Io sto con la sposa: alcuni fermoimmagine, di Francesca Correr

Gabriele Del Grande è uno dei tre registi di Io sto con la sposa, il film-documentario nato dalle frasi di un incontro casuale, un incrocio di vite fortuito alla stazione centrale di Milano, quando un ragazzo palestinese chiedeva informazioni sul binario di partenza del treno per raggiungere la Svezia. Abdallah era sopravvissuto al naufragio di Lampedusa dell’11 ottobre 2013 (“naufragio di Lampedusa”, ricorrente quasi a chiamare per nome un tipo di morte preciso) e come tanti cercava di muoversi dall’Italia verso altre zone d’Europa. L’Europa della libera circolazione, che non per tutti è tale.
L’Europa della libera circolazione, che non per tutti è tale. Viene così organizzato un finto corteo nuziale, con il fine di attraversare le frontiere dei vari stati europei, e con Abdallah e altri compagni di viaggio arrivare fino alla Svezia. Parte la carovana della sposa, che fa di un atto di disobbedienza civile la sua missione: un viaggio che attraversa dei confini (sia quelli materiali degli stati che quelli delle categorie filmiche, in un passaggio continuo tra documentario e fiction, racconto di viaggio, diario di incontri, memoria e tensione verso il futuro).
Un viaggio che sviscera temi attuali legati alla migrazione, alla regolamentazione europea, ai conflitti e che, non in secondo piano, mostra una relazionalità, un fare insieme e “la bella umanità che ne viene fuori”.

I sommersi e i salvati 

Sulle pareti di un rudere tra Ventimiglia e Mentone, sulle montagne di confine tra Italia e Francia, Abdallah scrive dei nomi: sono compagni di viaggio annegati. Quanti saranno? Forse 250, che in Europa sono arrivati solamente nei caratteri arabi di Abdallah, e nella sua necessità di condividere quel racconto.
Tutt’attorno l’Europa della regolamentazione della mobilità.
Sono state discusse in questi giorni le misure europee di gestione della migrazione, le operazioni dai nomi antichi di Triton e Poseidon, divinità marine contemporanee, l’impulso allo smantellamento della rete di trafficanti.
Una soluzione alternativa al presidio militare delle coste – ricorda Gabriele Del Grande – esiste e in alcuni casi si sta già sperimentando: dall’anno scorso sono cessate le restrizioni alla libera circolazione dei cittadini bulgari e rumeni, membri dell’Unione la cui mobilità era prima dipendente da un permesso di lavoro.
Anche per evitare che mare nostrum si  converta in quello della morte, con i suoi tantidesaparecidos, la strada da imboccare è quella tesa alla libertà di movimento.

Durante il viaggio ti racconto… 

Il rap di Manar racconta di un ritorno il Palestina, proprio mentre viaggia in direzione opposta, da Marsiglia all’Europa del Nord. È un rap politico, adulto, partigiano; allo stesso tempo però si fa festa, si battono le mani, si tirano fuori le trombe e le fisarmoniche, si balla.
Perché il viaggio della sposa è anche un intreccio di umanità che si conoscono, nelle loro completezze, negli aspetti vitali che le compongono. Dai racconti terribili della guerra, dei morti e delle bombe – conversazioni nello spazio stretto di un’automobile – all’intimità che si crea tra compagni di viaggio nei momenti di scherzo, di ironia.
Il regista lo descrive come il viaggio di un’armata Brancaleone che produce un cortocircuito dell’immaginario, così diversa dalle immagini dei barconi, dell’”invasione”, dei corpi depersonalizzati dei telegiornali. Qui l’immaginario è quasi schernito; il corteo e i vestiti da cerimonia non permettono allo spettatore di collocarsi nelle immagini comode che sanciscono identità ristrette (di “migrante”, di “profugo”, di “europeo”). Queste identità invece vengono rimesse in discussione, si frastagliano nella costruzione di un substrato relazionale intimo, forse semplicemente umano.

Io sto con la sposa sta girando l’Europa e non solo. Questo testo prende spunto da una proiezione del film all’Università degli studi di Trento, in presenza del regista Gabriele Del Grande.
La proiezione del 21 maggio 2015 è stata organizzata dall’associazione No Limes, con gli interventi di Silvia Borelli (King’s College London) e di Simone Penasa (Università di Trento).
I componenti di No Limes hanno introdotto il pomeriggio con alcune frasi della Canzone dell’Appartenenza di Giorgio Gaber: “…io finalmente possa dire questo è il mio posto – dove rinasca, non so come e quando – il senso di uno sforzo collettivo per ritrovare il mondo”.
Le immagini sono tratte dal sito internet: www.iostoconlasposa.com
Per un approfondimento sulla mobilità in Europa: http://fortresseurope.blogspot.it