‘Sono diventato nero a 9 anni’: l’uguaglianza per Lilian Thuram

di Arianna Bazzanella


 

Aprendo un quotidiano locale, l’altro ieri si scopriva che Lilian Thuram ha scritto un libro. Ne aveva già scritto un altro, in realtà (Le mie stelle nere), ma in questi giorni sta presentando l’ultimo: Per l’uguaglianza edito da ADD editore.
A vedere quel volto e a leggere quel nome mi si è improvvisamente aperto il cassetto di un passato davvero lontano, per vita se non per anni. Era la fine degli anni ’90 e condividevo molto del mio tempo con un’amica esperta e grande appassionata di calcio con cui ho vissuto il pathos per le competizioni internazionali di quel momento, arrivando a simpatizzare per il Parma di Baggio (Dino), Cannavaro, Crespo, Buffon… e per l’appunto Thuram. Della serie: ti piace vincere facile, visto che quella squadra radunava alcuni tra i migliori giocatori al mondo. Per me, molto poco calcisticamente, erano ‘le apine’ (piccole api) per via di quelle righe sulla divisa.

Parma

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Lo sport è un modo nobile di stare assieme e di farsi del bene, ma il business e l’eccesso mi hanno stufata presto e la passione ha lasciato velocemente il passo al disgusto e alla scarsa stima generalizzata verso la ‘categoria calciatori’.
Ci ha pensato ‘capitan Zanetti‘ a farmi cambiare un po’ idea, durante una serata in un locale milanese quando, con la moglie, ha raccontato quello che stava facendo con la sua Fondazione PUPI per i bambini dell’Argentina.
E ieri ci ha pensato Lilian Thuram, alla Libreria Cazzaniga di Arco, raccontando della sua Fondazione e dei libri, che traducono il suo impegno per contribuire a fare il mondo migliore.
Thuram è nato nel 1972 a Guadalupa (terra di colonialismo francese) dove ha vissuto i suoi primi anni di vita accanto ai quattro fratelli per poi seguire la madre a Parigi all’età di nove anni. Il libro parte con la biografia di Lilian perché – dice – “Per capire il lavoro che sto facendo oggi, bisogna capire la mia infanzia e la mia famiglia”. Per esempio che ha avuto una madre molto forte, che da sola ha cresciuto cinque figli (di padri diversi, ma nel suo Paese è frequente) e che un giorno è partita per andare a lavorare a Parigi. Lilian aveva appena 8 anni. Dopo un anno, tutti si spostarono nella capitale francese.
E’ la storia, comune, di chi ha difficoltà a vivere nella sua terra e quindi parte per ‘l’altrove’, per dare un futuro migliore alla propria famiglia, ai propri bambini. Una lezione materna molto importante per Lilian perché gli ha insegnato che quando vuoi qualcosa, devi andare a cercarla. Anche se la fortuna un po’ c’entra: nell’accoglienza del Paese straniero, perché la madre di Lilian è stata aiutata e questo le ha permesso di sfamare e crescere più serenamente i figli; ma anche nell’accoglienza nel proprio Paese, visto che i bambini, da soli, hanno ricevuto sostegno dalla loro comunità, tanto che quel tempo, nonostante l’assenza della madre, ha lasciato in Lilian un ricordo piacevole.
Arrivato a Parigi, però, si accorge per la prima volta di ‘essere nero’. Sì, perché diventiamo qualcosa negli occhi degli altri e gli altri bambini lo vedono prima di ogni altra cosa così: nero. E non è molto bello, perché all’epoca in Francia veniva trasmesso un cartone animato con due mucche: una bianca e molto intelligente; l’altra nera e stupida. E perché? – chiede Lilian ai molti bambini e ragazzi presenti: “Perché in Francia erano bianchi”, osa rispondere il mio simpatico vicino. Già. E questo porta Thuram a riflettere sul peso della cultura e delle idee che costruiamo attraverso l’ambiente in cui cresciamo: “Razzisti non si nasce, si diventa. Perché il razzismo è culturale”. Come è culturale il pensare, da parte di alcuni uomini, di essere superiori alle donne. La cultura spesso porta a costruire delle gerarchie e per Lilian (che ha subìto questo modo di pensare) era importante parlarne per cominciare a smantellarle, prima di tutto attraverso un’educazione attenta delle nuove generazioni: la cosa più importante per un essere umano, perché è l’educazione che permette di pensare e di farlo in maniera autonoma, anche in modo differente da come ci è stato insegnato. Le gerarchie si insinuano in molti modi di pensare radicati nelle abitudini e nelle tradizioni e per questo bisogna conoscerle per andare a intaccarle. E Lilian è convinto che in questo modo l’essere umano sia diventato nei secoli sempre ‘più umano’; che bisogna andare avanti in questa direzione, perché il mondo è migliorato e siamo sulla strada giusta: il nonno di Lilian è morto ad appena 60 anni dalla fine della schiavitù nel suo Paese; la sua mamma, del 1947, è nata durante la segregazione negli USA e la colonizzazione; lui stesso, del 1972, è nato quando in Sud Africa c’era ancora l’apartheid. Sempre più persone sanno che non si può giudicare una persona dal colore della pelle, dalla sessualità, dal genere e bisogna investire nell’educare a questo.

Lilian Thuram 2

 

Lilian avrebbe molto da dire. Ma a questo punto si ferma per lasciare spazio alle domande. Il sindaco, molto ospitale e partecipe, ne avrebbe alcune ma Lilian prima chiede ai ragazzi presenti: li guarda negli occhi, quasi uno per uno. Fa battute loro rivolte. Ne sceglie uno e gli chiede di fare una domanda, una qualsiasi, non importa quale. L’imbarazzo c’è, ma finisce presto perché, dice Lilian, “devi capire che puoi fare una domanda e non succede niente”. E, così, il ragazzo chiede, come forse non avrebbe mai pensato di fare. E io ho pensato che c’era più pedagogia in quei trenta secondi che in molti solleciti all’interno delle nostre aule scolastiche. Perché poi da lì altri hanno chiesto e si è parlato di numeri di maglia e di vittorie, ma anche dell’importanza dell’amicizia e del gioco di squadra anche se l’amicizia non c’è; dello stare insieme per un obiettivo; dell’imparare dagli altri e a stare insieme; dell’importanza dei figli per chi li ha; e del tifo che non dipende dal colore della pelle: i suoi bimbi inizialmente tifavano Italia quando lui giocava per la Francia, perché sono nati a Parma e si sentivano Italiani. Perché si è figli anche del posto in cui si cresce e si vive: e si può essere Italiani anche se il colore della pelle non è bianco.
Domanda: “Adesso per quale squadra tifi?”
Lilian non fa il tifo per una squadra, ma per il gioco: se ce n’è una che merita la vittoria, lui è per questa. Perché – dice – è pericoloso guardare una partita e non essere capace di ammettere che la propria squadra ha giocato male. Pensare di vincere a tutti i costi, è pericoloso: bisogna saper ammettere i meriti degli avversari.
E questo discorso mi è sembrato una bella metafora per tanti ambienti della nostra vita quotidiana. Chissà – mi sono chiesta io – se tutti questi bei ragazzini lo capiranno.
Domanda: “Le piacerebbe allenare?”
Troppo difficile, sarebbe esonerato dopo due settimane! Forse con i bambini, per divertirsi e far divertire. Anche se con i piccoli bisogna essere molto preparati per il ruolo educativo che si riveste: bisogna insegnare a stare insieme, a capire quale può essere il proprio compito e a occupare il proprio posto nel gruppo, a condividere, a mettersi a disposizione degli altri nel gioco comune… E non sempre le persone sono preparate per svolgere questa funzione importantissima che ha lo sport, potendo sfruttare l’occasione della passione e del divertimento come veicoli di educazione.
Domanda: “Ma il razzismo non è dovuto anche al fatto che spesso i neri sono poveri?”
I poveri fanno sempre paura. Anche in un Paese dove tutti sono neri, i neri poveri fanno paura. Questo è vero, ma è anche vero che spesso il colore della pelle è la prima cosa che ‘si vede’ delle persone e non si pensa che sono invece, prima di tutto, esseri umani. E’ la storia che ha portato alla costruzione del ‘nero’, perché ‘i neri’ non esistono! Come non esistono ‘i bianchi’ o ‘i musulmani’ o ‘gli Italiani’: è solo un modo per dire ‘siamo diversi’. Ma non è così: esistono le persone, esistono uomini e donne, ognuno diverso dall’altro e bisogna giudicare le singole persone. E quando si verificano episodi di razzismo non bisogna interpellare chi può esserne soggetto, ma agli ‘altri’: non ci si deve aspettare che i giocatori stranieri reagiscano ai tifosi xenofobi negli stadi, sono gli altri che possono fare la differenza: se un giorno fossero questi a lasciare lo stadio per protesta, cambierebbero molte cose. Perché se una cosa non ti tocca davvero, non ti impegni. Ma invece bisogna comunicare il contrario: se c’è una discriminazione che non ci riguarda, lì dobbiamo intervenire: questa è la via per una società più giusta. Come a dire che il maggior pericolo di ogni società è l’indifferenza. Del resto come dice Albert Einstein citato dallo stesso Thuram in apertura del libro, “Il mondo è un posto pericoloso, non a causa di quelli che fanno male, ma a causa di coloro che stanno a guardare senza fare niente.”
E l’altro pericolo da scongiurare è insito in chi, al contrario, rischia di essere vittima di discriminazione e di dare per scontata l’emarginazione: è necessario sostenere l’autostima e la consapevolezza ad avere diritto al rispetto e quindi a non avere limiti, perché il razzismo e l’omofobia vanno a minare proprio questo. Le persone vittime di discriminazione, anche scherzosa, rischiano di sentirsi non accettate, quando invece ciò di cui tutti abbiamo bisogno è amore, inteso proprio come accettazione dell’altro così com’è.
Ultima domanda: “E la Fondazione com’è nata?”
Durante una cena a Barcellona. Un pubblicitario ha chiesto, a fine carriera, ‘cosa vuoi fare da grande?’ e Lilian ha risposto scherzando ‘voglio cambiare il mondo; mi piacerebbe andare a scuola per parlare ai bambini che il razzismo non è naturale’. E il pubblicitario ha risposto ‘In bocca al lupo! Io sono vecchio e so che il mondo non si cambia’. Ma dopo una settimana si sono risentiti a partire da quei discorsi e da lì è nata l’idea di una Fondazione e dei libri per ricordare che cosa vuol dire ‘essere un essere umano’: è vivere insieme riconoscendo l’altro; cercando di capire l’altro; accettando l’altro. Evitando le etichette che squalificano e discriminano e che dividono l’umanità in gruppi avversari, come accade oggi ai ‘migranti’ racchiusi sotto un’etichetta che dimentica che prima di tutto sono uomini e donne in cerca della possibilità di vivere. Lo stesso vale per le persone omosessuali.
Questo, alla fine, è uguaglianza: vedere l’altro come me stesso, come titolare dei miei stessi diritti a prescindere da come è fatto e da dove viene; perché, prima di tutto, è e rimane un essere umano. Qualcuno l’uguaglianza la vuole, ma qualcuno no: per questo, suggerisce Lilian, abbiamo molto lavoro da compiere.

Nota: i virgolettati non sono citazioni testuali, ma sintesi della registrazione dell’incontro tenutosi presso la Libreria Cazzaniga di Arco, martedì 28 luglio 2015.
Arianna Bazzanella