Intervista a Paolo Rumiz

Intervista a Paolo Rumiz

- di Claudia Gelmi -

Sarà il giornalista e scrittore triestino Paolo Rumiz il protagonista del prossimo incontro inserito nel progetto Per una cittadinanza Euromediterranea promosso dal Forum trentino per la pace e i diritti umani di Trento. Ospite del Castello del Buonconsiglio mercoledì prossimo alle 20.30, Paolo Rumiz parlerà della sua idea di una prospettiva «euromediterranea» nata dagli infiniti incontri con persone, luoghi e storie, e presenterà il suo ultimo libro edito da Feltrinelli La cotogna di Istanbul. Ballata per tre uomini e una donna, un’avvolgente storia d'amore cantata in versi con l'intensità della passione amorosa e della passione per un luogo che l’autore conosce bene, la Bosnia.

Intervista a Paolo Rumiz

- di Claudia Gelmi -

Sarà il giornalista e scrittore triestino Paolo Rumiz il protagonista del prossimo incontro inserito nel progetto Per una cittadinanza Euromediterranea promosso dal Forum trentino per la pace e i diritti umani di Trento. Ospite del Castello del Buonconsiglio mercoledì prossimo alle 20.30, Paolo Rumiz parlerà della sua idea di una prospettiva «euromediterranea» nata dagli infiniti incontri con persone, luoghi e storie, e presenterà il suo ultimo libro edito da Feltrinelli La cotogna di Istanbul. Ballata per tre uomini e una donna, un’avvolgente storia d'amore cantata in versi con l'intensità della passione amorosa e della passione per un luogo che l’autore conosce bene, la Bosnia.

Il nuovo romanzo di Rumiz viaggia sospeso tra le pieghe dell’amore che coinvolge tre uomini e una donna, una struggente canzone-poesia, e la fascinazione per un territorio che strappa l’anima per il suo estremo fascino e le sue estreme contraddizioni.

Paolo Rumiz, da dove prende origine la storia de «La cotogna di Istanbul»?

«Il romanzo prende spunto da una storia personale che mi è capitato di vivere alla fine della guerra dei Balcani con una donna, la quale mi ha cantato una canzone e mi ha fatto vivere quella canzone nella realtà (la canzone La gialla cotogna di Istanbul parla di una donna morente che chiede di avere una cotogna di Istanbul per guarire: non riuscendo ad averla in tempo, la donna morirà, ndr). Dopo aver raccontato la mia storia tante volte a tante persone, ho voluto scriverla e farla crescere».

Perché la scelta di una scrittura in versi, in forma di ballata?

«Per scrivere questo romanzo, ero alla ricerca di qualcosa che avesse la forza di un racconto diretto alle persone, di un racconto orale nel quale vedi gli occhi della persona che ti ascolta. Negli ultimi anni la parola raccontata verbalmente mi ha dato molte più soddisfazioni della parola scritta. Per questo ho scelto di raccontare questa storia attraverso un ritmo simile al racconto di un nonno a un bambino, di un viaggiatore che parla davanti al fuoco. Trovo che il racconto diretto alle persone sia infinitamente meglio della scrittura. Ho pensato che la forma che assomigliasse di più al racconto orale fosse la scrittura in versi. Dentro di noi abita un ritmo che, nel mio caso, è uscito spontaneamente: questo tipo di scrittura è venuto da sé, il testo ha lavorato spontaneamente».

Oltre ai protagonisti umani della storia, emerge nel romanzo un'altra protagonista, la città di Sarajevo. Un luogo che ha rubato il cuore e l’anima tante persone, anche a lei. Perché quella città è tanto carica di forza ammaliatrice?

«Non mi è mai capitato di entrare in una città e sentirla subito come una pantofola che si adatta alla perfezione, come mi è accaduto con Sarajevo. Questo è successo forse perché l’ho vista nel momento della verità, della guerra, dove si svela l’essenza degli uomini, fatta di orrore e bellezza, odio e amore. Me ne sono perdutamente innamorato. Il romanzo La cotogna di Istanbul è un omaggio alla Bosnia, alla sua leggenda, alla sua essenza femminile. Sarajevo stessa è femmina, circondata da briganti che la vogliono distruggere perché odiano la sua complessità. Schiacciata tra le montagne e allineata lungo un fiume, Sarajevo è inerme e femmina, è accogliente».

L’iniziativa «Per una cittadinanza euromediterranea» di cui sarà ospite intende attivare una riflessione sulla complessità dell'Europa, partendo dall’assunto che la complessità della realtà può essere colta solo se gli sguardi sono plurali e solo attraverso prospettive differenti. Qual è la sua posizione in merito?

«Io abito sul confine (a Trieste, ndr), in una città plurale, nel punto di incontro tra centro Europa e Mediterraneo, nel punto di partenza di decine di Mediterranei mitologici. Sono stato abituato fin da piccolo a ragionare in termini di diversità. Aborro la parola identità, che non definisce nulla, perché noi siamo nomadi che appartengono a un luogo, a una terra che andiamo ad abitare, e non il contrario. Tutte queste idee sull’identità sono perdenti».

La coincidenza vuole che proprio questa sera, al teatro di Nago alle 21, vada in scena lo spettacolo di e con Roberta Biagiarelli tratto dal suo romanzo «La leggenda dei monti naviganti», in cui racconta il suo viaggio lungo tutta la catena montuosa italiana, dalle Alpi all’Aspromonte. Come giudica il progetto teatrale, essendone l’ispiratore principale?

«Roberta Biagiarelli ha letto molto bene l’essenza della storia, che è magica da un certo punto di vista, perché quando si attraversano le montagne si vive in una dimensione “altra”. Lei e l’attore Sandro Fabiani, in scena, utilizzano per spiegare questa condizione di inselvatichimento della montagna l’espressione “richiamo dell’ululato del lupo”. Credo siano riusciti a rendere il senso della complessità e allo stesso tempo dell’unità di questo percorso lungo ottomila chilometri. Attraverso l’uso dell’ironia inoltre, sono riusciti a fornire al racconto una giusta alternanza».

fonte: Corriere del Trentino e Corriere dell’Alto Adige, sabato 15 dicembre 2011.