Cina: la rivoluzione del credito

Mentre in Europa i mercati finanziari impongono i propri uomini alla politica, la Cina, a modo suo, prepara una mini-rivoluzione liberale – l’ennesima – in vista del grande rimpasto politico del 2012, quando tutto il gruppo dirigente del Partito e dello Stato lascerà il posto a una nuova generazione di leader.

Trattandosi di Cina, il tutto avviene “secondo caratteristiche cinesi” (appunto), il che significa secondo logiche che a noi spesso sfuggono, anche se abbiamo ben chiaro il fine ultimo: la crescita economica pacifica, continua ed equilibrata del Dragone, tenendo ben alla larga tutto ciò che puzza di “caos“.

È proprio in reazione a una fiammata destabilizzante che Pechino compie l’ennesima trasformazione, che da noi occupa brevi note d’agenzia, ma che promette di essere epocale: la completa riforma del sistema di credito in direzione del libero mercato.

Da mesi ormai, la piccola impresa votata all’export è in crisi. L’epicentro di questa battuta d’arresto è lo Zhejiang, la regione a sud-est di Shanghai nota per la vocazione imprenditoriale dei suoi abitanti che, per altro, sono gli stessi che incontriamo nelle chinatown di Milano, Prato, e di tutta Europa. Ma la crisi colpisce per esempio anche Ordos, in Mongolia Interna, e la Cina tutta.
Il ceto che a inizio anni Ottanta ha veicolato le risorse economiche dei cinesi d’oltremare in patria traducendole poi in merci che hanno invaso i mercati di tutto il mondo e consentendo così alla Cina di non fare la fine della Russia post-sovietica, soffre oggi per una serie di motivi: il calo delle esportazioni (per le crisi in Europa e Usa); la crescita dei prezzi delle materie prime; l’aumento dei salari operai; l’adeguamento delle proprie “fabbrichette” (che per dimensioni non sono necessariamente tali) a nuove norme ambientali decise dal governo; l’aumento delle tasse imposte dai governi locali, costantemente alla ricerca di fondi.

Ma il vero colpo di grazia è la contrazione del credito, in parte decisa politicamente (per raffreddare l’inflazione e frenare la speculazione edilizia) ma soprattutto dovuta a cause strutturali: le banche (di Stato) tendono a finanziare più facilmente le grandi imprese pubbliche – che siano produttive o no – piuttosto che gli imprenditori privati. Così, molti piccoli businessmen hanno dovuto rivolgersi al “credito ombra” privato, illegale, che impone loro tassi d’interesse da strozzinaggio.

È qui che la riforma vuole andare a parare, anche perché il problema è diventato politico. Tra l’estate e l’autunno si è registrata infatti una catena di eventi drammatici: fughe precipitose di industriali gettati sul lastrico (che a loro volta lasciano le proprie maestranze senza lavoro e senza salario), suicidi, fino alla rivolta di Zhilin – capitale cinese dei vestiti per bambini – dove un’inedita alleanza di produttori – gli imprenditori e i loro dipendenti – ha messo a ferro e fuoco la città.

Bisogna mettere più liquidità a disposizione di chi produce. A Wenzhou, capoluogo dello Zhejiang, partirà dunque un progetto pilota di liberalizzazione del credito. Il governo locale istituirà un centinaio di agenzie di micro-finanza, da due a quattro fondi d’investimento privati e un registro delle agenzie finanziarie private, “per trasformare la città in un centro di distribuzione del capitale privato”, scrive Global Times riprendendo un comunicato della stessa municipalità. Si tratta di istituti di natura e dimensioni diverse che, così sembra, dovrebbero soddisfare le esigenze delle imprese private di ogni tipo. Non è dato sapere se questo significa far emergere le “banche ombra” già in attività o se ne verranno costituite ex novo.
A questa misura si affiancherà una riforma dei tassi di interesse, che in base all’andamento dei mercati potranno fluttuare fino a diventare il quadruplo dell’interesse base. Di fatto, si tratta della legalizzazione del “credito ombra”.
Altre norme, che arrivano direttamente dal Consiglio di Stato cinese (leggi “governo”), prevedono la riduzione delle tasse e l’allentamento della stretta sul credito bancario.

Alla legalizzazione dello shadow market si accompagna il controllo politico: è necessario che il conflitto rientri nell’ordine, per cui le politiche governative non devono essere tacciate di inadeguatezza e, anzi, devono apparire come la luce che illumna l’orizzonte.
È a questo proposito significativo un commento su China Daily, firmato dall’economista Wu Jiangang. Il succo è: gli imprenditori di Wenzhou pagano per i propri errori, ma il governo è pronto ad aiutarli.
Seguiamo il ragionamento: “È sorprendente che gli imprenditori di Wenzhou abbiano accettato di pagare interessi così alti [ai creditori “ombra”, ndr] quando una nuova norma del governo dice che un interesse superiore di quattro volte al 6,56 per cento è illegale e che un debitore può rifiutarsi di pagarlo. […] Wenzhou è famosa per essere una delle prime città cinesi dove sono nate imprese private. Come risultato, i suoi imprenditori sono stati tra i primi ad arricchirsi. Oltre a reinvestire nelle fabbriche, hanno avuto bisogno di trovare altre strade per moltiplicare i propri profitti. È questo il motivo per cui hanno cominciato a speculare nell’immobiliare e in altri settori, in tutta la Cina. […] Hanno anche investito all’estero con risultati esemplari. Dato che la maggior parte delle imprese private di Wenzhou non può vantare un brand famoso, tecnologia avanzata, fedeltà dei consumatori o propri canali di vendita, hanno dovuto scegliere tra spostarsi in luoghi dove i costi di produzione sono inferiori e la bancarotta. Sfortunatamente, molti si sono rivolti alla speculazione finanziaria.”

Colpa vostra, ma adesso vediamo che si può fare, insomma. Tra le misure che Wu suggerisce al governo centrale, c’è lo sgonfiamento della bolla immobiliare, la lotta contro i profitti speculativi a breve termine, l’aumento dei redditi familiari e la creazione di un welfare diffuso: tutto ciò che può aumentare i consumi e ridurre le sacche speculative.
L’economista suggerisce anche di limitare il monopolio delle grandi imprese e delle banche di Stato, “permettendo alle imprese private di provata efficienza di partecipare al mercato, collocare pacchetti azionari e diventare società ad azionariato diffuso“. La via che a Wenzhou stanno già imboccando.

La progressiva apertura al credito privato e la marcia verso le public company vengono così riportate nella dialettica interna al Partito che, da qui all’autunno 2012, determinerà il futuro della Cina. L’ala “liberale” muove da Wenzhou per conquistare Pechino.
Probabilmente, il passaggio al credito privato nasce anche con un occhio a Occidente. Tenendo cioè ben presente che la finanziarizzazione totale dei mercati genera caos. In fondo

 

fonte: Articolo di Gabriele Battaglia pubblicato il 14 novembre 2011 sul sito Peacereporter.

52° anniversario della insurrezione del popolo tibetano.

52° anniversario della insurrezione del popolo tibetano.

– di Bruno Dorigatti* –

Il 10 marzo 1959 il popolo tibetano insorse pacificamente contro l’occupazione militare e la repressione cinese in Tibet e a seguito della violenta reazione il Dalai Lama fu costretto insieme a tanti altri all’esilio. Questi cinquantadue anni hanno significato sofferenza e distruzione incalcolabili per la terra e il popolo tibetani, ma ancora oggi è forte la dignità, la spiritualità e l’identità di un popolo che lotta per la propria libertà. Se in Tibet i tibetani non hanno diritto di parola nella comunità in esilio si è invece affermata la democrazia ed è nato il Parlamento tibetano.

52° anniversario della insurrezione del popolo tibetano.

– di Bruno Dorigatti* –

Il 10 marzo 1959 il popolo tibetano insorse pacificamente contro l’occupazione militare e la repressione cinese in Tibet e a seguito della violenta reazione il Dalai Lama fu costretto insieme a tanti altri all’esilio. Questi cinquantadue anni hanno significato sofferenza e distruzione incalcolabili per la terra e il popolo tibetani, ma ancora oggi è forte la dignità, la spiritualità e l’identità di un popolo che lotta per la propria libertà. Se in Tibet i tibetani non hanno diritto di parola nella comunità in esilio si è invece affermata la democrazia ed è nato il Parlamento tibetano.

Malgrado la negazione dei diritti fondamentali il Dalai Lama e il governo tibetano in esilio hanno ricercato il dialogo rinunciando alla richiesta di indipendenza e nel 2009 è stato presentato un “Memorandum sulla reale autonomia del popolo tibetano”. Memorandum che è stato al centro di un importante iniziativa delle Istituzioni trentine e regionali dell’autonomia che da tempo chiedono che alla regione del Tibet sia riconosciuta una vera autonomia.

A questo proposito ci sono pervenute le parole del Dalai Lama:

“Il nostro desiderio è che tutti i tibetani siano riuniti in un’ unica amministrazione autonoma ed è in linea con il principio di autonomia regionale nazionale previsto dalla costituzione cinese.

Per questo siamo particolarmente grati a quelle realtà come la Provincia Autonoma di Trento che sostengono le nostre richieste e che lavorano per una soluzione pacifica del conflitto.

La Carta di Trento, è un atto importante perché dimostra alla Cina e alla comunità internazionale che è giusto e storicamente possibile arrivare ad una vera autonomia che permetta ad ogni minoranza di tutelare i propri diritti e di autogovernarsi. Ringrazio tutte le persone che in ogni parte del mondo ci offrono il loro instancabile supporto e il mio pensiero va al popolo trentino che sento vicino alla nostra causa..”

Il Consiglio Provinciale di Trento ringrazia per queste parole ed esprime al Dalai Lama, al Parlamento e al governo tibetano in esilio, e a tutto il popolo tibetano l’amicizia, la solidarietà, rinnovando il sostegno alla loro richiesta di rispetto dei diritti umani e di autonomia per il Tibet.

 

* Presidente del Consiglio provinciale