Durban: summit sul clima

C’è un’immagine chiara ed esplicativa, che aiuta a comprendere quale sia l’effettivo bilancio della conferenza sul cambiamento climatico chiusasi a Durban, in puntuale ritardo, nelle prime ore di domenica. È l’immagine di Achim Steiner, direttore esecutivo dell’Unep, che lascia il tavolo ben prima della conclusione dei negoziati scuotendo la testa sconsolato: “ Non riesco a vedere nulla in questi negoziati che possa aiutare a impedire al riscaldamento globale di superare i due gradi centigradi. Per evitare ciò bisognerebbe far sì che le emissioni di CO2 crollino entro il 2020, ma a quanto pare potremmo non avere nemmeno un accordo effettivo prima del 2020.”
La musica che ha suonato al Cop17 di Durban quest’anno ha la stessa partitura dei fallimentari meeting precedenti: due settimane di discussioni, contrattazioni, teste scosse e occhi esasperati levati al cielo. Il risultato, tuttavia, ha qualcosa di più concreto delle fumate nere di Cancun e Copenhagen. Le nazioni presenti al tavolo di Durban si sono accordate infatti per stipulare entro il 2015 un accordo che vincoli legalmente a una impegnativa riduzioni delle emissioni a partire dal 2020. Questo significa che fino al 2020 le nazioni (e i grandi inquinatori in particolare) dovranno solamente attenersi agli impegni presi volontariamente negli anni passati, il che lascia intuire che chi più dovrebbe rimboccarsi le maniche per ridurre la propria impronta ecologica potrà tenere i polsini bene allacciati per altri 8 anni almeno. Insomma, come previsto, ancora una volta la parola d’ordine del Cop è stata volontario e non legalmente vincolante.
E allora perché su tanti organi di stampa oggi si legge che il meeting di Durban ha dato risultati incoraggianti? Perchè per la prima volta, grazie anche alle capacità diplomatiche del commissario per l’ambiente dell’Unione Europea, Connie Hedegaard, i nuovi inquinatori (Brasile, SudAfrica e i paesi in via di sviluppo di Asia e Africa) e i vecchi inquinatori, responsabili della maggioranza delle emissioni passate e attuali, ovvero Cina e Usa, hanno riconosciuto la necessità di aderire a un protocollo paritario e, almeno a parole, si sono impegnati a partecipare alle trattative che entro il 2015 porteranno a un accordo formale e vincolante che tutti dovranno sottoscrivere. A differenza delle passate edizioni, questa volta la posizione dell’Unione europea (la più forte sostenitrice di un nuovo protocollo) ha prevalso, riuscendo a incrinare le posizioni solitamente arroccate di Usa e Cina.
Questo approccio che potrebbe anche essere applaudito, se solo fossimo ancora nel 1995, all’epoca del prima redazione del protocollo di Kyoto. Allora la situazione non era grave quanto oggi, molti paesi che allora erano davvero in via di sviluppo (come l’India, il Brasile e la stessa Cina) oggi sputano nell’atmosfera tonnellate di emissioni. Nella situazione attuale, in cui paesi un tempo puliti tendono ad accrescere le proprie emissioni in modo esponenziale, quella di Durban suona come l’ennesima mitragliata di buone intenzioni, che di fatto consentono di rimandare il problema di almeno 4 anni. Di qui al 2015, infatti, le stesse nazioni che ieri hanno concluso il meeting in un trionfo di strette di mano, dovranno impegnarsi in violente trattative per mettere nero su bianco impegni che a partire dal 2020 diveneterebbero vincolanti. E in molti non esistano a intravedere in questo lungo periodo di trattative, il palcoscenico di un altro pericolosissimo fallimento diplomatico.
Mariagrazia Midulla, responsabile Policy Clima ed Energia del Wwf Italia parla di “minimo indispensabile”, suggerendo che i governi hanno seguito l’iter delle discussioni quasi per inerzia, uscendosene con un accordo che spinge troppo in là il tempo in cui si prenderanno (forse) provvedimenti concreti. Legambiente invece parla di “un passo importante dovuto soprattutto alla coalizione dei volenterosi promossa dall'Europa”, ciò nonostante riconosce che dal tavolo di Durban non è uscita alcuna proposta concreta per ottenere una riduzione delle emissioni sufficiente a scongiurare un riscaldamento globale superiore ai due gradi centigradi: “Purtroppo nel pacchetto di decisioni adottate a Durban i governi non sono stati in grado di raggiungere anche un accordo su come colmare il cosiddetto 'gigatonne gap' ossia il divario - stimato dall'Unep tra 6 e 11 gigatonnellate di CO2 - tra gli attuali impegni di riduzione delle emissioni e quelli necessari per contenere il surriscaldamento globale al di sotto dei due gradi centigradi.”
Le posizioni più critiche verso il risultato prodotto da Durban arrivano dalla comunità scientifica.Andy Atkins di Friends of the Earth riassume così quello che a suo avviso è l’ennesimo pericoloso fallimento della politica in ambito ecologico: “Questo progetto è un involucro vuoto che lascia il pianeta in rotta di collisione con un cambiamento climatico catastrofico”. Ma le sue posizioni sono condivise dalla stragrande maggioranza degli addetti ai lavori. Il coro che si leva dal mondo della ricerca è chiaro e compatto: gli attuali impegni di riduzione delle emissioni sono insufficienti, in questo modo corriamo verso un aumento di almeno 3 gradi centigradi mentre le nazioni più povere stanno già subendo gli effetti disastrosi di questo stallo politico.

Ma Durban 2011 è stato un meeting particolare anche per un altra novità, la presenza concreta del movimento Occupy Durban che, sull’onda delle proteste che stanno riempiendo le piazze di mezzo mondo, hanno invaso i corridoi dell’edificio che ospitava il meeting, proponendo un tavolo parallelo e alternativo che, lungi dall’essere una mera collezione di slogan, ha prodotto una sorta di trattato alternativo argomentato nel dettaglio.
A questo proposito, c’è un’altra immagine chiara ed esplicativa che aiuta a comprendere un altro aspetto del meeting di Durban. L’immagine di decine di attivisti che sventolavano cartelli nei corridoi del meeting, mentre in una stanza più in alto i delegati di Cina, India, Gran Bretagna, Stati Uniti, Francia, Svezia, Brasile, Gambia e Polonia, consumavano la parte più litigiosa del meeting lontani dal resto delle delegazioni. In quell’immagine si può leggere il vero problema che dal 1995 mina la buona volontà degli accordi internazionali sul climate change: la distanza fra i pochi che hanno il potere di prendere decisioni, e i tanti che ne subiranno le reali conseguenze.

 

fonte: Articolo di Fabio Deotto pubblicato il 12 dicembre 2011 sul sito di daily.wired.