Messico: il massacro degli studenti

– Michela Giovannini –

Articolo tratto da unimondo.org

I fatti accaduti recentemente nello stato di Guerrero, sebbene vengano liquidati da più parti come questioni legate esclusivamente a poliziotti conniventi con la criminalità organizzata (si veda ad esempio la superficialità di questo articolo di Repubblica on-line), sono un esempio eclatante degli stretti legami esistenti tra classe politica, forze dell’ordine e criminalità organizzata in Messico.

Un veloce riepilogo dei fatti: nella notte tra il 26 e il 27 settembre nella città di Iguala due diversi attacchi da parte della polizia municipale e bande armate legate ai narcos lasciano 6 morti, 25 feriti di cui due in gravi condizioni, e 57 desaparecidos. Dei morti, tre sono studenti della Escuela Normal Rural di Ayotzinapa, che assieme ad altri loro compagni si erano recati a raccogliere fondi e stavano rientrando a bordo di vari autobus che avevano occupato.

Foto del Centro de Derechos Humanos de la Montaña Tlachinollan

– Michela Giovannini –

Articolo tratto da unimondo.org

I fatti accaduti recentemente nello stato di Guerrero, sebbene vengano liquidati da più parti come questioni legate esclusivamente a poliziotti conniventi con la criminalità organizzata (si veda ad esempio la superficialità di questo articolo di Repubblica on-line), sono un esempio eclatante degli stretti legami esistenti tra classe politica, forze dell’ordine e criminalità organizzata in Messico.

Un veloce riepilogo dei fatti: nella notte tra il 26 e il 27 settembre nella città di Iguala due diversi attacchi da parte della polizia municipale e bande armate legate ai narcos lasciano 6 morti, 25 feriti di cui due in gravi condizioni, e 57 desaparecidos. Dei morti, tre sono studenti della Escuela Normal Rural di Ayotzinapa, che assieme ad altri loro compagni si erano recati a raccogliere fondi e stavano rientrando a bordo di vari autobus che avevano occupato. I fondi sarebbero serviti per la partecipazione all’annuale marcia del 2 ottobre, data in cui si ricorda il massacro di Tlatelolco a Città del Messico, dove nel 1968 vennero uccisi più di 300 studenti. Anche i desaparecidos sono tutti studenti, sebbene il numero scenderà a 43 nei giorni immediatamente successivi all’agguato, visto che molti si erano nascosti per paura di ulteriori rappresaglie. Gli altri tre morti sembrano “accidentali”: si ipotizza uno scambio di bersaglio, dato che nel secondo attacco viene preso di mira un autobus che trasportava una squadra di calcio giovanile. 7 milioni di giovani non studia né lavora per mancanza di una qualsiasi opportunità.

I fatti di Iguala hanno scatenato un’ondata di reazioni in tutto il paese e anche all’estero, e l’8 ottobre si sono svolte manifestazioni in varie città messicane, latinoamericane, statunitensi ed europee, per esigere il ritrovamento degli studenti scomparsi e denunciare le responsabilità del governo statale e federale: “li avete presi vivi, li rivogliamo vivi”, si leggeva su numerosi cartelli in varie parti del mondo. Lo stesso giorno a San Cristóbal de las Casas sono scese in piazza più di 20 mila basi d’appoggio zapatiste, che hanno marciato in silenzio per esprimere il loro dolore di fronte ai fatti di Ayotzinapa, e mostrare ancora una volta che, dietro ai loro passamontagna, ci sono persone che continuano una resistenza ed una lotta che trascendono i confini del Chiapas.

Secondo il vescovo Raúl Vera quanto successo si inscrive in una strategia di criminalizzazione del dissenso e di vero e proprio massacro di chi è impegnato nelle lotte sociali. Secondo il religioso si tratta di vere e proprie tattiche di terrorismo di stato, che hanno antecedenti nel massacro di Acteal, o nella repressione avvenuta nel 2006 a San Salvador Atenco, zona “calda” per l’opposizione di varie organizzazioni locali al progetto del nuovo aeroporto (recentemente tornato in auge). Vera sottolinea come la crudeltà accomuni questi crimini: nel 1997 ad Acteal 45 persone di etnia tsotsil, uomini e donne, bambini e bambine, vennero massacrate a sangue freddo da un gruppo di paramilitari, protetti da esercito regolare e polizia, mentre stavano pregando in una chiesa. Ad Atenco, quando era governatore l’attuale presidente del Messico Enrique Peña Nieto, e durante il passaggio della Otra Campaña zapatista, si verificarono gravi abusi: due morti, centinaia di detenzioni arbitrarie e violenze sessuali su almeno 26 donne ad opera della polizia.  Vera denuncia: “non sappiamo dove finiscano i cartelli dei narcos e dove cominci il crimine organizzato che sta nella struttura politica e negli apparati di giustizia. Siamo stanchi di questa spaventosa connivenza.”  Anche Alejandro Solalinde, attivo nella protezione dei migranti dal crimine organizzato e già minacciato di morte, denuncia che non si tratta di questioni legate ai cartelli del narcotraffico, ma della vera e propria politica dello stato: “questi giovani non erano narcos o terroristi, erano studenti, ma per lo Stato tutti quelli che dissentono sono terroristi. Al governo le Escuelas Normales Rurales causano irritazione, per questo devono sempre subire retate, persecuzioni e ordini di chiusura”.

Nel frattempo continuano a susseguirsi notizie sul ritrovamento di fosse comuni, ma ancora non è dato sapere se i resti siano quelli degli studenti o di vittime di regolamenti di conti nell’ambito delle guerre tra cartelli, pratica piuttosto diffusa in tutto il paese, soprattutto negli stati più colpiti dal fenomeno del narcotraffico. Un gruppo di periti forensi argentini, riconosciuto dagli stessi familiari dei desaparecidos, è stato incaricato di portare a termine esami sul DNA dei corpi ritrovati nelle fosse clandestine per verificarne la compatibilità con quello degli studenti scomparsi. Ad oggi, tuttavia, i periti non hanno ancora avuto accesso all’area delle indagini.

Anche Amnesty International denuncia il fatto che le famiglie degli scomparsi debbano subire le conseguenze di un’inchiesta giudiziaria “caotica e ostile”. Esperti di diritti umani delle Nazioni Unite affermano che questa è considerata come una prova del fuoco per il Messico in materia di diritti umani e che fatti simili non possono essere tollerati in uno stato di diritto. Puntano il dito contro l’impunità che in Messico ha caratterizzato fino ad ora i casi di sparizioni forzate, esecuzioni extragiudiziali e torture. In questo senso, è lunga e tortuosa la strada che al Messico resta ancora da percorrere e troppe circostanze testimoniano come il massacro di Iguala non sia semplicemente un affare di narcos. Questo, come ha scritto La Jornada, è un crimine di Stato.

Foto del Centro de Derechos Humanos de la Montaña Tlachinollan

CHANGE! – 17th Religion Today FILMFESTIVAL

EXPLORING THE DIFFERENCES

Dal 1997 Religion Today è il primo festival internazionale di cinema delle religioni per una cultura del dialogo e della pace.
Il cambiamento come imperativo a cui ognuno è chiamato a rispondere, dalla dimensione interiore a quella relazionale, dalla sfera spirituale  a quella civile. Le religioni di fronte alla sfida di una società globale in continuo e repentino mutamento. La società di fronte ai cambiamenti che le religioni oggi vivono, subiscono e testimoniano. Per la sua XVII edizione Religion Today Filmfestival, grazie alla più recente cinematografia internazionale, intende esplorare i termini e i confini di questo complesso dialogo, oggi più che mai cruciale, cercando di tracciare le prospettive della convivenza, no solo tra religioni, ma nche tra religioni e società civile.

Ingresso libero a tutti gli eventi.

Sul sito internet del Religion Today sono disponibili tutte le informazioni e il ricco programma degli appuntamenti.

EXPLORING THE DIFFERENCES
10>21 ottobre
2014

Religioni, società, cambiamento

Dal 1997 Religion Today è il primo festival internazionale di cinema delle religioni per una cultura del dialogo e della pace.
Il cambiamento come imperativo a cui ognuno è chiamato a rispondere, dalla dimensione interiore a quella relazionale, dalla sfera spirituale  a quella civile. Le religioni di fronte alla sfida di una società globale in continuo e repentino mutamento. La società di fronte ai cambiamenti che le religioni oggi vivono, subiscono e testimoniano. Per la sua XVII edizione Religion Today Filmfestival, grazie alla più recente cinematografia internazionale, intende esplorare i termini e i confini di questo complesso dialogo, oggi più che mai cruciale, cercando di tracciare le prospettive della convivenza, no solo tra religioni, ma nche tra religioni e società civile.

Sono tanti i nuovi appuntamenti per questa diciassettesima edizione del Religion Today Filmfestival. Non solo film, ma anche tavole rotonde, spettacoli di danza sacra, musica, libri e fotografia. Tanti momenti per approfondire un mondo in costante evoluzione.
Anche il Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani, continua la sua collaborazione con il Festival, contribuendo alla premiazione di un film per la sezione “Peace and Human Rights”.

Ingresso libero a tutti gli eventi.

Sul sito internet del Religion Today sono disponibili tutte le informazioni e il ricco programma degli appuntamenti.

Afghanistan, infine il dopo Karzai: governo bicefalo, cittadini disillusi

Giuliano Battiston

Lunedì 29 settembre si chiuderà il sipario sul lungo governo di Hamid Karzai, al potere dal 2001. Al suo posto, nell’ampia residenza dell’Arg, il palazzo presidenziale di Kabul, si insedierà Ashraf Ghani, la cui nomina verrà suggellata con una cerimonia solenne ma meno festosa del previsto. Gli afghani e la comunità internazionale avrebbero voluto celebrare “il primo trasferimento pacifico e democratico di potere nella storia recente” del paese centroasiatico, ma le cose non sono andate per il verso giusto. La transizione è avvenuta in modo perlopiù pacifico (per gli standard afghani), ma tutt’altro che democratico (perfino per quegli standard).

Da Reset-Dialogues on Civilizations

Giuliano Battiston

Lunedì 29 settembre si chiuderà il sipario sul lungo governo di Hamid Karzai, al potere dal 2001. Al suo posto, nell’ampia residenza dell’Arg, il palazzo presidenziale di Kabul, si insedierà Ashraf Ghani, la cui nomina verrà suggellata con una cerimonia solenne ma meno festosa del previsto. Gli afghani e la comunità internazionale avrebbero voluto celebrare “il primo trasferimento pacifico e democratico di potere nella storia recente” del paese centroasiatico, ma le cose non sono andate per il verso giusto. La transizione è avvenuta in modo perlopiù pacifico (per gli standard afghani), ma tutt’altro che democratico (perfino per quegli standard). Ashraf Ghani, ex ministro delle Finanze e rettore dell’università di Kabul, già alto funzionario della Banca mondiale e docente in prestigiose università degli Stati Uniti, è il nuovo presidente della Repubblica islamica d’Afghanistan, ma nessuno può dire con certezza quanto abbiano contribuito le frodi nel determinare la sconfitta dello sfidante, l’ex ministro degli Esteri Abdullah Abdullah.

Dalle urne al negoziato politico

Più che il legittimo risultato del voto, l’elezione di Ashraf Ghani è infatti il frutto di un lungo e defatigante negoziato politico che si è protratto per mesi. Subito dopo il ballottaggio del 14 giugno, Abdullah Abdullah ha denunciato le frodi su “scala industriale” che sarebbero state commesse a suo danno con la complicità di alcuni esponenti della Commissione elettorale indipendente, i quali avrebbero aiutato il tecnocrate Ghani a recuperare il distacco del primo turno, quando tra otto candidati Abdullah Abdullah ottenne il 45% dei voti (2 milioni e 970mila), e Ghani soltanto il 31.5% (circa 2 milioni). All’annuncio dei risultati preliminari del ballottaggio – che attribuivano a Ghani 1 milione di voti in più rispetto ad Abdullah – l’ex consigliere del comandante Massud ha pensato di forzare la mano, mobilitando i suoi sostenitori, organizzando proteste, manifestazioni, picchetti per le strade di Kabul, mentre alcuni membri del suo staff lasciavano trapelare l’ipotesi minacciosa di un governo parallelo e, quindi, di una frattura del paese per linee etniche (tagiki versus pashtun), preludio di una nuova guerra civile.

Abdullah è così riuscito a ottenere il riconteggio totale dei voti, sotto la supervisione delle Nazioni Unite, mentre l’eventualità di un nuovo conflitto ha allarmato la Casa Bianca e il Dipartimento di Stato: il 12 luglio il segretario di Stato Usa John Kerry è stato inviato a Kabul, dove ha messo subito le cose in chiaro. Senza un accordo politico, ha sostenuto Kerry, gli Stati Uniti avrebbero interrotto ogni forma di sostegno – finanziario e militare – all’Afghanistan, la cui economia si regge prevalentemente sugli aiuti internazionali. L’8 agosto Kerry è tornato nella capitale afghana, dove ha presieduto alla firma di un accordo preliminare per un governo di unità nazionale. Da allora e fino a sabato 20 settembre Abdullah Abdullah e Ashraf Ghani hanno litigato sulla spartizione del potere. Il primo, convinto di essere stato frodato, chiedeva di più; il secondo, certo di essere eletto presidente, recalcitrante a cedere fette di potere. Domenica 21 settembre finalmente hanno trovato l’intesa e firmato un nuovo, definitivo accordo di 4 pagine, sotto gli occhi di Jan Kubis, rappresentante della missione Onu in Afghanistan (a breve lascerà l’incarico a Nicholas Haysom), dell’ambasciatore statunitense a Kabul, James Cunningham, e del presidente uscente Hamid Karzai. Davanti alle telecamere, si sono detti tutti soddisfatti, ma al di là delle rituali frasi di convenienza rimangono molte incognite.

Cosa prevede il governo di unità nazionale

Nelle 4 pagine firmate da Abdullah e Ghani sotto gli occhi scrupolosi dei partner internazionali si delinea infatti un futuro istituzionale anomalo e precario, perché legato a un governo bicefalo. Il presidente rimane sulla carta la più alta autorità del paese, ma accanto a lui l’accordo introduce una nuova figura istituzionale, quella del Chief Executive Officer (Ceo), che verrà nominato durante la cerimonia per l’insediamento del nuovo presidente e che avrà i poteri di “un primo ministro”. Se al presidente spetta presiedere il Gabinetto di governo (Kabina), con il compito di determinare le scelte strategiche, al Ceo spetta la presidenza di un nuovo organo, il Consiglio dei ministri (Shura-e-Waziran), che ha il compito di monitorare e realizzare le scelte del Gabinetto. Abdullah ha ottenuto inoltre che le nomine più importanti siano divise equamente tra il presidente e il “primo ministro”. Secondo alcune indiscrezioni, i ministri dell’Interno e delle Finanze verranno scelti da Ghani, mentre quelli della Difesa e degli Esteri da Abdullah. Il negoziato politico ha dunque prodotto un prototipo sperimentale di ingegneria istituzionale, che riduce i rischi sul breve periodo ma che rischia di produrne molti in futuro.

Non a caso, tra gli analisti si è aperto il balletto delle previsioni. C’è chi scommette che un simile governo, soggetto a spinte centrifughe prima ancora di essere inaugurato, duri poco. Chi teme, come Scott Smith, direttore dei programmi su Afghanistan e Asia centrale per lo U.S. Institute of Peace, che finisca per “istituzionalizzare la rivalità che ha paralizzato l’Afghanistan nel corso dei mesi passati”, rendendo più difficile quelle riforme nel campo della governance di cui il paese ha disperato bisogno. Chi si dice convinto che le agende politiche di Abdullah e Ghani siano talmente diverse da risultare incompatibili, tanto più nei prossimi mesi, quando verranno meno gli ingenti aiuti finanziari degli stranieri grazie ai quali Karzai si è assicurato negli anni la stabilità politica interna. E c’è infine chi ricorda la sfida più importante che il governo “Ghanidullah” – come è stato ironicamente battezzato – dovrà affrontare: riconquistare la fiducia degli elettori.

Cittadini disillusi

Nel suo primo discorso dopo l’annuncio della vittoria, Ghani ha insistito nel dire che l’accordo trovato con Abdullah non riflette una semplice spartizione del potere, che l’estenuante negoziato rinforza l’unità nazionale ed esclude rischi potenziali di frammentazione interna. Ma più che l’unità nazionale, ad uscire rinforzata da mesi di discussioni, pugni sui tavoli, negoziati notturni, conferenze stampa incrociate, è la disillusione degli afghani. In molti si sono recati alle urne per voltare pagina, per archiviare la lunga parentesi del governo Karzai, per reclamare istituzioni stabili ed efficienti, invocando il primato del voto e della volontà popolare sugli accordi di palazzo di una leadership corrotta e predatoria. A distanza di mesi, si ritrovano con un governo nuovo, sì, ma frutto della forma più antica e meno nobile della politica: la spartizione del potere, negoziata a porte chiuse e imposta dall’esterno.

Da Reset-Dialogues on Civilizations

Cosa succede nel Kurdistan iracheno? Testimonianza della cooperante Chiara Moroni

– a cura di Tommaso Vaccari –

campagna a supporto dei datteri di Bassora è stata uno dei momenti che ha sancito il totale sostegno da parte di UPP alla società civile irachena, supporto che è continuato con una serie di progetti culturali volti a scoprire e a far conoscere la bellezza dell’Iraq.
Per contrastare politiche settarie dovute all’occupazione americana Un Ponte Per… ha poi cominciato una serie di progetti culturali a tutela delle minoranze e del loro prezioso patrimonio, col programma chiamato “Il sapere che resiste” supportato anche dalla Provincia di Bolzano.
Quando, nel 2012, l’emergenza umanitaria dei profughi siriani è cominciata nel Kurdistan iracheno, UPP è stato in prima linea sia nel fornire supporto psico-sociale che nella gestione delle attività di orientamento e mass information per i rifugiati. È all’interno di questo progetto che lavoro io, come Community Mobilization Coordinator per l’area di Duhok. Lavoro essenzialmente nei campi profughi di Domiz, Domiz 2 / Faida, Akre e Gawilan, dove mi occupo della Mass Communication, intesa come scambio di informazioni, emozioni e idee tra la comunità siriana dei campi e i vari attori umanitari (dipartimenti governativi, agenzie delle Nazioni Unite, organizzazioni nongovernative locali e internazionali).
Nel campo di Domiz ( a breve anche in quello di Gawilan) abbiamo uno Youth Friendly Space, per giovani donne e uomini dai 18 ai 35 anni, con a disposizione giochi, libri e computer con accesso a internet. Per loro organizziamo attività di vario genere, tra cui tornei di pallavolo e momenti di ginnastica, danza e yoga per le donne.

Come è visto il vostro intervento da parte della popolazione locale ? Qual’è la situazione attuale? Com’è visto l’avanzare del gruppo estremista Isil?
UPP è ben conosciuta come organizzazione in Iraq, in particolare tra le varie minoranze etniche e religiose. Non stupisce quindi il nostro impegno a favore delle comunità Yazida, cristiana, shabak, turcomanna, mandee e baba bah’i , che apprezzano il nostro continuo supporto in termini di distribuzioni di cibo, latte, materassi, etc.
Ho accompagnato alcuni volontari della Yazidi Solidarity League* durante le distribuzioni per alcune famiglie yazide che si trovano ora a vivere in edificio in costruzione, per strada o sotto i ponti, e ovunque si presenta la stessa scena. Bambini, donne e uomini stremati dal viaggio e dalle condizioni in cui sono ora costretti a vivere, tanta speranza di ritornare un giorno a casa ma anche la paura per le atrocità commesse da quelli che qui chiamano Da’ash.
Per tutti l’Isil è un’organizzazione di terroristi che, in quanto tale, non accetta e uccidono chi non è parte del gruppo o affilliato a loro.

In Italia c’è stato un ampio dibattito sull’invio di armi leggere ai combattenti curdi. UPP ha condiviso con la Rete Italiana per il Disarmo il comunicato contro l’invio delle armi, cosa pensi che possa fare l’Italia e l’Europa? Quale può essere il motore del cambiamento?

Personalmente sottoscrivo il comunicato di UPP e Rete Italiana per il Disarmo. Per quanto la situazione irachena sia complicata e delicata, l’invio di armi non rappresenta né un aiuto né una soluzione alla questione ma, al contrario, contribuisce alla continuazione della guerra ora in corso, con tutte le conseguenze che ben conosciamo sulla popolazione civile irachena e non. Ho ascoltato e conosco solo una minima parte delle tante – troppe – testimonianze di sopravvissuti alla “pulizia culturale” ora in corso in tutto l’Iraq. Queste storie, così come i racconti del mio stesso staff siriano che vive nei campi, mi bastano per essere contraria a un intervento militare, diretto o no, di qualsiasi Paese.
L’Italia e ancor di più l’Unione Europea dovrebbero quindi essere promotrici di azioni volte non solo a dare aiuti umanitaria, ma anche a creare le condizioni per una convivenza pacifica tra le popolazioni della regione. Nell’immediato, per fronteggiare l’avanzata del gruppo estremista, anche io credo che una possibile soluzione sia una forza di interposizione con mandato ONU e funzioni di “peace enforcement” che si attenga strettamente alle regole del diritto internazionale.

Ringraziamo Chiara per averci lasciato questi spunti di riflessione e per il tempo che ci ha dedicato.

 

* Qui il link al sito che stanno costruendo a testimonianza del genocidio yazida

[Fotografia di Chiara Moroni]

Afghanistan, accordo sulla presidenza a Ghani

– Francesco Semprini –
Giunge finalmente a conclusione il processo elettorale iniziato il 14 giugno scorso: «La Commissione ha verificato in base ai voti espressi che Ghani è il nuovo presidente e Abdullah il Chief executive del futuro governo». Ma la pacificazione è lontana, e l’instabilità è grande.

L’accordo c’è, la pacificazione è lontana. Un timido progresso sul futuro dell’Afghanistan è giunto ieri con la firma di un’intesa da parte dei due candidati del ballottaggio presidenziale del 14 giugno, Abdullah Abdullah e Ashraf Ghani, per la costituzione, una volta annunciato il nome del successore di Hamid Karzai, di un governo di unità nazionale guidato da un presidente e da un «Chief Executive». Questa la notizia giunta nel corso di una sofferta alba domenicale, a cui ha fatto seguito, nel giro di poche ore, l’annuncio del vincitore da parte della Commissione elettorale indipendente (Iec). E’ l’ex ministro delle Finanze, Ghani appunto, che succede così ad Hamid Karzai nel primo trasferimento democratico dei poteri presidenziali della recente storia afghana. 

Tratto da La Stampa

 

– Francesco Semprini –

Giunge finalmente a conclusione il processo elettorale iniziato il 14 giugno scorso: «La Commissione ha verificato in base ai voti espressi che Ghani è il nuovo presidente e Abdullah il Chief executive del futuro governo». Ma la pacificazione è lontana, e l’instabilità è grande.

L’accordo c’è, la pacificazione è lontana. Un timido progresso sul futuro dell’Afghanistan è giunto ieri con la firma di un’intesa da parte dei due candidati del ballottaggio presidenziale del 14 giugno, Abdullah Abdullah e Ashraf Ghani, per la costituzione, una volta annunciato il nome del successore di Hamid Karzai, di un governo di unità nazionale guidato da un presidente e da un «Chief Executive». Questa la notizia giunta nel corso di una sofferta alba domenicale, a cui ha fatto seguito, nel giro di poche ore, l’annuncio del vincitore da parte della Commissione elettorale indipendente (Iec). E’ l’ex ministro delle Finanze, Ghani appunto, che succede così ad Hamid Karzai nel primo trasferimento democratico dei poteri presidenziali della recente storia afghana. 

«La Commissione ha verificato in base ai voti espressi che Ghani é il nuovo presidente e Abdullah il “Chief executive” del futuro governo», ha detto il presidente della Ies, Ahmad Yousaf Nuristani, ringraziando gli afghani per la partecipazione al processo elettorale. Sembra che Ghani abbia incassato circa 750 mila voti in più del suo avversario, sebbene si taccia sulla cifra ufficiale. L’accordo, assai complesso, sblocca almeno in questa prima fase, un’impasse che dura da mesi e che ha visto Abdullah accusare brogli nel corso della tornata elettorale. Tanto che la Iec ha dovuto procedere a una verifica degli 8,1 milioni di voti espressi nel ballottaggio.

Uno sblocco per il quale è stato determinante l’intercessione del segretario di Stato Usa, John Kerry, e il lavoro delle Nazioni Unite attraverso la missione in Iraq (Unama). L’intesa raccoglie il plauso del Palazzo di Vetro, della Casa Bianca, e di Kerry che ora auspica l’avvio di riforme. Ma in realtà cosa potrebbe celare questa timido progresso? E soprattutto, quanto manca ancora alla pacificazione del Paese? Ne abbiamo parlato con alcune fonti che operano in Afghanistan, secondo cui il rischio è, al di là dei proclami, una ingovernabilità di fatto. 

La formula del «Chief Executive» non ha mai riscosso grande simpatie, anche perché occorre capire quali poteri avrà e che differenza ci sarà con il presidente. Tanto è vero che Abdullah non ha riconosciuto il risultato elettorale con la vittoria di Ghani (data per certa), sino a quando non si è arreso dinanzi a un pragmatico ragionamento. Il punto è che alcuni grandi finanziatori dell’ex ministro degli Esteri impedivano la firma «previa concessione di alcune misure e garanzie a loro favorevoli». Forse queste sono arrivate, ma se non dovessero essere rispettate? L’ostruzionismo diverrebbe antagonismo nei confronti del governo. Tutto questo rischia di influire sulla firma dell’accordo bilaterale con gli Usa e altri Paesi per mantenere parte dei contingenti Isaf. L’Italia che sembrava si mantenesse sugli 800 militari, sembra essere disposta ora, secondo i piani del ministro della Difesa Roberta Pinotti, a lasciarne appena 200, a fronte dei 300 della Spagna, mentre gli Usa puntano sui 9 mila. «Ma a pesare sulla scelta degli italiani e degli spagnoli – spiegano le fonti – è la decisione americana di rimanere o meno nelle province occidentali». 

In caso di alleggerimento in quella regione i contingenti europei sarebbero troppo scoperti e potrebbero decidere di non rimanere. Nel frattempo le condizioni di sicurezza del Paese sono peggiorate: i taleban, fanno la voce grossa, e promettono di scatenare tutta la loro potenza di fuoco una volta avviato il ritiro parziale, mentre nel frattempo non lesinano attentati a obiettivi istituzionali e truppe straniere. L’esercito afghano, perde circa 400 uomini al mese, e «chiede la licenza di uccidere – ci rivelano le fonti – altrimenti sarebbero loro ad essere uccisi, o i taleban immediatamente scarcerati dai giudici». Questo implica che il sistema giudiziario è inaffidabile, viene da chiedersi, finanche corrotto in certi casi. 

E tutto questo mentre le vittime civili sono aumentate del 15% nei primi otto mesi del 2014, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, come rivela il rappresentante speciale del segretario generale dell’Onu in Afghanistan, Jan Kubis. Parlando dinanzi ai membri del Consiglio di Sicurezza Onu, Kubis ha aggiunto che gli incidenti sul campo, divenuti la causa principale delle vittime civili, hanno causato 2.312 morti e 4.533 feriti. Nel complesso fra gennaio ed agosto vi è stato un aumento, rispetto ai primi otto mesi del 2013, del 16% di donne e del 24% di bambini uccisi o feriti. In un contesto di questo genere, il passo in avanti compiuto con la firma per il governo del Paese, pur facendo ben sperare, appare ancora più timido. E vien da chiedersi: ma esiste davvero un futuro e una coscienza di pacificazione nei destini dell’Afghanistan in perenne conflitto?

Tratto da La Stampa

1914-1918 Gli anni spezzati


A cento anni dallo scoppio del conflitto che ha segnato così profondamente la nostra terra, l’associazione Amici di Parola, in collaborazione con il Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani, presenta il recital “Gli anni spezzati”. Lo spettacolo teatrale sarà l’occasione per commemorare quei drammatici eventi.

Sabato 20 settembre 2014 – ore 17
S.A.S.S. lo Spazio Archeologico Sotterraneo del Sas
Piazza Cesare Battisti – Trento

L’Associazione “Amici di Parola”, in collaborazione con il Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani, presenta lo spettacolo “1914-1918 Gli anni spezzati.

 

Sabato 20 settembre 2014 – ore 17
presso il S.A.S.S. lo Spazio Archeologico Sotterraneo del Sas
Piazza Cesare Battisti – Trento

 

A cento anni dallo scoppio del sanguinoso conflitto che ha segnato così profondamente la nostra terra il recital sarà l’occasione per commemorare quei drammatici eventi. Lo spettacolo, che inizia dalla dichiarazione di guerra, ripercorre quei giorni anche mediante la lettura di alcuni passaggi tratti da lettere e documenti ufficiali, si sviluppa via via mettendo in luce la vita di trincea, la guerra bianca, il problema dei profughi trentini, le nuove armi usate nel conflitto e le devastanti conseguenze della guerra, ma riserva una parte importante al ruolo che ebbero intellettuali e propaganda durante il conflitto.

 

Allo spettacolo è invitata tutta la cittadinanza.
Ingresso libero e gratuito

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