La Scelta

“Anche nei momenti più bui il destino di ogni uomo non è predeterminato. E’ sempre possibile spingere la storia in una direzione opposta”

OLTRE IL MURO Inaugurazione Mostra

STORIE DA ISRAELE E PALESTINA

Le arti del narrare

***

Le Gallerie – Trento
8 aprile – 25 maggio 2014

*

a cura di

ASSOCIAZIONE ONLUS PACE PER GERUSALEMME – IL TRENTINO E LA PALESTINA
ISTITUTO DELLE ARTI A. VITTORIA DI TRENTO E F. DEPERO DI ROVERETO, LE GALLERIE – TRENTO,FORUM TRENTINO PER LA PACE E I DIRITTI UMANI
OLTRE IL MURO
STORIE DA ISRAELE E PALESTINA

Le arti del narrare

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Le Gallerie – Trento
8 aprile – 25 maggio 2014

*

a cura di

ASSOCIAZIONE ONLUS PACE PER GERUSALEMME – IL TRENTINO E LA PALESTINA
ISTITUTO DELLE ARTI A. VITTORIA DI TRENTO E F. DEPERO DI ROVERETO, LE GALLERIE – TRENTO,
FORUM TRENTINO PER LA PACE E I DIRITTI UMANI

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Abbiamo raccolto 76 storie di giovani israeliani e palestinesi di età compresa tra i 10 e i 16 anni, provenienti da situazioni di vita, religioni, culture diverse. Gli studenti dell’Istituto delle Arti di Trento e Rovereto le hanno lette e fatte proprie, raffigurandole con varie tecniche espressive. Sono storie di mondi diversi e lontani, che si incontrano e dialogano: uno spaccato disincantato, sofferto, coinvolgente, spesso poetico, di ambienti e paesaggi, clan familiari e comunità, quadri di vita quotidiana caratterizzati da paura rabbia dolore, ma anche da grandi sogni e speranze di un futuro migliore.

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Con il contributo di
Fondazione Museo Storico del Trentino, Provincia di Trento, Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto, Comune di Trento

 

Associazione onlus “Pace per Gerusalemme – Il Trentino e la Palestina”

Lampedusa caput mundi

di Ilvo Diamanti
pubblicato su Repubblica.it

Lampedusa non è più un luogo reale. È oltre. Molto di più. Iper-reale. Al punto da essere divenuta un mito. Ai confini, alle porte del “nostro” mondo. Lo conoscono tutti, ormai. Di qui e di là del mare. Pardon, del muro. Che separa noi da loro. E che loro cercano di raggiungere, scavalcare. Per entrare nel “nostro” mondo.

Così la conoscono, di qua e di là. Di là. Perché è il punto di partenza. La prima stazione per cominciare il viaggio. Per cominciare a vivere dopo la fuga. Dalla fame, dalla povertà, dalla violenza. Lampedusa, per questo, non è un’isola. È un faro, una breccia, un rifugio. Ma di qua, dalla nostra parte, nel nostro mondo, è diverso. È un passaggio stretto, l’ultima frontiera e l’ultima barriera. Lampedusa, può diventare una prigione spietata, ha mostrato il filmato shock del Tg2 sul Cie lager. Ma è anche luogo di gente generosa. “Capitale mondiale di umanità”, la definita Fabrizio Gatti, sull’Espresso. Abituata a “convivere”, vivere-con gli altri.

di Ilvo Diamanti
pubblicato su Repubblica.it
Lampedusa non è più un luogo reale. È oltre. Molto di più. Iper-reale. Al punto da essere divenuta un mito. Ai confini, alle porte del “nostro” mondo. Lo conoscono tutti, ormai. Di qui e di là del mare. Pardon, del muro. Che separa noi da loro. E che loro cercano di raggiungere, scavalcare. Per entrare nel “nostro” mondo.

Così la conoscono, di qua e di là. Di là. Perché è il punto di partenza. La prima stazione per cominciare il viaggio. Per cominciare a vivere dopo la fuga. Dalla fame, dalla povertà, dalla violenza. Lampedusa, per questo, non è un’isola. È un faro, una breccia, un rifugio. Ma di qua, dalla nostra parte, nel nostro mondo, è diverso. È un passaggio stretto, l’ultima frontiera e l’ultima barriera. Lampedusa, può diventare una prigione spietata, ha mostrato il filmato shock del Tg2 sul Cie lager. Ma è anche luogo di gente generosa. “Capitale mondiale di umanità”, la definita Fabrizio Gatti, sull’Espresso. Abituata a “convivere”, vivere-con gli altri.

D’altronde, ormai, è difficile distinguere l’identità di Lampedusa e dei suoi abitanti dagli immigrati, dal popolo in fuga, su barconi e imbarcazioni precarie, che, senza soluzione di continuità, si dirige verso l’isola. Lampedusa, luogo di disperazione e di speranza. Come ha testimoniato Papa Francesco, con la sua visita. Il suo “viaggio” a Lampedusa.

Quanti uomini in fuga sono passati di là? Quanti sono fuggiti di là? E quanti sono morti, nel viaggio? Secondo la Fondazione Migrantes, dopo il 2010, circa 4.000 “persone” sono annegate, scomparse per sempre, in fondo alle acque del Mediterraneo, per arrivare in Italia e in Europa. Molte di loro, davanti a Lampedusa. Nell’ottobre del 2013: almeno 400. Molti altri, dopo averla raggiunta, hanno proseguito il viaggio, in Italia, alla ricerca di un lavoro, una casa. Di una speranza. In attesa di familiari, parenti, amici. Alla ricerca e in attesa di diventare davvero “persone”. E cittadini. E molti altri hanno continuato il viaggio, oltre le Alpi. A Nord. Verso altri Paesi. Francia, Austria, Germania. A Nord.

Perché gli immigrati generano inquietudine e, spesso, paura – quando e dove arrivano. In tanti e in tempi rapidi. Ma, proprio per questo, costituiscono un “segno di sviluppo”. Non a caso l’indagine sulla Sicurezza in Europa, curata da Demos, Osservatorio di Pavia e Fondazione Unipolis, quest’anno, ha rilevato come i maggiori timori verso l’immigrazione emergano in Germania e in Gran Bretagna. Cioè: i paesi dove l’economia va meglio. La Germania, in particolare. D’altronde, perché mai gli immigrati se ne dovrebbero andare da casa loro, affrontando i disagi, talora i drammi delle migrazioni, per recarsi in un Paese dove gli spazi per l’impiego e le tutele sociali sono deboli?

Per questo Lampedusa è l’inizio e la fine del “nostro” mondo. Le colonne d’Ercole del “nostro” tempo. E segnano i “nostri” limiti. Il “nostro” limite. Per questo occorre andare a Lampedusa. Partire da Lampedusa. Non più muro, presidio contro l’invasione. Ma caput mundi. Capitale e crocevia di un mondo che non si chiuda. Che non consideri la povertà una condanna irrimediabile e senza speranza. Come la giovinezza. Da tenere lontano. Per paura. Non solo di loro, ma anche di noi. Loro, poveri e giovani, di là. E noi (sempre meno) ricchi e (sempre più) vecchi, di qua. Sazi, prigionieri del nostro stanco egoismo. Destinati al declino. Lampedusa, non più isola e confine. Ma crocevia. Significa non rassegnarsi al declino.

Demos e Pi

Lampedusa caput mundi

Osservatorio Europeo sulla sicurezza

Forum trentino per la pace: il nuovo presidente è Pilati

– di Luca Zanin –

E’ Massimiliano Pilati – del Movimento Nonviolento del Trentino – il nuovo Presidente del Forum trentino per la pace e i diritti umani. L’ha eletto oggi pomeriggio – con 44 voti su 57 – la nuova Assemblea dell’organismo, riunita per la prima volta dal Presidente del Consiglio provinciale, Bruno Dorigatti, in un’affollata Sala Rosa a palazzo della Regione. E’ bastato dunque un solo scrutinio per centrare la maggioranza assoluta necessaria: 3 voti sono stati espressi per la Vicepresidente uscente Erica Mondini (Pace per Gerusalemme), 2 per Aboulcheir Breigeche (Comunità islamica), 1 per Fabio Pipinato (Atas) e per Daniela Fait (Gruppo immigrazione salute).

Pilati ha 41 anni, è dottore in agraria e lavora per l’Associazione agriturismo trentino. E’ responsabile provinciale del Movimento Nonviolento e fa parte del relativo consiglio nazionale.

Il nuovo Vicepresidente è la consigliera provinciale del Pd, Violetta Plotegher, eletta con 40 voti su 48.

– di Luca Zanin –

Riunita l’assemblea, la consigliera Violetta Plotegher è la vice

IL PRESIDENTE.
E’ Massimiliano Pilati – del Movimento Nonviolento del Trentino – il nuovo Presidente del Forum trentino per la pace e i diritti umani. L’ha eletto oggi pomeriggio – con 44 voti su 57 – la nuova Assemblea dell’organismo, riunita per la prima volta dal Presidente del Consiglio provinciale, Bruno Dorigatti, in un’affollata Sala Rosa a palazzo della Regione. E’ bastato dunque un solo scrutinio per centrare la maggioranza assoluta necessaria: 3 voti sono stati espressi per la Vicepresidente uscente Erica Mondini (Pace per Gerusalemme), 2 per Aboulcheir Breigeche (Comunità islamica), 1 per Fabio Pipinato (Atas) e per Daniela Fait (Gruppo immigrazione salute).
Pilati ha 41 anni, è dottore in agraria e lavora per l’Associazione agriturismo trentino. E’ responsabile provinciale del Movimento Nonviolento e fa parte del relativo consiglio nazionale.
Prima del voto Pilati si è presentato alla sala, ha spiegato di avere lavorato per due legislature nel Forum con soddisfazione. Ha citato Aldo Capitini, poi Michele Nardelli quando ha detto – al termine del proprio mandato di presidente – che “la cultura della pace viene considerata dalle nostre stesse istituzioni una tematica ancora del tutto marginale”. Pilati ha immaginato che si possa lavorare guardando non solo al mondo ma anche alla società trentina, e ha auspicato che il Forum possa produrre proposte e suggerimenti alle istituzioni.
Pilati ha proposto Plotegher per la vicepresidenza, prefigurando una sorta di presidenza congiunta nei fatti. E ha indicato come primo appuntamento importante del 2014 l’evento “Arena di Pace” a Verona, in calendario per il 25 aprile.

IL VICEPRESIDENTE.
Il nuovo Vicepresidente è la consigliera provinciale del Pd, Violetta Plotegher, eletta con 40 voti su 48.

IL CONSIGLIO PER LA PACE.
Il quadro degli organi statutari del Forum è stato infine completato con l’elezione dei 15 componenti del Consiglio per la pace e i diritti umani, che si affiancheranno ai membri di diritto (l’assessore Sara Ferrari su delega del Presidente della Provincia Rossi, il Presidente Dorigatti, i rappresentanti di Università di Trento e Iprase, i tre consiglieri provinciali eletti dall’aula, ossia Silvano Grisenti, Giacomo Bezzi e Violetta Plotegher). Gli eletti sono Alessio Less (12 voti), Alberto Robol (21), Paolo Zanella (37), Erica Mondini (33), Breigeche (29), Mirko Elena (24), Gianpiero Girardi (21), Andrea Cemin (21), Abdelali El Tahiri (21), Danila Buffoni (19), Micaela Bertoldi (18), Andrea La Malfa (18), Marta Villa (18), Katia Malatesta (15) e Maurizio Camin (15).

LA NUOVA ASSEMBLEA DEI 68.
Ad esprimere gli organi del Forum è stata l’assemblea che nasce con la XV legislatura provinciale ed è formata da ben 68 membri: ne fanno parte il Presidente del Consiglio provinciale Bruno Dorigatti e l’assessore Sara Ferrari (su delega del Presidente della Provincia, Ugo Rossi) di diritto, per elezione i tre consiglieri provinciali scelti dall’aula (Silvano Grisenti, Giacomo Bezzi, Violetta Plotegher), poi una ricca messe di associazioni e rappresentazioni del mondo sociale e istituzionale trentino.

GLI INTERVENTI.
Dorigatti ha aperto i lavori riconoscendo al presidente uscente, Michele Nardelli, di avere svolto nell’ultimo quinquennio un lavoro ricco e intenso. Ed è seguito un applauso della sala.
“Ora occorre aprire una fase nuova – ha poi detto Dorigatti – che si caratterizzi per un rapporto più stretto tra il Forum e tutti i consiglieri provinciali. Solo per questa via si può rilanciare il ruolo di questo organismo e dargli nuovo slancio e riconoscimento, superando le riserve e le perplessità di quanti continuano a metterne in dubbio l’utilità. Il Forum è stato il prodotto di una visione politica lungimirante, dentro un’Europa percorsa da drammatici conflitti: ebbene, credo che questo valore vada salvaguardato. Siamo in una fase molto difficile di vita del Paese e della nostra terra, io credo che il Forum possa contribuire a superarla e a ricucire la fiducia dei cittadini nelle istituzioni”.
Ha poi preso la parola la consigliera provinciale Violetta Plotegher, è stata lei a proporre all’assemblea di far passare un criterio nuovo per la presidenza del Forum: la scelta – che non maturò invece 5 anni fa, quando le opzioni furono Michele Nardelli e Franca Bazzanella – di un non consigliere provinciale. Plotegher ha ringraziato proprio le associazioni per il lavoro che svolgono dentro la società trentina per costruire.
Erica Mondini si è presa il compito di proporre ai votanti il nome di Pilati per la presidenza. L’attivista roveretana ha riassunto anche l’operato del Forum nell’ultimo mandato, rivendicando un approccio nuovo ai temi pacifisti, basato su un lavoro costante per ridare significato a parole finanche abusate.

L’ASSENZA DI EMOLUMENTI.
E’ il caso di ricordare che la legge istitutiva del Forum – la l.p. 11 del 1991 – non prevede indennità per il Presidente e gli altri vertici del Forum.

Il giornale online del Consiglio della Provincia Autonoma di Trento

L’Ucraina e la Siria viste dall’Iran

Marc Botenga-
Teheran 21 marzo 2014,
Lettere Internazionali, La Rivista “il mulino”

L’Ucraina e la Siria viste dall’Iran. Sulle pagine di “Jam-e Jam”, un giornale centrista, l’analista Mehdi Fazaeli prova a rispondere a una domanda fondamentale per i centri decisionali occidentali, ma pressoché assente dai media europei: perché l’Occidente in Ucraina è riuscito lì dove ha fallito in Siria? Fazaeli propone una risposta identificando due differenze, secondo lui, fondamentali fra Damasco e Kiev. Innanzitutto, ci sarebbe il fattore “popolo”. Di fronte alla contestazione, il presidente siriano Assad ha potuto mobilitare una parte importante della popolazione a suo favore. L’ormai ex presidente ucraino Janukovic, al contrario, sembrava pressoché solo a Kiev. Una seconda differenza, afferma Fazaeli, sarebbe stato il forte sostegno dalla Repubblica islamica ad Assad.

Il lettore occasionale del giornale sarebbe indotto a pensare che si tratti di una pseudo-analisi autocelebrativa in difesa dell’alleato strategico Assad. Scrivere queste parole a Teheran, però, non significa solamente criticare l’Occidente per la palese interferenza negli affari interni di questi Paesi o dubitare della legittimità democratica delle rivolte siriana e ucraina. Significa piuttosto  posizionarsi dentro il dualismo dominando l’analisi strategica iraniana.

Marc Botenga-
Teheran 21 marzo 2014, Lettere Internazionali, La Rivista “il mulino”

L’Ucraina e la Siria viste dall’Iran. Sulle pagine di “Jam-e Jam”, un giornale centrista, l’analista Mehdi Fazaeli prova a rispondere a una domanda fondamentale per i centri decisionali occidentali, ma pressoché assente dai media europei: perché l’Occidente in Ucraina è riuscito lì dove ha fallito in Siria? Fazaeli propone una risposta identificando due differenze, secondo lui, fondamentali fra Damasco e Kiev. Innanzitutto, ci sarebbe il fattore “popolo”. Di fronte alla contestazione, il presidente siriano Assad ha potuto mobilitare una parte importante della popolazione a suo favore. L’ormai ex presidente ucraino Janukovic, al contrario, sembrava pressoché solo a Kiev. Una seconda differenza, afferma Fazaeli, sarebbe stato il forte sostegno dalla Repubblica islamica ad Assad.

Il lettore occasionale del giornale sarebbe indotto a pensare che si tratti di una pseudo-analisi autocelebrativa in difesa dell’alleato strategico Assad. Scrivere queste parole a Teheran, però, non significa solamente criticare l’Occidente per la palese interferenza negli affari interni di questi Paesi o dubitare della legittimità democratica delle rivolte siriana e ucraina. Significa piuttosto  posizionarsi dentro il dualismo dominando l’analisi strategica iraniana.

Questo dualismo strategico del mondo politico iraniano sembra oggi fondato su due elementi principali. In primis, c’è chiaramente la visione che si ha dell’Occidente. Un campo, a tendenza conservatrice – non esaustivo di tutti i conservatori e includendo anche altre tendenze politiche –, è profondamente critico verso l’azione internazionale dell’Occidente, destinata secondo questa prospettiva unicamente a mantenere o ristabilire l’egemonia occidentale nel mondo. L’altro campo, che ha più o meno apertamente celebrato la vittoria dell’opposizione ucraina, assume una visione più sfumata. Questo campo include giovani piuttosto ingenui che vedono nell’Occidente una fonte di salvezza, ma anche politici pragmatici in cerca dei benefici di una potenziale alleanza con l’Unione europea o gli Stati Uniti.

La visione dell’Occidente non è tuttavia l’unico fattore a determinare la scelta della chiave di lettura degli eventi internazionali. Rimane per esempio molto vivo il ricordo delle contestate elezioni  presidenziali del 2009, quando, come la Siria e l’Ucraina oggi, l’Iran si era spaccato tra sostenitori e oppositori della rielezione di Ahmadinejad, con tanto di manifestazioni pro e contro. Quelli che si trovavano allora dalla parte della cosiddetta “ondata verde” riformista guardano generalmente con una certa simpatia le rivolte in altri Paesi e adottano un quadro di lettura fondato sui binomi democrazia/dittatura e popolo/Stato, spesso dimenticando o minimizzando la dimensione internazionale. Quelli invece che sostenevano allora la stabilità della Repubblica islamica, e quindi la presidenza di Ahmadinejad, insistono pesantemente sull’aspetto internazionale. Per loro l’azione internazionale dell’Occidente snatura facilmente le velleità democratiche di una popolazione, per farne uno strumento di “imperialismo occidentale”.

Sulla base di questi presupposti, ogni schieramento parla al “suo” pubblico utilizzando gli eventi internazionali per giustificare le sue posizioni in materia di politica interna, rafforzando così la distanza fra le due posizioni. Ad esempio, dopo avere temuto una guerra civile in Ucraina, il giornale riformista “Shargh” ha celebrato timidamente la fuga di Janukovic in prima pagina con il titolo Giorno arancione. Il riferimento ai “giorni verdi” organizzati da studenti contestatori del governo Ahmadinejad non può essere casuale.

Se la vittoria della rivoluzione di velluto in Ucraina ridicolizza l’affermazione di Hassan Beheshtipur, pubblicata a dicembre dal giornale conservatore “Vatan-e Emruz”, sul fatto che l’era delle “rivoluzioni colorate” fosse passata, per i conservatori iraniani gli eventi in Siria e Ucraina provano invece il fondamento della strategia del governo iraniano nel 2009. Di fronte all’interferenza occidentale, puntando al cambio di regime, la repressione sarebbe stata fondamentale per evitare colpi di Stato. Come dimostra il caso ucraino, però, la repressione da sola non sarebbe bastata, donde l’importanza delle mobilitazioni di massa a favore della Repubblica islamica. La vittoria dell’opposizione ucraina dimostrerebbe, dunque, che i riformisti sottovalutavano il rischio per la Repubblica islamica.

Benché questo dualismo comporti rischi evidenti per l’unità nazionale, permette anche un dibattito contraddittorio, sebbene spesso sterile, su questioni internazionali che altrove costituirebbero  l’oggetto di un’inquietante unanimità.

Cartolina da Verona

-dibattito-

Lunedì 31 marzo, ore 17.30Italia e Europa: Quale difesa possibile?…

Ne discutiamo con:
-Francesco Vignarca – Rete Italiana per il Disarmo
-Giorgio Tonini – Senatore Partito Democratico, Vicecapogruppo Commissione Esteri al Senato
-Mao Valpiana – Presidente Movimento Nonviolento

Sarà inoltre inaugurata la mostra di disegni realizzata in collaborazione con l’Istituto d’Arte – Liceo Artistico A. Vittoria di Trento “Verso Arena di Pace e Disarmo”.

Evento promosso dal Movimento Nonviolento in collaborazione con il Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani

Lunedì 31 marzo, ore 17.30Italia e Europa: Quale difesa possibile?…

Ne discutiamo con:
-Francesco Vignarca – Rete Italiana per il Disarmo
-Giorgio Tonini – Senatore Partito Democratico, Vicecapogruppo Commissione Esteri al Senato
-Mao Valpiana – Presidente Movimento Nonviolento

Sarà inoltre inaugurata la mostra di disegni realizzata in collaborazione con l’Istituto d’Arte – Liceo Artistico A. Vittoria di Trento “Verso Arena di Pace e Disarmo”, che si terrà da sabato 29 marzo a sabato 12 aprile presso l’atrio di Palazzo Trentini a Trento.

L’Italia ripudia la guerra, ma noi continuiamo ad armarci.

Il nostro Paese, in piena crisi economica e sociale, cade a picco in tutti gli indicatori europei e internazionali di benessere e di civiltà, ma continua ad essere tra le prime 10 potenze militari del pianeta, nella corsa agli armamenti più dispendiosa della storia.

Gli armamenti non sono una difesa da ciò che mette a rischio le basi della nostra sopravvivenza e non saranno mai una garanzia per i diritti essenziali della nostra vita – il diritto al lavoro, alla casa e all’istruzione, le protezioni sociali e sanitarie, l’ambiente, l’aria, l’acqua, la legalità e la partecipazione, la convivenza civile e la pace; e inoltre generano fame, impoverimento, miseria, insicurezza perché sempre alla ricerca di nuovi teatri e pretesti di guerra; impediscono la realizzazione di forme civili e nonviolente di prevenzione e gestione dei conflitti che salverebbero vite umane e risorse economiche.

Per immaginare e costruire già oggi un futuro migliore è indispensabile, urgente, una politica di disarmo, partendo da uno stile di vita disarmante.

(dall’Appello di convocazione di “Arena di Pace e Disarmo”)

Evento promosso dal Movimento Nonviolento in collaborazione con il Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani