Scrivere di pace, raccontare i diritti

Sei interessata/o a fare un anno al Forum trentino per la pace e i diritti umani?

Hai voglia di imparare e sperimentare molto?

Hai voglia di metterti in gioco promuovendo i temi della pace e dei diritti umani?

Hai voglia di scrivere articoli, creare grafiche, foto, video, campagne social…?

Hai voglia di raccontare a studenti, giovani, persone in genere i diritti umani e gli obiettivi di sviluppo sostenibile?

Hai voglia di avere dei progetti da creare, seguire, realizzare?

Vorresti capire da chi lo ha già fatto se ne vale la pena?

Se rispondi di sì ad almeno una di queste domande contattaci al 3351797117 (telefonata, messaggio, whatsapp, telegram…) o alla mail  riccardo.santoni@consiglio.provincia.tn.it

Abbiamo un’opportunità per te. Fino all’11 gennaio raccogliamo le domande di servizio civile, il 13 faremo le selezioni e se verrai presa/o potrai iniziare dal l’1 febbraio 2021.

E’ servizio civile provinciale, devi avere fra i 18 e i 28 anni  e avrai una serie di benefit, tra cui il buono pasto e un compenso di 600 euro al mese.

Tutte le info sul nostro progetto Scrivere di pace, raccontare i diritti le trovi a questo link.

Tutte le info per iscriverti al servizio civile le trovi qui.

Potrà essere un anno molto importante per te, scegli con attenzione guardando anche gli altri progetti

 

IL TRENTINO PER I DIRITTI UMANI

IL TRENTINO PER I DIRITTI UMANI

19- 20 – 21 NOVEMBRE 2020

Programmi di protezione per giornalisti, docenti ed attiviste/i minacciati nel mondo: una tre giorni che mette al centro la libertà di informazione, di ricerca, di costruzione dei diritti collettivi.

Per fare di Trento una città “In Difesa Di”. 

Le crisi che stanno attraversando il nostro tempo – sanitarie, sociali, economiche – non possono farci dimenticare la necessità di mettere al centro del nostro agire politico la difesa dei diritti umani ed ambientali e di chi li difende.
Ecco perché risulta particolarmente importante il webinar che il Nodo Trentino della rete In Difesa Di organizza il 20 e il 21 novembre prossimi “Il Trentino per i diritti umani – Protezione e reciprocità per difendere chi difende i diritti di tutte e di tutti”, che sarà anticipato dal corso per giornalisti, realizzato in collaborazione con l’Ordine dei Giornalisti del Trentino Alto Adige, “Giornalisti minacciati e reporter dalle zone di guerra”, il 19 novembre dalle 16.00 alle 18.00, insieme al giornalista Christian Elia condirettore di QCodeMag, Paola Rosà di Osservatorio Balcani e Caucaso e la partecipazione di Khalifa Abo Khraisse, giornalista, regista e sceneggiatore libico, collaboratore di Internazionale, BBC, al-Jazeera e CNN.

Una tre giorni che vuole sì concretizzare l’impegno della città di Trento nella solidarietà, ma vuole anche dare un contributo alla difficile lettura della situazione geopolitica globale, e alla trasformazione che la cooperazione internazionale può e deve assumere, nell’epoca della pandemia. Un momento fondamentale dell’incontro sarà l’omaggio al giovane Mario Paciolla, funzionario Onu trovato senza vita in Colombia, e su cui la campagna “Verità per Mario” pretende indagini e notizie veritiere. 
“Il Trentino per i diritti umani” è il terzo appuntamento internazionale che il Nodo Trentino della rete In Difesa Di – composto da Forum Trentino per la Pace e i diritti umani, associazione Yaku, PBI Italia, Amnesty International, il Centro per la Cooperazione Internazionale, Osservatorio Balcani e Caucaso, l’Università di Trento con Scholar At Risk – coordina sul territorio, insieme ad una fitta rete di organizzazioni, nazionali ed internazionali, università ed enti locali, per la costruzione del primo programma per la difesa delle e dei difensori dei diritti umani ed ambientali, da realizzare in Italia.
Trento prima “Città In Difesa Di”

è l’importante visione che anche la nuova amministrazione municipale del sindaco Franco Ianeselli ha deciso di abbracciare e fare propria, raccogliendo il testimone dalla Giunta Andreatta che con la Mozione 658 aveva sdoganato l’impegno del Comune di Trento in favore delle e dei difensori dei diritti umani ed ambientali.
L’iniziativa si inserisce nel quadro del progetto “Città in Difesa Di” finanziato dall’Ufficio 8 per 1000 della Tavola Valdese, promosso dalla Ong Terra Nuova, insieme all’associazione Yaku, Un Ponte per e l’Università per i diritti umani Antonio Papisca di Padova, appartenenti alla Rete In Difesa Di – per i diritti umani e di chi li difende.

 

Per scaricare il programma:

http://www.yaku.eu/wp-content/uploads/2020/11/pdf-programma1.pdf?fbclid=IwAR0IG_LNrktMs0LiHvLrmwG-EZwhTGXQA_g1Yia8M1uYspcNC3IO7Xx6D1g

Nagorno Karabakh: cosa sta succedendo?

Venerdì 13 novembre alle ore 18.00 in diretta sulla pagina facebook dell’Osservatorio Balcani Caucaso e Transeuropa

Da fine settembre in Nagorno Karabakh è stata guerra aperta lungo tutta la linea di contatto che separa forze armene ed azere fino al cessate il fuoco totale del 9 novembre.

Dove nasce la contesa che ha portato Armenia e Azerbaijan a contendersi questo territorio negli anni ‘90? Cosa ha causato un intervento militare così esteso, cruento e causa di centinaia e centinaia di morti tra militari e civili come quello che abbiamo osservato in questi giorni? Cosa prevede il cessate il fuoco totale in atto dal 9 novembre? E cosa si può e dovrebbe fare ora?

Il Forum Trentino per la Pace e i diritti umani in collaborazione con il Centro per la Cooperazione Internazionale intende contribuire a capire la situazione che sta attraversando quella zona.

Venerdì 13 novembre alle ore 18.00 in diretta sulla pagina facebook dell’Osservatorio Balcani Caucaso e Transeuropa, Massimiliano Pilati, presidente del Forumpace, ne parlerà con Giorgio Comai, giornalista e ricercatore dell’Osservatorio Balcani Caucaso e Transeuropa e con Mario Raffaelli, Presidente di Amref Italia e ex capo della conferenza di pace tra Armenia e Azerbaijan del 1992.

il Presidente del Forum Trentino per la pace e i diritti umani

dott. Massimiliano Pilati

Guarda la diretta facebook

Il Forumpace scrive ai sindaci neoeletti

Nei giorni scorsi, a seguito delle elezioni tenutesi il 20 e il 21 settembre, il Consiglio della Pace, organo del Forum trentino per la pace e i diritti umani, ha inviato una lettera ai sindaci neoeletti dei Comuni della Provincia di Trento. Il contenuto del documento intende stimolare una riflessione e una presa di posizione da parte degli entranti al fine di istituire delle cariche che riescano a concentrare il proprio mandato su tematiche attuali come i diritti umani e gli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

Riconoscendo l’immenso valore dei progetti attivati nei diversi contesti territoriali che negli anni hanno stimolato la coesione sociale e la partecipazione della comunità, il documento mira a sottolineare l’importanza della responsabilità delle singole amministrazioni – e dei suoi sindaci – nel continuare a promuovere azioni di cittadinanza attiva e di sensibilizzazione dei cittadini ai temi della pace e dei diritti umani. Tali elementi sono ormai fondamentali per lo sviluppo di territori e società sostenibili, specialmente se considerato il contesto globale attuale in cui è sempre più forte il legame tra l’agire locale e l’impatto a livello internazionale.

La lettera, firmata dal Presidente del Forumpace Massimiliano Pilati, cita: “il mondo [è] fortemente interconnesso e anche l’amministrazione di un piccolo territorio richied[e] il saper guardare oltre, il saper collegare anche il micro della propria specificità, alla complessità macro del sistema globale.”

Sulla base di queste affermazioni, i neoeletti vengono dunque invitati a considerare tali aspetti nel momento della formazione della Giunta. L’obiettivo desiderato dal Consiglio della Pace del Forumpace sarebbe di vedere inserito nelle amministrazioni un riferimento a questo “guardare oltre”; passo che potrebbe essere compiuto istituendo un assessorato specifico, dando una delega a qualche consigliere o organizzando una commissione. In questo modo si riuscirebbe a richiamare e a sottolineare l’importanza di valori quali la solidarietà, i diritti umani e lo sviluppo sostenibile, e, in particolar modo, si renderebbe esplicita la consapevolezza del singolo Comune per quanto riguarda il suo ruolo di attore globale e promotore di pace.

Per il Forum trentino per la pace e i diritti umani

Il Presidente Dott. Massimiliano Pilati

Fermiamo l’annessione dei territori palestinesi da parte di Israele

Il 2020 verrà di certo ricordato come un anno sconvolgente, un punto di non ritorno che ha fatto prendere coscienza all’umanità dei propri limiti e delle proprie fragilità. Per alcuni, però, quest’anno potrebbe simboleggiare una catastrofe nella catastrofe: stiamo parlando, tra gli altri, del popolo palestinese, che in una situazione di privazione di diritti e di occupazione militare che perdura da 72 anni -ovvero dal 1948, anno della fondazione dello Stato di Israele- è stato costretto a fronteggiare allo stesso tempo la crisi sanitaria dovuta al coronavirus e l’annuncio dell’avvio del nuovo piano di annessione dei territori occupati.

Il piano, i lettori lo ricorderanno, è il culmine del lungo sodalizio politico tra il presidente israeliano Netanyahu e il suo omologo statunitense Trump, che ne ha scritto e sponsorizzato la prima versione. Non è solo lo stile e l’ideologia ad accomunare i due personaggi, ma anche la tendenza a gestire crisi politiche interne (le lunghissime crisi di governo e i processi per corruzione di Netanyahu, le imminenti elezioni statunitensi e via dicendo) attraverso iniziative muscolari che creano consenso – o dibattito- immediati ma che a lungo andare si potrebbero rivelare estremamente destabilizzanti. È così che il mondo attende, il primo luglio prossimo, il voto della Knesset, il parlamento israeliano, sulla proposta governativa di annettere unilateralmente circa il 30% della Cisgiordania. Attualmente, lo ricordiamo, a seguito degli Accordi di Oslo del 1993 la West Bank è divisa in aree a diversi gradi di controllo politico-amministrativo palestinese o israeliano.

Dalle diverse mappe degli scenari di annessione che sono circolate in questi mesi emerge il rischio dell’ufficializzazione di uno status quo già di fatto esistente, ma molto lontano da quanto stabilito dal diritto internazionale e da quanto dovrebbe prevedere una reale soluzione di pace. Con il pretesto di collegare e annettere le numerose colonie illegali israeliane presenti in Cisgiordania, che contano circa 450mila abitanti, si andrebbe a normalizzare definitivamente la geografia a macchia di leopardo della Palestina, creando veri e propri bantustan: piccole enclave -città o municipalità palestinesi – militarizzate e circondate dal muro di separazione, all’interno delle quali vivrebbero persone senza diritto di cittadinanza né libertà di movimento. Sono già oggi più di 500 i checkpoint militari israeliani che ostacolano la libera circolazione dei palestinesi nel territorio assegnato loro dalle Nazioni Unite, inficiandone il diritto all’istruzione e al lavoro. Oltre all’appropriazione di terre, acqua e risorse naturali, preoccupa ancor di più il principio secondo il quale il governo israeliano intende annettere dei territori selezionando i cittadini che vi vivono secondo una gerarchia etnica. Sono circa 65mila, ad esempio, i palestinesi residenti solo nella Valle del Giordano, ma qualora essa venisse annessa ad Israele è già stato dichiarato che nessun tipo di diritto di cittadinanza sarebbe loro concessa. Uno Stato che controlla territori annessi con la forza, che esercita controllo militare su di essi ma che non riconosce alcuna libertà personale, cittadinanza o partecipazione politica a chi vi è nato e vissuto, formalizza e rafforza, purtroppo, un vero e proprio sistema di discriminazione razziale che non può essere definito altrimenti se non come apartheid.

Le reazioni palestinesi a questa prospettiva sono state varie, a volte quasi rassegnate e a volte vigorose. È il caso delle mobilitazioni del movimento Palestinian Lives Matter, che ha protestato contro l’occupazione e contro le uccisioni indiscriminate di palestinesi dopo la morte di Iyad al-Hallaq, un ragazzo autistico a cui la polizia israeliana ha sparato a sangue freddo perché lui, spaventato, non ha risposto ad un controllo di sicurezza. Rappresentano un bel segnale anche le manifestazioni di cittadini israeliani che, a Tel Aviv come in altre città, sono scesi in piazza per ribadire il loro rifiuto del rafforzamento dell’occupazione e il loro desiderio di una pace giusta. A onor del vero, però, va sottolineato che queste posizioni sono attualmente estremamente minoritarie in Israele e la deriva in senso identitario, sovranista ed etnicista dello Stato e del governo appare sempre più consolidata. Anzi, c’è di più: parrebbe che se, allo scadere del primo luglio, gli scenari di annessione più vasti non si verificheranno (in favore di atti più simbolici e ridimensionati di riconoscimento di alcune colonie, comunque illegittime per il diritto internazionale), non sarà grazie alle proteste degli israeliani democratici, ma a causa proprio dei nazionalisti ebrei di estrema destra, che rifiutano ogni compromesso e piano che preveda un riconoscimento, implicito o esplicito, di qualsiasi sovranità ai palestinesi.

La impasse nella quale Israele è caduta da decenni, che consiste nel non voler scendere a compromessi né con sé stessa né con altri in termini di sovranità territoriale e nella definizione etnica di Stato Ebraico, è sempre più evidentemente la causa di una pericolosa stagnazione del processo di pace, che potrebbe tradursi a brevissimo nel suo definitivo fallimento. È per questo che la situazione israelo-palestinese continua a riguardarci, oggi più che mai, non solo come “questione morale dei nostri tempi”, come la definiva Nelson Mandela, ma anche a causa delle ripercussioni per la pace e l’equilibrio mondiale delle politiche autocratiche delle grandi potenze coinvolte -Israele e USA in prima linea, ma anche i paesi arabi, la Russia e l’Iran sullo sfondo. Non è un segreto che Trump, Netanyahu, Putin e non solo osteggino apertamente ogni forma di multilateralismo, indebolendo le istituzioni internazionali e prediligendo azioni politiche bilaterali o addirittura completamente autonome. Ne sono una prova le recenti sanzioni promulgate dall’amministrazione Trump nei confronti della Corte Penale Internazionale dell’Aja che sta indagando sui crimini di guerra statunitensi in Afghanistan: un gesto gravissimo ma tutto sommato coerente, dato che alla Corte gli USA e Israele non hanno mai aderito, non accettando di dover sottostare a leggi o indagini di istituzioni sovranazionali nate per garantire giustizia e rispetto dei diritti umani.

Il ruolo dell’Europa, e in definitiva di noi comuni cittadini, è in questa prospettiva sempre più cruciale: se pochi ma influenti paesi tentano di delegittimare gli sforzi internazionali per la pace, la giustizia e la lotta ai cambiamenti climatici, è evidente che l’Unione Europea deve impegnarsi con determinazione e coraggio ad assumere la guida di queste sfide fondamentali per il futuro dell’umanità. Ogni riflessione, mobilitazione e pressione dal basso da parte dei cittadini può fare la differenza, come nel caso degli appelli che già a maggio hanno spinto 70 parlamentari italiani a chiedere al Governo italiano di impegnarsi a condannare e scongiurare l’eventualità dell’annessione.

Sperando che non sia troppo tardi, continuiamo a sensibilizzarci e a costruire percorsi di pace possibili.

Pier Francesco Pandolfi de Rinaldis, Presidente Associazione Pace per Gerusalemme

Massimiliano Pilati, Presidente Forum Trentino per la pace e i diritti umani

Diritti umani e stato d’emergenza: l’appello della rete In Difesa Di al CIDU

La rete “In Difesa Di – Per i diritti umani e chi li difende” ha inviato una lettera al Comitato Interministeriale per i Diritti Umani (CIDU), per chiedere che le Nazioni Unite siano notificate al più presto sulle misure eccezionali approvate per far fronte all’emergenza COVID-19 e che venga attuato un monitoraggio sulle deroghe ai diritti umani fondamentali.

La drammatica ed eccezionale situazione che stiamo vivendo, e la necessità di salvaguardare il diritto alla salute e alla vita,  autorizza infatti gli Stati ad approvare misure drastiche che prevedono la limitazione o la sospensione – seppur temporanea – di alcuni diritti fondamentali, tra cui quello di movimento, di assemblea, di organizzare e partecipare a manifestazioni, o alla privacy.

Sin da subito è stato evidente il rischio che lo stato di emergenza a livello globale possa trasformarsi – soprattutto nei paesi governati da regimi autocratici e con deriva autoritaria – in uno stato d’eccezione permanente o che possa divenire il pretesto per limitare ulteriormente gli spazi di agibilità civica e le libertà civili. Per questo già il mese scorso vari esperti delle Nazioni Unite e  l’Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani Michelle Bachelet hanno esortato gli Stati a garantire un approccio basato sul rispetto dei diritti umani, ad approvare soltanto misure proporzionate e temporanee, e a garantire il diritto alla salute a tutte e tutti, incluse le persone più vulnerabili e marginalizzate.

Il diritto internazionale prevede situazioni, come le pandemie, in cui le deroghe ai diritti civili e politici sono consentite, ma allo stesso tempo indica anche alcuni contrappesi e garanzie. Tra questi, l’obbligo di notificare ai treaty bodies (gli organismi di monitoraggio) delle Nazioni Unite le misure approvate e le deroghe ai diritti civili e politici in atto. Secondo quanto stabilito dal Patto Internazionale sui diritti civili e politici, ogni deroga dovrà infatti essere limitata alla misura strettamente richiesta dalla situazione e gli Stati devono poter giustificare ogni misura presa.

La proclamazione dello stato di emergenza inoltre non deve prescindere da criteri di trasparenzaaccountability. È proprio in questa situazione emergenziale che sarebbe stata fondamentale l’azione di monitoraggio e supervisione dell’Autorità nazionale indipendente sui diritti umani, non ancora istituita in Italia nonostante i numerosi appelli della società civile.

La rete In Difesa Di chiede pertanto al CIDU innanzitutto di notificare immediatamente alle Nazioni Unite la dichiarazione dello stato di emergenza, le misure prese, e come esse impattino sui diritti fondamentali. In secondo luogo il CIDU è chiamato, in assenza di un’autorità nazionale indipendente sui diritti umani, ad assicurare un monitoraggio costante e pubblicamente accessibile sulla compatibilità di queste misure con le Convenzioni internazionali sui diritti umani.

Infine l’Italia, in quanto membro del Consiglio ONU per i Diritti Umani, dovrebbe adoperarsi con ogni mezzo a sua disposizione affinché la situazione di emergenza non diventi un pretesto per giustificare violazioni dei diritti umani e attacchi contro i difensori e le difensore dei diritti umani in altri paesi del mondo, come sottolineato anche nella comunicazione dei Relatori Speciali dell’ONU.

Francesco Martone

Portavoce  della rete “In Difesa Di – Per i diritti umani e chi li difende”

 

Organizzazione firmatare:

A Buon Diritto

A Sud

AIDOS

Amnesty International Italia

Antigone

ARCI

AOI

CIES Onlus

CIPSI

CISDA

COSPE

Cultura e Libertà

Endangered Lawyers Project

Fondazione Lelio e Lisli Basso onlus

Giuristi Democratici

Greenpeace Italia

International Human Rights Corner

Libera – Associazioni, nomi e numeri contro le mafie

Movimento Nonviolento

Operazione Colomba, corpo nonviolento di pace APG23

Osservatorio Solidarietà, Carta di Milano

Terranuova

Un Ponte Per

Unione Forense per la Tutela dei Diritti Umani

Yaku