Fermiamo l’annessione dei territori palestinesi da parte di Israele

Il 2020 verrà di certo ricordato come un anno sconvolgente, un punto di non ritorno che ha fatto prendere coscienza all’umanità dei propri limiti e delle proprie fragilità. Per alcuni, però, quest’anno potrebbe simboleggiare una catastrofe nella catastrofe: stiamo parlando, tra gli altri, del popolo palestinese, che in una situazione di privazione di diritti e di occupazione militare che perdura da 72 anni -ovvero dal 1948, anno della fondazione dello Stato di Israele- è stato costretto a fronteggiare allo stesso tempo la crisi sanitaria dovuta al coronavirus e l’annuncio dell’avvio del nuovo piano di annessione dei territori occupati.

Il piano, i lettori lo ricorderanno, è il culmine del lungo sodalizio politico tra il presidente israeliano Netanyahu e il suo omologo statunitense Trump, che ne ha scritto e sponsorizzato la prima versione. Non è solo lo stile e l’ideologia ad accomunare i due personaggi, ma anche la tendenza a gestire crisi politiche interne (le lunghissime crisi di governo e i processi per corruzione di Netanyahu, le imminenti elezioni statunitensi e via dicendo) attraverso iniziative muscolari che creano consenso – o dibattito- immediati ma che a lungo andare si potrebbero rivelare estremamente destabilizzanti. È così che il mondo attende, il primo luglio prossimo, il voto della Knesset, il parlamento israeliano, sulla proposta governativa di annettere unilateralmente circa il 30% della Cisgiordania. Attualmente, lo ricordiamo, a seguito degli Accordi di Oslo del 1993 la West Bank è divisa in aree a diversi gradi di controllo politico-amministrativo palestinese o israeliano.

Dalle diverse mappe degli scenari di annessione che sono circolate in questi mesi emerge il rischio dell’ufficializzazione di uno status quo già di fatto esistente, ma molto lontano da quanto stabilito dal diritto internazionale e da quanto dovrebbe prevedere una reale soluzione di pace. Con il pretesto di collegare e annettere le numerose colonie illegali israeliane presenti in Cisgiordania, che contano circa 450mila abitanti, si andrebbe a normalizzare definitivamente la geografia a macchia di leopardo della Palestina, creando veri e propri bantustan: piccole enclave -città o municipalità palestinesi – militarizzate e circondate dal muro di separazione, all’interno delle quali vivrebbero persone senza diritto di cittadinanza né libertà di movimento. Sono già oggi più di 500 i checkpoint militari israeliani che ostacolano la libera circolazione dei palestinesi nel territorio assegnato loro dalle Nazioni Unite, inficiandone il diritto all’istruzione e al lavoro. Oltre all’appropriazione di terre, acqua e risorse naturali, preoccupa ancor di più il principio secondo il quale il governo israeliano intende annettere dei territori selezionando i cittadini che vi vivono secondo una gerarchia etnica. Sono circa 65mila, ad esempio, i palestinesi residenti solo nella Valle del Giordano, ma qualora essa venisse annessa ad Israele è già stato dichiarato che nessun tipo di diritto di cittadinanza sarebbe loro concessa. Uno Stato che controlla territori annessi con la forza, che esercita controllo militare su di essi ma che non riconosce alcuna libertà personale, cittadinanza o partecipazione politica a chi vi è nato e vissuto, formalizza e rafforza, purtroppo, un vero e proprio sistema di discriminazione razziale che non può essere definito altrimenti se non come apartheid.

Le reazioni palestinesi a questa prospettiva sono state varie, a volte quasi rassegnate e a volte vigorose. È il caso delle mobilitazioni del movimento Palestinian Lives Matter, che ha protestato contro l’occupazione e contro le uccisioni indiscriminate di palestinesi dopo la morte di Iyad al-Hallaq, un ragazzo autistico a cui la polizia israeliana ha sparato a sangue freddo perché lui, spaventato, non ha risposto ad un controllo di sicurezza. Rappresentano un bel segnale anche le manifestazioni di cittadini israeliani che, a Tel Aviv come in altre città, sono scesi in piazza per ribadire il loro rifiuto del rafforzamento dell’occupazione e il loro desiderio di una pace giusta. A onor del vero, però, va sottolineato che queste posizioni sono attualmente estremamente minoritarie in Israele e la deriva in senso identitario, sovranista ed etnicista dello Stato e del governo appare sempre più consolidata. Anzi, c’è di più: parrebbe che se, allo scadere del primo luglio, gli scenari di annessione più vasti non si verificheranno (in favore di atti più simbolici e ridimensionati di riconoscimento di alcune colonie, comunque illegittime per il diritto internazionale), non sarà grazie alle proteste degli israeliani democratici, ma a causa proprio dei nazionalisti ebrei di estrema destra, che rifiutano ogni compromesso e piano che preveda un riconoscimento, implicito o esplicito, di qualsiasi sovranità ai palestinesi.

La impasse nella quale Israele è caduta da decenni, che consiste nel non voler scendere a compromessi né con sé stessa né con altri in termini di sovranità territoriale e nella definizione etnica di Stato Ebraico, è sempre più evidentemente la causa di una pericolosa stagnazione del processo di pace, che potrebbe tradursi a brevissimo nel suo definitivo fallimento. È per questo che la situazione israelo-palestinese continua a riguardarci, oggi più che mai, non solo come “questione morale dei nostri tempi”, come la definiva Nelson Mandela, ma anche a causa delle ripercussioni per la pace e l’equilibrio mondiale delle politiche autocratiche delle grandi potenze coinvolte -Israele e USA in prima linea, ma anche i paesi arabi, la Russia e l’Iran sullo sfondo. Non è un segreto che Trump, Netanyahu, Putin e non solo osteggino apertamente ogni forma di multilateralismo, indebolendo le istituzioni internazionali e prediligendo azioni politiche bilaterali o addirittura completamente autonome. Ne sono una prova le recenti sanzioni promulgate dall’amministrazione Trump nei confronti della Corte Penale Internazionale dell’Aja che sta indagando sui crimini di guerra statunitensi in Afghanistan: un gesto gravissimo ma tutto sommato coerente, dato che alla Corte gli USA e Israele non hanno mai aderito, non accettando di dover sottostare a leggi o indagini di istituzioni sovranazionali nate per garantire giustizia e rispetto dei diritti umani.

Il ruolo dell’Europa, e in definitiva di noi comuni cittadini, è in questa prospettiva sempre più cruciale: se pochi ma influenti paesi tentano di delegittimare gli sforzi internazionali per la pace, la giustizia e la lotta ai cambiamenti climatici, è evidente che l’Unione Europea deve impegnarsi con determinazione e coraggio ad assumere la guida di queste sfide fondamentali per il futuro dell’umanità. Ogni riflessione, mobilitazione e pressione dal basso da parte dei cittadini può fare la differenza, come nel caso degli appelli che già a maggio hanno spinto 70 parlamentari italiani a chiedere al Governo italiano di impegnarsi a condannare e scongiurare l’eventualità dell’annessione.

Sperando che non sia troppo tardi, continuiamo a sensibilizzarci e a costruire percorsi di pace possibili.

Pier Francesco Pandolfi de Rinaldis, Presidente Associazione Pace per Gerusalemme

Massimiliano Pilati, Presidente Forum Trentino per la pace e i diritti umani

Diritti umani e stato d’emergenza: l’appello della rete In Difesa Di al CIDU

La rete “In Difesa Di – Per i diritti umani e chi li difende” ha inviato una lettera al Comitato Interministeriale per i Diritti Umani (CIDU), per chiedere che le Nazioni Unite siano notificate al più presto sulle misure eccezionali approvate per far fronte all’emergenza COVID-19 e che venga attuato un monitoraggio sulle deroghe ai diritti umani fondamentali.

La drammatica ed eccezionale situazione che stiamo vivendo, e la necessità di salvaguardare il diritto alla salute e alla vita,  autorizza infatti gli Stati ad approvare misure drastiche che prevedono la limitazione o la sospensione – seppur temporanea – di alcuni diritti fondamentali, tra cui quello di movimento, di assemblea, di organizzare e partecipare a manifestazioni, o alla privacy.

Sin da subito è stato evidente il rischio che lo stato di emergenza a livello globale possa trasformarsi – soprattutto nei paesi governati da regimi autocratici e con deriva autoritaria – in uno stato d’eccezione permanente o che possa divenire il pretesto per limitare ulteriormente gli spazi di agibilità civica e le libertà civili. Per questo già il mese scorso vari esperti delle Nazioni Unite e  l’Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani Michelle Bachelet hanno esortato gli Stati a garantire un approccio basato sul rispetto dei diritti umani, ad approvare soltanto misure proporzionate e temporanee, e a garantire il diritto alla salute a tutte e tutti, incluse le persone più vulnerabili e marginalizzate.

Il diritto internazionale prevede situazioni, come le pandemie, in cui le deroghe ai diritti civili e politici sono consentite, ma allo stesso tempo indica anche alcuni contrappesi e garanzie. Tra questi, l’obbligo di notificare ai treaty bodies (gli organismi di monitoraggio) delle Nazioni Unite le misure approvate e le deroghe ai diritti civili e politici in atto. Secondo quanto stabilito dal Patto Internazionale sui diritti civili e politici, ogni deroga dovrà infatti essere limitata alla misura strettamente richiesta dalla situazione e gli Stati devono poter giustificare ogni misura presa.

La proclamazione dello stato di emergenza inoltre non deve prescindere da criteri di trasparenzaaccountability. È proprio in questa situazione emergenziale che sarebbe stata fondamentale l’azione di monitoraggio e supervisione dell’Autorità nazionale indipendente sui diritti umani, non ancora istituita in Italia nonostante i numerosi appelli della società civile.

La rete In Difesa Di chiede pertanto al CIDU innanzitutto di notificare immediatamente alle Nazioni Unite la dichiarazione dello stato di emergenza, le misure prese, e come esse impattino sui diritti fondamentali. In secondo luogo il CIDU è chiamato, in assenza di un’autorità nazionale indipendente sui diritti umani, ad assicurare un monitoraggio costante e pubblicamente accessibile sulla compatibilità di queste misure con le Convenzioni internazionali sui diritti umani.

Infine l’Italia, in quanto membro del Consiglio ONU per i Diritti Umani, dovrebbe adoperarsi con ogni mezzo a sua disposizione affinché la situazione di emergenza non diventi un pretesto per giustificare violazioni dei diritti umani e attacchi contro i difensori e le difensore dei diritti umani in altri paesi del mondo, come sottolineato anche nella comunicazione dei Relatori Speciali dell’ONU.

Francesco Martone

Portavoce  della rete “In Difesa Di – Per i diritti umani e chi li difende”

 

Organizzazione firmatare:

A Buon Diritto

A Sud

AIDOS

Amnesty International Italia

Antigone

ARCI

AOI

CIES Onlus

CIPSI

CISDA

COSPE

Cultura e Libertà

Endangered Lawyers Project

Fondazione Lelio e Lisli Basso onlus

Giuristi Democratici

Greenpeace Italia

International Human Rights Corner

Libera – Associazioni, nomi e numeri contro le mafie

Movimento Nonviolento

Operazione Colomba, corpo nonviolento di pace APG23

Osservatorio Solidarietà, Carta di Milano

Terranuova

Un Ponte Per

Unione Forense per la Tutela dei Diritti Umani

Yaku

Il coronavirus in Palestina, tra tragedie e ingiustizie

Condividiamo con voi la lettera dell’Associazione onlus “Pace per Gerusalemme” sulla crisi sanitaria in Palestina e sulla solidarietà espressa dai palestinesi all’Italia.

Caro direttore, cari lettori,

In questi giorni così difficili per l’Italia sembra quasi impossibile potersi immedesimare in chi si troverà ad affrontare l’epidemia in una situazione umanitaria e sanitaria già allo stremo. Eppure, le preoccupazioni di chi come noi ha contatti e amicizie in paesi martoriati dalle guerre e dalla povertà sono più alte di sempre, ma è vero anche il contrario.

Noi di Pace per Gerusalemme, come molti altri in Italia, abbiamo ricevuto dalla Palestina, nelle scorse settimane, decine di messaggi, email e video di solidarietà e vicinanza al nostro Paese. Il popolo palestinese, pur nelle sue difficoltà, non si è dimenticato di noi e del nostro impegno solidale, restituendoci riconoscenza, calore e una reale vicinanza umana, tutt’altro che formale.

Ora che il virus è diventato pandemia, sta a noi non voltarci dall’altra parte. La Cisgiordania e Gaza, già vessate dalle difficili condizioni economiche, appaiono fragili di fronte ai primi contagi, e a questo si sommano i drammi dell’occupazione israeliana. L’esercito israeliano controlla tutti gli ingressi alle città palestinesi e le principali strade della Cisgiordania, impedendo il movimento tra le città e verso i centri ospedalieri. Michael Lynk, rappresentante speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani per la Palestina, ha lanciato un allarme per la situazione sanitaria e umanitaria per i quasi 2 milioni di abitanti della Striscia di Gaza, già priva di medicinali e di attrezzature. L’UNRWA, l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, ha dovuto sospendere a data da destinarsi le forniture alimentari di sussistenza e altri servizi fondamentali.

Oltre a questo, purtroppo, non si fermano gli abusi, le violenze e le gravi violazioni dei diritti umani da parte di Israele. La ong israeliana B’tselem ha segnalato che il 26 marzo, nella comunità palestinese di Khirbet Ibziq nella Valle del Giordano, i funzionari civili e i militari israeliani hanno confiscato e distrutto tende, un generatore di corrente e altri materiali per costruire cliniche da campo e strutture per l’emergenza coronavirus. Mentre non si fermano le demolizioni di case e le politiche di annessione illegale delle terre palestinesi, l’impedire iniziative di primo soccorso durante una così grave pandemia si configura come un atto particolarmente disumano.

L’associazione Pace per Gerusalemme, nell’augurare all’Italia una pronta uscita da questa crisi, fa appello al senso di giustizia e di solidarietà degli italiani, affinché anche in questo grave momento non si perda la propria umanità.

Chiediamo perciò alle istituzioni politiche italiane, nazionali e locali, di attivarsi con gesti di solidarietà concreta ed anche di fare pressione sul governo di Israele affinché, a cominciare da questo delicato momento, inizi una politica giusta e solidale nei riguardi del popolo palestinese, cooperi con esso nella battaglia al Covid 19 fornendo strutture e materiali per la protezione individuale e la cura degli ammalati. Israele, secondo il diritto internazionale, deve garantire alla popolazione palestinese l’accesso ad ospedali a chi ne ha bisogno.

Andrà tutto bene se tutte e tutti avremo la possibilità di proteggerci e curarci, in Italia come nel resto del mondo. Restiamo umani.

Il Presidente,

Pier Francesco Pandolfi de Rinaldis

 

 

Fonti
https://www.btselem.org/press_release/20200326_israel_confiscates_clinic_tents_during_coronavirus_crisis?fbclid=IwAR2LUxGobCWleppzLiVV_8_AOdJ0IkhqgIxBWNh8syniPZ-rg9ho-dCSr2s
http://www.ansamed.info/ansamed/it/notizie/rubriche/politica/2020/03/20/coronavirus-onu-a-rischio-lassistenza-ai-palestinesi_ba967298-f0c7-44ff-850c-fc1c956538ae.html

Accordo Usa sul Medio Oriente, le istituzioni palestinesi lasciate fuori

Condividiamo con voi la presa di posizione del Consiglio per la pace e i diritti umani del Forum sulla proposta Usa per un accordo di pace tra israeliani e palestinesi.

“In occasione della presentazione del cosiddetto “Accordo del secolo” promosso dall’amministrazione statunitense, il Consiglio per la pace e i diritti umani, organo di gestione del Forum trentino per la pace e i diritti umani ribadisce il suo impegno per la costruzione di una pace giusta per i popoli palestinese e israeliano.

Ancora una volta hanno prevalso le alleanze e le strategie politiche di alcuni attori in campo anziché una reale volontà di coinvolgimento nel processo di pace della società civile e di tutte le istituzioni coinvolte, a partire da quelle internazionali.

La stessa definizione di “accordo di pace” è in contrasto con i contenuti e le modalità di costruzione di questo piano sostanzialmente imposto e unilaterale. Esso, oltre a non aver coinvolto le istituzioni palestinesi, non tiene in considerazione il diritto internazionale, ufficializzando molte delle violazioni alle quali bisognerebbe invece porre rimedio: le colonie illegali, il mancato diritto di movimento in Cisgiordania, l’impossibilità stessa alla costruzione di un vero e proprio Stato palestinese.

Il Forum per la Pace si adopera per una diversa risoluzione dei conflitti, basata sul dialogo e sull’osservazione dei diritti umani. Per questo invita a volgere lo sguardo all’area a sud e a est del Mediterraneo, auspicando che, in un profondo dialogo culturale, il ruolo delle istituzioni internazionali e dell’Unione Europea possa riprendere ad essere di primo piano nella promozione del diritto internazionale e di una cultura di pace.

È pertanto intenzione del Consiglio della pace, rilanciare i lavori di un Tavolo permanente sul Mediterraneo e il Vicino Oriente, che raccolga e coordini gli sforzi e le istanze delle diverse associazioni impegnate sui temi della solidarietà internazionale, del dialogo interculturale e interreligioso, dei conflitti e dei diritti umani.

Invitiamo quindi tutte le associazioni e gli enti che intendano aderire al Tavolo permanente sul Mediterraneo e il Vicino Oriente a prendere contatto con la segreteria del Forum per la pace preferibilmente entro il 21 febbraio in modo da iniziare i lavori nelle settimane successive”.

Per informazioni e adesioni contattare la segreteria del Forum trentino per la pace e i diritti umani allo 0461/213176 o via mail a forum.pace@consiglio.provincia.tn.it.

Un’esperienza di Alternanza Scuola-Lavoro al Forum trentino per la pace e i diritti umani

Lo scorso luglio si è svolto qui al Forum un progetto di alternanza scuola-lavoro che ha visto coinvolti quattro ragazzi di diversi licei della città: Alessandro e Gaia del Liceo Prati, Cecilia del Liceo Da Vinci ed Emanuele del Liceo Rosmini. Il tema? I difensori dei diritti umani.

Per il Forum resta infatti centrale continuare a riflettere e a problematizzare, insieme alle realtà che fanno parte del Nodo Trentino della Rete in Difesa Di, il ruolo che gli attivisti per i diritti umani hanno in tutto il mondo, cercando di mantenere alta l’attenzione dell’opinione pubblica. Allo stesso tempo, per i ragazzi è stato un modo ampliare lo sguardo sulla situazione dei diritti umani a livello internazionale e per conoscere le realtà del nostro territorio che lavorano su questi temi.

Due settimane intense, nelle quali i giovani hanno potuto alternare momenti di formazione con esperti delle diverse realtà del Nodo a momenti di confronto di gruppo e di scrittura collettiva.

Il prodotto è un articolo che è stato pubblicato su Consiglio Cronache proprio questo Settembre. Il testo integrale lo potete trovare qui.

Intanto, ecco alcuni dati raccolti dai ragazzi sulla situazione dei difensori dei diritti umani nel mondo.

Il rapporto annuale stilato da “Front Line Defenders” mette in luce una serie allarmante di dati riguardo la situazione dei difensori dei diritti umani. Dal 2014 più di 1000 attivisti sono stati uccisi a causa del loro impegno nella difesa dei diritti delle proprie comunità, e solo nel 2018 sono state 321 le vittime fra i difensori -nel 2016 erano state 282- in 27 paesi nel mondo. Di loro, almeno il 49% era già stato oggetto di minacce di morte personalmente, mentre un altro 43% aveva subìto agguati generici in ciascuna comunità di appartenenza. Oltre tre quarti (77%) degli attacchi mortali hanno coinvolto attivisti impegnati nella difesa dei diritti della terra, dei popoli indigeni e dell’ambiente, spesso nel contesto dell’estrazione di materie prime preziose; sono state 174, cioè più del 54% dei casi totali, le vittime che provenivano e operavano nelle aree della Colombia e del Messico. Gli omicidi hanno avuto come bersaglio le donne per il 12%, mentre nel solo Guatemala rispetto al 2017 i delitti hanno visto un aumento vertiginoso del 136%.

Per quanto riguarda l’Italia la categoria maggiormente sotto attacco è quella dei giornalisti, tra i quali oltre 200 sono costretti a vivere sotto scorta, in diversi casi con una protezione di 24 ore al giorno, a seguito di minacce o attacchi violenti come intimidazione nei confronti del loro lavoro. Le aree più soggette a violazioni sono Calabria, Campania e Sicilia, anche se nessuna zona può dirsi esente dal rischio; tra i responsabili si registrano non solo membri della criminalità organizzata come mafia e camorra ma anche di gruppi anarchici o estremisti. Il primo report ufficiale sulla situazione dei DDU, redatto dal Relatore speciale dell’ONU nel 2006, si limitava a 60 paesi nel mondo e non comprendeva l’Italia: a distanza di 12 anni il Relatore attuale, il francese Michel Forst, ha condotto un’analisi molto più estesa su 142 paesi nel mondo. Per il nostro paese Forst segnala anche che diversi episodi di violenza sproporzionata da parte delle forze dell’ordine (tra cui anche i fatti di Genova del 2001), ancora rimaste senza significative conseguenze sugli agenti, sono da considerarsi come violazione dei diritti di riunione e manifestazione pacifica.

Un approfondimento sui difensori dei diritti umani.

Qui puoi scaricare l’articolo di Consiglio Cronache.

Perché mai le Nazioni Unite nel 1998 hanno considerato necessario, a cinquant’anni dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948), dover scrivere un documento a difesa dei difensori di tali diritti?
Questa è una delle prime perplessità che sono emerse durante le due settimane di Alternanza Scuola-Lavoro presso il Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani, in cui abbiamo avuto l’occasione di approfondire la Dichiarazione sui Difensori dei Diritti Umani. Abbiamo quindi ritenuto importante confrontarci, tra di noi e con lo staff del Forum, per provare a fornire una risposta a questa ed altre domande riguardo la natura della Carta e la figura dei difensori/e.

Quando si parla di diritti umani ci si riferisce a dei principi che sono inviolabili, universali e inalienabili e che tutte le persone e le comunità dovrebbero vedere rispettati e poter esercitare. Tuttavia, nel mondo, lo spazio per la partecipazione della società civile allo sviluppo si sta restringendo, a causa di governi e attori economici che violano questi diritti, non rispettandoli e limitando le libertà fondamentali e la capacità della collettività di accedere alle informazioni e di prendere decisioni chiave.

Ciò che risulta evidente è che la situazione nel ‘98, sul piano della tutela dei diritti fondamentali, si mostrava piuttosto allarmante ed occorreva quindi riaffermare l’importanza del rispetto e dell’osservanza dei diritti umani; a tal proposito era opportuno, da parte degli Stati membri dell’ONU, assumersi la responsabilità di mancate azioni o anche di alcune “sconfitte” per potersi impegnare nuovamente nel promuovere i principi della Carta del ‘48. Le energie e gli strumenti impiegati fino a quel momento, però, non potevano bastare e bisognava intraprendere strade alternative e individuare delle soluzioni più efficaci. Fondamentale nella realizzazione di questo processo è il coinvolgimento della società civile: è qui che giocano un ruolo cruciale i Difensori e le Difensore dei Diritti Umani (DDU) e la Carta dei Difensori ne dimostra le potenzialità.

La Dichiarazione, infatti, non riconosce nuovi diritti ma mira a legittimare e proteggere coloro che operano in prima linea – in particolare membri di movimenti, organizzazioni non governative, gruppi di volontariato, intellettuali – per la difesa dei diritti umani, spesso mettendo a rischio la loro stessa vita. In questo modo viene abbattuta la barriera che si è sempre frapposta tra le “fredde” e distanti istituzioni, che calano dall’alto delle direttive che poi non riescono a far rispettare, e la società civile che, attraverso l’opera dei difensori, di organizzazioni e di una fitta “rete umana”, assume direttamente la carica di portavoce di valori universali.

Secondo la definizione fornita dall’ONU, un difensore o una difensora dei diritti umani è colui, o colei, che, solo o insieme ad altri, agisce per promuovere e proteggere i diritti umani in modo non violento. Sono molti quelli che si impegnano in tutto il mondo, anteponendo ai loro interessi e bisogni, la difesa di questi valori. Donne e uomini, madri e padri, professori e giornalisti e più in generale attivisti che quotidianamente prendono posizione, guidati da una forte convinzione per cui tutti dovrebbero poter godere ed esercitare i propri diritti. A tutela dei difensori dei diritti umani e della loro azione da anni si muove la rete “In Difesa Di”, un coordinamento di oltre 30 associazioni e organizzazioni che, attiva in Italia dal 2016, ha l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica su queste tematiche e chiedere alle istituzioni italiane di impegnarsi a sviluppare strumenti e meccanismi di protezione. È proprio grazie alla collaborazione tra la Provincia Autonoma di Trento e il Nodo Trentino della rete “In Difesa Di”, costituito da varie associazioni di carattere più o meno istituzionale, tra cui il Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani, organismo del Consiglio Provinciale, che è stato possibile mettere in moto il processo legislativo che ha portato all’approvazione della mozione 190 del 2018, un documento che impegna la Giunta provinciale ad “attivare come Provincia di Trento sul proprio territorio programmi di protezione temporanea su esempio delle “città rifugio” e “sollecitare il Governo nazionale” sul tema.

Cosa si intende quando si parla di città rifugio?
Si tratta di programmi di protezione per i DDU, promossi da enti locali e organizzazioni della società civile, che garantiscono loro un soggiorno temporaneo (il periodo varia dai 3 ai 9 mesi). Per prendere parte al programma, gli attivisti sono invitati a condividere la propria testimonianza con la comunità ospitante, al fine di sensibilizzarla e informarla sulla situazione del proprio territorio; essi inoltre, in una logica di “rest and respite” (riposo e tregua), possono prendere parte a momenti di formazione al fine di fornire loro ulteriori strumenti per portare avanti l’impegno di lotta non violenta. Il periodo di tempo del soggiorno è volutamente limitato, in quanto è nell’interesse dell’attivista fare ritorno nel proprio paese, dove spesso lascia la sua famiglia, per poter riprendere le sue attività e continuare a promuovere i diritti umani.

In queste due settimane abbiamo riflettuto anche sulla definizione, secondo alcuni scomoda, di “eroi”, che induce a pensare le difensore e i difensori come donne e uomini dotati di capacità e volontà superiori alle nostre. Forse sarebbe meglio vederli come modelli positivi a cui aspirare, personalità dotate di un coraggio e una passione straordinaria ma non inarrivabile. Chiunque, individualmente o in associazione con altri, può contribuire a migliorare la tutela dei Diritti Umani avanzando proposte, impegnandosi quotidianamente e partecipando in maniera attiva nel proprio territorio.
In conclusione, anche il Comune di Trento ha deciso di legiferare in tal senso approvando la mozione 658, nell’aprile 2018, volta alla difesa dei difensori attraverso strumenti di accoglienza: Trento è stata quindi la prima realtà comunale italiana a prendere un impegno per simili iniziative, tanto che molte altre città, tra cui Padova, Bologna, Milano, Torino, Palermo e Rovereto, hanno scelto di seguirne l’esempio.

Alessandro, Liceo Prati
Cecilia, Liceo Da Vinci
Emanuele, Liceo Rosmini
Gaia, Liceo Prati