Riconciliazione contro la guerra

Si avvicina fine anno e, come in molte altre realtà, al Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani è tempo di fare bilanci e relazioni di fine anno. Tra le centinaia di scritti, dibattiti, eventi, iniziative organizzate direttamente da noi o alle quali ho partecipato soprattutto due frasi mi tornano spesso alla memoria.
A giugno ero a Modena per la festa dei 50 anni della rivista “Azione nonviolenta” fondata da Aldo Capitini e ho avuto modo, durante le pause della festa, di visitare l’Accademia Militare di Modena (istituzione di formazione militare dell’esercito italiano). All’ingresso un’enorme scritta accoglie visitatori e allievi cadetti: “Preparo alle glorie di Italia i nuovi eroi”. Poi, a dare “man forte” a questa frase, un’intera parte delle mura dell’accademia è ricoperta da centinaia di migliaia di nomi di soldati morti nelle molte, troppe, battaglie combattute.

Massimiliano Pilati
Presidente Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani
Articolo pubblicato su “Il Corriere del Trentino” del 28 dicembre 2014

Si avvicina fine anno e, come in molte altre realtà, al Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani è tempo di fare bilanci e relazioni di fine anno. Tra le centinaia di scritti, dibattiti, eventi, iniziative organizzate direttamente da noi o alle quali ho partecipato soprattutto due frasi mi tornano spesso alla memoria.

A giugno ero a Modena per la festa dei 50 anni della rivista “Azione nonviolenta” fondata da Aldo Capitini e ho avuto modo, durante le pause della festa, di visitare l’Accademia Militare di Modena (istituzione di formazione militare dell’esercito italiano). All’ingresso un’enorme scritta accoglie visitatori e allievi cadetti: “Preparo alle glorie di Italia i nuovi eroi”. Poi, a dare “man forte” a questa frase, un’intera parte delle mura dell’accademia è ricoperta da centinaia di migliaia di nomi di soldati morti nelle molte, troppe, battaglie combattute.

Mi sono soffermato in raccoglimento parecchi minuti davanti all’elenco interminabile di morti in guerra. Giovani strappati alle loro famiglie e ai loro affetti per motivi che non sempre sono comprensibili e troppo spesso non sono assimilabili alla, a volte necessaria, “difesa della Patria”.

A questa scritta ricca di retorica militarista e presente in un istituto di formazione militare che tuttora forma i nostri soldati, contrappongo una frase pronunciata da Malala Yousafzai, la ragazzina pakistana premio Nobel per la Pace 2014, durante il discorso da lei tenuto in occasione della consegna del Premio (10 dicembre 2014, Oslo): “Un bambino, un insegnante, una penna e un libro possono cambiare il mondo”.

La lotta di Malala e di tante bambine e bambini di tutto il mondo è semplicemente quella di poter andare a scuola per formarsi alla vita. In troppi luoghi del nostro mondo il fondamentale diritto all’istruzione è considerato (per dirlo con le parole di Malala) un “reato”. Per questo nel nostro fortunato Trentino dobbiamo sforzarci nel rafforzare nelle nostre scuole anche argomenti come dialogo, come lo studio di una sana cultura di pace e dei diritti fondamentali, come la convivenza.

Purtroppo in questo periodo di crisi per far quadrare il bilancio provinciale si parla di tagliare anche degli ottimi strumenti di cui in questi anni la nostra Provincia si è dotata: Il Centro Millevoci, il Centro di Formazione alla Solidarietà internazionale, ‘Osservatorio Balcani e Caucaso e lo stesso Forum sia nelle scuole che dentro la nostra società sono stati e sono importanti strumenti di analisi, approfondimento e formazione e per questo vanno tutelati. Come Consiglio del Forum, pur capendo le necessità di far quadrare i conti, abbiamo espresso profonda preoccupazione sul futuro di queste realtà che contribuiscono quotidianamente a rafforzare una sana cultura di pace.

Ancora oggi ci sono milioni di esseri umani che in virtù di un’appartenenza (etnica, nazionale, religiosa, ideologica, sessuale, etc.) subiscono forme di discriminazione, violenza, sopruso, negazione di diritti. Come Forum concentreremo le azioni dei prossimi anni attorno al tema dei diritti negati: il punto di partenza è che non si può costruire la pace e poi affermare i diritti, bensì è affermando i diritti che si può arrivare a una società di pace diffusa e duratura. E questo non riguarda solo Paesi lontani, segnati da conflitti armati, ma coinvolge anche le nostre comunità. Partiremo nelle prossime settimane con la ricerca I giovani e la pace, realizzata con il Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale dell’Università di Trento, che vuole indagare il posizionamento dei giovani in relazione ai temi prioritari del Forum per poi proporre azioni e interventi di riflessione, formazione e confronto che risultino coerenti e per questo efficaci con i reali fabbisogni e sensibilità. La diffusione dei risultati sarà poi occasione per proporre eventi rivolti anche alla comunità adulta, chiamata a riflettere e confrontarsi su queste tematiche.

L’augurio per il nuovo anno rivolto a tutti noi è che in un mondo che vede come unica soluzione dei conflitti (personali, di quartiere, mondiali) la violenza, gli eserciti e la guerra si possano finalmente sperimentare, a cominciare dal nostro bel Trentino, nuovi percorsi che tentino il dialogo e la riconciliazione. In un mondo che istruisce alla gloria dell’immolarsi da eroi martiri per difendere il proprio territorio vorrei si contrapponesse una sana educazione al dialogo, alla convivenza pacifica, alla risoluzione nonviolenta dei conflitti e alla riconciliazione.

Massimiliano Pilati

Presidente Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani

Articolo pubblicato su “Il Corriere del Trentino” del 28 dicembre 2014
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Peshawar, Cronaca di un massacro

Emanuele Giordana

Un attacco terroristico produce un bilancio di oltre 140 morti, in stragrande maggioranza studenti (132 secondo le ultime stime). Maschi e femmine uccisi in una giornata convulsa che richiede almeno quattro ore per confinare i guerriglieri islamisti del Tehreek-e-Taleban Pakistan in una zona delle scuola dove sgominarli e ucciderli

Comincia nella tarda mattinata di un giorno di scuola apparentemente normale il peggior attacco terroristico della storia del Pakistan. Un attacco che produce un bilancio di oltre 140 morti, in stragrande maggioranza studenti (132 secondo le ultime stime). Maschi e femmine uccisi in una giornata convulsa che richiede almeno quattro ore per confinare i guerriglieri islamisti del Tehreek-e-Taleban Pakistan in una zona delle scuola dove sgominarli e ucciderli. Succede a Peshawar, la capitale della provincia nordoccidentale – al confine con l’Afghanistan – nel college militare di Warsak Road che fa parte di una rete di 146 scuole che fanno capo all’esercito: liceo e secondaria frequentate da quasi 500 studenti tra i 10 e i 18 anni d’età. Un massacro premeditato e senza alcun senso se non per il fatto che il college è una scuola militare. Una scuola con ragazzi che in maggioranza sono minorenni.

Articolo pubblicato su Il Manifesto e Lettera 22

Emanuele Giordana

Un attacco terroristico produce un bilancio di oltre 140 morti, in stragrande maggioranza studenti (132 secondo le ultime stime). Maschi e femmine uccisi in una giornata convulsa che richiede almeno quattro ore per confinare i guerriglieri islamisti del Tehreek-e-Taleban Pakistan in una zona delle scuola dove sgominarli e ucciderli

Comincia nella tarda mattinata di un giorno di scuola apparentemente normale il peggior attacco terroristico della storia del Pakistan. Un attacco che produce un bilancio di oltre 140 morti, in stragrande maggioranza studenti (132 secondo le ultime stime). Maschi e femmine uccisi in una giornata convulsa che richiede almeno quattro ore per confinare i guerriglieri islamisti del Tehreek-e-Taleban Pakistan in una zona delle scuola dove sgominarli e ucciderli. Succede a Peshawar, la capitale della provincia nordoccidentale – al confine con l’Afghanistan – nel college militare di Warsak Road che fa parte di una rete di 146 scuole che fanno capo all’esercito: liceo e secondaria frequentate da quasi 500 studenti tra i 10 e i 18 anni d’età. Un massacro premeditato e senza alcun senso se non per il fatto che il college è una scuola militare. Una scuola con ragazzi che in maggioranza sono minorenni.

La furia omicida del commando – tra sei e dieci persone – si abbatte subito su insegnanti e ragazzi, giovani e giovanissimi studenti che l’istituto indirizza alla carriera militare. E’ giorno d’esami ma c’è anche una festa programmata nella quale irrompe il commando entrato da una porta laterale: sparano all’impazzata non si capisce ancora come e con che logica. Hanno avuto solo un ordine dai loro capi: sparare agli “adulti” e risparmiare i “piccoli”. Missione impossibile in un parapiglia di centinaia di studenti e decine di insegnanti ostaggio – oltre che delle armi – del terrore, il viatico dell’ennesima campagna dei talebani pachistani per sprofondare le città e la gente nella paura. Gran parte dei più piccoli, sostiene Al Jazeera, riesce a scappare alla spicciolata. I più grandi sono meno fortunati.
La dinamica è per ora ancora frammentata (la ricostruzione ora per ora sul sito del quotidiano The Dawn) e non è chiaro né evidente come i guerriglieri, travestiti da militari, abbiano organizzato la strage. Ma è chiaro che strage doveva essere: vendetta per la missione militare “Zarb-e-Azb” del governo che da alcuni mesi martella il Waziristan, agenzia tribale rifugio per talebani e sodali stranieri.
La rivendicazione del Ttp arriva poco dopo l’ingresso del commando e spiega che il target sono proprio i più anziani, studenti compresi. Non dunque ostaggi da trattenere per negoziare qualcosa, ma obiettivi della vendetta.

I parenti dei ragazzi iniziano ad arrivare fuori dalla scuola che è vicino a una caserma; le sirene delle ambulanze sono la cornice dello scenario più sinistro che Peshawar abbia mai visto. Il primo ministro Nawaz Sharif, che definisce l’attacco una “tragedia nazionale” – decreterà poi tre giorni di lutto nazionale -, vola a Peshawar dove converge anche il capo dell’esercito Raheel Sharif: i suoi soldati intanto stanno cercando di liberare la scuola aula per aula, mentre il commando si va asserragliando nell’area amministrativa dell’edificio. Si trova comunque il tempo anche per la polemica politica: Nawaz è ai ferri corti con Imran Khan, criticissimo capo del partito al potere nella provincia del Khyber Pakhtunkhwa. Ora la falla nella sicurezza mette in difficoltà anche il contestatore. Tutti, compresi i partiti islamisti (legali), prendono le distanze dall’attacco e così i diversi responsabili politici e religiosi. Il mondo guarda allibito.

Alle tre del pomeriggio la situazione comincia a essere sotto controllo: fonti riferiscono che alcuni miliziani avrebbero tentato la fuga rasandosi la barba. Ma le voci corrono incontrollate: il commando è ancora dentro. Qualcuno si è fatto già esplodere, altri tirano granate, sparano con mitraglie di ultima generazione. Alle 15 e 35 radio Pakistan lancia il primo duro bilancio dei morti: 126, un numero inimmaginabile solo qualche ora prima. E destinato a crescere. E’ in quel momento che i militari pachistani sono intanto riusciti a raggiungere il loro obiettivo e pochi minuti prima delle 16 fanno sapere che il commando è ormai confinato in un’area precisa dell’enorme scuola militare.

Poco più tardi il ministro dell’Informazione della provincia Mushtaq Ghani dice all’Afp che il bilancio è di 130 morti. Sono già 131 qualche minuto dopo. Poi salgono a 140 e così avanti. 

I militanti del Ttp non possono parlare. Tutti morti. Non potranno spiegare quale delle tante fazioni dell’ex ombrello jihadista – divisosi nel corso del 2014 in quasi una decina di rivoli – ha deciso la strage. Muhammad Khorasani, l’uomo che per primo rivendica, non è un nome noto della galassia col cappello talebano. Il gruppo, che dal 2010 figura nella lista dei “most wanted” internazionali, ha mantenuto una certa unità sino alla morte nel 2009 di Beitullah Meshud – il fondatore del Ttp con Wali-ur-Rehman (anche lui ucciso nel 2013) – e ancora sotto la guida di Hakimullah Meshud, assassinato da un drone alla fine del 2013. Da allora il gruppo si è diviso su questioni ideologiche e diatribe tribali (una parte per esempio ha aderito al progetto di Al Baghdadi, una fazione ha contestato la leadership dei Meshud). Quel che è certo è che la deriva stragista nei confronti dei civili, già utilizzata senza problemi dal Ttp (a differenza della maggior parte dei cugini afgani), ha preso velocità. Il Ttp non è nuovo a bombe nei bazar e nelle moschee ma non era mai giunto a tanto. Un tentativo negoziale col governo alcuni mesi fa è fallito e a giugno l’esercito ha iniziato a ripulire il Nord Waziristan con l’operativo Zarb-e Azb, tuttora in corso, colpendo i rifugi della guerriglia pachistana e straniera dal cielo e da terra con 30mila uomini.

Articolo pubblicato su Il Manifesto e Lettera 22

Afghanistan, attentato a partita volley: 45 morti

Un kamikaze in moto si è fatto esplodere nella provincia orientale di Paktika. Tra le vittime giovani, bambini e alcuni agenti di polizia. Una sessantina le persone ferite

Almeno 45 morti, tra cui molti giovani e bambini, e una sessantina di feriti. Il bollettino di guerra dall’Afghanistan oggi registra una strage di civili per mano di un kamikaze, che si è fatto esplodere durante una partita di pallavolo nella provincia orientale di Paktika. L’attentato non è stato rivendicato, ma l’allarme sicurezza nel Paese è tale che le truppe americane resteranno impegnate ancora un altro anno in missioni di combattimento, superando così la scadenza del 2014, per far fronte all’avanzata dei talebani. 

Alle 17 locali, nel momento in cui la partita, organizzata dalla polizia locale, era in pieno svolgimento, un kamikaze a bordo di una moto si è fatto esplodere in mezzo alla folla. Questa ennesima strage, condannata duramente anche dal presidente Ashraf Ghani, non è stata rivendicata. Il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid, non ha commentato l’accaduto.  
Tratto da La Stampa

Un kamikaze in moto si è fatto esplodere nella provincia orientale di Paktika. Tra le vittime giovani, bambini e alcuni agenti di polizia. Una sessantina le persone ferite
Almeno 45 morti, tra cui molti giovani e bambini, e una sessantina di feriti. Il bollettino di guerra dall’Afghanistan oggi registra una strage di civili per mano di un kamikaze, che si è fatto esplodere durante una partita di pallavolo nella provincia orientale di Paktika. L’attentato non è stato rivendicato, ma l’allarme sicurezza nel Paese è tale che le truppe americane resteranno impegnate ancora un altro anno in missioni di combattimento, superando così la scadenza del 2014, per far fronte all’avanzata dei talebani.  

Alle 17 locali, nel momento in cui la partita, organizzata dalla polizia locale, era in pieno svolgimento, un kamikaze a bordo di una moto si è fatto esplodere in mezzo alla folla, che si era radunata al campo di gioco arrivando da tre distretti, ha riferito il portavoce del governatore della provincia, definendo l’attentato «scioccante» per la modalità e per il numero delle vittime, la maggior parte delle quali giovani che stavano partecipando al torneo, tanto che le autorità locali hanno chiesto a Kabul di inviare degli elicotteri per evacuare i feriti. Questa ennesima strage, condannata duramente anche dal presidente Ashraf Ghani, non è stata rivendicata. I media hanno cercato una reazione dal portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid, che però non ha commentato l’accaduto.

L’ultimo grande attacco contro i civili in Afghanistan risale al 15 luglio scorso, con 90 persone uccise in un mercato, sempre nella provincia di Paktika. Anche in quella circostanza i talebani non avevano rivendicato l’attentato, anzi avevano negato la loro responsabilità. Gli integralisti, invece, si sono sempre attribuiti gli attacchi contro le forze di sicurezza locali e e contro obiettivi occidentali, che quest’anno si sono intensificati in tutto il Paese. Inoltre, la loro avanzata prosegue nel nord del Paese, nella provincia di Kunduz, una volta considerata tra le più sicure, facendo intravedere, secondo gli analisti, lo spettro di un nuovo Iraq dopo l’abbandono delle forze Nato.  

Tale scenario, secondo i media, avrebbe convinto il presidente americano Barack Obama a prorogare di anno le operazioni di combattimento delle truppe Usa contro i talebani e altri gruppi militanti nel caso di minacce ai soldati e al governo di Kabul. E da gennaio, con la scadenza anche della missione Isaf, la Nato – che all’inizio dell’anno schierava 50mila truppe – manterrà sul terreno una forza residua di circa 12.500 unità per il supporto e la formazione delle forze di sicurezza locali. Proprio oggi la Camera dei Rappresentanti afgana ha approvato a grande maggioranza i nuovi accordi sulla sicurezza firmati dal governo con gli Stati Uniti e con la Nato. 

Tratto da La Stampa

Afghanistan, infine il dopo Karzai: governo bicefalo, cittadini disillusi

Giuliano Battiston

Lunedì 29 settembre si chiuderà il sipario sul lungo governo di Hamid Karzai, al potere dal 2001. Al suo posto, nell’ampia residenza dell’Arg, il palazzo presidenziale di Kabul, si insedierà Ashraf Ghani, la cui nomina verrà suggellata con una cerimonia solenne ma meno festosa del previsto. Gli afghani e la comunità internazionale avrebbero voluto celebrare “il primo trasferimento pacifico e democratico di potere nella storia recente” del paese centroasiatico, ma le cose non sono andate per il verso giusto. La transizione è avvenuta in modo perlopiù pacifico (per gli standard afghani), ma tutt’altro che democratico (perfino per quegli standard).

Da Reset-Dialogues on Civilizations

Giuliano Battiston

Lunedì 29 settembre si chiuderà il sipario sul lungo governo di Hamid Karzai, al potere dal 2001. Al suo posto, nell’ampia residenza dell’Arg, il palazzo presidenziale di Kabul, si insedierà Ashraf Ghani, la cui nomina verrà suggellata con una cerimonia solenne ma meno festosa del previsto. Gli afghani e la comunità internazionale avrebbero voluto celebrare “il primo trasferimento pacifico e democratico di potere nella storia recente” del paese centroasiatico, ma le cose non sono andate per il verso giusto. La transizione è avvenuta in modo perlopiù pacifico (per gli standard afghani), ma tutt’altro che democratico (perfino per quegli standard). Ashraf Ghani, ex ministro delle Finanze e rettore dell’università di Kabul, già alto funzionario della Banca mondiale e docente in prestigiose università degli Stati Uniti, è il nuovo presidente della Repubblica islamica d’Afghanistan, ma nessuno può dire con certezza quanto abbiano contribuito le frodi nel determinare la sconfitta dello sfidante, l’ex ministro degli Esteri Abdullah Abdullah.

Dalle urne al negoziato politico

Più che il legittimo risultato del voto, l’elezione di Ashraf Ghani è infatti il frutto di un lungo e defatigante negoziato politico che si è protratto per mesi. Subito dopo il ballottaggio del 14 giugno, Abdullah Abdullah ha denunciato le frodi su “scala industriale” che sarebbero state commesse a suo danno con la complicità di alcuni esponenti della Commissione elettorale indipendente, i quali avrebbero aiutato il tecnocrate Ghani a recuperare il distacco del primo turno, quando tra otto candidati Abdullah Abdullah ottenne il 45% dei voti (2 milioni e 970mila), e Ghani soltanto il 31.5% (circa 2 milioni). All’annuncio dei risultati preliminari del ballottaggio – che attribuivano a Ghani 1 milione di voti in più rispetto ad Abdullah – l’ex consigliere del comandante Massud ha pensato di forzare la mano, mobilitando i suoi sostenitori, organizzando proteste, manifestazioni, picchetti per le strade di Kabul, mentre alcuni membri del suo staff lasciavano trapelare l’ipotesi minacciosa di un governo parallelo e, quindi, di una frattura del paese per linee etniche (tagiki versus pashtun), preludio di una nuova guerra civile.

Abdullah è così riuscito a ottenere il riconteggio totale dei voti, sotto la supervisione delle Nazioni Unite, mentre l’eventualità di un nuovo conflitto ha allarmato la Casa Bianca e il Dipartimento di Stato: il 12 luglio il segretario di Stato Usa John Kerry è stato inviato a Kabul, dove ha messo subito le cose in chiaro. Senza un accordo politico, ha sostenuto Kerry, gli Stati Uniti avrebbero interrotto ogni forma di sostegno – finanziario e militare – all’Afghanistan, la cui economia si regge prevalentemente sugli aiuti internazionali. L’8 agosto Kerry è tornato nella capitale afghana, dove ha presieduto alla firma di un accordo preliminare per un governo di unità nazionale. Da allora e fino a sabato 20 settembre Abdullah Abdullah e Ashraf Ghani hanno litigato sulla spartizione del potere. Il primo, convinto di essere stato frodato, chiedeva di più; il secondo, certo di essere eletto presidente, recalcitrante a cedere fette di potere. Domenica 21 settembre finalmente hanno trovato l’intesa e firmato un nuovo, definitivo accordo di 4 pagine, sotto gli occhi di Jan Kubis, rappresentante della missione Onu in Afghanistan (a breve lascerà l’incarico a Nicholas Haysom), dell’ambasciatore statunitense a Kabul, James Cunningham, e del presidente uscente Hamid Karzai. Davanti alle telecamere, si sono detti tutti soddisfatti, ma al di là delle rituali frasi di convenienza rimangono molte incognite.

Cosa prevede il governo di unità nazionale

Nelle 4 pagine firmate da Abdullah e Ghani sotto gli occhi scrupolosi dei partner internazionali si delinea infatti un futuro istituzionale anomalo e precario, perché legato a un governo bicefalo. Il presidente rimane sulla carta la più alta autorità del paese, ma accanto a lui l’accordo introduce una nuova figura istituzionale, quella del Chief Executive Officer (Ceo), che verrà nominato durante la cerimonia per l’insediamento del nuovo presidente e che avrà i poteri di “un primo ministro”. Se al presidente spetta presiedere il Gabinetto di governo (Kabina), con il compito di determinare le scelte strategiche, al Ceo spetta la presidenza di un nuovo organo, il Consiglio dei ministri (Shura-e-Waziran), che ha il compito di monitorare e realizzare le scelte del Gabinetto. Abdullah ha ottenuto inoltre che le nomine più importanti siano divise equamente tra il presidente e il “primo ministro”. Secondo alcune indiscrezioni, i ministri dell’Interno e delle Finanze verranno scelti da Ghani, mentre quelli della Difesa e degli Esteri da Abdullah. Il negoziato politico ha dunque prodotto un prototipo sperimentale di ingegneria istituzionale, che riduce i rischi sul breve periodo ma che rischia di produrne molti in futuro.

Non a caso, tra gli analisti si è aperto il balletto delle previsioni. C’è chi scommette che un simile governo, soggetto a spinte centrifughe prima ancora di essere inaugurato, duri poco. Chi teme, come Scott Smith, direttore dei programmi su Afghanistan e Asia centrale per lo U.S. Institute of Peace, che finisca per “istituzionalizzare la rivalità che ha paralizzato l’Afghanistan nel corso dei mesi passati”, rendendo più difficile quelle riforme nel campo della governance di cui il paese ha disperato bisogno. Chi si dice convinto che le agende politiche di Abdullah e Ghani siano talmente diverse da risultare incompatibili, tanto più nei prossimi mesi, quando verranno meno gli ingenti aiuti finanziari degli stranieri grazie ai quali Karzai si è assicurato negli anni la stabilità politica interna. E c’è infine chi ricorda la sfida più importante che il governo “Ghanidullah” – come è stato ironicamente battezzato – dovrà affrontare: riconquistare la fiducia degli elettori.

Cittadini disillusi

Nel suo primo discorso dopo l’annuncio della vittoria, Ghani ha insistito nel dire che l’accordo trovato con Abdullah non riflette una semplice spartizione del potere, che l’estenuante negoziato rinforza l’unità nazionale ed esclude rischi potenziali di frammentazione interna. Ma più che l’unità nazionale, ad uscire rinforzata da mesi di discussioni, pugni sui tavoli, negoziati notturni, conferenze stampa incrociate, è la disillusione degli afghani. In molti si sono recati alle urne per voltare pagina, per archiviare la lunga parentesi del governo Karzai, per reclamare istituzioni stabili ed efficienti, invocando il primato del voto e della volontà popolare sugli accordi di palazzo di una leadership corrotta e predatoria. A distanza di mesi, si ritrovano con un governo nuovo, sì, ma frutto della forma più antica e meno nobile della politica: la spartizione del potere, negoziata a porte chiuse e imposta dall’esterno.

Da Reset-Dialogues on Civilizations

art.11: l’Italia ripudia la guerra (…ma non il mercato della guerra)

Tratto da Sentire – Scandali sotto il sole

 

– C. Perer –

E’ una foto di un grande artista come Steve McCurry,  a ricordarci il problema. Anche il Papa lo ha detto spesso le guerre esistono intanto-inquanto esiste il mercato delle armi. E non si dica: banale constatazione. Se solo smettessimo di produrle forse non finirebbe la triste lotta dell’uomo contro l’uomo, ma almeno sarebbe una lotta ad armi pari: sassi e bastoni come profetizzò Albert Einstein immaginando la terza guerra mondiale. Che invece si sta già combattendo qua e là con droni, armi elettroniche degne di un video-game. E l’Italia che fa? Produce e vende, poi magari esprime anche un alto commissario Ue per la difesa che andrà a parlare di pace e di come far finire le guerre.

L’Italia nella sua costituzione ripudia la guerra …non ripudia però il mercato della guerra. Vende anche a chi non ha un pezzo di pane sotto i denti. Le forze armate del Ciad, uno dei paesi più poveri del continente africano, stanno infatti per ricevere dall’azienda italiana Alenia Aermacchi (gruppo Finmeccanica) un nuovo esemplare dell’aereo di trasporto tattico C-27J “Spartan”. In questi giorni, il velivolo da guerra sta effettuando gli ultimo test di volo dall’aeroporto di Torino Caselle; un altro C-27J è stato consegnato al Ciad nel dicembre 2013. Per i due velivoli, il regime di N’Djamena ha sborsato più di 106 milioni di dollari; l’accordo con Alenia Aermacchi prevede la fornitura di un anno di supporto logistico, di parti di ricambio per due anni, due kit di protezione balistica, un kit di ricerca e soccorso e uno di evacuazione medica.

Lo “Spartan” è in grado di effettuare molteplici missioni militari tra cui il trasporto truppe, merci e sanitario, il lancio di materiali e di paracadutisti, il supporto alle operazioni di protezione civile. Può imbarcare sino a 11 tonnellate di carico (compresi 60 militari o 46 paracadutisti), ha una velocità di crociera di 583 Km/h e un raggio d’azione compreso tra i 4.260 e i 5.926 Km, a secondo del carico trasportato.

Il Ciad è il secondo paese africano dopo il Marocco ad acquistare il velivolo di Alenia Aermacchi. I C-27J sostituiranno la coppia di Antonov An-26 di produzione russa entrati in servizio nel 1989. Grazie ai nuovi velivoli da trasporto made in Italy, le forze armate del Ciad potranno estendere il loro raggio d’azione sino al Mediterraneo o all’equatore, coprendo un’area dell’Africa caratterizzata dai sempre più numerosi conflitti.

E uno dei più grossi accordi di fornitura venne siglato da mister Mario Monti con il Qatar. Do you remember?

(in collaborazione con Antonio Mazzeo)

21 settembre 2014

Da Giornale Sentire

E’ una foto di un grande artista come Steve McCurry,  a ricordarci il problema. Anche il Papa lo ha detto spesso le guerre esistono intanto-inquanto esiste il mercato delle armi. E non si dica: banale constatazione. Se solo smettessimo di produrle forse non finirebbe la triste lotta dell’uomo contro l’uomo, ma almeno sarebbe una lotta ad armi pari: sassi e bastoni come profetizzò Albert Einstein immaginando la terza guerra mondiale. Che invece si sta già combattendo qua e là con droni, armi elettroniche degne di un video-game. E l’Italia che fa? Produce e vende, poi magari esprime anche un alto commissario Ue per la difesa che andrà a parlare di pace e di come far finire le guerre.

L’Italia nella sua costituzione ripudia la guerra …non ripudia però il mercato della guerra. Vende anche a chi non ha un pezzo di pane sotto i denti. Le forze armate del Ciad, uno dei paesi più poveri del continente africano, stanno infatti per ricevere dall’azienda italiana Alenia Aermacchi (gruppo Finmeccanica) un nuovo esemplare dell’aereo di trasporto tattico C-27J “Spartan”. In questi giorni, il velivolo da guerra sta effettuando gli ultimo test di volo dall’aeroporto di Torino Caselle; un altro C-27J è stato consegnato al Ciad nel dicembre 2013. Per i due velivoli, il regime di N’Djamena ha sborsato più di 106 milioni di dollari; l’accordo con Alenia Aermacchi prevede la fornitura di un anno di supporto logistico, di parti di ricambio per due anni, due kit di protezione balistica, un kit di ricerca e soccorso e uno di evacuazione medica.

Lo “Spartan” è in grado di effettuare molteplici missioni militari tra cui il trasporto truppe, merci e sanitario, il lancio di materiali e di paracadutisti, il supporto alle operazioni di protezione civile. Può imbarcare sino a 11 tonnellate di carico (compresi 60 militari o 46 paracadutisti), ha una velocità di crociera di 583 Km/h e un raggio d’azione compreso tra i 4.260 e i 5.926 Km, a secondo del carico trasportato.

Il Ciad è il secondo paese africano dopo il Marocco ad acquistare il velivolo di Alenia Aermacchi. I C-27J sostituiranno la coppia di Antonov An-26 di produzione russa entrati in servizio nel 1989. Grazie ai nuovi velivoli da trasporto made in Italy, le forze armate del Ciad potranno estendere il loro raggio d’azione sino al Mediterraneo o all’equatore, coprendo un’area dell’Africa caratterizzata dai sempre più numerosi conflitti.

E uno dei più grossi accordi di fornitura venne siglato da mister Mario Monti con il Qatar. Do you remember? – See more at: http://www.giornalesentire.it/article/italia-ratifica-trattato-internazionale-sul-commercio-di-armi.html#sthash.mFxJMxvw.dpuf

Cosa succede nel Kurdistan iracheno? Testimonianza della cooperante Chiara Moroni

– a cura di Tommaso Vaccari –

campagna a supporto dei datteri di Bassora è stata uno dei momenti che ha sancito il totale sostegno da parte di UPP alla società civile irachena, supporto che è continuato con una serie di progetti culturali volti a scoprire e a far conoscere la bellezza dell’Iraq.
Per contrastare politiche settarie dovute all’occupazione americana Un Ponte Per… ha poi cominciato una serie di progetti culturali a tutela delle minoranze e del loro prezioso patrimonio, col programma chiamato “Il sapere che resiste” supportato anche dalla Provincia di Bolzano.
Quando, nel 2012, l’emergenza umanitaria dei profughi siriani è cominciata nel Kurdistan iracheno, UPP è stato in prima linea sia nel fornire supporto psico-sociale che nella gestione delle attività di orientamento e mass information per i rifugiati. È all’interno di questo progetto che lavoro io, come Community Mobilization Coordinator per l’area di Duhok. Lavoro essenzialmente nei campi profughi di Domiz, Domiz 2 / Faida, Akre e Gawilan, dove mi occupo della Mass Communication, intesa come scambio di informazioni, emozioni e idee tra la comunità siriana dei campi e i vari attori umanitari (dipartimenti governativi, agenzie delle Nazioni Unite, organizzazioni nongovernative locali e internazionali).
Nel campo di Domiz ( a breve anche in quello di Gawilan) abbiamo uno Youth Friendly Space, per giovani donne e uomini dai 18 ai 35 anni, con a disposizione giochi, libri e computer con accesso a internet. Per loro organizziamo attività di vario genere, tra cui tornei di pallavolo e momenti di ginnastica, danza e yoga per le donne.

Come è visto il vostro intervento da parte della popolazione locale ? Qual’è la situazione attuale? Com’è visto l’avanzare del gruppo estremista Isil?
UPP è ben conosciuta come organizzazione in Iraq, in particolare tra le varie minoranze etniche e religiose. Non stupisce quindi il nostro impegno a favore delle comunità Yazida, cristiana, shabak, turcomanna, mandee e baba bah’i , che apprezzano il nostro continuo supporto in termini di distribuzioni di cibo, latte, materassi, etc.
Ho accompagnato alcuni volontari della Yazidi Solidarity League* durante le distribuzioni per alcune famiglie yazide che si trovano ora a vivere in edificio in costruzione, per strada o sotto i ponti, e ovunque si presenta la stessa scena. Bambini, donne e uomini stremati dal viaggio e dalle condizioni in cui sono ora costretti a vivere, tanta speranza di ritornare un giorno a casa ma anche la paura per le atrocità commesse da quelli che qui chiamano Da’ash.
Per tutti l’Isil è un’organizzazione di terroristi che, in quanto tale, non accetta e uccidono chi non è parte del gruppo o affilliato a loro.

In Italia c’è stato un ampio dibattito sull’invio di armi leggere ai combattenti curdi. UPP ha condiviso con la Rete Italiana per il Disarmo il comunicato contro l’invio delle armi, cosa pensi che possa fare l’Italia e l’Europa? Quale può essere il motore del cambiamento?

Personalmente sottoscrivo il comunicato di UPP e Rete Italiana per il Disarmo. Per quanto la situazione irachena sia complicata e delicata, l’invio di armi non rappresenta né un aiuto né una soluzione alla questione ma, al contrario, contribuisce alla continuazione della guerra ora in corso, con tutte le conseguenze che ben conosciamo sulla popolazione civile irachena e non. Ho ascoltato e conosco solo una minima parte delle tante – troppe – testimonianze di sopravvissuti alla “pulizia culturale” ora in corso in tutto l’Iraq. Queste storie, così come i racconti del mio stesso staff siriano che vive nei campi, mi bastano per essere contraria a un intervento militare, diretto o no, di qualsiasi Paese.
L’Italia e ancor di più l’Unione Europea dovrebbero quindi essere promotrici di azioni volte non solo a dare aiuti umanitaria, ma anche a creare le condizioni per una convivenza pacifica tra le popolazioni della regione. Nell’immediato, per fronteggiare l’avanzata del gruppo estremista, anche io credo che una possibile soluzione sia una forza di interposizione con mandato ONU e funzioni di “peace enforcement” che si attenga strettamente alle regole del diritto internazionale.

Ringraziamo Chiara per averci lasciato questi spunti di riflessione e per il tempo che ci ha dedicato.

 

* Qui il link al sito che stanno costruendo a testimonianza del genocidio yazida

[Fotografia di Chiara Moroni]