Una pagina nuova per l’Europa

– di Michele Nardelli –

 
Una pagina nuova per l’Europa

In quel pasticcio internazionale che la questione dello status giuridico del Kosovo rappresenta, il parere “tecnico” della Corte di Giustizia de L’Aja sulla legittimità della proclamazione dell’indipendenza della regione lascia irrisolto il problema vero, che nei fatti viene demandato all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Il nodo cruciale sta nel fatto che una soluzione non negoziale e unilaterale, attorno ad una questione tanto delicata nel cuore dell’Europa, lascia dietro di sé una scia di instabilità, di rivendicazioni analoghe in questa e in altre aree geografiche, di odio e di rancore.

– di Michele Nardelli –

 
Una pagina nuova per l’Europa

In quel pasticcio internazionale che la questione dello status giuridico del Kosovo rappresenta, il parere “tecnico” della Corte di Giustizia de L’Aja sulla legittimità della proclamazione dell’indipendenza della regione lascia irrisolto il problema vero, che nei fatti viene demandato all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Il nodo cruciale sta nel fatto che una soluzione non negoziale e unilaterale, attorno ad una questione tanto delicata nel cuore dell’Europa, lascia dietro di sé una scia di instabilità, di rivendicazioni analoghe in questa e in altre aree geografiche, di odio e di rancore.

Questo non significa che il parere della Corte non assuma anche un forte significato politico ed in questo senso la scelta della Serbia di ricorrere alla Corte per una sentenza “giuridica” si è rivelata un boomerang. Perché quando sul piano del diritto internazionale si scontrano istanze altrettanto legittime ma contrapposte, allora tendono a prevalere i rapporti di forza, contano gli interessi che promanano in quel particolare momento, le alleanze internazionali ed altro ancora. La guerra, ad esempio, che non porta certo alla risoluzione dei conflitti, aggravandoli invece.

E’ quel che è avvenuto nel 1999, con i 78 giorni di bombardamenti della Nato contro quel che rimaneva della Federazione Jugoslava. Si conclusero con un accordo di cessate il fuoco seguito da una risoluzione delle Nazioni Unite che riconosceva tanto l’autodeterminazione del popolo kosovaro quanto la sovranità territoriale della Serbia-Montenegro.

Negli accordi di Kumanovo come nella risoluzione 1244 ci sono tutte le ambiguità che hanno lasciato aperto il contenzioso sullo status del Kosovo per il decennio successivo, fino e oltre la proclamazione unilaterale dell’indipendenza.

Se mettere fine ai bombardamenti era nella tarda primavera del 1999 l’imperativo categorico, il pallino avrebbe dovuto finire nelle mani della diplomazia e dunque della politica, che aveva tutto il tempo per trovare una soluzione negoziale. Il problema è che in queste situazioni la politica dovrebbe dare il meglio di sé, cercare soluzioni intelligenti ed innovative capaci di non annichilire alcuna delle parti. Questo andava fatto e invece si è lasciata marcire la situazione, ciascuno a coltivare le proprie ragioni e le proprie alleanze.

L’esito lo abbiamo visto. Un’indipendenza non ratificata né dalle Nazioni Unite, né dall’Unione Europea, riconosciuta da sessantanove Stati ma decisamente avversata da altri paesi che ne temono l’effetto domino. Uno status incerto se non nei simboli, che oltretutto lascia i cittadini del Kosovo nella frustrazione di un’indipendenza dalla quale faticano a venirne regole, diritti e sicurezza. Un piccolo Stato che può reggersi solo in un’ottica offshore, analogamente a quel che avviene per il vicino Montenegro. Un territorio infine diviso e con una serie di enclave che ancora rispondono più alla “madre patria” che al governo di Pristina.

Le reazioni alla sentenza da parte delle cancellerie lasciano presagire che le cose continueranno sostanzialmente come prima. Ad evocare i fantasmi – per restare in Europa – di altre guerre mai archiviate (Bosnia Erzegovina, Cecenia, Abkhazia, Ossezia del Sud, Transnistria…), di conflitti sopiti ma che covano sotto la cenere (Catalogna, Paesi Baschi, Corsica, Irlanda del Nord…), di territori di confine che hanno visto riconosciute positivamente le istanze di autonomia ma ben lontane dall’aver messo in campo politiche di riconciliazione e processi profondi di elaborazione del conflitto che ne sono il presupposto.

Per uscirne serve, in Kosovo, come altrove, un cambio di paradigma. Archiviare l’800 e il ‘900, i secoli degli stati nazione, per abbracciare un orizzonte diverso di tipo glocale, nel quale la dialettica si sviluppa attorno alla dimensione locale e a quella sovranazionale. Per capirci, le regioni e l’Europa. Era questo il progetto di Ventotene, il federalismo europeo come proposta di autogoverno e di pace, antidoto verso un nuovo conflitto mondiale.

Il Kosovo come “regione europea”, presupponeva una forte cultura di autogoverno e un’Europa politica. Mancavano e mancano l’uno e l’altra, non se ne è fatto nulla. Ma di fronte ai tanti nodi che il nostro tempo ci pone, dalla delocalizzazione della Fiat agli effetti devastanti della Bolkenstein, è questo l’orizzonte che dovremmo assumere. Una sfida che va ben oltre gli angusti confini di un nuovo stato. Quando gli uni capiranno che questo contributo all’Europa varrebbe ben di più che il cortocircuito ideologico della grande Serbia e gli altri che avere lo status di regione europea garantirebbe una condizione di tutela della specialità e di effettivo autogoverno… e quando insieme capiremo che le identità culturali non hanno bisogno di confini, forse si aprirà finalmente una pagina nuova. Per l’Europa e non solo.

A Giorgio Alpi

– di Mariangela Gritta Grainer* –

 
A Giorgio Alpi

Giorgio Alpi è morto nel pomeriggio di domenica 11 luglio. Giorgio Alpi, il papà di Ilaria inviata del Tg3, assassinata a Mogadiscio insieme a Miran Hrovatin il 20 marzo 1994. Lo abbiamo conosciuto per la tragedia che aveva colpito “a morte” lui e Luciana, la mamma di Ilaria, più di 16 anni fa: troppi senza giustizia e senza verità. A Riccione, durante il sedicesimo premio intitolato a Ilaria, abbiamo sentito la mancanza di Giorgio e di Luciana: non erano con noi, Giorgio stava già male, da molto temo non poteva attivamente seguire tutte le iniziative che ricordavano sua figlia; e Luciana stava con lui, il loro legame era fortissimo, intenso e lei non lo lasciava mai.

– di Mariangela Gritta Grainer* –

 
A Giorgio Alpi

Giorgio Alpi è morto nel pomeriggio di domenica 11 luglio. Giorgio Alpi, il papà di Ilaria inviata del Tg3, assassinata a Mogadiscio insieme a Miran Hrovatin il 20 marzo 1994. Lo abbiamo conosciuto per la tragedia che aveva colpito “a morte” lui e Luciana, la mamma di Ilaria, più di 16 anni fa: troppi senza giustizia e senza verità. A Riccione, durante il sedicesimo premio intitolato a Ilaria, abbiamo sentito la mancanza di Giorgio e di Luciana: non erano con noi, Giorgio stava già male, da molto temo non poteva attivamente seguire tutte le iniziative che ricordavano sua figlia; e Luciana stava con lui, il loro legame era fortissimo, intenso e lei non lo lasciava mai.

Un padre, una madre che non si sono abbandonati al dolore ma che hanno lottato e lottano per sapere chi ha “commissionato” l’esecuzione di Ilaria e di Miran: sono diventati un simbolo di impegno civile, un esempio per tutti.

Giorgio era un medico di talento, sempre disponibile ad aiutare, prendersi cura di chi aveva bisogno: anche dopo che aveva lasciato la professione con una rara capacità di relazione umana.

Diceva sempre che “c’è un filo rosso che lega e percorre le stragi di questo paese e il duplice assassinio di Mogadiscio”, che giustizia e verità sono un diritto per chi è stato colpito e un dovere per chi ha responsabilità pubbliche.
Diceva anche “non ho tanto tempo, gli anni passano…..”
In nome suo, nel giorno della sua morte vogliamo rilanciare l’appello “Verità e Giustizia”: ci sembra un modo concreto e visibile per rendere significativo il dolore per la sua perdita e l’impegno a portare avanti la sua battaglia insieme a Luciana alla quale ci stringiamo in un abbraccio stretto stretto.

* portavoce dell’associazione Ilaria Alpi