensato alla grandezza del messaggio che raccoglie l’iniziativa e alla difficoltà di rendere un momento così importante visibile e comprensibile per tutti: sinti, rom e gagè. Abbiamo così organizzato l’evento facendo convenire a Rovereto le più alte personalità del popolo romanì, lo abbiamo diffuso e pubblicizzato il più possibile, dai campi sosta ai giornali, dalle scuole alle persone comuni.

Il Reggente della Fondazione Campana dei Caduti di Rovereto senatore Alberto Robol ha espresso chiaramente durante la cerimonia più volte il grande significato di una bandiera, quella rom e sinta, senza territorio e quindi “solo” di un popolo, al fianco di altre 88 di Stati Nazioni: il benvenuto più volte espresso sottintendeva il riconoscimento di un popolo che nei secoli ha vissuto difficoltà e gioie rispondendo alla patria dove risiedeva, che ha subito il genocidio durante la seconda guerra mondiale, che vive ancora emarginato e discriminato nei campi sosta. Un popolo che oggi attraverso questa bandiera viene riconosciuto come tutti gli altri popoli rappresentati dalle bandiere presenti sul Colle, con eguale dignità. L’intervento del nostro rappresentante Juan de Dios (kalò deputato spagnolo) ha però portato il calore tipico di questo popolo in tutta la sua semplicità espressiva: egli ha “solamente” detto che la bandiera ora innalzata, quella rom e sinta, potrebbe essere definita quella di tutti i popoli, poiché è piena espressione della natura, che ogni poplo rappresenta. Indicando con la mano i prati trentini ed il cielo chiedeva se può esistere una bandiera più rappresentativa di tutti i popoli, sottolineando come la giustizia abbia dato la possibilità in quella sede di innalzare il vessillo in modo così istituzionale, con l’inno nazionale italiano e i polizia municipale sull’attenti, con il Gelem Gelem a sancire un impegno di fratellanza e di percorsi di pace con tutti i popoli. Le lacrime di felicità di Juan de Dios hanno coinvolto tutto il pubblico, più di 250 persone, che trascinate dal suo spagnolo caliente hanno potuto vivere le stesse emozioni dell’oratore.

Anch’io ho trattenuto le lacrime a stento, come tanti altri vicino a me, con i quali ho avuto scambi affettuosi e familiari.

Non mi sembra ancora vero. Quello che è successo è la cosa più bella che si poteva costruire insieme, dico insieme perché non credo che i popoli possano vivere in modo separato. E’ così è avvenuto nei momenti dell’alza bandiera della Repubblica Serba e dell’Albania, dove noi eravamo presenti per solidarietà e giustizia. E’ così è accaduto che nel momento dell’alza bandiera rom e sinta fossero presenti la delegazione della Repubblica Serba e dell’Albania.

Non mi sembra ancora vero. Ai rappresentanti rom e sinti convenuti abbiamo dato la possibilità di confrontarsi, di provare a costruire un futuro insieme. Ai roveretani e trentini, ai sinti e rom presenti all’evento un motivo in più per credere che le cose fatte insieme si possono solo migliorare.

 

* Associazione Italiana Zingari Oggi