Sarajevo, il caso e la necessità

– Bernard Guetta –

Articolo pubblicato il 27 giugno 2014 da Internazionale
(Traduzione di Andrea Sparacino)

Foto: Tommaso Vaccari

– Bernard Guetta –

È una città piena di terrazze, tecnologia, giovani per strada, campanili cattolici, cupole musulmane e cipolle ortodosse. È una città dove si mescolano i secoli, le religioni e gli imperi defunti, e il cui boom economico dura da 15 anni. Eppure, prima ancora di essere una città, Sarajevo è un manuale di storia europea da leggere e rileggere.

Sabato ricorrerà il centenario dell’assassinio dell’arciduca d’Austria a Sarajevo, l’evento che avrebbe trascinato il vecchio mondo nella Prima guerra mondiale, una mostruosa mattanza in cui l’Europa ha creduto per l’ennesima volta di poter ristabilire gli equilibri tra le potenze rivali e che invece ha finito per distruggere l’ordine costituito.

Un secolo dopo, mentre si prepara a commemorare l’assassinio di Sarajevo, l’Europa è spinta dal caso e dalla necessità a fare un passo avanti verso l’unità modificando le politiche dell’Unione e democratizzando il suo funzionamento. A Bruxelles è arrivato il tempo del cambiamento, e intanto i proiettori della storia illuminano Sarajevo e ci ricordano fino a che punto il nostro continente è fragile e segnato da antichi rancori che potrebbero riesplodere in qualsiasi momento.

Dalla Grande guerra sono scaturite la rivoluzione russa, la prima affermazione degli Stati Uniti come potenza emergente sulla scena mondiale, la fine dell’impero ottomano e di quello austro-ungarico, l’espansione degli imperi coloniali francese e britannico e la nascita delle frontiere attuali del Medio Oriente, le stesse che oggi sono minacciate dall’azione dei jihadisti in Iraq e Siria.

Il mondo in cui viviamo non sarebbe lo stesso senza l’assassinio di Sarajevo, la cui conseguenza più tragica è stato l’incubo nazista, che non sarebbe mai esistito se i vincitori del 1918 non avessero imposto alla Germania una punizione inaccettabile e umiliante. In un certo senso l’ascesa di Hitler affonda le sue radici a Sarajevo.

Oggi la città bosniaca mostra i segni di un conflitto più recente e di un assedio criminale portato dai paramilitari serbi tra il 1992 e il 1996 e costato la vita a 10.000 persone. Quella nell’ex Jugoslavia è stata una di quelle guerre di spartizione un tempo così comuni, e ha minacciato la riconciliazione franco-tedesca al punto tale da convincere Helmut Kohl e François Mitterrand a cementare l’unità europea creando la moneta unica. Senza Sarajevo probabilmente non ci sarebbe l’euro.

In questi giorni non possiamo pensare a questa città rinata senza ricordarci che prima di crollare la Jugoslavia aveva dimenticato la guerra, come l’abbiamo dimenticata noi oggi. Eppure, senza che ce ne accorgiamo, una guerra è in corso ed è vicina, così vicina che ci conviene sperare che la nuova svolta di Bruxelles sia prontamente confermata, approfondita e assimilata.

Articolo pubblicato il 27 giugno 2014 da Internazionale
(Traduzione di Andrea Sparacino)

Foto: Tommaso Vaccari

Lo tsunami iracheno

– Bernard Guetta –

L’Iraq è davanti a un bivio. Il paese potrebbe sprofondare da un momento all’altro in una guerra civile tra la minoranza sunnita e la maggioranza sciita, a meno che i due schieramenti non scelgano la via della prudenza. In questo caso gli sciiti eviterebbero di attaccare la roccaforte sunnita creatasi nel nord del paese sotto l’egida dei fanatici dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante, e a loro volta i sunniti rinuncerebbero a marciare su Baghdad, dove gli sciiti rappresentano la stragrande maggioranza della popolazione.

In questo caso assisteremmo alla partizione di fatto del paese, da cui i curdi, terza comunità irachena, si sono già separati dopo la prima guerra del Golfo nel 1990.

Articolo pubblicato il 19 giugno 2014 da Internazionale
(Traduzione di Andrea Sparacino)

Foto Reuters / Contrasto

– Bernard Guetta –

L’Iraq è davanti a un bivio. Il paese potrebbe sprofondare da un momento all’altro in una guerra civile tra la minoranza sunnita e la maggioranza sciita, a meno che i due schieramenti non scelgano la via della prudenza. In questo caso gli sciiti eviterebbero di attaccare la roccaforte sunnita creatasi nel nord del paese sotto l’egida dei fanatici dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante, e a loro volta i sunniti rinuncerebbero a marciare su Baghdad, dove gli sciiti rappresentano la stragrande maggioranza della popolazione.

In questo caso assisteremmo alla partizione di fatto del paese, da cui i curdi, terza comunità irachena, si sono già separati dopo la prima guerra del Golfo nel 1990. Nell’altro il Medio Oriente sprofonderebbe ulteriormente in un conflitto regionale, in una guerra di religione tra i due rami dell’islam che infiammerebbe lo scontro di potere che fin dalla rivoluzione del 1979 oppone i capofila dell’islam sciita e sunnita, l’Iran e Arabia Saudita.

Al momento lo scenario di una divisione appare più probabile, ma la possibilità di un’escalation dello scontro è perfettamente plausibile. In ogni caso la vicenda finirà inevitabilmente per alterare la situazione in Medio Oriente e nel resto del globo.

Innanzitutto il prezzo del petrolio potrebbe presto ricominciare ad aumentare, provocando ingenti perdite economiche in Europa e nei paesi emergenti. Per il momento la situazione è stabile, anche perché il 90 per cento del greggio iracheno destinato alle esportazioni proviene dalle regioni meridionali controllate dagli sciiti e risparmiate dai combattimenti. Tuttavia gli investimenti necessari alla modernizzazione dei pozzi subiranno un rallentamento, che a sua volta influenzerà l’offerta internazionale di petrolio. Se teniamo contro anche delle inquietudini riguardo il futuro del paese, è evidente che il prezzo del petrolio è destinato a salire.

In secondo luogo è probabile che l’Iraq diventi presto un paese di profughi come la Siria e la Libia. Il numero dei rifugiati che tentano di raggiungere le coste europee aumenterà, aggravando il problema dell’immigrazione clandestina che già oggi influenza pesantemente i paesi dell’Unione europea.

Infine tutte le alleanze e i rapporti di forza regionali verranno rimessi in discussione. Pur dovendo affrontare grandi ostacoli, Iran e Stati Uniti saranno tentati di riavvicinarsi o quantomeno di combattere insieme un nemico comune, i jihadisti sunniti dello Stato islamico. Il riavvicinamento non è ancora cominciato che già cresce la tensione tra Washington e i paesi sunniti, Arabia Saudita in testa. Il regime siriano, alauita-sciita, potrebbe temere una riduzione degli aiuti che arrivano dagli alleati sciiti iraniani, iracheni e libanesi, sempre più coinvolti nella crisi in corso in Iraq. I palestinesi si ritroveranno più isolati che mai perché non possono contare su alcun sostegno dai paesi vicini, mentre la destra al potere in Israele non intende fare la minima concessione in un momento che è difficile immaginare un accordo di pace con il mondo arabo nel caos. Per l’Europa la crisi irachena non è lontana ma alle porte, da tutti i punti di vista.

Articolo pubblicato il 19 giugno 2014 da Internazionale
(Traduzione di Andrea Sparacino)

Foto Reuters / Contrasto

Ospiti chi? Giornata mondiale del rifugiato 2014

Incontro pubblico

Dal /2014 al /2014
dalle ore 17.30 alle ore 23.00
Villa Sant’Ignazio – Via delle Laste 22, TRENTO e
BOOKIQUE – Caffè Letterario Predara (TRENTO)

Due appuntamenti in due giornate, per provare a raccontare in modo diverso la storia delle oltre 40 mila persone arrivate via mare in Italia nel 2014 e per ricordare le 20 mila rimaste nel mare da vent’anni a oggi.
Unitevi a noi e regalatevi un momento di ospitalità!

PER INFO: Cell: 380 2866405 Email: centroastallitn@gmail.com Facebook: Centro Astalli Trento

Due appuntamenti in due giornate, per provare a raccontare in modo diverso la storia delle oltre 40 mila persone arrivate via mare in Italia nel 2014 e per ricordare le 20 mila rimaste nel mare da vent’anni a oggi.
Unitevi a noi e regalatevi un momento di ospitalità!

Dal /2014 al /2014
dalle ore 17.30 alle ore 23.00
Villa Sant’Ignazio – Via delle Laste 22, TRENTO e
BOOKIQUE – Caffè Letterario Predara (TRENTO)


 
Ecco il programma:
GIOVEDI 19.06 
Villa Sant’Ignazio – Via delle Laste 22, TRENTO 
ore 17.30–> conferenza stampa e incontro sui rifugiati in provincia di Trento 
ore 18.30 –> “L’ospite è sacro” – Riflessione interreligiosa su migrazioni e tradizioni religiose 
ore 20.00–> CENA OFFERTA DAI RIFUGIATI / prenotazione a centroastallitn@gmail.it 
VENERDI 20.06 
BOOKIQUE – Caffè Letterario Predara, via Torre d’Augusto 25,TRENTO
alle 20.00 –> Performance teatrale interculturale a cura di ass. Alla Ribalta 
Reading a cura de Il Gioco Degli Specchi 
ore 21.00 –> LUCA BASSANESE in concerto http://www.lucabassanese-officialsite.it/

PER INFO: Cell: 380 2866405 Email: centroastallitn@gmail.com Facebook: Centro Astalli Trento

Promuovono: ATAS Onlus Cinformi – Centro Informativo per l’Immigrazione Il Gioco degli Specchi Centro per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso – Diocesi di Trento Centro Astalli Trento – Onlus Associazione Kariba Samuele – Coop. Soc. Villa Sant’Ignazio – Coop. Soc. Punto d’Incontro – Onlus Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani Fondazione Sant’Ignazio Comitato “Non laviamocene le mani” – Rovereto Caritas Diocesana Associazione Alla Ribalta Religion Today Filmfestival – Ass. Bianconero Fondazione Fontana – Unimondo Ass. Altrimenti Ass. Richiedenti Terra 

Con il sostegno di: Provincia Autonoma di Trento SPRAR – Servizio Centrale per la Protezione di Richiedenti Asilo e RIfugiati 
Con il patrocinio della Presidenza del Consiglio Provinciale della PAT

I mondiali iracheni

– Tommaso Di Francesco –

Non può sfug­gire la sin­cro­nia che vede al via il samba tri­ste — tra festa, mise­ria e riscatto — dei mon­diali di cal­cio in Bra­sile, nelle stesse ore in cui esplode la nuova, san­gui­nosa crisi in Iraq. Che avrebbe preso il mondo «in con­tro­piede». In con­tro­piede? Vero è che chi semina vento rac­co­glie tem­pe­sta. Per­ché con l’avanzata mili­tare del jiha­di­smo qae­di­sta in metà dell’Iraq siamo di fronte al più grosso smacco dell’Occidente, in par­ti­co­lare degli Stati Uniti.

Che, appren­di­sti stre­goni, hanno coperto con le guerre il vuoto lasciato dall’89. La guerra del 2003 venne moti­vata con le armi di distru­zione di massa e con il fatto che Sad­dam Hus­sein com­plot­tava con al Qaeda. Non era vero, ma l’obiettivo era di stra­vol­gere i deli­cati equi­li­bri del Medio Oriente. Volta a volta, da una pre­si­denza Usa all’altra, in chiave bipar­ti­san, uti­liz­zando l’estremismo isla­mico per desta­bi­liz­zare il nemico rima­sto.

Articolo tratto da Il Manifesto

Foto: Mosul, Reuters

– Tommaso Di Francesco –


Non può sfug­gire la sin­cro­nia che vede al via il samba tri­ste — tra festa, mise­ria e riscatto — dei mon­diali di cal­cio in Bra­sile, nelle stesse ore in cui esplode la nuova, san­gui­nosa crisi in Iraq. Che avrebbe preso il mondo «in con­tro­piede». In con­tro­piede? Vero è che chi semina vento rac­co­glie tem­pe­sta. Per­ché con l’avanzata mili­tare del jiha­di­smo qae­di­sta in metà dell’Iraq siamo di fronte al più grosso smacco dell’Occidente, in par­ti­co­lare degli Stati uniti.

Che, appren­di­sti stre­goni, hanno coperto con le guerre il vuoto lasciato dall’89. La guerra del 2003 venne moti­vata con le armi di distru­zione di massa e con il fatto che Sad­dam Hus­sein com­plot­tava con al Qaeda. Non era vero, ma l’obiettivo era di stra­vol­gere i deli­cati equi­li­bri del Medio Oriente. Volta a volta, da una pre­si­denza Usa all’altra, in chiave bipar­ti­san, uti­liz­zando l’estremismo isla­mico per desta­bi­liz­zare il nemico rima­sto. Gli inizi furono in Afgha­ni­stan, negli anni Ottanta, con il soste­gno prima ai muja­hed­din poi, negli anni Novanta ai tale­bani por­tati al potere e diven­tati inter­lo­cu­tori di Washing­ton; e ancora la Bosnia Erze­go­vina con Clin­ton che favo­ri­sce l’ingresso di bri­gate muja­hed­din, senza dimen­ti­care la guerra di Sad­dam, per inter­po­sto inte­resse Usa, con­tro l’Iran degli aya­tol­lah ira­niani che crea l’«equivoco» del Kuwait, occa­sione della prima guerra all’Iraq e pro­dromo della seconda. È un viluppo di morte sca­ri­cata su altri popoli e con­ti­nenti a sal­va­guar­dia della «nostra» supre­ma­zia. Fino alle Pri­ma­vere arabe, annun­ciate dal discorso del Cairo di Obama del 2009 e alla loro deriva. Lì si pro­met­te­vano magni­fi­che sorti e pro­gres­sive ad un mondo ancora sot­to­messo, con l’irrisolta — e tale resta — que­stione pale­sti­nese, e alle prese con guerre feroci. I rove­sci di quelle tra­sfor­ma­zioni hanno impe­gnato l’Occidente in nuovi con­flitti che sono all’origine della nuova forza di al Qaeda. Che non sem­bra finita con l’uccisione da film di Osama bin Laden, ma trova nuovi gio­vani lea­der «per­ché combattenti».

Ecco la semina del vento: l’intervento mili­tare in Libia nel marzo 2011 di Fran­cia, Gran Bre­ta­gna, Ita­lia e poi, mas­sic­cia­mente degli Stati uniti — la prima guerra di Obama — che con i raid aerei aiu­tano le forze insorte, per­lo­più jiha­di­ste, ad abbat­tere Ghed­dafi, che ammo­niva: «Se cac­ciate me poi dovrete fare i conti con i nemici dell’Occidente». Una guerra che ha pre­pa­rato i san­tuari jiha­di­sti che hanno aperto il fronte in Siria. La defla­gra­zione che farà capire che tutto pre­ci­pita su Obama, fu l’11 set­tem­bre 2012 quando a Ben­gasi le stesse mili­zie isla­mi­che che ave­vano gestito con la Cia l’intervento Usa, ucci­sero l’ambasciatore Chris Ste­vens, l’ex agente di col­le­ga­mento dell’intelligence ame­ri­cana. Usci­rono di scena per que­sto la segre­ta­ria di Stato Hil­lary Clin­ton, che stenta per que­sto a can­di­darsi, sotto accusa dei Repub­bli­cani, e il capo della Cia David Petraeus, dimis­sio­nato per «adul­te­rio». Non con­tenti, l’avventura siriana ha por­tato la Casa bianca ad ade­rire alla coa­li­zione anti Bashar al Assad degli «Amici» della Siria, con Ara­bia sau­dita e Tur­chia in testa, che hanno riem­pito di armi le stesse for­ma­zioni jihadiste-qaediste che ora avan­zano in Iraq verso Bagh­dad. L’accusa dun­que non è quella neo-neocon a Obama di essersi riti­rato troppo pre­sto dall’Iraq, ma di essersi riti­rato troppo poco dal mili­ta­ri­smo uma­ni­ta­rio ere­di­tato, men­tre resta fino al 2016 in armi in Afgha­ni­stan dove i tale­bani sono più forti di prima. E ora, per fer­mare al Qaeda, rischia un altro inter­vento armato e intanto deve spe­rare che Assad vinca in Siria e che il sud sciita sia soc­corso in armi dal «nemico» Iran.

Non sap­piamo chi vin­cerà il cam­pio­nato del mondo di cal­cio, sap­piamo chi, in Medio Oriente, ha per­duto il mondo.

Articolo tratto da Il Manifesto

Foto: Mosul, Reuters

Cinque domande sull’Afghanistan: la risposta del ministro

– Federica Mogherini * –

Il 2014 sarà un anno cruciale per la transizione in Afghanistan, sia dal punto di vista politico sia da quello della gestione della sicurezza. E invece rischiamo di fare l’errore di pensare che con la fine di Isaf non sarà più necessario occuparsi di quel paese, delle sue contraddizioni e della sua faticosa ricerca di democrazia, pace, diritti. Per questo rispondo con piacere agli amici di Afgana, con i quali ho avuto occasione di collaborare spesso in passato e che ringrazio sia per il sostegno dato in questi anni alla società civile dell’Afghanistan.

Pubblichiamo la risposta di Federica Mogherini ai quesiti posti dall’Associazione Afgana

Articolo pubblicato su Il Manifesto di sabato 7 giugno 2014

*Ministro degli Affari Esteri

– Federica Mogherini * –

Il 2014 sarà un anno cruciale per la transizione in Afghanistan, sia dal punto di vista politico sia da quello della gestione della sicurezza. E invece rischiamo di fare l’errore di pensare che con la fine di Isaf non sarà più necessario occuparsi di quel paese, delle sue contraddizioni e della sua faticosa ricerca di democrazia, pace, diritti. Per questo rispondo con piacere agli amici di Afgana, con i quali ho avuto occasione di collaborare spesso in passato e che ringrazio sia per il sostegno dato in questi anni alla società civile dell’Afghanistan.Mi si chiede dunque quale sia la strategia del governo per il dopo Isaf. Prima di tutto credo sia fondamentale mantenere l’impegno, preso formalmente con la comunità internazionale ma innanzitutto con la società civile afghana, di “non abbandonare” l’Afghanistan con la fine di Isaf. Però bisogna cambiare prospettiva: ogni passo dovrà essere deciso, disegnato, attuato su richiesta degli afghani e assieme a loro. così progetteremo il nostro sostegno alle istituzioni e alla società civile, e il sostegno alle forze di sicurezza afghane, con una residua presenza militare condizionata quindi a una richiesta di Kabul e limitata, eventualmente, solo a funzioni di formazione e assistenza. La strada che abbiamo intenzione di seguire è esattamente quella indicata da Afgana. Sono convinta, d’altra parte, che questo debba essere il tratto distintivo della nostra politica estera in tutte le aree di crisi e di transizione, dall’Ucraina alla Libia. Per rendere concreti questi impegni, appena ci saranno un nuovo presidente e un nuovo governo insediato andrò a Kabul per presiedere, assieme al ministro degli Esteri afghano, la prima riunione della Commissione congiunta prevista dall’accordo bilaterale di partenariato e impostare insieme un lavoro comune. Il sostegno alla società civile, su cui già si è molto lavorato, diventerà l’asse portante del nostro impegno così che dialogo e riconciliazione da un lato e tutela della libertà e dei diritti di tutti dall’altro possano poggiare su un terreno solido, pronto, su forme di partecipazione reale e diffusa. Manterremo e rafforzeremo quindi l’impegno della Cooperazione allo Sviluppo, con iniziative dirette e con il finanziamento a ong e spero che insieme al Parlamento potremo aumentare le risorse e renderle stabili. Sappiamo bene che serve però anche un serio sostegno internazionale. Con l’Ue si sta lavorando a un piano strategico, per il biennio 2014-2016, e nel nostro semestre di presidenza Ue lavoreremo all’attuazione. Infine, ma non da ultimo, sappiamo di doverci concentrare sia sulla riconciliazione interna, con il coinvolgimento politico di tutte le parti, sia sulla più ampia dimensione regionale e a fine agosto l’Italia parteciperà a Tianjin, in Cina, alla riunione del processo di Istanbul. La comunità internazionale ha il dovere, e l’interesse, di continuare a occuparsi dell’Afghanistan e di farlo in modo nuovo, sostenendo un processo di transizione che deve essere prima di tutto in mano agli afghani.

Pubblichiamo la risposta di Federica Mogherini ai quesiti posti dall’Associazione Afgana

Articolo pubblicato su Il Manifesto di sabato 7 giugno 2014

*Ministro degli Affari Esteri

Fuori dal debito, oltre la crescita

Dibattito pubblico

Sabato 7 giugno 2014, ore 17.00 –  sala di rappresentanza, palazzo della Regione, p.zza Dante (Trento)
Organizza: Trentino Arcobaleno 

Dibattito pubblico
Sabato 7 giugno 2014, ore 17.00 –  sala di rappresentanza, palazzo della Regione, p.zza Dante (Trento)
Organizza: Trentino Arcobaleno 

Trentino Arcobaleno all’interno dell’Altraeconomia al Festival presenta un dibattito con FRANCESCO GESUALDI, PAOLO MANASSE.
Coordina MONICA DI SISTO. Da dove viene il debito pubblico? Di fronte all”austerity imposta dalla finanza globale, quale via d”uscita dalla crisi si può ipotizzare? Un dibattito tra teorie economiche diverse, quelle che puntano sulla crescita e quelle che propongono un cambio di paradigma.

Informazioni: segreteria@trentinoarcobaleno.it

«5 domande sul futuro afgano»

– di Giulia Sbarigia * –

Lettera aperta alla ministra degli esteri Mogherini. Quale la strategia del governo italiano nella fase successiva al compimento della missione Isaf? Quali iniziative in sostegno delle Ong?

Il 2014 è un anno cru­ciale per l’Afghanistan. Per­ché segna il pas­sag­gio dalla prima, lunga paren­tesi post-talebana — inau­gu­rata manu mili­taricon l’intervento del 2001 gui­dato dagli Stati uniti — a una nuova fase, i cui con­torni sono ancora indefiniti.
Nelle pros­sime set­ti­mane il pre­si­dente Hamid Kar­zai cederà il posto al suo suc­ces­sore, […]

Articolo tratto da il Manifesto del 2 giugno 2014
* Afghana è un’asso­cia­zione di soste­gno alla società civile afgana

– di Giulia Sbarigia –

Il 2014 è un anno cru­ciale per l’Afghanistan. Per­ché segna il pas­sag­gio dalla prima, lunga paren­tesi post-talebana — inau­gu­rata manu mili­taricon l’intervento del 2001 gui­dato dagli Stati uniti — a una nuova fase, i cui con­torni sono ancora indefiniti.

Nelle pros­sime set­ti­mane il pre­si­dente Hamid Kar­zai cederà il posto al suo suc­ces­sore, Abdul­lah Abdul­lah o Ash­raf Ghani; entro la fine dell’anno, con il com­pi­mento della mis­sione Isaf, la mag­gior parte delle truppe stra­niere lasce­ranno il paese, com­ple­tando l’inte­qal (la tran­si­zione), il pas­sag­gio della sicu­rezza dalle mani degli inter­na­zio­nali a quelle delle forze di sicu­rezza locali. Come ogni fase di tran­si­zione, anche l’inte­qal afgana porta con sé molte inco­gnite e molte opportunità.

il Manifesto del 2 giugno 2014

Lettera aperta alla ministra degli esteri Mogherini redatta dall’Associazione Afghana asso­cia­zione di soste­gno alla società civile afgana

Il futuro dell’Europa dipende dall’Ucraina?

Osservatorio Balcani e Caucaso
eventi@balcanicaucaso.org
0464 424230

Centro Europeo di Eccellenza Jean Monnet
centrojeanmonnet@unitn.it
0461 283473

-conferenza-
28 Maggio ore 15:00
Aula 5, Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale,
Università di Trento, Via Verdi 26
Trento 

Centro Europeo di Eccellenza Jean Monnet dell’Università di Trento, Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani, Osservatorio Balcani e Caucaso
Conferenza che grazie al contributo di diplomatici, studiosi e giornalisti intende aiutare la comprensione della grave crisi che ha investito l’Ucraina in questi mesi e ragionare sulle possibili soluzioni del conflitto in corso

PROGRAMMA

Saluti
– Sara Ferrari, Assessora provinciale all’università e ricerca
– Massimiliano Pilati, Presidente del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani
– Marco Brunazzo, Centro Europeo di Eccellenza Jean Monnet Università di Trento

Intervengono
– Paolo Bergamaschi, Parlamento Europeo
– Paolo Calzini, Jonhs Hopkins University Bologna Center
– Giorgio Comai, Osservatorio Balcani e Caucaso, Dublin City University
– Piotr Dutkiewicz, Institute of European and Russian Studies Carleton University
– Danilo Elia, Osservatorio Balcani e Caucaso
– Aldo Ferrari, Università Ca’ Foscari di Venezia
– Maura Morandi, Ambasciata di Danimarca in Kiev
– Lamberto Zannier, Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa

Coordina i lavori
Luisa Chiodi, Osservatorio Balcani e Caucaso

 

INFO:

Osservatorio Balcani e Caucaso
eventi@balcanicaucaso.org
0464 424230

Centro Europeo di Eccellenza Jean Monnet
centrojeanmonnet@unitn.it
0461 283473