In ricordo di Panikkar

– L.Z. –

 
In ricordo di Panikkar

Era il 2004 quando per caso andai ad ascoltare un filosofo la cui biografia mi aveva incuriosito e che era a Trento per un convegno: padre indiano induista e madre cattolica catalana, laureato in chimica, filosofia e teologia, parlava perfettamente spagnolo, hindù, italiano, inglese, francese, tibetano, tedesco, sanscrito, greco antico e latino, sacerdote cattolico che apre il suo sito con una frase spiazzante: “sono partito cristiano, mi sono scoperto hindù e ritorno buddhista, senza cessare per questo di essere cristiano”. Ascoltando le riflessioni di Raimon Panikkar sul legame tra vita e morte, tra cielo e terra, tra corpo e anima – le questioni essenziali del nostro essere uomini – si percepiva fisicamente un’aura di serenità e saggezza antica.

– L.Z. –

 
In ricordo di Panikkar

Era il 2004 quando per caso andai ad ascoltare un filosofo la cui biografia mi aveva incuriosito e che era a Trento per un convegno: padre indiano induista e madre cattolica catalana, laureato in chimica, filosofia e teologia, parlava perfettamente spagnolo, hindù, italiano, inglese, francese, tibetano, tedesco, sanscrito, greco antico e latino, sacerdote cattolico che apre il suo sito con una frase spiazzante: “sono partito cristiano, mi sono scoperto hindù e ritorno buddhista, senza cessare per questo di essere cristiano”. Ascoltando le riflessioni di Raimon Panikkar sul legame tra vita e morte, tra cielo e terra, tra corpo e anima – le questioni essenziali del nostro essere uomini – si percepiva fisicamente un’aura di serenità e saggezza antica.

La sua morte mi ha rattristato, perché il mondo perde uno dei suoi grandi pensatori. Ma come spesso accade, può essere anche un’occasione per approfondire le sue riflessioni e seguire la via che ci ha indicato, quella della relazionalità.

Panikkar può essere definito come un filosofo del dialogo, che riprende una tradizione che va da Buber a Levinas, ma con orizzonti sconfinati.

La relazione, l’interconnessione originaria dell’uomo con il mondo e il divino, ci consente di superare la dicotomia tra soggetto e oggetto che uccide la verità. L’uomo è simbolo di tutto il reale, e soltanto attraverso il dialogo con l’altro uomo si può giungere ad una verità che non può mai essere ridotta ad oggetto e che necessita di una continua ricerca.

Sarebbe impossibile riassumere un pensiero fecondo come quello di Panikkar in poche righe, ma la direzione che credo abbia voluto indicarci consiste in definitiva nell’invito ad ognuno di noi a sentire la responsabilità che comporta la libertà di cui godiamo. L’idea (agostiniana) che l’eternità non viene dopo il tempo, la consapevolezza dell’unicità di ogni uomo e di ogni momento, comporta che nessuno può avere la garanzia che alla fine ci sarà un happy end; nessuno può assicurarci che alla fine il mondo e l’umanità non finiranno. Allora il destino della realtà è nelle nostre mani, la nostra partecipazione al dinamismo della realtà fa parte della nostra vocazione umana, e la nostra responsabilità in quanto uomini consiste nella ricerca di una vita autentica insieme agli altri uomini qui ed ora.