Terra Madre e l’Europa

- di Michele Nardelli -

 
Terra Madre e l'Europa

Milletrecentoquarantotto chilometri. E' lo spazio che ci siamo messi alle spalle, in una giornata di luglio, per arrivare a Sofija, dove si svolge la prima edizione di "Terra Madre Balcani". File interminabili di automobili sotto un sole cocente, provenienti da ogni parte d'Europa tanto da poterne ricostruire una dolorosa geografia dell'esilio, un popolo di migranti che ritorna a casa portandosi con sé la forza di qualche risparmio, la speranza di un futuro migliore, una lingua imparata, il bisogno di mantenere vive le proprie radici. Osservo questa umanità mentre aspettiamo pazientemente in fila che le frontiere compiano il loro sopruso quotidiano.

- di Michele Nardelli -

 
Terra Madre e l'Europa

Milletrecentoquarantotto chilometri. E' lo spazio che ci siamo messi alle spalle, in una giornata di luglio, per arrivare a Sofija, dove si svolge la prima edizione di "Terra Madre Balcani". File interminabili di automobili sotto un sole cocente, provenienti da ogni parte d'Europa tanto da poterne ricostruire una dolorosa geografia dell'esilio, un popolo di migranti che ritorna a casa portandosi con sé la forza di qualche risparmio, la speranza di un futuro migliore, una lingua imparata, il bisogno di mantenere vive le proprie radici. Osservo questa umanità mentre aspettiamo pazientemente in fila che le frontiere compiano il loro sopruso quotidiano.

Potevamo sorvolarlo questo spazio di vita, il low cost ormai ti permette di raggiungere le mete più lontane in poche ore. Non però i prodotti trentini riconosciuti come "presidi" Slow Food, ingredienti di qualità per la cena che Max e Valery (cuochi rispettivamente italiano e bulgaro) prepareranno per le delegazioni provenienti da tutti i paesi della regione e per gli ospiti di Sofija.

Qui sono riuniti 160 delegati in rappresentanza delle quaranta "comunità del cibo" di Slow Food provenienti dall'Albania, Bosnia Erzegovina, Croazia, Kosovo, Macedonia, Romania, Serbia e, ovviamente, Bulgaria. Negli stand allestiti in un tendone nel centro di Sofija portano i loro prodotti, dal formaggio nel sacco agli ortaggi biologici, dal miele alle erbe officinali e ai prodotti del bosco, dal prosciutto stagionato secondo le antiche tradizioni alla proposta di un turismo attento al territorio e per questo responsabile. Insieme portano le culture materiali e i saperi dei luoghi, di cui sono orgogliosi, indicando forse inconsapevolmente una risposta possibile all'omologazione che la globalizzazione porta con sé.

Sono una piccola comunità, un segno di civiltà e di resistenza in un contesto che sembra invece non dare speranza. Nel centro della capitale bulgara, ogni cento metri un casinò, prostituzione, centri commerciali con le insegne che trovi ormai ovunque, banche dai nomi conosciuti e agenzie che prestano denaro e comprano oro. Nei negozietti le merci senza qualità che puoi trovare ormai in ogni luogo del mondo mentre nei bar persino il caffè turco è scomparso lasciando il passo al Nescafé.

Le persone che s'incontrano all'Università di Sofija testimoniano che c'è dell'altro, un'umanità che non si rassegna all'imbarbarimento e che prova a ricominciare dal messaggio che "Terra Madre" porta con sé: buono, pulito e giusto.

L'Università di Sofija è un edificio monumentale dell'inizio del Novecento e descrive bene lo splendore di un tempo di questa città. Nel 1911 Lev Trotsky, allora giornalista inviato del Kievskaja Mysl sul fronte delle guerre balcaniche, racconta di come fosse brusco il passaggio dal fango belgradese ai fasti di Sofija, paragonabile alle più moderne città europee. Grandi scalinate di marmo, le aule e i grandi spazi interni rivestiti di legno massiccio... sembra di entrare in uno spazio fuori dal tempo.

E' in una modernissima sala ricavata nella ristrutturazione in corso che prende il via la prima edizione di "Terra Madre Balcani", l'incontro delle quaranta "Comunità del cibo" della regione. Sono reti locali che si prendono cura della produzione, della trasformazione, dell'educazione e della promozione del cibo di qualità in una visione di sostenibilità e di valorizzazione delle culture e dei saperi dei territori. Sono quindi agricoltori, allevatori, raccoglitori, artigiani del cibo, cuochi o anche semplicemente persone che conoscono ed amano la terra dove vivono e lavorano. Ogni rete è una storia a parte. Sono qui per raccontarle queste storie, che ci parlano del piacere e della bellezza di fare le cose per bene, secondo la tradizione e nella speranza che non vadano perdute. E anche della fatica che ne viene, dei pregiudizi da superare, delle difficoltà che s'incontrano, delle ottusità di poteri che amano più il profitto personale piuttosto che la loro terra.

E' la storia che ci racconta George, animatore della comunità del prosciutto Helenski But, nella regione di Veliko Trnovo. Il prosciutto che lui propone è il primo prodotto riconosciuto da Slow Food in Bulgaria ma prima ancora della qualità del suo prodotto (peraltro davvero eccezionale) quel che preme a George è quello di mantenere coesa una comunità che rischia di perdersi nella banalizzazione del gusto e nell'omologazione dei centri commerciali. Tanto che di questo prosciutto già si sono perse le tracce. E non viene ufficialmente riconosciuto. Così quando un anno fa Slow Food Bulgaria organizza l'incontro con il Ministro dell'agricoltura e del cibo di quel paese, nel piccolo ricevimento che viene organizzato nell'occasione il Ministro rimane incantato da un prosciutto che formalmente è considerato fuorilegge.

Le storie si sovrappongono. Quella di Katarina che si occupa di "aroma-terapia", oppure quella di Rozalia che viene dai villaggi sassoni della Transilvania e che prepara con le sue mani ogni tipo di confettura e marmellata. O, ancora, quella di Atila che produce il "sirene bianco" ovvero un formaggio di una pecora di origini antichissime (la Karakachan, dal pelo lungo e che cambia colore con l'età) della quale resistono soltanto quattrocento esemplari.

Una giornata fitta d'incontri e racconti che si conclude con una cena dove si sovrappongono i sapori trentini e quelli locali, la polenta di Spin della comunità del cibo della Valsugana e il formaggio verde di Tcherni vit, la "carne salada" della comunità del cibo dell'Alto Garda con i fagioli della regione di Smilyan... C'è anche l'ambasciatore italiano a Sofjia, un po' disturbato dal fatto che le relazioni fra i territori arrivino là dove la diplomazia degli stati non sa volare.

Uno dei paesi emergenti nel triste primato del turismo sessuale è la Bulgaria. Ci sono città come Sandanski, nella parte sud occidentale del paese, considerate veri e propri “paradisi del turismo sessuale”. Ma basta girare anche solo qualche minuto nella vita notturna di Sofija per rendersi conto di come questo fenomeno stia dilagando. La cosa non ci riguarda solo come persone sensibili ma anche come cittadini italiani, essendo il nostro paese in testa alla graduatoria degli squallidi praticanti di questa forma di turismo.

Ecco perché parlare di un altro turismo in occasione di Terra Madre Balcani è importante, tant’è vero che una delle quattro sessioni in cui si articola l’evento è dedicata proprio al tema del turismo responsabile. Un turismo che non sorvola i territori, che evita i “non luoghi” del turismo di massa, che cerca invece un contatto vero con le culture locali e le persone, curioso ed attento all’impatto del turismo sull’economia e sull’ambiente, che sa adattarsi ma anche esigente sul piano della qualità.

Sviluppiamo questo argomento anche nell’incontro con Paolo Di Croce, segretario generale di Slow Food Internazionale. Con Slow Food si è avviata in questi anni una proficua collaborazione nella cooperazione del sistema trentino con la regione balcanica e, più in generale, con le relazioni che la nostra comunità ha avviato in varie aree del mondo. Relazioni che saranno al centro di “Terra Madre Trentino” in programma a fine ottobre, lungo le rotte delle comunità del cibo della nostra provincia. Ma il focus del nostro confronto è un progetto comune che coltiviamo da qualche mese: un viaggio alla scoperta dei sapori danubiani, una nave che attraversi l’Europa lungo il suo grande fiume che ne rappresenta le speranze e il disincanto.

Un viaggio che dia il senso di quell’Europa di mezzo “tedesca-magiara-slava-romanza-ebraica” che Johannes Urzidil definiva “un mondo dietro le nazioni”. Perché è proprio oltre le nazioni, in una prospettiva di tipo sovranazionale qual è l’Europa, che siamo destinati e di cui al tempo stesso abbiamo paura. Mettere in connessione i territori, le culture locali, le unicità che si sono realizzate nel tempo attraverso mille sincretismi: questa è l’Europa delle minoranze, pensata nel manifesto di Ventotene del federalismo europeo come antidoto al ripetersi di nuove tragedie nella disputa di improbabili egemonie da parte degli Stati nazionali.

Un viaggio di “cittadini europei”, nella straordinaria prospettiva che regala la navigazione del Danubio, facendo tappa nei luoghi delle “Comunità del cibo” danubiane, per scoprire saperi e sapori che i territori sanno proporre, come altrettante chiavi di sviluppo locale ma, prima ancora, di costruzione di una cultura europea e mediterranea che degli “attraversamenti” sia capace di fare tesoro. Di questo parliamo a Sofija con i responsabili di Slow Food, in un assurdo albergo che non ha faticato per niente a passare dalle mafie di prima a quelle di oggi. Un viaggio che vorremmo realizzare nel giugno del 2011, in omaggio di chi settant’anni fa ci propose un sogno ancora da realizzare e di un fiume, il Danubio, che dell’Europa è lo specchio.

Una suggestione che tocchiamo con mano sulla strada del ritorno, quando ci fermiamo per una breve sosta a Belgrado. Lì, sulla fortezza di Kalemegdan, si assiste allo spettacolo quotidiano dell’incontro fra la Sava e il Danubio. Se mi chiedete un’immagine capace di descrivere l’Europa, oltre la mitologia che la vede figlia di Agenore, la mia risposta è tutta lì, in quella straordinaria visione.

PS. Vorrei ringraziare i miei compagni di viaggio Sergio Valentini (presidente Slow Food Trentino Alto Adige), Francesca Doff Sotta (responsabile Comunità del Cibo del Trentino Alto Adige), Massimiliano Arer (cuoco della Locanda 3 chiavi), Eugenio Berra (Viaggiare i Balcani) con i quali ho condiviso le immagini di questo “diario”.