I ponti di Sarajevo

Proiezione film
Giovedì 29 gennaio 2015, ore 21.00, Cinema Astra (Trento)
Organizza: Comune di Trento in collaborazione con la Fondazione Museo storico del Trentino, Trento Generazioni consapevoli e Trentino Film Commission

Proiezione film
Giovedì 29 gennaio 2015, ore 21.00, Cinema Astra (Trento)
Organizza: Comune di Trento in collaborazione con la Fondazione Museo storico del Trentino, Trento Generazioni consapevoli e Trentino Film Commission

Giorno della memoria: "I ponti di Sarajevo"

Il 27 gennaio ricorre il 70° anniversario dell'abbattimento dei cancelli del campo di concentramento di Auschwitz. In ricordo della fine della Shoah, Trento celebra il Giorno della memoria. Assieme a quella dello sterminio degli ebrei, c'è la memoria di altri genocidi, precedenti e successivi che hanno segnato il Novecento, memorie che rischiano di essere dimenticate come quella del genocidio del popolo armeno durante la Grande Guerra e dei serbi nell'ex Jugoslavia, avvenuto solo vent'anni fa. Per questo da Comune di Trento in collaborazione con la Fondazione Museo storico del Trentino, Trento Generazioni consapevoli e Trentino Film Commission vengono proposti alcuni momenti di riflessione per contribuire a riportare l'attenzione anche su tragedie più vicine ai giorni nostri con alcune proiezioni con Ingresso libero. In questa occasione "I ponti di Sarajevo".

Informazioni: 0461884220, infocultura@comune.trento.it

In Armenia fu genocidio o no? A cento anni dal «Grande Male»

di Francesca Correr Il non-ti-scordar-di-me è il fiore azzurro scelto a simbolo della commemorazione del centenario del genocidio degli armeni, il «Grande Male». È anche il simbolo del gruppo musicale Genealogy, che rappresenta l’Armenia nella competizione canora dell’Eurovision Song Contest: cinque artisti come i cinque petali del non-ti-scordar-di-me, provenienti dai cinque continenti e figli della diaspora armena. La canzone presentata si intitola Face the shadow (Affronta l’ombra); il titolo originale, poi cambiato in corso d’opera, era però il più diretto Don’t deny! (Non negare!). La criticità della memoria dello sterminio armeno è balzata alle cronache prepotentemente dopo le affermazioni del Papa nel giorno della Pasqua ortodossa, che ha ricordato quello armeno come “il primo genocidio del XX secolo”. Non si sono fatte attendere le rimostranze turche all’uso del termine “genocidio”. La Turchia infatti ha sempre mantenuto una posizione ufficiale di tipo negazionista: le violenze subite dagli armeni sono da considerarsi in seno alle bellicosità della Prima Guerra Mondiale. Il Parlamento Europeo, invece, ha riconosciuto ufficialmente il massacro degli armeni come genocidio il 15 aprile di quest’anno con una risoluzione che “deplora fermamente ogni tentativo di negazionismo”. In questo breve testo si cerca di fornire un sintetico inquadramento generale del genocidio armeno e si propone poi una traccia che indirizzi il lettore al ricchissimo dossier presentato dall’Osservatorio Balcani e Caucaso dal titolo “Genocidio Armeno 1915-2015”. Il genocidio degli armeni inizia la notte del 24 aprile 1915, nella capitale dell’Impero Ottomano: intellettuali, poeti e riferimenti culturali della comunità vengono prelevati dalle loro case e uccisi. Lo sterminio continua spostandosi a est, nelle terre armene, da dove cominciano quelle che verranno poi chiamate “marce della morte”. Gli uomini vengono uccisi e le donne e i bambini condotti attraverso il deserto siriano e lasciati morire di stanchezza, fame e sete. Il bilancio di queste marce disperate e degli omicidi diretti si aggira attorno al milione e mezzo di vittime. Il contesto socio-politico è quello di un governo ottomano in mano ai Giovani Turchi, che perseguono la costruzione di una modalità statale di stampo nazionalista: è fomentata l’unione dei popoli turchi (una lingua-una nazione) mentre la minoranza armena, indoeuropea e cristiana dal 300, diviene un obiettivo da colpire. La partita si delinea anche nei suoi elementi di carattere geopolitico; legata agli equilibri e ai conflitti tra Impero Ottomano e Russia (gli intellettuali armeni sono accusati di tradimento di matrice filo-russa). Ma la storia degli armeni è costellata di occupazioni e violenze; nel 1894 vi è un primo massacro di circa 300.000 persone, in risposta a una rivolta contro l’oppressione curda e turca. L’ombra della Russia zarista è già presente nell’appoggio delle rivendicazioni indipendentiste armene (non a caso l’Armenia poi diventerà uno degli stati dell’Unione Sovietica). I conflitti di area continuano anche nel ‘900 e dopo la caduta dell’URSS; basti pensare alla guerra sconosciuta nel Nagorno-Karabakh del 1992-94 tra azeri e armeni (dal 1991 il Nagorno-Karabakh si definisce uno stato indipendente, abitato in prevalenza da armeni). Il centenario del genocidio permette quindi la costruzione di una riflessione sulla memoria dell’evento in sé ma si dimostra anche un’occasione per approfondire la conoscenza di un’area che spesso non gode di protagonismo mediatico, marginale nei libri di storia. L’Osservatorio Balcani e Caucaso propone un ampio dossier di approfondimenti di varia matrice legati al genocidio armeno. Una parte del dossier, dal titolo “Attualità”, raccoglie vari articoli che analizzano il genocidio, e il suo centenario, sotto diversi aspetti. Simone Zoppellaro si sofferma sul dibattito internazionale sul riconoscimento del massacro armeno come genocidio e sui rapporti geopolitici che ne circondano la memoria (da quelli tra Armenia e Turchia alla posizione di Israele). Interessante anche la traduzione di un articolo di Maria Titizian che ci propone un augurio per il futuro: “Mentre un secolo di dolore, sofferenze e perdite si conclude, un altro nascerà. Facciamone il nostro secolo. Un secolo di successi. Iniziamo questo nuovo secolo, finalmente, il 25 aprile.”. Il dossier è poi arricchito da un’ampia sezione di reportage, interviste e testimonianze: da segnalare l’attenzione al tema della diaspora e della storia dei rimpatri in Armenia dopo gli anni Quaranta attraverso le memorie familiari e personali, sguardi intimi che ricostruiscono una storia collettiva. È possibile inoltre accedere a due contributi multimediali (un incontro con il fotografo Alvaro Deprit nell’ambito del seminario “Armenia” nel contesto di Rovereto Immagini 2012 e un tour virtuale dell’Armenian Genocide Museum) e a una lista di consigli di lettura sul tema. Interessante inoltre la sezione “Eventi”: a Milano il 24 aprile si terrà la conferenza Il genocidio armeno tra storia e memoria mentre nel padovano si segnalano lo spettacolo teatrale Come polvere sul tavolo (24 aprile) e il seminario Riflessioni sulla storia armena a partire dal concetto di martirio in relazione al Genocidio del 1915 - "Metz Yeghern" (2 maggio). Segnaliamo, infine, un romanzo ambientato a Milano, Come sabbia nel vento: una storia che intreccia Italia e Armenia e l'unversalità dell'amore, dell'odio, del dolore.

Riconciliazione contro la guerra

Si avvicina fine anno e, come in molte altre realtà, al Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani è tempo di fare bilanci e relazioni di fine anno. Tra le centinaia di scritti, dibattiti, eventi, iniziative organizzate direttamente da noi o alle quali ho partecipato soprattutto due frasi mi tornano spesso alla memoria. A giugno ero a Modena per la festa dei 50 anni della rivista “Azione nonviolenta” fondata da Aldo Capitini e ho avuto modo, durante le pause della festa, di visitare l'Accademia Militare di Modena (istituzione di formazione militare dell'esercito italiano). All'ingresso un’enorme scritta accoglie visitatori e allievi cadetti: “Preparo alle glorie di Italia i nuovi eroi”. Poi, a dare “man forte” a questa frase, un'intera parte delle mura dell'accademia è ricoperta da centinaia di migliaia di nomi di soldati morti nelle molte, troppe, battaglie combattute.

Massimiliano Pilati Presidente Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani Articolo pubblicato su "Il Corriere del Trentino" del 28 dicembre 2014

Si avvicina fine anno e, come in molte altre realtà, al Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani è tempo di fare bilanci e relazioni di fine anno. Tra le centinaia di scritti, dibattiti, eventi, iniziative organizzate direttamente da noi o alle quali ho partecipato soprattutto due frasi mi tornano spesso alla memoria.

A giugno ero a Modena per la festa dei 50 anni della rivista “Azione nonviolenta” fondata da Aldo Capitini e ho avuto modo, durante le pause della festa, di visitare l'Accademia Militare di Modena (istituzione di formazione militare dell'esercito italiano). All'ingresso un’enorme scritta accoglie visitatori e allievi cadetti: “Preparo alle glorie di Italia i nuovi eroi”. Poi, a dare “man forte” a questa frase, un'intera parte delle mura dell'accademia è ricoperta da centinaia di migliaia di nomi di soldati morti nelle molte, troppe, battaglie combattute. Mi sono soffermato in raccoglimento parecchi minuti davanti all'elenco interminabile di morti in guerra. Giovani strappati alle loro famiglie e ai loro affetti per motivi che non sempre sono comprensibili e troppo spesso non sono assimilabili alla, a volte necessaria, “difesa della Patria”. A questa scritta ricca di retorica militarista e presente in un istituto di formazione militare che tuttora forma i nostri soldati, contrappongo una frase pronunciata da Malala Yousafzai, la ragazzina pakistana premio Nobel per la Pace 2014, durante il discorso da lei tenuto in occasione della consegna del Premio (10 dicembre 2014, Oslo): “Un bambino, un insegnante, una penna e un libro possono cambiare il mondo”. La lotta di Malala e di tante bambine e bambini di tutto il mondo è semplicemente quella di poter andare a scuola per formarsi alla vita. In troppi luoghi del nostro mondo il fondamentale diritto all'istruzione è considerato (per dirlo con le parole di Malala) un “reato”. Per questo nel nostro fortunato Trentino dobbiamo sforzarci nel rafforzare nelle nostre scuole anche argomenti come dialogo, come lo studio di una sana cultura di pace e dei diritti fondamentali, come la convivenza. Purtroppo in questo periodo di crisi per far quadrare il bilancio provinciale si parla di tagliare anche degli ottimi strumenti di cui in questi anni la nostra Provincia si è dotata: Il Centro Millevoci, il Centro di Formazione alla Solidarietà internazionale, 'Osservatorio Balcani e Caucaso e lo stesso Forum sia nelle scuole che dentro la nostra società sono stati e sono importanti strumenti di analisi, approfondimento e formazione e per questo vanno tutelati. Come Consiglio del Forum, pur capendo le necessità di far quadrare i conti, abbiamo espresso profonda preoccupazione sul futuro di queste realtà che contribuiscono quotidianamente a rafforzare una sana cultura di pace. Ancora oggi ci sono milioni di esseri umani che in virtù di un’appartenenza (etnica, nazionale, religiosa, ideologica, sessuale, etc.) subiscono forme di discriminazione, violenza, sopruso, negazione di diritti. Come Forum concentreremo le azioni dei prossimi anni attorno al tema dei diritti negati: il punto di partenza è che non si può costruire la pace e poi affermare i diritti, bensì è affermando i diritti che si può arrivare a una società di pace diffusa e duratura. E questo non riguarda solo Paesi lontani, segnati da conflitti armati, ma coinvolge anche le nostre comunità. Partiremo nelle prossime settimane con la ricerca I giovani e la pace, realizzata con il Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale dell’Università di Trento, che vuole indagare il posizionamento dei giovani in relazione ai temi prioritari del Forum per poi proporre azioni e interventi di riflessione, formazione e confronto che risultino coerenti e per questo efficaci con i reali fabbisogni e sensibilità. La diffusione dei risultati sarà poi occasione per proporre eventi rivolti anche alla comunità adulta, chiamata a riflettere e confrontarsi su queste tematiche. L’augurio per il nuovo anno rivolto a tutti noi è che in un mondo che vede come unica soluzione dei conflitti (personali, di quartiere, mondiali) la violenza, gli eserciti e la guerra si possano finalmente sperimentare, a cominciare dal nostro bel Trentino, nuovi percorsi che tentino il dialogo e la riconciliazione. In un mondo che istruisce alla gloria dell'immolarsi da eroi martiri per difendere il proprio territorio vorrei si contrapponesse una sana educazione al dialogo, alla convivenza pacifica, alla risoluzione nonviolenta dei conflitti e alla riconciliazione. Massimiliano Pilati Presidente Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani Articolo pubblicato su "Il Corriere del Trentino" del 28 dicembre 2014 <b/p>

Peshawar, Cronaca di un massacro

- Emanuele Giordana -

Un attacco terroristico produce un bilancio di oltre 140 morti, in stragrande maggioranza studenti (132 secondo le ultime stime). Maschi e femmine uccisi in una giornata convulsa che richiede almeno quattro ore per confinare i guerriglieri islamisti del Tehreek-e-Taleban Pakistan in una zona delle scuola dove sgominarli e ucciderli

Comincia nella tarda mattinata di un giorno di scuola apparentemente normale il peggior attacco terroristico della storia del Pakistan. Un attacco che produce un bilancio di oltre 140 morti, in stragrande maggioranza studenti (132 secondo le ultime stime). Maschi e femmine uccisi in una giornata convulsa che richiede almeno quattro ore per confinare i guerriglieri islamisti del Tehreek-e-Taleban Pakistan in una zona delle scuola dove sgominarli e ucciderli. Succede a Peshawar, la capitale della provincia nordoccidentale – al confine con l'Afghanistan – nel college militare di Warsak Road che fa parte di una rete di 146 scuole che fanno capo all'esercito: liceo e secondaria frequentate da quasi 500 studenti tra i 10 e i 18 anni d'età. Un massacro premeditato e senza alcun senso se non per il fatto che il college è una scuola militare. Una scuola con ragazzi che in maggioranza sono minorenni.

Articolo pubblicato su Il Manifesto e Lettera 22

- Emanuele Giordana -

Un attacco terroristico produce un bilancio di oltre 140 morti, in stragrande maggioranza studenti (132 secondo le ultime stime). Maschi e femmine uccisi in una giornata convulsa che richiede almeno quattro ore per confinare i guerriglieri islamisti del Tehreek-e-Taleban Pakistan in una zona delle scuola dove sgominarli e ucciderli

Comincia nella tarda mattinata di un giorno di scuola apparentemente normale il peggior attacco terroristico della storia del Pakistan. Un attacco che produce un bilancio di oltre 140 morti, in stragrande maggioranza studenti (132 secondo le ultime stime). Maschi e femmine uccisi in una giornata convulsa che richiede almeno quattro ore per confinare i guerriglieri islamisti del Tehreek-e-Taleban Pakistan in una zona delle scuola dove sgominarli e ucciderli. Succede a Peshawar, la capitale della provincia nordoccidentale – al confine con l'Afghanistan – nel college militare di Warsak Road che fa parte di una rete di 146 scuole che fanno capo all'esercito: liceo e secondaria frequentate da quasi 500 studenti tra i 10 e i 18 anni d'età. Un massacro premeditato e senza alcun senso se non per il fatto che il college è una scuola militare. Una scuola con ragazzi che in maggioranza sono minorenni.


La furia omicida del commando – tra sei e dieci persone – si abbatte subito su insegnanti e ragazzi, giovani e giovanissimi studenti che l'istituto indirizza alla carriera militare. E' giorno d'esami ma c'è anche una festa programmata nella quale irrompe il commando entrato da una porta laterale: sparano all'impazzata non si capisce ancora come e con che logica. Hanno avuto solo un ordine dai loro capi: sparare agli “adulti” e risparmiare i “piccoli”. Missione impossibile in un parapiglia di centinaia di studenti e decine di insegnanti ostaggio - oltre che delle armi - del terrore, il viatico dell'ennesima campagna dei talebani pachistani per sprofondare le città e la gente nella paura. Gran parte dei più piccoli, sostiene Al Jazeera, riesce a scappare alla spicciolata. I più grandi sono meno fortunati.
La dinamica è per ora ancora frammentata (la ricostruzione ora per ora sul sito del quotidiano The Dawn) e non è chiaro né evidente come i guerriglieri, travestiti da militari, abbiano organizzato la strage. Ma è chiaro che strage doveva essere: vendetta per la missione militare “Zarb-e-Azb” del governo che da alcuni mesi martella il Waziristan, agenzia tribale rifugio per talebani e sodali stranieri.
La rivendicazione del Ttp arriva poco dopo l'ingresso del commando e spiega che il target sono proprio i più anziani, studenti compresi. Non dunque ostaggi da trattenere per negoziare qualcosa, ma obiettivi della vendetta.

I parenti dei ragazzi iniziano ad arrivare fuori dalla scuola che è vicino a una caserma; le sirene delle ambulanze sono la cornice dello scenario più sinistro che Peshawar abbia mai visto. Il primo ministro Nawaz Sharif, che definisce l'attacco una “tragedia nazionale” - decreterà poi tre giorni di lutto nazionale -, vola a Peshawar dove converge anche il capo dell'esercito Raheel Sharif: i suoi soldati intanto stanno cercando di liberare la scuola aula per aula, mentre il commando si va asserragliando nell'area amministrativa dell'edificio. Si trova comunque il tempo anche per la polemica politica: Nawaz è ai ferri corti con Imran Khan, criticissimo capo del partito al potere nella provincia del Khyber Pakhtunkhwa. Ora la falla nella sicurezza mette in difficoltà anche il contestatore. Tutti, compresi i partiti islamisti (legali), prendono le distanze dall'attacco e così i diversi responsabili politici e religiosi. Il mondo guarda allibito.

Alle tre del pomeriggio la situazione comincia a essere sotto controllo: fonti riferiscono che alcuni miliziani avrebbero tentato la fuga rasandosi la barba. Ma le voci corrono incontrollate: il commando è ancora dentro. Qualcuno si è fatto già esplodere, altri tirano granate, sparano con mitraglie di ultima generazione. Alle 15 e 35 radio Pakistan lancia il primo duro bilancio dei morti: 126, un numero inimmaginabile solo qualche ora prima. E destinato a crescere. E' in quel momento che i militari pachistani sono intanto riusciti a raggiungere il loro obiettivo e pochi minuti prima delle 16 fanno sapere che il commando è ormai confinato in un'area precisa dell'enorme scuola militare.

Poco più tardi il ministro dell'Informazione della provincia Mushtaq Ghani dice all'Afp che il bilancio è di 130 morti. Sono già 131 qualche minuto dopo. Poi salgono a 140 e così avanti. 

I militanti del Ttp non possono parlare. Tutti morti. Non potranno spiegare quale delle tante fazioni dell'ex ombrello jihadista – divisosi nel corso del 2014 in quasi una decina di rivoli – ha deciso la strage. Muhammad Khorasani, l'uomo che per primo rivendica, non è un nome noto della galassia col cappello talebano. Il gruppo, che dal 2010 figura nella lista dei “most wanted” internazionali, ha mantenuto una certa unità sino alla morte nel 2009 di Beitullah Meshud – il fondatore del Ttp con Wali-ur-Rehman (anche lui ucciso nel 2013) - e ancora sotto la guida di Hakimullah Meshud, assassinato da un drone alla fine del 2013. Da allora il gruppo si è diviso su questioni ideologiche e diatribe tribali (una parte per esempio ha aderito al progetto di Al Baghdadi, una fazione ha contestato la leadership dei Meshud). Quel che è certo è che la deriva stragista nei confronti dei civili, già utilizzata senza problemi dal Ttp (a differenza della maggior parte dei cugini afgani), ha preso velocità. Il Ttp non è nuovo a bombe nei bazar e nelle moschee ma non era mai giunto a tanto. Un tentativo negoziale col governo alcuni mesi fa è fallito e a giugno l'esercito ha iniziato a ripulire il Nord Waziristan con l'operativo Zarb-e Azb, tuttora in corso, colpendo i rifugi della guerriglia pachistana e straniera dal cielo e da terra con 30mila uomini.

Articolo pubblicato su Il Manifesto e Lettera 22

SEMPREVERDI Rassegna di editoria, cultura e libri d’occasione

Il 15 e il 16 dicembre La Fondazione Museo storico del Trentino invita a

SEMPREVERDI. Rassegna di editoria, cultura e libri d'occasione 

Un’occasione di incontro con i libri e i loro autori: libri da scoprire, da acquistare e da regalare, autori da conoscere, da interrogare e da ascoltare. Una rassegna  per conoscere la produzione editoriale della FMST e per approfondire, attraverso momenti di discussione e d’intrattenimento, gli argomenti trattati.

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