Giornata della Memoria 2014

Cartolina da Auschwitz
– Giornata della Memoria 2014 –

sabato 25 gennaio 2014 / ore 20.30
Cafè de la Paix
Passaggio Teatro Osele, Trento

“Auschwitz is my teacher”
Un documentario di Katia Bernardi
52 min. / Prodotto da Provincia Autonoma di Trento
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Ogni anno, migliaia di persone, studenti da tutto il mondo vanno in visita ai campi di sterminio di Auschwitz/Birkenau.
Ma cosa e come può insegnare la visita ad un luogo “invisitabile”, un luogo di morte, una fabbrica di morte, se non generare spesso sensazioni di tristezza, di rabbia, di colpa, di impotenza?
Come può affinare i nostri comportamenti sui conflitti e su quello che sta succedendo oggi nel mondo?
Ricordare ha senso solo se la memoria modifica le nostre scelte di fronte agli eventi drammatici che sconvolgono la nostra realtà.

In occasione della Giornata della Memoria 2014,
il Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani, in collaborazione con Gruppo culturale UCT

presenta

Cartolina da Auschwitz

sabato 25 gennaio 2014
ore 20.30
Cafè de la Paix
Passaggio Teatro Osele, Trento

“Auschwitz is my teacher”
Un documentario di Katia Bernardi
52 min. / Prodotto da Provincia Autonoma di Trento

Al termine della proiezione dialogo con l’autrice

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A novembre 2010, quindici ragazzi (israeliani, arabo palestinesi, tedeschi, polacchi, svizzeri, americani e due ragazzi italiani, provenienti da Trento) coinvolti già da un anno in questo progetto all’interno di un gruppo più ampio di persone, e guidati da un gruppo internazionale di peacemaker, si sono incontrati per la prima volta e confrontati nel campo di sterminio di Auschwitz. Per cinque giorni hanno condiviso emozioni, si sono ascoltati, hanno ascoltato, hanno condiviso e vissuto uno spazio nel quale hanno espresso il loro essere, la loro storia cercando una connessione con la memoria di luogo. Diversità che si sono incontrate in un luogo di separazione (al centro di quella ferrovia dove le famiglie venivano divise) non solo ricordando quello che è successo ma cercando lì quello che è inimmaginabile: trovare un nuovo senso della loro vita oggi. All’interno delle baracche hanno lasciato la loro testimonianza, hanno portato testimonianza del loro passaggio e delle loro riflessioni. Testimonianza che alcuni di loro, dotati di piccole telecamere, hanno voluto fissare riprendendo essi stessi i momenti, i luoghi, le atmosfere con il loro “personale” sguardo.

Vivere un’esperienza di condivisione della sofferenza, di cui Auschwitz è il simbolo, ha guidato gli studenti alla comprensione che la risposta ad un evento di odio e sopraffazione può essere il confronto, l’ascolto, l’accettazione delle reciproche diversità e differenze. 

“Auschwitz is my teacher” – dice Noam – una ragazza araba israeliana, non solo perchè mi ha ricordato il dramma di quello che è successo ma perchè mi ha insegnato a guardare dentro di me e a guardare quello che accade attorno a me con occhi diversi, aperti alle differenze.

Per maggiori informazioni:
www.forumpace.it
http://www.edizioniuct.it/
http://www.krmovie.it/chisiamo.php

Povertà atomica


– Giorgia Stefani –

India e Pakistan come paesi dotati di armamenti atomici, sviluppati parallelamente a partire dagli anni Settanta in poi in un’area impoverita, con un’alta densità demografica e intensamente conflittuale.

E’ questo il tema della conferenza promossa da Isodarco (International School on Disarmamentand Research on Conflicts) e CeRPIC/FBK (Research Project on International Politics and Conflicts Resolution) organizzata presso la Biblioteca Comunale di Trento. Introducono l’incontro il fisico Mirco Elena di Isodarco e l’esperto di questioni internazionali Paolo Foradori dell’Università di Trento, che presentano l’intervento di Tariq Rauf coordinatore capo delle politiche di sicurezza e verifica dell’AIEA, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.

Giorgia Stefani –

India e Pakistan come paesi dotati di armamenti atomici, sviluppati parallelamente a partire dagli anni Settanta in poi in un’area impoverita, con un’alta densità demografica e intensamente conflittuale.

E’ questo il tema della conferenza promossa da Isodarco (International School on Disarmamentand Research on Conflicts) e CeRPIC/FBK (Research Project on International Politics and Conflicts Resolution) organizzata presso la Biblioteca Comunale di Trento. Introducono l’incontro il fisico Mirco Elena di Isodarco e l’esperto di questioni internazionali Paolo Foradori dell’Università di Trento, che presentano l’intervento di Tariq Rauf coordinatore capo delle politiche di sicurezza e verifica dell’AIEA, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.

Il professor Rauf, dopo un’introduzione al contesto dell’energia nucleare e il ruolo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, ha affrontato in profondità il quadro storico dell’area presa in esame, presentandone le vicende dai tempi dell’Indipendenza fino all’attualità. Due paesi con un passato comune, ma tra loro profondamente diversi, che percorrono negli anni successivi al 1947 due strade parallele che mirano a uno sviluppo autonomo. In questo contesto si inseriscono i programmi nucleare delle due nazioni asiatiche, alla costante ricerca di una supremazia militare. Il panorama del conflitto tra India e Pakistan risulta connesso principalmente a questioni territoriali, ma non per questo scollegato da tematiche etniche o religiose e da una scenario internazionale in continuo mutamento, dalla guerra fredda fino ai recenti attentati di Bombay. Sono stati presi in considerazione il Trattato di Non Proliferazione Nucleare che i due stati non hanno ratificato, i tentativi delle grandi potenze di fornire armi più convenzionali ad uno o all’altro paese, con l’intento di dissuadere i governi dei due stati a sviluppare ulteriormente l’armamento atomico.

La questione nucleare crea divisioni nell’opinione pubblica, tra i politici e gli scienziati coinvolti nei programmi atomici. A fronte di un entusiasmo popolare relativo ai “successi” dei test, mostrato chiaramente negli spezzoni del documentario proposto, (“Pakistan and India Under the Nuclear Shadow) si contrappongono i dubbi di scienziati e di alcuni politici coscienti dei rischi di un’eventuale escalation atomica.
La risposta alla domanda “Come e perché Pakistan e India hanno la Bomba?” risulta in conclusione chiara, anche se potrebbe dar vita ad un infinito dibattito: hanno “la Bomba” perché hanno avuto la possibilità di svilupparla – in un quadro di affermazione di identità e potenza – di fronte a una comunità internazionale che non ha dimostrato l’interesse o la volontà di opporvisi. La questione è forse un più ampia, come tutti i relatori non hanno fatto a meno di ricordare. Non vi è forse troppa ipocrisia attorno a questo tema da parte di paesi che sono ancora oggi in possesso di armamenti nucleari o ospitano, come l’Italia, le testate atomiche di potenze straniere, contravvenendo tra l’altro a trattati internazionali? L’effetto di deterrenza dei progetti nucleari, non ha forse confermato standard diversi di trattamento per paesi con programmi atomici attivi (Corea del Nord, Iran, Iraq, Libia ecc…)?

Sembra quasi paradossale che nel 2014 a quasi settant’anni di distanza dalle esplosioni di Nagasaki e Hiroshima, serva ancora riflettere sull’effettiva necessità di sviluppare un’arma che si è mostrata in tutto il suo potenziale di distruzione. Pare proprio che la storia non riesca a insegnarci nulla.

Isodarco
CeRPIC/FBK

Afghanistan 2014: un cantiere di pace guardando (al presente e) al futuro


– Tommaso Vaccari –

Riapre i battenti il cantiere Afghanistan 2014, progetto promosso dall’associazione “Afghanistan 2014” in collaborazione con Unimondo e Forum trentino per la Pace e i diritti umani. Attraverso l’impegno di due giovani in Servizio Civile riparte il progetto che intende focalizzare la sua attenzione sulla situazione dell’Afghanistan durante un anno cruciale per il proprio futuro.

La proposta originaria del cantiere, che era stato pensato nel 2011, era di offrire uno sguardo sul futuro del paese Afghanistan. Il tentativo era quello di aprire un ragionamento sui possibili scenari con cui il paese si apprestava ad affrontare il 2014. Ora però, ci troviamo a ridosso di passaggi decisivi per l’intero Afghanistan. Il cantiere è diventato una sorta di catalizzatore di approfondimenti legati al paese durante l’anno che abbiamo di fronte, senza però dimenticare di alzare lo sguardo oltre la cronaca.

Il 2014 sarà per l’Afghanistan un anno ricco di avvenimenti e opportunità. Sarà l’anno del ritiro delle truppe di occupazione che hanno invaso il paese all’indomani dell’11 settembre 2001; ad aprile le elezioni presidenziali ci diranno il nome del nuovo presidente. Le atroci conseguenze della “guerra al terrorismo” complicheranno la fase di cambiamento che il paese si appresta ad affrontare e le prospettive per la stabilità politica e la pacificazione del territorio sembrano tutt’altro che certe.

– Tommaso Vaccari –

Riapre i battenti il cantiere Afghanistan 2014, progetto promosso dall’associazione “Afghanistan 2014” in collaborazione con Unimondo e Forum trentino per la Pace e i diritti umani. Attraverso l’impegno di due giovani in Servizio Civile riparte il progetto che intende focalizzare la sua attenzione sulla situazione dell’Afghanistan durante un anno cruciale per il proprio futuro.

La proposta originaria del cantiere, che era stato pensato nel 2011, era di offrire uno sguardo sul futuro del paese Afghanistan. Il tentativo era quello di aprire un ragionamento sui possibili scenari con cui il paese si apprestava ad affrontare il 2014. Ora però, ci troviamo a ridosso di passaggi decisivi per l’intero Afghanistan. Il cantiere è diventato una sorta di catalizzatore di approfondimenti legati al paese durante l’anno che abbiamo di fronte, senza però dimenticare di alzare lo sguardo oltre la cronaca.

Il 2014 sarà per l’Afghanistan un anno ricco di avvenimenti e opportunità. Sarà l’anno del ritiro delle truppe di occupazione che hanno invaso il paese all’indomani dell’11 settembre 2001; ad aprile le elezioni presidenziali ci diranno il nome del nuovo presidente. Le atroci conseguenze della “guerra al terrorismo” complicheranno la fase di cambiamento che il paese si appresta ad affrontare e le prospettive per la stabilità politica e la pacificazione del territorio sembrano tutt’altro che certe.

Il cantiere intende seguire alcuni percorsi paralleli con cui leggere la situazione presente e ipotizzare quella futura. Sicuramente oltre all’approfondimento su ciò che accade in Afghanistan giorno per giorno sarà interessante conoscere la realtà della diaspora afghana, molto presente sul territorio europeo. Si cercherà di creare spazi di condivisione e dialogo in cui confrontarsi ed elaborare riflessioni.
Un ulteriore spunto è dato anche dalla sensazione di essere in un periodo storico nel quale si sta chiudendo la stagione delle “guerre per la democrazia”, inaugurata proprio sul terreno afghano e proseguita poi in Iraq e – in maniera diversa – in Libia, con le drammatiche conseguenze che abbiamo conosciuto.

Gli strumenti che si intendono utilizzare sono diversi e alcuni di essi saranno scoperti solo strada facendo. Per prima cosa verrà costruito un portale, che verrà aggiornato costantemente con news ed approfondimenti: lo scopo, oltre che di riportare le notizie, sarà quello di creare spazi di condivisione in tre lingue (italiano, inglese e persiano). Verranno organizzati incontri in forma di conferenze, seminari, scambi e gemellaggi tra università; verranno interpellati docenti ed esperti per la creazione di una carta per il futuro politico istituzionale dell’Afghanistan, sull’esempio della “Carta per l’autonomia del Tibet”. Infine, tramite il prezioso contributo dei registi afghani Razi e Soheila Mohebi, verrà utilizzato anche lo strumento del cinema per creare maggiore consapevolezza sulla situazione sociale, culturale e politica dell’Afghanistan.

Gli interrogativi sono numerosi, le fondamenta sono salde, il cantiere Afghanistan 2014 si rimette in moto.

Troppa storia in troppo poca geografia

Incontri di gennaio aperti al pubblicoDal 10 al 17 gennaio 2014
Organizza: Associazione onlus “Pace per Gerusalemme – Il Trentino e la Palestina

Incontri di gennaio aperti al pubblicoDal 10 al 17 gennaio 2014
Organizza: Associazione onlus “Pace per Gerusalemme – Il Trentino e la Palestina

 
Venerdì 10 gennaio 2014
ore 20.15 – c/o Sala Fondazione CARITRO, P.zza Rosmini, Rovereto

CULTURA E LETTERATURA PALESTINESE
prof. Simone Sibilio, docente di lingua e cultura araba presso l’Università LUISS di Roma

Venerdì 17 gennaio 2014 ore 20.15 – c/o Sala delle Vele, Nogaredo

IL CONFLITTO ISRAELO-PALESTINESE. CONTESTO STORICO-GIURIDICO

Dott.ssa Giulia Schirò, Master Peacebuilding and Conflict Management, Scuola Studi Internazionali, Università di Trento

Venerdì 24 gennaio 2014 ore 20.15 – c/o Palazzo Libera, Villa Lagarina

LA NON-VIOLENZA NEL CONTESTO DELLA RESISTENZA PALESTINESE

Dott. Tommaso Vaccari,Scienze per la Pace, Università di Pisa

 
Associazione onlus “Pace per Gerusalemme – Il Trentino e la Palestina”
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http://pacepergerusalemme.wordpress.com/
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C.C. presso Cassa Rurale Rovereto – IBAN: IT19 S082 1020 8000 0000 0139 806 

Relazione del Presidente Michele Nardelli / 14 dicembre 2013

La pace oggi.
Solo qualche anno fa il movimento per la pace veniva descritto come una sorta di superpotenza mondiale. Non ho condiviso allora quella descrizione, ma dandola per buona solo per un attimo, oggi non ci rimarrebbe altro che prendere atto di come quella “forza” abbia mostrato tutti i suoi limiti. E non mi riferisco solo a quanto sia flebile la sua voce, pur in presenza di conflitti acuti, ma alla sua capacità di produrre analisi, riflessione, capacità di sguardo al di là della risposta alle emergenze. Ovvero nell’esprimere una propria agenda di lavoro attorno ai grandi temi del nostro tempo.
La stessa interessante esperienza dei “Forum sociali mondiali” ha mostrato alla lunga la propria inadeguatezza, trovandosi regolarmente a rincorrere gli avvenimenti piuttosto che esserne motore, mettendo in evidenza ideologismi e rituali di sempre. Ma soprattutto facendo emergere la profonda contraddizione di una dimensione globale che non riesce a connettersi con i processi reali e il loro tradursi in nuda vita.

La pace oggi.
Solo qualche anno fa il movimento per la pace veniva descritto come una sorta di superpotenza mondiale. Non ho condiviso allora quella descrizione, ma dandola per buona solo per un attimo, oggi non ci rimarrebbe altro che prendere atto di come quella “forza” abbia mostrato tutti i suoi limiti. E non mi riferisco solo a quanto sia flebile la sua voce, pur in presenza di conflitti acuti, ma alla sua capacità di produrre analisi, riflessione, capacità di sguardo al di là della risposta alle emergenze. Ovvero nell’esprimere una propria agenda di lavoro attorno ai grandi temi del nostro tempo.
La stessa interessante esperienza dei “Forum sociali mondiali” ha mostrato alla lunga la propria inadeguatezza, trovandosi regolarmente a rincorrere gli avvenimenti piuttosto che esserne motore, mettendo in evidenza ideologismi e rituali di sempre. Ma soprattutto facendo emergere la profonda contraddizione di una dimensione globale che non riesce a connettersi con i processi reali e il loro tradursi in nuda vita.Sempre nell’intento di descrivere il movimento per la pace si è parlato in passato di un fenomeno carsico, capace di grandi fiammate e di un lavoro sotterraneo lungo i mille rivoli dell’impegno quotidiano. Devo dire che nemmeno questa descrizione – a mio parere – riesce a fotografare una realtà che invece riflette ed è parte della crisi dei corpi intermedi, una crisi riconducibile da un lato all’incapacità di mettere a fuoco i processi di cambiamento (anche per effetto di categorie interpretative ormai largamente inadeguate a descrivere un tempo nuovo) e dall’altro a processi di autoreferenzialità dovuti alla difficoltà di ricambio e di trasmissione/elaborazione delle esperienze. Si può dire? La pace è in crisi. Non parlo solo dei pacifismi, nelle loro molteplici espressioni. Le vicende che stanno dilaniando sul piano nazionale quel che rimane della Tavola della Pace possono descrivere questa situazione. Se l’impegno per la pace si riduce ad un rituale declamatorio di parole che non comunicano più nulla, alla celebrazione di giornate internazionali per diritti inesigibili, ad una marcia alla quale si partecipa per nascondere la propria solitudine quotidiana, tutto questo dovrà pur farci riflettere. Se i luoghi del pacifismo sono spesso ambiti che esistono in funzione di destini (e frustrazioni) personali (lasciando stare le forme patologiche di attaccamento ai ruoli) e dove sono solo le emergenze a rianimare la capacità di proposta, allora la malattia è grave ed è piuttosto triste che non se ne parli. Del resto, le emergenze hanno da tempo preso il posto del pensiero, dell’indagine accurata dei conflitti, della capacità di abitarli e di elaborarli. Quest’analisi sferzante non vuole affatto nascondere che, al tempo stesso, ci sono i luoghi che cercano di interpretare e declinare l’impegno per la pace in forme nuove ed originali. Penso ad esempio alle esperienze che si propongono un diverso rapporto con le risorse a partire dal concetto di limite, alle comunità del cibo di Terra Madre, alle esperienze di interposizione nonviolenta nelle situazioni acute di conflitto, all’emergere di una rete diffusa di cooperazione fra territori basata sul concetto di relazione piuttosto che di aiuto ed altro ancora. Esperienze importanti, che però ancora fanno fatica ad uscire dal terreno della testimonianza e diventare pensiero comune.
Ma non è solo questo. La pace è in crisi anche come idea di relazioni fra gli uomini e le donne di questo pianeta. Nell’approssimarsi del traguardo dei nove miliardi di esseri umani sulla Terra, il sentimento più diffuso è la paura del futuro e a prevalere sembrano gli egoismi piuttosto che la capacità di interrogarsi su un nuovo umanesimo. E così nella percezione più diffusa “pace e diritti umani” diventano parole rituali, buone per le anime belle ma incapaci di offrire risposte all’insicurezza e a fronte di una realtà che si va sempre più cannibalizzando. A fronte della necessità di nuovi paradigmi, la postmodernità assume i caratteri del “tutti contro tutti”, del “non nel mio giardino”, del “si salvi chi può”. Sembra averne la percezione Papa Francesco che nella sua “Evangelii Gaudium” parla dell’iniquità che genera violenza. «Oggi da molte parti si reclama maggiore sicurezza. Ma fino a quando non si eliminano l’esclusione e l’iniquità nella società e tra i diversi popoli sarà impossibile sradicare la violenza. Si accusano della violenza i poveri e le popolazioni più povere, ma, senza uguaglianza di opportunità, le diverse forme di aggressione e di guerra troveranno un terreno fertile che prima o poi provocherà l’esplosione. Quando la società – locale, nazionale o mondiale – abbandona nella periferia una parte di sé, non vi saranno programmi politici, né forze dell’ordine o di intelligence che possano assicurare illimitatamente la tranquillità. Ciò non accade soltanto perché l’iniquità provoca la reazione violenta di quanti sono esclusi dal sistema, bensì perché il sistema sociale ed economico è ingiusto alla radice. (…) I meccanismi dell’economia attuale promuovono un’esasperazione del consumo, ma risulta che il consumismo sfrenato, unito all’iniquità, danneggia doppiamente il tessuto sociale. In tal modo la disparità sociale genera prima o poi una violenza che la corsa agli armamenti non risolve né risolverà mai. Essa serve solo a cercare di ingannare coloro che reclamano maggiore sicurezza, come se oggi non sapessimo che le armi e la repressione violenta, invece di apportare soluzioni, creano nuovi e peggiori conflitti. (…)»
Il suo “Si vis pacem, para iustitiam” (“Se vuoi la pace, prepara la giustizia”) non è diverso dal principio ispiratore che diede il là, nel lontano 1991, all’istituzione del Forum trentino per la Pace e i Dritti Umani.

Vent’anni fa. La LP 11/1991
Una legge che oggi, a dispetto del tempo, appare in tutta la sua lungimiranza. Vi si diceva (vi si dice) che la pace si costruisce nella cultura e nei comportamenti delle persone, come del resto nelle politiche di governo di una comunità e che per questo non può essere lasciata alla spontaneità, ma richiede un investimento in conoscenza e formazione, nella ricerca e nell’elaborazione.
In altre parole, la pace non può essere appannaggio soltanto dei pacifismi ma patrimonio di un’intera comunità che se ne prende cura, che opera nella prevenzione della degenerazione violenta dei conflitti, che lavora affinché essi possano evolvere in forme creative e nonviolente. Che, più in generale, s’interroga sul carattere sostenibile delle
proprie politiche perché è nell’insostenibilità dei modelli di sviluppo che crescono le condizioni delle guerre in termini di ingiustizie e disuguaglianze. Non solo tenere desta l’attenzione, denunciare i pericoli, sensibilizzare l’opinione pubblica – dunque – ma indagare le guerre e studiare la pace.
Da qui la creazione di un organismo inedito, che rappresentava (e rappresenta) mondi diversi impegnati su questo terreno: istituzioni, fondazioni, università, associazioni di volontariato, organizzazioni non governative. Esperienza unica nel suo genere in Italia e anche sul piano internazionale, incardinata non casualmente sull’assemblea legislativa che avrebbe dovuto farne un suo fiore all’occhiello.
Dall’approvazione in maniera pressoché unanime della LP 11/91 sono passati più di vent’anni. Nel 2011, al Forte di Cadine riaperto per l’occasione, abbiamo tentato un bilancio di questo organismo nel suo attraversamento di un tempo che ha visto cambiare profondamente il contesto globale. Anni nei quali la guerra è tornata prepotentemente alla ribalta, fra lo scricchiolare del diritto internazionale e delle sue istituzioni ed il riemergere di una sorta di “diritto naturale” nel ricorso alla forza.
Non è mia intenzione riproporre oggi quelle stesse domande circa il ruolo avuto dal Forum, ma ciò non di meno uno dei nodi cruciali che ponemmo in quell’occasione non ha ancora trovato una risposta univoca. Che poi risponde all’interrogativo circa la capacità del Forum di rappresentare per la comunità e le sue istituzioni un punto di riferimento autorevole e riconosciuto sui temi della pace, dei diritti umani e più in generale del nostro rapporto con il futuro dell’umanità. Perché questa avrebbe dovuto essere la peculiarità del Forum, un monitoraggio permanente sulla promozione della cultura della pace in Trentino.
Ancora oggi è difficile dire se il bicchiere sia mezzo pieno o mezzo vuoto, perché se è vero che l’azione del Forum non sempre ha avuto l’attenzione che avrebbe meritato da parte di una politica spesso distratta e priva di visione, è vero altresì che il Trentino è stato ed è considerato anche su questo piano terra avanzata di ricerca-azione.
Non voglio essere reticente. Non nascondo la mia delusione per come le istituzioni provinciali si sono rapportate con il Forum, quasi si trattasse di un ingombro ideologico del passato. Come se le cose della politica avessero ben altro cui pensare. Tutt’al più un richiamo morale, distante dai problemi veri del nostro presente. Buono per la retorica delle ricorrenze, fastidioso nel suo porre domande scomode sulla coerenza delle politiche.
Mi sono anche chiesto più volte se questo fosse dovuto al fatto che a presiedere il Forum fosse un rappresentante dell’assemblea legislativa provinciale espressione della maggioranza di governo. Devo però riconoscere che questa distanza tendeva a superare i confini degli schieramenti politici, ponendo il tema di grande rilievo di quanto la cultura della pace abbia cittadinanza nel pensiero come nell’azione politica e di governo.

Un cambio di passo, come bilancio.
Per questa ragione abbiamo posto al centro del lavoro del Forum la proposta di un cambio di passo: nell’indagare le parole, ovvero la necessità di riempire di nuovi significati parole come pace, solidarietà, sostenibilità, accoglienza, interculturalità…; nell’indicare un’agenda di lavoro che ci aiutasse ad essere “presenti al nostro tempo”, rifuggendo dalla logica delle emergenze e delle scadenze ma dotandoci in prima persona di sguardi ed approfondimenti che ci aiutassero a comprendere gli scenari del presente e del futuro.
Era quel “cambio di passo” che mi ero proposto nel difficile passaggio che portò alla mia elezione alla presidenza del Forum: un intento esigente ed impegnativo e forse anche per questo non scontato se non apertamente avversato. E’ quello che abbiamo provato a fare attraverso i percorsi tematici annuali sulla “cittadinanza euromediterranea”, sulla cultura del limite e sulla necessità di elaborare “il secolo degli assassini”. Oppure nell’avviare una verifica sui temi al centro dell’attività di Millevoci che ha portato alla elaborazione del “Documento di indirizzo sull’educazione alla cittadinanza interculturale”. O, ancora, nel proporci di mettere a fuoco il legame fra mafie, traffici e violenza attraverso l’avvio di un percorso di “winter school” in collaborazione con Libera e Rai Storia di cui è in preparazione la seconda edizione.
Non è compito di questa mia relazione tracciare un quadro dettagliato di quel che si è fatto in cinque anni (che pure trovate nella corposa documentazione proposta per questa assemblea), ma un bilancio – quand’anche essenziale – è d’obbligo. Quel che però vorrei cercare di mettere in rilievo è il profilo del nostro lavoro, nel tentativo di declinare la pace e i diritti umani in forma non scontata ed originale.
Abbiamo così associato la pace al pane, al racconto di storie come quella di una famiglia musulmana che da mille anni governa il luogo più sacro della cristianità come il Santo Sepolcro, ad una delle creature di Fabrizio De Andrè (quell’anonimo marinaio genovese che divenne Sinan Pascià) o alla Cotogna di Istanbul di Paolo Rumiz, alla poetica sul limite di Giacomo Leopardi o di Andrea Zanzotto, al racconto del Novecento attraverso le cartoline dai luoghi chiave del secolo breve, fino ad interrogarci sui lati più profondi ed inconfessabili della guerra.
Abbiamo, nel far questo, incontrato la primavera araba, quasi da sentircene protagonisti, con l’orgoglio di “essere sul pezzo” e al tempo stesso con il rammarico di non avere (come Forum) i mezzi per interagire con una rivoluzione democratica e nonviolenta che richiedeva sguardi nuovi sul piano delle forme partecipative e di autogoverno, dello sviluppo locale e della cooperazione di comunità. Ci siamo trovati, per una volta ancora, a dover fare i conti con un’Europa che non sa riconoscersi, che non ha elaborato la propria storia (dagli attraversamenti che l’hanno resa possibile alle tragedie che l’hanno dilaniata), che non ha saputo comprendere quel che la fine del Novecento le avrebbe riservato, né imparare dall’assedio della sua Gerusalemme, quando volse il proprio sguardo altrove. Tanto da diventare arida e senza quell’anima sociale che ne avrebbe potuto costituire l’identità.
L’abbiamo raccontata, questa Europa. Guardandola con gli occhi di chi cercava all’orizzonte un approdo, attraverso un mare che ha preso dapprima le sembianze di un muro eretto a difesa di stili di vita non negoziabili e poi del filo spinato dei centri di detenzione per il reato di esistere. Oppure dal particolare punto di osservazione del suo cuore balcanico che ci siamo dati dodici anni fa e che da quel momento non ha smesso mai, nemmeno per un giorno, di trasmettere – attraverso un servizio riconosciuto in tutto il mondo – immagini e analisi che ci hanno permesso di sentirci orgogliosamente europei. Grazie a OBC.
Abbiamo avviato cantieri come la “Carta per l’Autonomia del Tibet” o come “Afghanistan 2014” per cimentarci nel complesso lavoro di ricostruzione di un tessuto di pace che non si esauriva nella denuncia delle responsabilità dei potenti. E che provava ad interpretare quella diplomazia dei popoli che sa arrivare dove quella degli Stati ha spesso fallito.
Ci siamo preoccupati che tutto questo fosse sorretto da un solido lavoro di preparazione con la realizzazione di una scuola di formazione (mi riferisco al CFSI di cui il Forum è soggetto costitutivo) che, in sinergia con le principali istituzioni del nostro territorio, coinvolge ogni anno mille persone, trasformando un luogo prima abbandonato come l’ex convento degli Agostiniani in un punto di attrazione nazionale ed internazionale.
Nel cercare un profilo diverso della pace e dei diritti umani non abbiamo comunque trascurato le battaglie più tradizionali del movimento come ad esempio quella contro le spese militari, tanto è vero che l’articolazione territoriale della mobilitazione contro gli F35 l’abbiamo avviata in Trentino insieme ad Unimondo con quelle grandi lettere che sono diventate un po’ il simbolo dell’impegno contro l’acquisto dei cacciabombardieri. Così come è giusto ricordare che la prima Regione italiana ad esprimersi contro gli F35 è stata la nostra.
Ma proprio su questo terreno dobbiamo dirci con altrettanta franchezza che se questo sciagurato programma ha subito un qualche ridimensionamento (che forse potrebbe preludere ad un’archiviazione dopo l’emendamento sulla legge di stabilità approvato
giovedì scorso dalla Commissione Bilancio della Camera) è più per l’insostenibilità finanziaria in cui versa il paese che non per un ripensamento profondo sul ruolo degli eserciti nazionali e sulle spese militari o di converso per la mobilitazione del movimento per la pace. Misurando anche su questo piano la sua crisi.
Ci siamo altresì interrogati anche sugli strumenti attraverso i quali far conoscere e promuovere il Forum. Nonostante esista da oltre vent’anni devo ammettere che ho incontrato un sacco di persone che ne ignoravano l’esistenza. Un gap che probabilmente non siamo riusciti ancora a superare, ma di certo non si può dire che con le poche risorse a disposizione non ci abbiamo provato. Penso al sito internet che abbiamo rinnovato a più riprese, alla pagina facebook che conta 1.772 amici, alla presenza costante sulle pagine di Consiglio Cronache, ai manifesti che hanno accompagnato i nostri percorsi annuali, a quella vera e propria impresa culturale rappresentata dal Café de la Paix, un progetto che stava da anni nel cassetto dei desideri e che ora è diventato realtà (insieme ai suoi 12.000 soci).

Un ringraziamento e un auspicio.
Tornando al nostro lavoro, non so quanto questa diversa impronta sia stata percepita e compresa, ma una cosa la posso dire: ho avuto spesso in questi cinque anni la percezione che fra le molte persone che hanno partecipato agli oltre duecento eventi promossi nell’ambito del Forum di cogliere una sorta di stupore verso un modo inedito di affrontare i temi della pace. Se questo fosse vero anche solo in parte, allora potremmo dire che l’obiettivo di far uscire la pace dalle proprie stanche ritualità è possibile.
Se questo cambio fosse stato avvertito anche dalle nostre istituzioni forse avremmo potuto anche andare oltre, nel far diventare l’orizzonte della pace come un discrimine permanente nell’azione di governo, declinando questa parola in quelle di sobrietà, limite, cittadinanza, responsabilità, conoscenza, interdipendenza. Su questo, inutile nascondercelo, c’è ancora molto da lavorare.
So che nel dire queste cose c’è il rischio di apparire un po’ naïf. So anche di essere in buona compagnia. Per questo vorrei ringraziare tutte le realtà che ci hanno aiutati a farci sentire meno soli. Le associazioni e le istituzioni del Forum, in primo luogo. Ma anche le tante persone che hanno messo a disposizione tempo e competenze. Scrittori, ricercatori, artisti, testimoni privilegiati… che ci hanno accompagnato con le loro parole nei nostri percorsi: vorrei qui ricordare Carmine Abate, Oliviero Alotto, Tonino Arcadu, Mourad Ben Cheikh, Paolo Berizzi, Roberta Biagiarelli, Michele Biava, Mario Boccia, Fabio Bucciarelli, Vinicio
Capossela, Alessandra Clemente, Antonio Colangelo, Gherardo Colombo, Ali Hussain Dauod, Piero Del Giudice, Massimiliano De Santis, Valter Dondi, Nevina Dore, Michela Embriaco, Branka Petric e Uliks Fehmiu, Roberto Fasoli, Cecilia Ferrara, Kanita Focak, Goffredo Fofi, David Gerbi, Michele Lanzinger, Goran Levi, Rebiya Kadeer, Dževad Karahasan, Adel Jabbar, Maja Husejic, Giulio Marcon, Predrag Matvejevic, Luca Mercalli, Gabriele Mirabassi, Razi e Sohelia Mohebi, Ugo Morelli, Nevena Negojevic, Wajeeh Nuseibeh, Giangiacomo Ortu, Stefania Pellegrini, Alberto Perduca, Riccardo Petrella, Ilaria Ramoni, Ali Rashid, Ennio Remondino, Emanuela Rossini, Melita Richter, Paolo Rumiz, Isaia Sales, Anna Sarfatti, Paolo Sartori, Božidar Stanišić, Ivan Tanteri, Gianmaria Testa, Marisa Zanzotto, Aldo Zappalà e tanti altri che certamente mi sfuggono.
Nello scorrere questi nomi mi rendo conto di quanto lavoro… Per questo vorrei ringraziare in particolare Luisa Zancanella, Martina Camatta, Francesca Zeni, Francesca Bottari, Francesco Iorio, Anna Frattin e Federico Zappini, persone con storie e età molto diverse dalla mia ma con le quali si sono realizzate sintonie speciali.
Il cambio di passo che abbiamo cercato di imprimere in questi anni richiederebbe di essere proseguito. Ci ha permesso, come scriveva Jeanne Hersch, di essere “presenti al proprio tempo”, che non è poco. Mi piacerebbe che continuassimo ad esserlo.

(La relazione è stata presentata all’interno dell’Assemblea del Forum trentino per la pace e i Diritti Umani a conclusione della XIV legislatura del Consiglio provinciale della Provincia Autonoma di Trento)

Abbasso la guerra

Mostra fotografica e documentaria
Dal 9 dicembre al 21 dicembre 2013 – Palazzo Trentini, via Manci 27 (Trento)
Organizza: Francesco Pugliese in collaborazione con il Forum trentino pace e diritti umani

Mostra fotografica e documentaria
Dal 9 dicembre al 21 dicembre 2013 – Palazzo Trentini, via Manci 27 (Trento)
Organizza: Francesco Pugliese in collaborazione con il Forum trentino pace e diritti umani

Persone e movimenti per la pace dall’800 ad oggi

 La Mostra, curata da Francesco Pugliese, mira a:

sostenere la memoria storica dell’opposizione e degli oppositori alla guerra (“pazzia bestialissima”, Leonardo);
sensibilizzare sui temi della pace e della educazione alla pace, per un sapere e una scuola impegnati per la pace;
sostenere la diffusione di coscienze e pratiche pacifiste e nonviolente a tutti i livelli;
riflettere sul principio del ripudio della guerra scolpito nell’art. 11 della Costituzione italiana e sulla Carta delle Nazioni Unite;
riaffermare le finalità di pace del processo di costruzione europea proprio quando si avvicina il centenario della inutile strage (Benedetto XV)

Si colloca nel momento in cui ci si prepara al centenario della prima guerra mondiale e può dare un contributo a sostegno del pensiero europeista e alla riflessione sulla importanza del processo di integrazione europeo che ha proprio nella pace motivazione e finalità centrali. Proprio quando folate di antieuropeismo percorrono preoccupanti il vecchio continente e si avvertono sintomi di smarrimento delle finalità del processo di unificazione, processo invocato già dal pacifismo al Congresso di Parigi nel 1849 presieduto da V. Hugo. E proprio quando il sogno dell’Onu di “salvare le future generazioni dal flagello della guerra” attraversa uno dei suoi momenti più critici.

La Mostra ha il patrocinio della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, l’adesione della Fondazione Museo Storico del Trentino, dell’Istituto di istruzione superiore don Milani di Rovereto, del Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani.

Si compone di 30 pannelli di cm. 70×100; ha una struttura e contenuti divulgativi ed è rivolta in particolare alle scuole: può essere strumento di conoscenza e didattico per discussioni, approfondimenti, ricerche, sensibilizzazione.

Dopo l’anteprima di Trento dal 18 al 25 aprile scorsi, dal 13 al 17 maggio è stata esposta all’Istituto di istruzione don Milani, dal 20 maggio al 2 giugno 2013 al Centro di Educazione alla Pace di Rovereto, dal 22 giugno al 16 agosto al Centro di Documentazione di Luserna, dal 18 al 26 agosto a Cavalese, dal 25 settembre al 2 ottobre presso il Liceo Filzi di Rovereto, dal 4 all’11 ottobre presso la Biblioteca del Comune di Ospitaletto (BS). Quindi in 4 Istituti superiori di Brescia e dal 29 novembre al 6 dicembre u.s. presso il Municipio di Tassullo (TN)

Altre sedi e scuole in Trentino sono in programma nei prossimi mesi e poi in altre città e regioni.