L’ossessione della crescita

L'ossessione della crescita

– di Michele Nardelli* –

Questo intervento è stato pubblicato dal quotidiano “Trentino” di mercoledì 25 aprile 2012 come commento in prima pagina.

Nel marzo 1968, tre mesi prima di essere assassinato, Robert Kennedy pronunciava, presso l’Università del Kansas, un discorso rimasto memorabile nel quale evidenziava – tra l’altro – l’inadeguatezza del PIL come indicatore del benessere degli stati.

«… Il PIL – affermava Kennedy – comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.

Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari … Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta …».

L'ossessione della crescita

– di Michele Nardelli* –

Questo intervento è stato pubblicato dal quotidiano “Trentino” di mercoledì 25 aprile 2012 come commento in prima pagina.

Nel marzo 1968, tre mesi prima di essere assassinato, Robert Kennedy pronunciava, presso l’Università del Kansas, un discorso rimasto memorabile nel quale evidenziava – tra l’altro – l’inadeguatezza del PIL come indicatore del benessere degli stati.

«… Il PIL – affermava Kennedy – comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.

Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari … Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta …».

Da quella lontana primavera sono passati quarantaquattro anni e nel frattempo il mondo è profondamente cambiato, ma quelle parole mantengono intatte la forza di un messaggio profetico. Per la semplice ragione che il PIL è diventato una sorta di ossessione delle economie nazionali, tanto da diventare impropriamente lo strumento di misurazione del benessere collettivo.

Una “dittatura” di cui è bene liberarsi. Eppure sono anni che in diversi ambiti culturali, politici ed anche istituzionali si sperimentano forme di misurazione della qualità del vivere, alternative a quelle degli indicatori tradizionali, dall’Indice di Sviluppo Umano di UNDP (Nazioni Unite) al Better Life Index di Ocse. Senza dimenticare che quello “che rende la vita veramente degna di essere vissuta” non sempre è misurabile.

Fra questi nuovi strumenti, l’indice Quars che – a differenza di altri indicatori – misura la qualità dello sviluppo nelle Regioni italiane. Fornendo così un quadro che ridisegna il nostro paese a partire dalla qualità dell’ambiente, dell’economia e lavoro, dei diritti e cittadinanza, della salute, dell’istruzione e cultura, delle pari opportunità, della partecipazione. Sette macroindicatori, articolati a loro volta attraverso 41 indicatori specifici, per guardare con occhi diversi un paese che evidenzia profonde distanze da una Regione all’altra. Ponendo il Trentino Alto Adige – Sud Tirolo al primo posto.

Proprio nel presentare nei giorni scorsi a Trento il Rapporto Quars 2011 ci siamo posti l’obiettivo di mettere alla prova ognuno degli indicatori alternativi con altrettante brevi storie del vissuto sociale e culturale. Non uno spot per la nostra terra, che pure siamo orgogliosi di vedere in cima alla classifica, ma lo stimolo a fare meglio. Che poi significa interrogarsi sulla qualità dello sviluppo, sul peso della nostra impronta ecologica, sulla sostenibilità delle scelte che vengono compiute, sulla valorizzazione delle persone e dei territori, sui livelli partecipativi del nostro autogoverno.

Significa, in altre parole, interrogarsi sul limite. Proprio a questo tema è dedicato il percorso annuale del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani. Il titolo che abbiamo scelto per questo itinerario è “Nel limite. La misura del futuro”, a testimoniare due aspetti che ci paiono decisivi.

Il primo riguarda la volontà di non considerare quello del limite come un territorio di propaganda, bensì il dispiegarsi di quella contraddizione che splendidamente veniva rappresentata da Andrea Zanzotto nell’epigramma che poi ha dato il là al suo testamento politico: “In questo progresso scorsoio, non so se vengo ingoiato, o se ingoio” (Andrea Zanzotto “In questo progresso scorsoio”, Garzanti 2009).

Stare “nel limite” significa accettare di abitare questa contraddizione, facendosene carico allo scopo di farla evolvere in maniera virtuosa, evitando di finire in un vicolo cieco privo di vie d’uscita, dove si vince o si perde, dove la mediazione politica scompare. Prendere atto di essere al secondo posto fra le Regioni italiane nell’indice Quars relativo alla qualità ambientale, ma anche di avere a che fare con situazioni di degrado come quelle di Tremalzo o Marilleva, a cui una cultura senza limite vorrebbe mettere mano riproducendo quello stesso schema di sviluppo che ne ha causato l’insostenibilità.

Il secondo aspetto riguarda il futuro, ovvero la consapevolezza che nel giro di pochi anni saremmo in 9 miliardi di esseri umani sul pianeta e che – se vogliamo dare a tutti una analoga speranza di vita – dovremmo per forza mettere in discussione i nostri livelli di consumo. Se questo non avverrà, sarà la guerra. Una guerra che non avrà bisogno di essere dichiarata, quale esito della “non negoziabilità degli stili di vita” che abbiamo sentito echeggiare anche in queste ore nella campagna elettorale per le presidenziali francesi. O che verrà proposta come un irriducibile “scontro di civiltà”, solo per nascondere i ben più materiali meccanismi di esclusione e di inclusione.

“La misura del futuro” sarà quella che ci aiuterà a fare meglio con meno. Penso che la sobrietà di cui oggi molto si parla non debba necessariamente essere pensata come decrescita, associandola alla povertà o alla rinuncia. La sobrietà è uno stile diverso, è la responsabilità nel proprio lavoro, è il non spreco delle risorse in opere faraoniche o nelle spese militari, sono le filiere corte, è la riduzione dei privilegi e dei costi della politica, è la capacità di mettersi in ascolto della natura…

Nel limite, una strada obbligata.

*Presidente del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani

Il Trentino nel Rapporto QUARS

di Ugo Morelli –

La prima cosa da fare per cercare di affermare la cultura del limite è individuare i limiti. Definire cioè quali sono gli ambiti nei quali si può migliorare. Se finalmente iniziamo a comprendere i guasti di uno sviluppo illimitato, non solo è necessario iniziare a fare scelte appropriate, ma anche porre rimedio ai settori dove ci sono problemi e sprechi.

di Ugo Morelli* –

La prima cosa da fare per cercare di affermare la cultura del limite è individuare i limiti. Definire cioè quali sono gli ambiti nei quali si può migliorare. Se finalmente iniziamo a comprendere i guasti di uno sviluppo illimitato, non solo è necessario iniziare a fare scelte appropriate, ma anche porre rimedio ai settori dove ci sono problemi e sprechi.

Farlo non è facile, come non sarà facile cambiare rotta sulle aspettative crescenti che l’idea e la pratica di uno sviluppo inteso come illimitato hanno reso così diffuse e date per scontate. Non solo, ma tuttora da chi governa continuando a parlare di crescita, e dalla comunicazione dei media utilizzati per scopi commerciali, avvertiamo come l’opinione pubblica venga spinta a comportamenti all’insegna dell’idea che “di più è meglio”.

Una cultura del limite richiederà azioni mirate e costanti e chi si propone civilmente e pioneristicamente di promuoverle deve sapere che cambiare idea e mentalità per noi esseri umani è difficile. È bene affrontare la questione partendo da un attento esame di realtà, proprio per aumentare le possibilità di riuscita.

Vale la pena far propria l’indicazione di Robert Musil, che ne L’uomo senza qualità scrive: “Chi voglia varcare senza inconvenienti una porta stretta deve tenere presente il fatto che gli stipiti sono duri”. E la porta del cambiamento di mentalità e di comportamenti, soprattutto dove esistono aspettative crescenti in atto, consolidate come forza dell’abitudine, è davvero stretta.

Certo, si può cambiare per trauma, e la crisi in atto di traumi ne sta creando in una parte della popolazione più svantaggiata, ma una cultura del limite richiede progettualità e scelte dedicate. Soprattutto nella parte propositiva, in quanto una difficoltà ad affermarla potrebbe essere proporla solo come strategia negativa, solo come privazione e non, ad esempio, come riequilibrio e scelte di giustizia sociale.

Un’attenta analisi dei dati del Rapporto Quars sugli indici di qualità regionale dello sviluppo per il 2011, presentato all’interno delle iniziative “Nel limite”, del Forum Trentino per la pace e i diritti umani, può essere un contributo a fare i conti sia con i limiti necessari da darsi per un futuro possibile, sia con i limiti che abbiamo oggi nella capacità di creare opportunità e valorizzare le risorse disponibili.

Due sono i dati che, in una descrizione dello stato delle cose riguardo al benessere e alla qualità della vita vedono il Trentino ai primi posti in Italia, tra gli altri meritano attenzione: le pari opportunità e l’istruzione. Sono gli ambiti in cui il Trentino esprime le posizioni relative più basse, vicine alla media nazionale.

Ora ci sono almeno due modi di leggere i dati: uno che enfatizza quello che abbiamo; l’altro che si concentra su quello che ci manca. Una cultura del limite appropriata si crea anche domandandosi come affrontare meglio, stanti le risorse disponibili, queste due questioni, che sono due sprechi gravi. Un futuro fatto di sviluppo appropriato e di qualità richiede certamente conoscenza e competenze elevate. Richiede, inoltre, opportunità dedicate e rimozione degli ostacoli, soprattutto culturali e ideologici, per le capacità delle donne e per il contributo che possono dare alla costruzione di una società migliore e più giusta.

 

* Professore di psicologia del lavoro e dell’organizzazione e di psicologia della creatività e dell’innovazione