Il Governo italiano non invii armi nelle zone di conflitto

Esodo IraqComunicato di Rete Italiana per il Disarmo

Iraq, Gaza, Libia: i conflitti e le crisi umanitarie non si risolvono inviando armi ma costruendo soluzioni vere.   

Esodo IraqFarnesina abbia stanziato nei giorni scorsi 1 milione di euro alle organizzazioni umanitarie dell’Onu per attività di prima assistenza degli sfollati nel nord dell’Iraq, è invece quanto mai preoccupante che la titolare della Farnesina abbia comunicato che l’Italia sta valutando “forme di sostegno dell’azione anche militare del governo del Kurdistan iracheno”, non escluso l’invio di armi e di sistemi militari.

Rete Disarmo ricorda che la normativa italiana (la legge n.185 del 1990) vieta espressamente l’esportazione di materiali di armamento “verso i Paesi in stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, fatto salvo il rispetto degli obblighi internazionali dell'Italia o le diverse deliberazioni del Consiglio dei Ministri, da adottare previo parere delle Camere” (art. 1 c. 6). Proprio per questo Rete Disarmo chiede al Governo di riferire al più presto in Parlamento su questa materia anche in considerazione delle conclusioni espresse ieri dal Comitato Politico e di Sicurezza dell’Unione europea (qui in .pdf) e del meeting straordinario del Consiglio degli Affari Esteri di venerdì 15 agosto.

“E’ necessario un intervento dell’ONU molto più ampio, e di ognuno tra Ong e istituzioni che abbia la possibilità di raggiungere queste persone, prima di assistere all’ennesima catastrofe umanitaria, che purtroppo non interessa soltanto l’area di Sinjar e il confine con la Siria” ha sottolineato in una nota “Un Ponte per” l’organizzazione membra di Rete Disarmo da anni impegnata per il supporto delle popolazioni irachene.

L’urgenza di creare corridoi umanitari per soccorre le popolazioni nel nord dell’Iraq, in particolare cristiani e yazidi perseguitati dai combattenti dello Stato Islamico (ISIS), non può giustificare un sostegno militare alle milizie curde Peshmerga o raid aerei su aree popolate. Come richiamato dagli organismi dell’Onu, la “responsabilità di proteggere” (Responsibility to protect) le popolazioni dal pericolo di massacri non ricade solamente sul governo iracheno, ma sull’intera comunità internazionale. L’Unione europea non può continuare a delegare questa responsabilità ad altri, ma deve cominciare lavorare seriamente per predisporre unità di pronto intervento e di interposizione razionalizzando l’impiego delle proprie forze armate nazionali.

“Se 28 eserciti nazionali non sono in grado di fornire unità di pronto intervento per proteggere delle popolazioni inermi che rischiano di essere sterminate c’è da chiedersi quale ne sia l’utilità: delegare l’intervento militare a milizie composte da gruppi che, per quanto integrati in eserciti regolari perseguono anche proprie finalità politiche, può essere rischioso e controproducente” sottolinea Francesco Vignarca coordinatore di Rete Disarmo.

Rete Disarmo rinnova inoltre la richiesta al governo italiano di sospendere l’invio di tutti i sistemi militari ad Israele. Durante la riunione straordinaria dello scorso 23 luglio, il Consiglio  per i diritti umani dell’Onu si è espresso a favore di un’indagine su possibili violazioni del diritto umanitario nel conflitto nella Striscia di Gaza: fino a quando non si avranno i risultati dell’indagine l’Italia deve astenersi dal fornire sistemi militari a Israele e sospendere le esercitazioni militari congiunte previste in Sardegna per il prossimo autunno. In proposito va segnalato che la Spagna ha già deciso di sospendere in via cautelare l’invio di armi e il Regno Unito, dopo aver reso nota una revisione delle proprie esportazioni militari per le forze armate israeliane, ha dichiarato un possibile blocco di una dozzina di licenze di esportazione di materiali militari impiegati da Israele nel conflitto a Gaza. L’Italia, invece, che è il maggior fornitore nell’Ue di sistemi militari a Israele, non solo non ha annunciato alcuna restrizione, ma il Ministero degli Esteri ha eluso la questione dichiarando in Parlamento che “l’Italia non fornisce ad Israele sistemi d’arma di natura offensiva”. http://www.disarmo.org/rete/images/19507_a40504.jpgforte tensione del Medio Oriente e del nord Africa. E’ perciò quanto mai necessario e urgente che le competenti commissioni del parlamento riprendano il controllo dell’attività del Governo in questa materia che riguarda direttamente la politica estera e di difesa del nostro paese”.

“Mentre da alcune parti anche del mondo cattolico si auspicano maggiori forniture di armi nella regione ci chiediamo come si possa pensare di portare pace inviando armi - dice don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi - Credo che chi sostiene l’invio di armi sia più interessato ai ritorni commerciali che non alle vittime del conflitto. In un’audizione alla Camera dei Deputati a Roma, il 19 gennaio 2011, il Vescovo ausiliare di Baghdad aveva lanciato un appello già allora con toni disperati, con una richiesta specifica: non inviate armi. Sono passati diversi anni, non vogliamo che quell’appello continui ad essere inascoltato”.

Comunicato di Rete Italiana per il Disarmo

Ucraina: tutti contro tutti tra rapimenti e torture

- Alessandro Graziadei -

Forse senza il missile che giovedì scorso ha abbattuto il volo MH-17 della Malaysian Airlines uccidendo 283 passeggeri e 15 membri dell’equipaggio pochi si sarebbero ricordati che in Ucraina continua una “strana e poco mediatica guerra” che indipendentemente dalla ragioni (poche) e dai torti (tanti) che caratterizzano ogni guerra e le sue parti in causa, per Amnesty International è sicuramente accompagnata negli ultimi tre mesi da un numero sempre più grande di rapimenti, pestaggi e altre torture inflitte a numerosi attivisti, manifestanti e giornalisti. 

Un nuovo rapporto dell’ong uscito lo scorso 11 luglio e dal titolo Rapimenti e torture in Ucraina orientale (.pdf) descrive, infatti, i risultati di una missione di ricerca a Kiev e nell’Ucraina sud-orientale che nelle ultime settimane ha raccolto e documentato con prove chiare e convincenti i rapimenti e le torture perpetrate da gruppi armati sia separatisti, che delle forze pro-Kiev. 


“Con centinaia di rapiti negli ultimi tre mesi, è giunto il momento di fare il punto su quanto è successo in Ucraina, e fermare questa pratica aberrante in corso” - ha dichiarato Denis Krivosheev, vicedirettore di Amnesty International per l'Europa e l’Asia centrale - La maggior parte dei rapimenti è stata perpetrata dai separatisti armati, con le vittime spesso sottoposte a pestaggi rivoltanti e torture. Ma vi sono prove di abusi anche da parte delle forze pro-Kiev”

Articolo pubblicato il 21 luglio 2014 da Unimondo


- Alessandro Graziadei -

Forse senza il missile che giovedì scorso ha abbattuto il volo MH-17 della Malaysian Airlines uccidendo 283 passeggeri e 15 membri dell’equipaggio pochi si sarebbero ricordati che in Ucraina continua una “strana e poco mediatica guerra” che indipendentemente dalla ragioni (poche) e dai torti (tanti) che caratterizzano ogni guerra e le sue parti in causa, per Amnesty International è sicuramente accompagnata negli ultimi tre mesi da un numero sempre più grande di rapimenti, pestaggi e altre torture inflitte a numerosi attivisti, manifestanti e giornalisti. 

Un nuovo rapporto dell’ong uscito lo scorso 11 luglio e dal titolo Rapimenti e torture in Ucraina orientale (.pdf) descrive, infatti, i risultati di una missione di ricerca a Kiev e nell’Ucraina sud-orientale che nelle ultime settimane ha raccolto e documentato con prove chiare e convincenti i rapimenti e le torture perpetrate da gruppi armati sia separatisti, che delle forze pro-Kiev.

“Con centinaia di rapiti negli ultimi tre mesi, è giunto il momento di fare il punto su quanto è successo in Ucraina, e fermare questa pratica aberrante in corso” - ha dichiarato Denis Krivosheev, vicedirettore di Amnesty International per l'Europa e l’Asia centrale - La maggior parte dei rapimenti è stata perpetrata dai separatisti armati, con le vittime spesso sottoposte a pestaggi rivoltanti e torture. Ma vi sono prove di abusi anche da parte delle forze pro-Kiev”.  Non esistono dati completi o affidabili sul numero di rapimenti, ma il ministero dell’Interno ucraino, sicuramente di parte, ha riferito circa 500 casi tra aprile e giugno 2014, mentre la forse più obiettiva missione delle Nazioni Unite di monitoraggio dei diritti umani per l’Ucraina ne ha registrati 222 solo negli ultimi tre mesi in tutta l'Ucraina orientale e nelle regioni di Donetsk e Luhansk. 

Amnesty International ha incontrato anche vari gruppi di auto-aiuto che hanno raccolto dettagli sul numero crescente di rapimenti: “Al gruppo di ricerca è stato fornita una lista di oltre 100 civili che sono stati fatti prigionieri. Nella maggior parte dei casi sono emerse accuse di tortura” ha spiegato Amnesty.

Tra coloro che sono stati presi di mira dalle forze in campo figurano non solo la polizia, le forze armate e i funzionari locali, ma anche giornalisti, politici, attivisti, membri delle commissioni elettorali e uomini d’affari. 

“Ora che le forze pro-Kiev stanno ristabilendo il controllo su Slavyansk, Kramatorsk e vari altri luoghi nell'Ucraina orientale, quasi quotidianamente vengono rilasciati nuovi prigionieri e cresce il numero di casi inquietanti. È ora che questi siano meticolosamente documentati, i responsabili siano consegnati alla giustizia e le vittime risarcite”, ha affermato Krivosheev. Hanna, un’attivista pro-ucraina, ha raccontato ad Amnesty International come è stata rapita da uomini armati nella città orientale di Donetsk il 27 maggio. È stata trattenuta per sei giorni prima di essere liberata con uno scambio di prigionieri. “Mi hanno fracassato il viso, lui mi ha dato un pugno in faccia, ha cercato di colpirmi ovunque, mi coprivo con le mani ... ero rannicchiata in un angolo, raggomitolata con le mie mani intorno alle ginocchia. Era arrabbiato perché stavo cercando di proteggermi. È uscito ed è tornato con un coltello”. 

Hanna ha anche raccontato che chi la interrogava le ha fatto scrivere uno slogan separatista sul muro, con il suo stesso sangue.

Mentre la maggior parte dei rapimenti sembrano avere una motivazione “politica” molte persone sono state rapite anche a scopo di riscatto o per intimidire la popolazione. Sasha, un attivista diciannovenne pro-ucraino, è arrivato a Kiev dopo essere stato rapito dai separatisti sotto la minaccia delle armi a Luhansk. Ha detto di essere stato picchiato ripetutamente per 24 ore: 

“Mi hanno picchiato con i pugni, con una sedia, con tutto quello che riuscivano a trovare. Mi hanno spento sigarette sulla gamba e mi hanno dato scariche elettriche. È andato avanti per così tanto tempo. Non sentivo più niente, sono solo svenuto”, ha raccontato ad Amnesty. È stato alla fine rilasciato dopo che suo padre ha pagato un riscatto di 60.000 dollari.

Ma questa guerra civile non può essere riassunta con la ridicola semplificazione dei buoni contro i cattivi anche se nel rapporto di Amnesty sono una minoranza le storie e le informazioni sui rapimenti compiuti dall'esercito regolare, dalla polizia e, soprattutto, dai gruppi paramilitari nazisti che affiancano (se non addirittura sostituiscono) le forze armate ufficiali nelle operazioni di guerra. Eppure mentre la maggioranza delle accuse di rapimento e tortura è mossa, guarda a caso dal Governo Ucraino, contro i gruppi di separatisti pro-russi, anche le forze pro-Kiev, inclusi i gruppi di autodifesa, sono implicati nel maltrattamento e nella sparizione dei prigionieri. 

Il gruppo di ricerca di Amnesty International ha viaggiato da Kiev al porto sud-orientale di Mariupol oggi sotto il controllo ucraino.

 Qui un ragazzo di 16 anni, Vladislav Aleksandrovich è stato rapito dopo aver postato i video di brutali operazioni di polizia contro la popolazione russofona di Mariupol il 25 giugno scorso. 

In un video pubblicato dopo il suo rilascio il 27 giugno, Vladislav appare seduto dietro un uomo con il volto coperto e in uniforme mimetica. L’uomo aveva una mano sulla testa di Vladislav e sta minacciando lui e “tutti gli altri che mettono in pericolo l’unità dell’Ucraina con rappresaglie”. 

In una successiva intervista video, Vladislav sostiene di essere stato torturato, colpito con il calcio del fucile nella schiena, preso a pugni e costretto a scrivere una “dichiarazione al popolo ucraino” e a gridare “slogan nazionalisti pro-ucraini”. 

 Stranamente a Mariupol “né la polizia né l’esercito ucraini sono stati visti in alcun posto durante la nostra visita. C’era un vuoto totale di autorit&agragrave; e sicurezza, con la paura di rappresaglie, rapimenti e tortura pervasiva tra la gente del posto”, ha evidenziato Krivosheev.

Amnesty International chiede adesso al Governo ucraino di creare "un unico e regolarmente aggiornato registro dei casi di rapimento e di indagare in maniera esauriente e imparziale ogni accusa di uso illegale della forza". “È riprovevole, stiamo assistendo ad una escalation di rapimenti e torture in Ucraina. Tutti gli attori di questo conflitto armato devono liberare immediatamente e incondizionatamente tutti i prigionieri ancora detenuti in violazione di legge, e garantire che fino al loro rilascio siano protetti dalla tortura e da altri maltrattamenti” ha concluso Krivosheev. 

Una richiesta legittima, ma che sembra destinata a cadere nel vuoto del tutti contro tutti che sta distruggendo l’Ucraina, soprattutto quando la richiesta è fatta ad un Governo che fino ad oggi si è reso complice di massacri come quello premeditato del “rogo della Casa dei Sindacati” a Odessa il 2 maggio scorso e che alcune fonti descrivono intento nella costruzione di strani “campi per immigrati” con soldi dell’Unione Europea forse destinati alla popolazione russa. Intanto l’operazione “anti terrorismo” va avanti per ordine di Kiev con continui bombardamenti sui quartieri residenziali di Lugansk e Donetsk che in un solo giorno, la settimana scorsa, hanno provocato ventotto civili morti. Ed è legittimo chiedersi: è questa l’Ucraina che sogniamo, al punto da volerla in Europa ed è questo il prezzo che vogliamo pagare per l’energia di domani? La risposta è no. Anche se “ce lo dovesse chiedere l’Europa”!

Articolo pubblicato il 21 luglio 2014 da Unimondo

Sarajevo, il caso e la necessità

- Bernard Guetta -

Articolo pubblicato il 27 giugno 2014 da Internazionale
(Traduzione di Andrea Sparacino)

Foto: Tommaso Vaccari

- Bernard Guetta -

È una città piena di terrazze, tecnologia, giovani per strada, campanili cattolici, cupole musulmane e cipolle ortodosse. È una città dove si mescolano i secoli, le religioni e gli imperi defunti, e il cui boom economico dura da 15 anni. Eppure, prima ancora di essere una città, Sarajevo è un manuale di storia europea da leggere e rileggere.

Sabato ricorrerà il centenario dell’assassinio dell’arciduca d’Austria a Sarajevo, l’evento che avrebbe trascinato il vecchio mondo nella Prima guerra mondiale, una mostruosa mattanza in cui l’Europa ha creduto per l’ennesima volta di poter ristabilire gli equilibri tra le potenze rivali e che invece ha finito per distruggere l’ordine costituito.

Un secolo dopo, mentre si prepara a commemorare l’assassinio di Sarajevo, l’Europa è spinta dal caso e dalla necessità a fare un passo avanti verso l’unità modificando le politiche dell’Unione e democratizzando il suo funzionamento. A Bruxelles è arrivato il tempo del cambiamento, e intanto i proiettori della storia illuminano Sarajevo e ci ricordano fino a che punto il nostro continente è fragile e segnato da antichi rancori che potrebbero riesplodere in qualsiasi momento.

Dalla Grande guerra sono scaturite la rivoluzione russa, la prima affermazione degli Stati Uniti come potenza emergente sulla scena mondiale, la fine dell’impero ottomano e di quello austro-ungarico, l’espansione degli imperi coloniali francese e britannico e la nascita delle frontiere attuali del Medio Oriente, le stesse che oggi sono minacciate dall’azione dei jihadisti in Iraq e Siria.

Il mondo in cui viviamo non sarebbe lo stesso senza l’assassinio di Sarajevo, la cui conseguenza più tragica è stato l’incubo nazista, che non sarebbe mai esistito se i vincitori del 1918 non avessero imposto alla Germania una punizione inaccettabile e umiliante. In un certo senso l’ascesa di Hitler affonda le sue radici a Sarajevo.

Oggi la città bosniaca mostra i segni di un conflitto più recente e di un assedio criminale portato dai paramilitari serbi tra il 1992 e il 1996 e costato la vita a 10.000 persone. Quella nell’ex Jugoslavia è stata una di quelle guerre di spartizione un tempo così comuni, e ha minacciato la riconciliazione franco-tedesca al punto tale da convincere Helmut Kohl e François Mitterrand a cementare l’unità europea creando la moneta unica. Senza Sarajevo probabilmente non ci sarebbe l’euro.

In questi giorni non possiamo pensare a questa città rinata senza ricordarci che prima di crollare la Jugoslavia aveva dimenticato la guerra, come l’abbiamo dimenticata noi oggi. Eppure, senza che ce ne accorgiamo, una guerra è in corso ed è vicina, così vicina che ci conviene sperare che la nuova svolta di Bruxelles sia prontamente confermata, approfondita e assimilata.

Articolo pubblicato il 27 giugno 2014 da Internazionale
(Traduzione di Andrea Sparacino)

Foto: Tommaso Vaccari

Lo tsunami iracheno

- Bernard Guetta -



L’Iraq è davanti a un bivio. Il paese potrebbe sprofondare da un momento all’altro in una guerra civile tra la minoranza sunnita e la maggioranza sciita, a meno che i due schieramenti non scelgano la via della prudenza. In questo caso gli sciiti eviterebbero di attaccare la roccaforte sunnita creatasi nel nord del paese sotto l’egida dei fanatici dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante, e a loro volta i sunniti rinuncerebbero a marciare su Baghdad, dove gli sciiti rappresentano la stragrande maggioranza della popolazione.

In questo caso assisteremmo alla partizione di fatto del paese, da cui i curdi, terza comunità irachena, si sono già separati dopo la prima guerra del Golfo nel 1990.

Articolo pubblicato il 19 giugno 2014 da Internazionale
(Traduzione di Andrea Sparacino)

Foto Reuters / Contrasto


- Bernard Guetta -

L’Iraq è davanti a un bivio. Il paese potrebbe sprofondare da un momento all’altro in una guerra civile tra la minoranza sunnita e la maggioranza sciita, a meno che i due schieramenti non scelgano la via della prudenza. In questo caso gli sciiti eviterebbero di attaccare la roccaforte sunnita creatasi nel nord del paese sotto l’egida dei fanatici dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante, e a loro volta i sunniti rinuncerebbero a marciare su Baghdad, dove gli sciiti rappresentano la stragrande maggioranza della popolazione.

In questo caso assisteremmo alla partizione di fatto del paese, da cui i curdi, terza comunità irachena, si sono già separati dopo la prima guerra del Golfo nel 1990. Nell’altro il Medio Oriente sprofonderebbe ulteriormente in un conflitto regionale, in una guerra di religione tra i due rami dell’islam che infiammerebbe lo scontro di potere che fin dalla rivoluzione del 1979 oppone i capofila dell’islam sciita e sunnita, l’Iran e Arabia Saudita.

Al momento lo scenario di una divisione appare più probabile, ma la possibilità di un’escalation dello scontro è perfettamente plausibile. In ogni caso la vicenda finirà inevitabilmente per alterare la situazione in Medio Oriente e nel resto del globo.

Innanzitutto il prezzo del petrolio potrebbe presto ricominciare ad aumentare, provocando ingenti perdite economiche in Europa e nei paesi emergenti. Per il momento la situazione è stabile, anche perché il 90 per cento del greggio iracheno destinato alle esportazioni proviene dalle regioni meridionali controllate dagli sciiti e risparmiate dai combattimenti. Tuttavia gli investimenti necessari alla modernizzazione dei pozzi subiranno un rallentamento, che a sua volta influenzerà l’offerta internazionale di petrolio. Se teniamo contro anche delle inquietudini riguardo il futuro del paese, è evidente che il prezzo del petrolio è destinato a salire.

In secondo luogo è probabile che l’Iraq diventi presto un paese di profughi come la Siria e la Libia. Il numero dei rifugiati che tentano di raggiungere le coste europee aumenterà, aggravando il problema dell’immigrazione clandestina che già oggi influenza pesantemente i paesi dell’Unione europea.

Infine tutte le alleanze e i rapporti di forza regionali verranno rimessi in discussione. Pur dovendo affrontare grandi ostacoli, Iran e Stati Uniti saranno tentati di riavvicinarsi o quantomeno di combattere insieme un nemico comune, i jihadisti sunniti dello Stato islamico. Il riavvicinamento non è ancora cominciato che già cresce la tensione tra Washington e i paesi sunniti, Arabia Saudita in testa. Il regime siriano, alauita-sciita, potrebbe temere una riduzione degli aiuti che arrivano dagli alleati sciiti iraniani, iracheni e libanesi, sempre più coinvolti nella crisi in corso in Iraq. I palestinesi si ritroveranno più isolati che mai perché non possono contare su alcun sostegno dai paesi vicini, mentre la destra al potere in Israele non intende fare la minima concessione in un momento che è difficile immaginare un accordo di pace con il mondo arabo nel caos. Per l’Europa la crisi irachena non è lontana ma alle porte, da tutti i punti di vista.



Articolo pubblicato il 19 giugno 2014 da Internazionale
(Traduzione di Andrea Sparacino)

Foto Reuters / Contrasto

Ospiti chi? Giornata mondiale del rifugiato 2014


Incontro pubblico

Dal /2014 al /2014
dalle ore 17.30 alle ore 23.00
Villa Sant'Ignazio – Via delle Laste 22, TRENTO e
BOOKIQUE - Caffè Letterario Predara (TRENTO)




Due appuntamenti in due giornate, per provare a raccontare in modo diverso la storia delle oltre 40 mila persone arrivate via mare in Italia nel 2014 e per ricordare le 20 mila rimaste nel mare da vent'anni a oggi.
Unitevi a noi e regalatevi un momento di ospitalità!

PER INFO: Cell: 380 2866405 Email: centroastallitn@gmail.com Facebook: Centro Astalli Trento

Due appuntamenti in due giornate, per provare a raccontare in modo diverso la storia delle oltre 40 mila persone arrivate via mare in Italia nel 2014 e per ricordare le 20 mila rimaste nel mare da vent'anni a oggi.
Unitevi a noi e regalatevi un momento di ospitalità!

Dal /2014 al /2014
dalle ore 17.30 alle ore 23.00
Villa Sant'Ignazio – Via delle Laste 22, TRENTO e
BOOKIQUE - Caffè Letterario Predara (TRENTO)



 
Ecco il programma:

GIOVEDI 19.06 
Villa Sant'Ignazio – Via delle Laste 22, TRENTO 
ore 17.30--> conferenza stampa e incontro sui rifugiati in provincia di Trento 
ore 18.30 --> “L’ospite è sacro” - Riflessione interreligiosa su migrazioni e tradizioni religiose 
ore 20.00--> CENA OFFERTA DAI RIFUGIATI / prenotazione a centroastallitn@gmail.it 

VENERDI 20.06 
BOOKIQUE - Caffè Letterario Predara, via Torre d'Augusto 25,TRENTO
alle 20.00 --> Performance teatrale interculturale a cura di ass. Alla Ribalta 
Reading a cura de Il Gioco Degli Specchi 
ore 21.00 --> LUCA BASSANESE in concerto http://www.lucabassanese-officialsite.it/

PER INFO: Cell: 380 2866405 Email: centroastallitn@gmail.com Facebook: Centro Astalli Trento

Promuovono: ATAS Onlus Cinformi – Centro Informativo per l’Immigrazione Il Gioco degli Specchi Centro per l'Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso - Diocesi di Trento Centro Astalli Trento - Onlus Associazione Kariba Samuele - Coop. Soc. Villa Sant'Ignazio - Coop. Soc. Punto d'Incontro - Onlus Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani Fondazione Sant'Ignazio Comitato "Non laviamocene le mani" – Rovereto Caritas Diocesana Associazione Alla Ribalta Religion Today Filmfestival – Ass. Bianconero Fondazione Fontana – Unimondo Ass. Altrimenti Ass. Richiedenti Terra 

Con il sostegno di: Provincia Autonoma di Trento SPRAR – Servizio Centrale per la Protezione di Richiedenti Asilo e RIfugiati 
Con il patrocinio della Presidenza del Consiglio Provinciale della PAT

I mondiali iracheni

- Tommaso Di Francesco -



Non può sfug­gire la sin­cro­nia che vede al via il samba tri­ste — tra festa, mise­ria e riscatto — dei mon­diali di cal­cio in Bra­sile, nelle stesse ore in cui esplode la nuova, san­gui­nosa crisi in Iraq. Che avrebbe preso il mondo «in con­tro­piede». In con­tro­piede? Vero è che chi semina vento rac­co­glie tem­pe­sta. Per­ché con l’avanzata mili­tare del jiha­di­smo qae­di­sta in metà dell’Iraq siamo di fronte al più grosso smacco dell’Occidente, in par­ti­co­lare degli Stati Uniti.

Che, appren­di­sti stre­goni, hanno coperto con le guerre il vuoto lasciato dall’89. La guerra del 2003 venne moti­vata con le armi di distru­zione di massa e con il fatto che Sad­dam Hus­sein com­plot­tava con al Qaeda. Non era vero, ma l’obiettivo era di stra­vol­gere i deli­cati equi­li­bri del Medio Oriente. Volta a volta, da una pre­si­denza Usa all’altra, in chiave bipar­ti­san, uti­liz­zando l’estremismo isla­mico per desta­bi­liz­zare il nemico rima­sto.

Articolo tratto da Il Manifesto

Foto: Mosul, Reuters

- Tommaso Di Francesco -


Non può sfug­gire la sin­cro­nia che vede al via il samba tri­ste — tra festa, mise­ria e riscatto — dei mon­diali di cal­cio in Bra­sile, nelle stesse ore in cui esplode la nuova, san­gui­nosa crisi in Iraq. Che avrebbe preso il mondo «in con­tro­piede». In con­tro­piede? Vero è che chi semina vento rac­co­glie tem­pe­sta. Per­ché con l’avanzata mili­tare del jiha­di­smo qae­di­sta in metà dell’Iraq siamo di fronte al più grosso smacco dell’Occidente, in par­ti­co­lare degli Stati uniti.

Che, appren­di­sti stre­goni, hanno coperto con le guerre il vuoto lasciato dall’89. La guerra del 2003 venne moti­vata con le armi di distru­zione di massa e con il fatto che Sad­dam Hus­sein com­plot­tava con al Qaeda. Non era vero, ma l’obiettivo era di stra­vol­gere i deli­cati equi­li­bri del Medio Oriente. Volta a volta, da una pre­si­denza Usa all’altra, in chiave bipar­ti­san, uti­liz­zando l’estremismo isla­mico per desta­bi­liz­zare il nemico rima­sto. Gli inizi furono in Afgha­ni­stan, negli anni Ottanta, con il soste­gno prima ai muja­hed­din poi, negli anni Novanta ai tale­bani por­tati al potere e diven­tati inter­lo­cu­tori di Washing­ton; e ancora la Bosnia Erze­go­vina con Clin­ton che favo­ri­sce l’ingresso di bri­gate muja­hed­din, senza dimen­ti­care la guerra di Sad­dam, per inter­po­sto inte­resse Usa, con­tro l’Iran degli aya­tol­lah ira­niani che crea l’«equivoco» del Kuwait, occa­sione della prima guerra all’Iraq e pro­dromo della seconda. È un viluppo di morte sca­ri­cata su altri popoli e con­ti­nenti a sal­va­guar­dia della «nostra» supre­ma­zia. Fino alle Pri­ma­vere arabe, annun­ciate dal discorso del Cairo di Obama del 2009 e alla loro deriva. Lì si pro­met­te­vano magni­fi­che sorti e pro­gres­sive ad un mondo ancora sot­to­messo, con l’irrisolta — e tale resta — que­stione pale­sti­nese, e alle prese con guerre feroci. I rove­sci di quelle tra­sfor­ma­zioni hanno impe­gnato l’Occidente in nuovi con­flitti che sono all’origine della nuova forza di al Qaeda. Che non sem­bra finita con l’uccisione da film di Osama bin Laden, ma trova nuovi gio­vani lea­der «per­ché combattenti».

Ecco la semina del vento: l’intervento mili­tare in Libia nel marzo 2011 di Fran­cia, Gran Bre­ta­gna, Ita­lia e poi, mas­sic­cia­mente degli Stati uniti — la prima guerra di Obama — che con i raid aerei aiu­tano le forze insorte, per­lo­più jiha­di­ste, ad abbat­tere Ghed­dafi, che ammo­niva: «Se cac­ciate me poi dovrete fare i conti con i nemici dell’Occidente». Una guerra che ha pre­pa­rato i san­tuari jiha­di­sti che hanno aperto il fronte in Siria. La defla­gra­zione che farà capire che tutto pre­ci­pita su Obama, fu l’11 set­tem­bre 2012 quando a Ben­gasi le stesse mili­zie isla­mi­che che ave­vano gestito con la Cia l’intervento Usa, ucci­sero l’ambasciatore Chris Ste­vens, l’ex agente di col­le­ga­mento dell’intelligence ame­ri­cana. Usci­rono di scena per que­sto la segre­ta­ria di Stato Hil­lary Clin­ton, che stenta per que­sto a can­di­darsi, sotto accusa dei Repub­bli­cani, e il capo della Cia David Petraeus, dimis­sio­nato per «adul­te­rio». Non con­tenti, l’avventura siriana ha por­tato la Casa bianca ad ade­rire alla coa­li­zione anti Bashar al Assad degli «Amici» della Siria, con Ara­bia sau­dita e Tur­chia in testa, che hanno riem­pito di armi le stesse for­ma­zioni jihadiste-qaediste che ora avan­zano in Iraq verso Bagh­dad. L’accusa dun­que non è quella neo-neocon a Obama di essersi riti­rato troppo pre­sto dall’Iraq, ma di essersi riti­rato troppo poco dal mili­ta­ri­smo uma­ni­ta­rio ere­di­tato, men­tre resta fino al 2016 in armi in Afgha­ni­stan dove i tale­bani sono più forti di prima. E ora, per fer­mare al Qaeda, rischia un altro inter­vento armato e intanto deve spe­rare che Assad vinca in Siria e che il sud sciita sia soc­corso in armi dal «nemico» Iran.

Non sap­piamo chi vin­cerà il cam­pio­nato del mondo di cal­cio, sap­piamo chi, in Medio Oriente, ha per­duto il mondo.


Articolo tratto da Il Manifesto

Foto: Mosul, Reuters