Sit-in solidale

Sabato 17 dicembre dalle ore 15.00 alle ore 17.00, il Forum è stato in piazza Duomo a Trento a fianco delle comunità islamiche del Trentino al sit-in di solidarietà con il popolo siriano martoriato.

Sulle violenze che si stanno perpetrando nei confronti del popolo siriano, il Presidente del Forum, Massimiliano Piati, scrive:
Con Aleppo nel cuore!

Sabato 17 dicembre dalle 15 alle 17 le Comunità Islamiche del Trentino hanno organizzato un sit in in Piazza Duomo a Trento in solidarietà al popolo siriano martoriato. Il sottoscritto, in rappresentanza del Forum Trentino per la pace e i diritti umani, ha partecipato e ha auspicato la partecipazione di tutti.

In questi giorni stiamo assistendo ad un inasprimento del dramma siriano che Aleppo e molte altre città vivono dal 2011. Civili, bambini, donne, uomini e anziani sono quotidianamente uccisi, martoriati, feriti e torturati dalle bombe e da una violenza disumana... Mi capita di leggere commenti di carissimi amici che da una parte difendono un legittimo governo regolarmente eletto mentre altri difendono incondizionatamente qualsiasi azione dei ribelli. Tra questi, Daesh e le milizie jihadiste attuano la loro criminale politica del terrore. Ci sono poi gli interventi esterni della Russia, potente deflagrante e bellicosa, della Turchia, degli Stati Uniti e di molte altre nazioni che, agli occhi di chi scrive, sembrano più interessate a tessere trame economiche e geopolitiche che a salvare la popolazione civile quotidianamente bombardata. In mezzo a tutto questo c'è, appunto, la popolazione siriana stremata da questa assurda violenza e lasciata sola, sola contro tutto e tutti con i suoi oltre 500mila morti dal 2011. Sola contro il regime del loro Paese, contro i jihadisti venuti da altri paesi, contro la seconda armata più potente al mondo e contro la nostra indifferenza.

A chi assiste con sofferenza e senza capire bene la situazione non rimane che affidarsi ai dati forniti da organismi indipendenti. L'Associazione “Un Ponte per...”, da anni attiva nella zona, riporta in un recente comunicato stampa un rapporto di Amnesty International dove si stima che dall’inizio della crisi nel 2011 siano morte sotto tortura nelle carceri del regime siriano almeno 18.000 persone, oltre 300 al mese, solo tra quelle identificate con certezza. E molti di loro erano attivisti laici e democratici mentre i salafiti che poi hanno costituito Daesh (IS) sono stati rilasciati nella prima amnistia di Assad dopo l’inizio della rivoluzione. In questi giorni, - continua “Un Ponte per...”- mentre i soldati di Assad combattono la battaglia di Aleppo, Daesh ha ripreso controllo dei campi petroliferi tra Palmira e Homs, e continuerà a vendere petrolio sottocosto ad Assad come alla Turchia e alle multinazionali del settore. Certamente anche le altre fazioni armate commettono analoghe violazioni ma la sproporzione nelle cifre stimate è eclatante, le responsabilità del regime sono enormemente più alte.

Di fronte a tutta questa violenza l’unica pace sostenibile in Siria è una pace giusta, che dovrà essere negoziata tra le parti ma senza tacere sui crimini di guerra e le violazioni del diritto umanitario internazionale, senza rinunciare alla verità sulla sofferenza dei civili.

Dobbiamo necessariamente esprimere una forte condanna di questa barbarie in corso, dobbiamo dire no ai bombardamenti (da qualunque parte giungano), no alla violenza, invocare un embargo totale sull’export di armamenti nella regione e opporci strenuamente a qualsiasi altro intervento armato della comunità internazionale. Ad Aleppo una nuova tregua deve essere negoziata con il regime di Bashar al-Assad e servono immediatamente osservatori internazionali che garantiscano l’uscita dei civili dalle aree martoriate dai bombardamenti, con particolare attenzione agli attivisti e difensori dei diritti umani che si sono esposti per il loro lavoro sociale e politico.

Per questi motivi sabato 17 in Piazza Duomo a Trento ha manifestato la mia vicinanza al popolo siriano. Il 6 dicembre ho sfilato per le strade di Trento per ricordare che il Trentino deve accogliere i profughi, sabato parteciperò contro le guerre che causano quei profughi!

Perché, anche se è necessario riconoscere le rispettive responsabilità di questo barbaro massacro, chi è davvero per la pace non dovrebbe tifare per questa o quella parte in guerra. Chi è davvero per la pace non può che stare da una parte sola: quella delle vittime. Sempre. Non può che avere un unico nemico: la guerra e chi l'alimenta e ne guadagna.

  L'articolo de Il Dolomiti sull'evento 

Ruanda: una memoria del conflitto

di Francesca Correr All’inizio dell’aprile del 1994 cominciano i cento giorni bui della storia recente del Ruanda, tre mesi di massacro che portano all’uccisione di circa ottocento mila persone secondo i dati ufficiali dell’ONU: si parla di genocidio, ossia di distruzione sistematica di un gruppo etnico con lo scopo ultimo del suo annientamento, l’applicazione della “soluzione finale”. A ventuno anni dagli eventi ruandesi riportiamo qui una breve cronologia dello strutturarsi del genocidio, sottolineando l’importanza della memoria non solo dei fatti in se stessi, concentrati nei tre mesi primaverili del ’94, ma anche di ciò che viene prima, che ha alimentato e permesso lo strutturarsi dello sterminio. Il genocidio ruandese, interpretato spesso come momento di anarchia brutale e inteso semplicisticamente come lotta sanguinaria tra enclave tribali, sottende invece logiche molto più vaste e complesse, nelle quali si intrecciano colonialismo e neocolonialismo, rapporti di potere, equilibri politici e istituzioni internazionali. 14Il Ruanda è un piccolo paese montano, grande all’incirca come la regione del Piemonte; considerato di scarsa importanza in epoca coloniale data la posizione remota e l’assenza di grandi risorse minerarie. Nella spartizione dell’Africa da parte degli stati europei durante l’Ottocento e il Novecento è assegnato ai tedeschi e poi ai belgi, che per anni appoggeranno la casta dei tutsi come élite di governo in un sistema di tipo monarchico. Il Ruanda infatti è composto da un solo gruppo etnico, quello dei banyaruanda, diviso però in tre parti: i tutsi, tradizionalmente allevatori e proprietari terrieri, gli hutu, la maggior parte della popolazione, legati alle attività agricole, e un’esigua minoranza di twa, cacciatori. Negli anni Cinquanta del Novecento anche il Ruanda si colloca tra i protagonisti dei processi indipendentisti degli stati africani: il Belgio cambia strategia politica e spiazzato di fronte alle richieste di indipendenza inizia ad aizzare la maggioranza hutu contro “gli invasori nilotici tutsi”. Latente era la questione della terra, scarsa e satura in un paese montagnoso e piccolo. Le tensioni sociali si acuiscono e conducono a una vera e propria rivoluzione: il sistema che usando termini europei potremmo definire di tipo feudale, nel quale i tutsi possedevano la quasi totalità delle terre, viene sovvertito e questi ultimi sono massacrati. Molti si rifugiano nei paesi vicini (come il Congo e il Burundi). L’indipendenza arriva nel 1962, con un governo hutu al potere: la società ruandese è divisa profondamente, con gruppi di tutsi alle frontiere che vivono  nei campi profughi e che si organizzano per rientrare in Ruanda. Altra data importante per la storia politica del Paese è il 1973, anno del colpo di stato del generale Juvénal Habyarimana: inizia un ventennio nel quale il Ruanda è governato da un solo partito e dall’élite  razzista filo-hutu del clan Akazu. L’Europa non risulta tuttavia assente nelle logiche di potere degli stati africani anche a decolonizzazione avvenuta; il 30 settembre del 1990 un esercito di tutsi invade il Ruanda dal Burundi e il Presidente Habyarimana telefona al francese Mitterand chiedendo aiuto per fermare la loro avanzata. La situazione di tensione e violenza decennale pare vedere uno spiraglio di rasserenamento nel 1993 con gli accordi di Arusha, in Tanzania, che prevedono una parziale spartizione del potere tra hutu e tutsi e il rientro di questi ultimi dai campi profughi: si misura, tuttavia, una mancata volontà di rispetto degli accordi e la situazione trascende con l’abbattimento dell’aereo nel quale viaggia il Presidente Habyarimana, di ritorno da un summit internazionale il 6 aprile 1994. Questo momento sancisce l’inizio del genocidio; i tutsi vengono incolpati dell’abbattimento dell’aereo e si avvia una spirale di violenza capillare. I massacri però non si accendono dal nulla; vi è un sostrato di violenza ideologica costruito e preparato nei mesi e negli anni che modella un clima di legittimazione del genocidio. Era stato creato tempo prima un esercito paramilitare chiamato Interahamwe (“quelli che lavorano, lottano e attaccano insieme”), che recluta in massa la popolazione hutu, addestrandola a riconosce il nemico in ogni tutsi, nel vicino di casa, nel compagno di scuola. Di fatto vengono stese vere e proprie liste di proscrizione di cittadini tutsi e hutu oppositori da eliminare. La retorica anti-tutsi è spinta capillarmente dai mezzi di comunicazione, che giocano un ruolo fondamentale nello strutturarsi della violenza genocida: la RadioMille Colline trasmette filastrocche e canzoni che inneggiano allo sterminio: i tutsi sono scarafaggi da stanare e schiacciare. La rivista Kangura plasma l’uomo tutsi come cospiratore contro gli hutu, invasore da scacciare, e diffonde i dieci comandamenti hutu che sanciscono le differenze etniche e qualitative tra i due gruppi e indicano i corretti comportamenti da seguire (per esempio il punto 8: “gli hutu devono smettere di avere pietà dei tutsi”). Un’altra copertina titola “Tutsi la razza di Dio. Quale arma dovremmo usare per eliminare gli scarafaggi?”; sulla pagina, a lato, l’immagine di un machete. Il direttore di Kangura verrà poi incriminato per istigazione al genocidio attraverso i media dal tribunale internazionale di Arusha nel 2003: è la prima condanna per un crimine simile dopo il Processo di Norimberga. Se il genocidio resta circoscritto ai confini statali ruandesi, le responsabilità riguardo ad esso si estendono ben oltre; basti sottolineare che l’inviato ONU Romeo Dallaire chiede più volte rinforzi e tratteggia ai superiori la situazione prossima all’esplosione ma alle sue richieste riceve solo rifiuti. L’ignavia delle organismi internazionali si somma quindi alla spirale di odio alimentata da più fronti negli anni, alla costruzione di una retorica e di una ideologia che modella, pezzo per pezzo, un nemico “altro” da eliminare, in questo caso non da personale specializzato ma dall’intero popolo; Kapuscinski parla di “comunione criminale del popolo” e “cataclisma collettivo”, dove ognuno è soldato, investito di una missione da compiere con le armi che possiede. Ricordare quindi non solo la brutalità in se stessa ma le sue radici, alimentate con vena programmatica, rimane importante anche due decenni dopo il genocidio perché la memoria sul Ruanda si mantenga viva e lucida. Per approfondire: “Ebano” di Ryszard Kapuscinski “Rwanda. Istruzioni per un genocidio” di Daniele Scaglione

L’interazione con la donna musulmana

Incontro al femminile
Sabato 14 febbraio 2015, ore 10.00 -18.00, auditorium Brione, Via via S. Pellico, Rovereto
Organizza: associazione Rehoboth

Incontro al femminile
Sabato 14 febbraio 2015, ore 10.00 -18.00, auditorium Brione, Via via S. Pellico, Rovereto
Organizza: associazione Rehoboth

 

L'associazione Rehoboth invita ad un'iniziativa rivolta a tutte le donne che vogliono imparare ad interagire con le donne musulmane, per conoscere quest'ultime, aiutandole senza offenderle. (Possono partecipare solo donne, per gli uomini ci sarà la possibilità di un programma a parte).

Informazioni ed iscrizioni: associazionerehoboth@gmail.com, 3474025968

Scopriamo le emozioni

Incontro pubblico
Venerdì 13 febbraio 2014, ore 20.30 - Aditorium Scuole Don Milani, Pergine ValsuganaOrganizza: Biblioteca Comunale di Pergine Valsugana

Incontro pubblico
Venerdì 13 febbraio 2014, ore 20.30 - Aditorium Scuole Don Milani, Pergine Valsugana
Organizza: Biblioteca Comunale di Pergine Valsugana

 

La Biblioteca Comunale di Pergine Valsugana invita all'incontro con LAVORARE SULLE EMOZIONI IN MODO NUOVO: LE IMMAGINI INTROSPETTIVE con la psicologa Antonella Giannini e l'artista Aurora Mazzoldi.
In questa occasione COME VINCERE LA SOLITUDINE. STAR BENE CON GLI ALTRI SENZA COSTRIZIONI.

Informazioni: 0461502391,  pergine.salaragazzi@biblio.infotn.it

Aditorium Scuole Don Milani, via Monte Cristallo 2 , Pergine Valsugana

Momenti di conversazione

Incontro pubblico
Giovedì 12 febbraio 2014, ore 18.30 - Barycentro, Port'Aquila 38 (Trento)
Organizza: Il Gioco degli Specchi

Incontro pubblico
Giovedì 12 febbraio 2014, ore 18.30 - Barycentro, Port'Aquila 38 (Trento)
Organizza: Il Gioco degli Specchi

 

Ritornano i Momenti di conversazione, l'appuntamento mensile del Gioco degli Specchi, un incontro per parlarsi: gli stranieri che studiano italiano per esercitarsi nella lingua, gli italiani per saperne di più del mondo che popola Trento.
Tema della conversazione: "Animali domestici".
La partecipazione è libera e gratuita.

Informazioni: 0461916251, 3402412552, info@ilgiocodeglispecchi.org

Riconciliazione contro la guerra

Si avvicina fine anno e, come in molte altre realtà, al Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani è tempo di fare bilanci e relazioni di fine anno. Tra le centinaia di scritti, dibattiti, eventi, iniziative organizzate direttamente da noi o alle quali ho partecipato soprattutto due frasi mi tornano spesso alla memoria. A giugno ero a Modena per la festa dei 50 anni della rivista “Azione nonviolenta” fondata da Aldo Capitini e ho avuto modo, durante le pause della festa, di visitare l'Accademia Militare di Modena (istituzione di formazione militare dell'esercito italiano). All'ingresso un’enorme scritta accoglie visitatori e allievi cadetti: “Preparo alle glorie di Italia i nuovi eroi”. Poi, a dare “man forte” a questa frase, un'intera parte delle mura dell'accademia è ricoperta da centinaia di migliaia di nomi di soldati morti nelle molte, troppe, battaglie combattute.

Massimiliano Pilati Presidente Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani Articolo pubblicato su "Il Corriere del Trentino" del 28 dicembre 2014

Si avvicina fine anno e, come in molte altre realtà, al Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani è tempo di fare bilanci e relazioni di fine anno. Tra le centinaia di scritti, dibattiti, eventi, iniziative organizzate direttamente da noi o alle quali ho partecipato soprattutto due frasi mi tornano spesso alla memoria.

A giugno ero a Modena per la festa dei 50 anni della rivista “Azione nonviolenta” fondata da Aldo Capitini e ho avuto modo, durante le pause della festa, di visitare l'Accademia Militare di Modena (istituzione di formazione militare dell'esercito italiano). All'ingresso un’enorme scritta accoglie visitatori e allievi cadetti: “Preparo alle glorie di Italia i nuovi eroi”. Poi, a dare “man forte” a questa frase, un'intera parte delle mura dell'accademia è ricoperta da centinaia di migliaia di nomi di soldati morti nelle molte, troppe, battaglie combattute. Mi sono soffermato in raccoglimento parecchi minuti davanti all'elenco interminabile di morti in guerra. Giovani strappati alle loro famiglie e ai loro affetti per motivi che non sempre sono comprensibili e troppo spesso non sono assimilabili alla, a volte necessaria, “difesa della Patria”. A questa scritta ricca di retorica militarista e presente in un istituto di formazione militare che tuttora forma i nostri soldati, contrappongo una frase pronunciata da Malala Yousafzai, la ragazzina pakistana premio Nobel per la Pace 2014, durante il discorso da lei tenuto in occasione della consegna del Premio (10 dicembre 2014, Oslo): “Un bambino, un insegnante, una penna e un libro possono cambiare il mondo”. La lotta di Malala e di tante bambine e bambini di tutto il mondo è semplicemente quella di poter andare a scuola per formarsi alla vita. In troppi luoghi del nostro mondo il fondamentale diritto all'istruzione è considerato (per dirlo con le parole di Malala) un “reato”. Per questo nel nostro fortunato Trentino dobbiamo sforzarci nel rafforzare nelle nostre scuole anche argomenti come dialogo, come lo studio di una sana cultura di pace e dei diritti fondamentali, come la convivenza. Purtroppo in questo periodo di crisi per far quadrare il bilancio provinciale si parla di tagliare anche degli ottimi strumenti di cui in questi anni la nostra Provincia si è dotata: Il Centro Millevoci, il Centro di Formazione alla Solidarietà internazionale, 'Osservatorio Balcani e Caucaso e lo stesso Forum sia nelle scuole che dentro la nostra società sono stati e sono importanti strumenti di analisi, approfondimento e formazione e per questo vanno tutelati. Come Consiglio del Forum, pur capendo le necessità di far quadrare i conti, abbiamo espresso profonda preoccupazione sul futuro di queste realtà che contribuiscono quotidianamente a rafforzare una sana cultura di pace. Ancora oggi ci sono milioni di esseri umani che in virtù di un’appartenenza (etnica, nazionale, religiosa, ideologica, sessuale, etc.) subiscono forme di discriminazione, violenza, sopruso, negazione di diritti. Come Forum concentreremo le azioni dei prossimi anni attorno al tema dei diritti negati: il punto di partenza è che non si può costruire la pace e poi affermare i diritti, bensì è affermando i diritti che si può arrivare a una società di pace diffusa e duratura. E questo non riguarda solo Paesi lontani, segnati da conflitti armati, ma coinvolge anche le nostre comunità. Partiremo nelle prossime settimane con la ricerca I giovani e la pace, realizzata con il Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale dell’Università di Trento, che vuole indagare il posizionamento dei giovani in relazione ai temi prioritari del Forum per poi proporre azioni e interventi di riflessione, formazione e confronto che risultino coerenti e per questo efficaci con i reali fabbisogni e sensibilità. La diffusione dei risultati sarà poi occasione per proporre eventi rivolti anche alla comunità adulta, chiamata a riflettere e confrontarsi su queste tematiche. L’augurio per il nuovo anno rivolto a tutti noi è che in un mondo che vede come unica soluzione dei conflitti (personali, di quartiere, mondiali) la violenza, gli eserciti e la guerra si possano finalmente sperimentare, a cominciare dal nostro bel Trentino, nuovi percorsi che tentino il dialogo e la riconciliazione. In un mondo che istruisce alla gloria dell'immolarsi da eroi martiri per difendere il proprio territorio vorrei si contrapponesse una sana educazione al dialogo, alla convivenza pacifica, alla risoluzione nonviolenta dei conflitti e alla riconciliazione. Massimiliano Pilati Presidente Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani Articolo pubblicato su "Il Corriere del Trentino" del 28 dicembre 2014 <b/p>