I mondiali iracheni

– Tommaso Di Francesco –

Non può sfug­gire la sin­cro­nia che vede al via il samba tri­ste — tra festa, mise­ria e riscatto — dei mon­diali di cal­cio in Bra­sile, nelle stesse ore in cui esplode la nuova, san­gui­nosa crisi in Iraq. Che avrebbe preso il mondo «in con­tro­piede». In con­tro­piede? Vero è che chi semina vento rac­co­glie tem­pe­sta. Per­ché con l’avanzata mili­tare del jiha­di­smo qae­di­sta in metà dell’Iraq siamo di fronte al più grosso smacco dell’Occidente, in par­ti­co­lare degli Stati Uniti.

Che, appren­di­sti stre­goni, hanno coperto con le guerre il vuoto lasciato dall’89. La guerra del 2003 venne moti­vata con le armi di distru­zione di massa e con il fatto che Sad­dam Hus­sein com­plot­tava con al Qaeda. Non era vero, ma l’obiettivo era di stra­vol­gere i deli­cati equi­li­bri del Medio Oriente. Volta a volta, da una pre­si­denza Usa all’altra, in chiave bipar­ti­san, uti­liz­zando l’estremismo isla­mico per desta­bi­liz­zare il nemico rima­sto.

Articolo tratto da Il Manifesto

Foto: Mosul, Reuters

– Tommaso Di Francesco –


Non può sfug­gire la sin­cro­nia che vede al via il samba tri­ste — tra festa, mise­ria e riscatto — dei mon­diali di cal­cio in Bra­sile, nelle stesse ore in cui esplode la nuova, san­gui­nosa crisi in Iraq. Che avrebbe preso il mondo «in con­tro­piede». In con­tro­piede? Vero è che chi semina vento rac­co­glie tem­pe­sta. Per­ché con l’avanzata mili­tare del jiha­di­smo qae­di­sta in metà dell’Iraq siamo di fronte al più grosso smacco dell’Occidente, in par­ti­co­lare degli Stati uniti.

Che, appren­di­sti stre­goni, hanno coperto con le guerre il vuoto lasciato dall’89. La guerra del 2003 venne moti­vata con le armi di distru­zione di massa e con il fatto che Sad­dam Hus­sein com­plot­tava con al Qaeda. Non era vero, ma l’obiettivo era di stra­vol­gere i deli­cati equi­li­bri del Medio Oriente. Volta a volta, da una pre­si­denza Usa all’altra, in chiave bipar­ti­san, uti­liz­zando l’estremismo isla­mico per desta­bi­liz­zare il nemico rima­sto. Gli inizi furono in Afgha­ni­stan, negli anni Ottanta, con il soste­gno prima ai muja­hed­din poi, negli anni Novanta ai tale­bani por­tati al potere e diven­tati inter­lo­cu­tori di Washing­ton; e ancora la Bosnia Erze­go­vina con Clin­ton che favo­ri­sce l’ingresso di bri­gate muja­hed­din, senza dimen­ti­care la guerra di Sad­dam, per inter­po­sto inte­resse Usa, con­tro l’Iran degli aya­tol­lah ira­niani che crea l’«equivoco» del Kuwait, occa­sione della prima guerra all’Iraq e pro­dromo della seconda. È un viluppo di morte sca­ri­cata su altri popoli e con­ti­nenti a sal­va­guar­dia della «nostra» supre­ma­zia. Fino alle Pri­ma­vere arabe, annun­ciate dal discorso del Cairo di Obama del 2009 e alla loro deriva. Lì si pro­met­te­vano magni­fi­che sorti e pro­gres­sive ad un mondo ancora sot­to­messo, con l’irrisolta — e tale resta — que­stione pale­sti­nese, e alle prese con guerre feroci. I rove­sci di quelle tra­sfor­ma­zioni hanno impe­gnato l’Occidente in nuovi con­flitti che sono all’origine della nuova forza di al Qaeda. Che non sem­bra finita con l’uccisione da film di Osama bin Laden, ma trova nuovi gio­vani lea­der «per­ché combattenti».

Ecco la semina del vento: l’intervento mili­tare in Libia nel marzo 2011 di Fran­cia, Gran Bre­ta­gna, Ita­lia e poi, mas­sic­cia­mente degli Stati uniti — la prima guerra di Obama — che con i raid aerei aiu­tano le forze insorte, per­lo­più jiha­di­ste, ad abbat­tere Ghed­dafi, che ammo­niva: «Se cac­ciate me poi dovrete fare i conti con i nemici dell’Occidente». Una guerra che ha pre­pa­rato i san­tuari jiha­di­sti che hanno aperto il fronte in Siria. La defla­gra­zione che farà capire che tutto pre­ci­pita su Obama, fu l’11 set­tem­bre 2012 quando a Ben­gasi le stesse mili­zie isla­mi­che che ave­vano gestito con la Cia l’intervento Usa, ucci­sero l’ambasciatore Chris Ste­vens, l’ex agente di col­le­ga­mento dell’intelligence ame­ri­cana. Usci­rono di scena per que­sto la segre­ta­ria di Stato Hil­lary Clin­ton, che stenta per que­sto a can­di­darsi, sotto accusa dei Repub­bli­cani, e il capo della Cia David Petraeus, dimis­sio­nato per «adul­te­rio». Non con­tenti, l’avventura siriana ha por­tato la Casa bianca ad ade­rire alla coa­li­zione anti Bashar al Assad degli «Amici» della Siria, con Ara­bia sau­dita e Tur­chia in testa, che hanno riem­pito di armi le stesse for­ma­zioni jihadiste-qaediste che ora avan­zano in Iraq verso Bagh­dad. L’accusa dun­que non è quella neo-neocon a Obama di essersi riti­rato troppo pre­sto dall’Iraq, ma di essersi riti­rato troppo poco dal mili­ta­ri­smo uma­ni­ta­rio ere­di­tato, men­tre resta fino al 2016 in armi in Afgha­ni­stan dove i tale­bani sono più forti di prima. E ora, per fer­mare al Qaeda, rischia un altro inter­vento armato e intanto deve spe­rare che Assad vinca in Siria e che il sud sciita sia soc­corso in armi dal «nemico» Iran.

Non sap­piamo chi vin­cerà il cam­pio­nato del mondo di cal­cio, sap­piamo chi, in Medio Oriente, ha per­duto il mondo.

Articolo tratto da Il Manifesto

Foto: Mosul, Reuters