CHANGE! – 17th Religion Today FILMFESTIVAL

EXPLORING THE DIFFERENCES

Dal 1997 Religion Today è il primo festival internazionale di cinema delle religioni per una cultura del dialogo e della pace.
Il cambiamento come imperativo a cui ognuno è chiamato a rispondere, dalla dimensione interiore a quella relazionale, dalla sfera spirituale  a quella civile. Le religioni di fronte alla sfida di una società globale in continuo e repentino mutamento. La società di fronte ai cambiamenti che le religioni oggi vivono, subiscono e testimoniano. Per la sua XVII edizione Religion Today Filmfestival, grazie alla più recente cinematografia internazionale, intende esplorare i termini e i confini di questo complesso dialogo, oggi più che mai cruciale, cercando di tracciare le prospettive della convivenza, no solo tra religioni, ma nche tra religioni e società civile.

Ingresso libero a tutti gli eventi.

Sul sito internet del Religion Today sono disponibili tutte le informazioni e il ricco programma degli appuntamenti.

EXPLORING THE DIFFERENCES
10>21 ottobre
2014

Religioni, società, cambiamento

Dal 1997 Religion Today è il primo festival internazionale di cinema delle religioni per una cultura del dialogo e della pace.
Il cambiamento come imperativo a cui ognuno è chiamato a rispondere, dalla dimensione interiore a quella relazionale, dalla sfera spirituale  a quella civile. Le religioni di fronte alla sfida di una società globale in continuo e repentino mutamento. La società di fronte ai cambiamenti che le religioni oggi vivono, subiscono e testimoniano. Per la sua XVII edizione Religion Today Filmfestival, grazie alla più recente cinematografia internazionale, intende esplorare i termini e i confini di questo complesso dialogo, oggi più che mai cruciale, cercando di tracciare le prospettive della convivenza, no solo tra religioni, ma nche tra religioni e società civile.

Sono tanti i nuovi appuntamenti per questa diciassettesima edizione del Religion Today Filmfestival. Non solo film, ma anche tavole rotonde, spettacoli di danza sacra, musica, libri e fotografia. Tanti momenti per approfondire un mondo in costante evoluzione.
Anche il Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani, continua la sua collaborazione con il Festival, contribuendo alla premiazione di un film per la sezione “Peace and Human Rights”.

Ingresso libero a tutti gli eventi.

Sul sito internet del Religion Today sono disponibili tutte le informazioni e il ricco programma degli appuntamenti.

Afghanistan, infine il dopo Karzai: governo bicefalo, cittadini disillusi

Giuliano Battiston

Lunedì 29 settembre si chiuderà il sipario sul lungo governo di Hamid Karzai, al potere dal 2001. Al suo posto, nell’ampia residenza dell’Arg, il palazzo presidenziale di Kabul, si insedierà Ashraf Ghani, la cui nomina verrà suggellata con una cerimonia solenne ma meno festosa del previsto. Gli afghani e la comunità internazionale avrebbero voluto celebrare “il primo trasferimento pacifico e democratico di potere nella storia recente” del paese centroasiatico, ma le cose non sono andate per il verso giusto. La transizione è avvenuta in modo perlopiù pacifico (per gli standard afghani), ma tutt’altro che democratico (perfino per quegli standard).

Da Reset-Dialogues on Civilizations

Giuliano Battiston

Lunedì 29 settembre si chiuderà il sipario sul lungo governo di Hamid Karzai, al potere dal 2001. Al suo posto, nell’ampia residenza dell’Arg, il palazzo presidenziale di Kabul, si insedierà Ashraf Ghani, la cui nomina verrà suggellata con una cerimonia solenne ma meno festosa del previsto. Gli afghani e la comunità internazionale avrebbero voluto celebrare “il primo trasferimento pacifico e democratico di potere nella storia recente” del paese centroasiatico, ma le cose non sono andate per il verso giusto. La transizione è avvenuta in modo perlopiù pacifico (per gli standard afghani), ma tutt’altro che democratico (perfino per quegli standard). Ashraf Ghani, ex ministro delle Finanze e rettore dell’università di Kabul, già alto funzionario della Banca mondiale e docente in prestigiose università degli Stati Uniti, è il nuovo presidente della Repubblica islamica d’Afghanistan, ma nessuno può dire con certezza quanto abbiano contribuito le frodi nel determinare la sconfitta dello sfidante, l’ex ministro degli Esteri Abdullah Abdullah.

Dalle urne al negoziato politico

Più che il legittimo risultato del voto, l’elezione di Ashraf Ghani è infatti il frutto di un lungo e defatigante negoziato politico che si è protratto per mesi. Subito dopo il ballottaggio del 14 giugno, Abdullah Abdullah ha denunciato le frodi su “scala industriale” che sarebbero state commesse a suo danno con la complicità di alcuni esponenti della Commissione elettorale indipendente, i quali avrebbero aiutato il tecnocrate Ghani a recuperare il distacco del primo turno, quando tra otto candidati Abdullah Abdullah ottenne il 45% dei voti (2 milioni e 970mila), e Ghani soltanto il 31.5% (circa 2 milioni). All’annuncio dei risultati preliminari del ballottaggio – che attribuivano a Ghani 1 milione di voti in più rispetto ad Abdullah – l’ex consigliere del comandante Massud ha pensato di forzare la mano, mobilitando i suoi sostenitori, organizzando proteste, manifestazioni, picchetti per le strade di Kabul, mentre alcuni membri del suo staff lasciavano trapelare l’ipotesi minacciosa di un governo parallelo e, quindi, di una frattura del paese per linee etniche (tagiki versus pashtun), preludio di una nuova guerra civile.

Abdullah è così riuscito a ottenere il riconteggio totale dei voti, sotto la supervisione delle Nazioni Unite, mentre l’eventualità di un nuovo conflitto ha allarmato la Casa Bianca e il Dipartimento di Stato: il 12 luglio il segretario di Stato Usa John Kerry è stato inviato a Kabul, dove ha messo subito le cose in chiaro. Senza un accordo politico, ha sostenuto Kerry, gli Stati Uniti avrebbero interrotto ogni forma di sostegno – finanziario e militare – all’Afghanistan, la cui economia si regge prevalentemente sugli aiuti internazionali. L’8 agosto Kerry è tornato nella capitale afghana, dove ha presieduto alla firma di un accordo preliminare per un governo di unità nazionale. Da allora e fino a sabato 20 settembre Abdullah Abdullah e Ashraf Ghani hanno litigato sulla spartizione del potere. Il primo, convinto di essere stato frodato, chiedeva di più; il secondo, certo di essere eletto presidente, recalcitrante a cedere fette di potere. Domenica 21 settembre finalmente hanno trovato l’intesa e firmato un nuovo, definitivo accordo di 4 pagine, sotto gli occhi di Jan Kubis, rappresentante della missione Onu in Afghanistan (a breve lascerà l’incarico a Nicholas Haysom), dell’ambasciatore statunitense a Kabul, James Cunningham, e del presidente uscente Hamid Karzai. Davanti alle telecamere, si sono detti tutti soddisfatti, ma al di là delle rituali frasi di convenienza rimangono molte incognite.

Cosa prevede il governo di unità nazionale

Nelle 4 pagine firmate da Abdullah e Ghani sotto gli occhi scrupolosi dei partner internazionali si delinea infatti un futuro istituzionale anomalo e precario, perché legato a un governo bicefalo. Il presidente rimane sulla carta la più alta autorità del paese, ma accanto a lui l’accordo introduce una nuova figura istituzionale, quella del Chief Executive Officer (Ceo), che verrà nominato durante la cerimonia per l’insediamento del nuovo presidente e che avrà i poteri di “un primo ministro”. Se al presidente spetta presiedere il Gabinetto di governo (Kabina), con il compito di determinare le scelte strategiche, al Ceo spetta la presidenza di un nuovo organo, il Consiglio dei ministri (Shura-e-Waziran), che ha il compito di monitorare e realizzare le scelte del Gabinetto. Abdullah ha ottenuto inoltre che le nomine più importanti siano divise equamente tra il presidente e il “primo ministro”. Secondo alcune indiscrezioni, i ministri dell’Interno e delle Finanze verranno scelti da Ghani, mentre quelli della Difesa e degli Esteri da Abdullah. Il negoziato politico ha dunque prodotto un prototipo sperimentale di ingegneria istituzionale, che riduce i rischi sul breve periodo ma che rischia di produrne molti in futuro.

Non a caso, tra gli analisti si è aperto il balletto delle previsioni. C’è chi scommette che un simile governo, soggetto a spinte centrifughe prima ancora di essere inaugurato, duri poco. Chi teme, come Scott Smith, direttore dei programmi su Afghanistan e Asia centrale per lo U.S. Institute of Peace, che finisca per “istituzionalizzare la rivalità che ha paralizzato l’Afghanistan nel corso dei mesi passati”, rendendo più difficile quelle riforme nel campo della governance di cui il paese ha disperato bisogno. Chi si dice convinto che le agende politiche di Abdullah e Ghani siano talmente diverse da risultare incompatibili, tanto più nei prossimi mesi, quando verranno meno gli ingenti aiuti finanziari degli stranieri grazie ai quali Karzai si è assicurato negli anni la stabilità politica interna. E c’è infine chi ricorda la sfida più importante che il governo “Ghanidullah” – come è stato ironicamente battezzato – dovrà affrontare: riconquistare la fiducia degli elettori.

Cittadini disillusi

Nel suo primo discorso dopo l’annuncio della vittoria, Ghani ha insistito nel dire che l’accordo trovato con Abdullah non riflette una semplice spartizione del potere, che l’estenuante negoziato rinforza l’unità nazionale ed esclude rischi potenziali di frammentazione interna. Ma più che l’unità nazionale, ad uscire rinforzata da mesi di discussioni, pugni sui tavoli, negoziati notturni, conferenze stampa incrociate, è la disillusione degli afghani. In molti si sono recati alle urne per voltare pagina, per archiviare la lunga parentesi del governo Karzai, per reclamare istituzioni stabili ed efficienti, invocando il primato del voto e della volontà popolare sugli accordi di palazzo di una leadership corrotta e predatoria. A distanza di mesi, si ritrovano con un governo nuovo, sì, ma frutto della forma più antica e meno nobile della politica: la spartizione del potere, negoziata a porte chiuse e imposta dall’esterno.

Da Reset-Dialogues on Civilizations

art.11: l’Italia ripudia la guerra (…ma non il mercato della guerra)

Tratto da Sentire – Scandali sotto il sole

 

– C. Perer –

E’ una foto di un grande artista come Steve McCurry,  a ricordarci il problema. Anche il Papa lo ha detto spesso le guerre esistono intanto-inquanto esiste il mercato delle armi. E non si dica: banale constatazione. Se solo smettessimo di produrle forse non finirebbe la triste lotta dell’uomo contro l’uomo, ma almeno sarebbe una lotta ad armi pari: sassi e bastoni come profetizzò Albert Einstein immaginando la terza guerra mondiale. Che invece si sta già combattendo qua e là con droni, armi elettroniche degne di un video-game. E l’Italia che fa? Produce e vende, poi magari esprime anche un alto commissario Ue per la difesa che andrà a parlare di pace e di come far finire le guerre.

L’Italia nella sua costituzione ripudia la guerra …non ripudia però il mercato della guerra. Vende anche a chi non ha un pezzo di pane sotto i denti. Le forze armate del Ciad, uno dei paesi più poveri del continente africano, stanno infatti per ricevere dall’azienda italiana Alenia Aermacchi (gruppo Finmeccanica) un nuovo esemplare dell’aereo di trasporto tattico C-27J “Spartan”. In questi giorni, il velivolo da guerra sta effettuando gli ultimo test di volo dall’aeroporto di Torino Caselle; un altro C-27J è stato consegnato al Ciad nel dicembre 2013. Per i due velivoli, il regime di N’Djamena ha sborsato più di 106 milioni di dollari; l’accordo con Alenia Aermacchi prevede la fornitura di un anno di supporto logistico, di parti di ricambio per due anni, due kit di protezione balistica, un kit di ricerca e soccorso e uno di evacuazione medica.

Lo “Spartan” è in grado di effettuare molteplici missioni militari tra cui il trasporto truppe, merci e sanitario, il lancio di materiali e di paracadutisti, il supporto alle operazioni di protezione civile. Può imbarcare sino a 11 tonnellate di carico (compresi 60 militari o 46 paracadutisti), ha una velocità di crociera di 583 Km/h e un raggio d’azione compreso tra i 4.260 e i 5.926 Km, a secondo del carico trasportato.

Il Ciad è il secondo paese africano dopo il Marocco ad acquistare il velivolo di Alenia Aermacchi. I C-27J sostituiranno la coppia di Antonov An-26 di produzione russa entrati in servizio nel 1989. Grazie ai nuovi velivoli da trasporto made in Italy, le forze armate del Ciad potranno estendere il loro raggio d’azione sino al Mediterraneo o all’equatore, coprendo un’area dell’Africa caratterizzata dai sempre più numerosi conflitti.

E uno dei più grossi accordi di fornitura venne siglato da mister Mario Monti con il Qatar. Do you remember?

(in collaborazione con Antonio Mazzeo)

21 settembre 2014

Da Giornale Sentire

E’ una foto di un grande artista come Steve McCurry,  a ricordarci il problema. Anche il Papa lo ha detto spesso le guerre esistono intanto-inquanto esiste il mercato delle armi. E non si dica: banale constatazione. Se solo smettessimo di produrle forse non finirebbe la triste lotta dell’uomo contro l’uomo, ma almeno sarebbe una lotta ad armi pari: sassi e bastoni come profetizzò Albert Einstein immaginando la terza guerra mondiale. Che invece si sta già combattendo qua e là con droni, armi elettroniche degne di un video-game. E l’Italia che fa? Produce e vende, poi magari esprime anche un alto commissario Ue per la difesa che andrà a parlare di pace e di come far finire le guerre.

L’Italia nella sua costituzione ripudia la guerra …non ripudia però il mercato della guerra. Vende anche a chi non ha un pezzo di pane sotto i denti. Le forze armate del Ciad, uno dei paesi più poveri del continente africano, stanno infatti per ricevere dall’azienda italiana Alenia Aermacchi (gruppo Finmeccanica) un nuovo esemplare dell’aereo di trasporto tattico C-27J “Spartan”. In questi giorni, il velivolo da guerra sta effettuando gli ultimo test di volo dall’aeroporto di Torino Caselle; un altro C-27J è stato consegnato al Ciad nel dicembre 2013. Per i due velivoli, il regime di N’Djamena ha sborsato più di 106 milioni di dollari; l’accordo con Alenia Aermacchi prevede la fornitura di un anno di supporto logistico, di parti di ricambio per due anni, due kit di protezione balistica, un kit di ricerca e soccorso e uno di evacuazione medica.

Lo “Spartan” è in grado di effettuare molteplici missioni militari tra cui il trasporto truppe, merci e sanitario, il lancio di materiali e di paracadutisti, il supporto alle operazioni di protezione civile. Può imbarcare sino a 11 tonnellate di carico (compresi 60 militari o 46 paracadutisti), ha una velocità di crociera di 583 Km/h e un raggio d’azione compreso tra i 4.260 e i 5.926 Km, a secondo del carico trasportato.

Il Ciad è il secondo paese africano dopo il Marocco ad acquistare il velivolo di Alenia Aermacchi. I C-27J sostituiranno la coppia di Antonov An-26 di produzione russa entrati in servizio nel 1989. Grazie ai nuovi velivoli da trasporto made in Italy, le forze armate del Ciad potranno estendere il loro raggio d’azione sino al Mediterraneo o all’equatore, coprendo un’area dell’Africa caratterizzata dai sempre più numerosi conflitti.

E uno dei più grossi accordi di fornitura venne siglato da mister Mario Monti con il Qatar. Do you remember? – See more at: http://www.giornalesentire.it/article/italia-ratifica-trattato-internazionale-sul-commercio-di-armi.html#sthash.mFxJMxvw.dpuf

Cosa succede nel Kurdistan iracheno? Testimonianza della cooperante Chiara Moroni

– a cura di Tommaso Vaccari –

campagna a supporto dei datteri di Bassora è stata uno dei momenti che ha sancito il totale sostegno da parte di UPP alla società civile irachena, supporto che è continuato con una serie di progetti culturali volti a scoprire e a far conoscere la bellezza dell’Iraq.
Per contrastare politiche settarie dovute all’occupazione americana Un Ponte Per… ha poi cominciato una serie di progetti culturali a tutela delle minoranze e del loro prezioso patrimonio, col programma chiamato “Il sapere che resiste” supportato anche dalla Provincia di Bolzano.
Quando, nel 2012, l’emergenza umanitaria dei profughi siriani è cominciata nel Kurdistan iracheno, UPP è stato in prima linea sia nel fornire supporto psico-sociale che nella gestione delle attività di orientamento e mass information per i rifugiati. È all’interno di questo progetto che lavoro io, come Community Mobilization Coordinator per l’area di Duhok. Lavoro essenzialmente nei campi profughi di Domiz, Domiz 2 / Faida, Akre e Gawilan, dove mi occupo della Mass Communication, intesa come scambio di informazioni, emozioni e idee tra la comunità siriana dei campi e i vari attori umanitari (dipartimenti governativi, agenzie delle Nazioni Unite, organizzazioni nongovernative locali e internazionali).
Nel campo di Domiz ( a breve anche in quello di Gawilan) abbiamo uno Youth Friendly Space, per giovani donne e uomini dai 18 ai 35 anni, con a disposizione giochi, libri e computer con accesso a internet. Per loro organizziamo attività di vario genere, tra cui tornei di pallavolo e momenti di ginnastica, danza e yoga per le donne.

Come è visto il vostro intervento da parte della popolazione locale ? Qual’è la situazione attuale? Com’è visto l’avanzare del gruppo estremista Isil?
UPP è ben conosciuta come organizzazione in Iraq, in particolare tra le varie minoranze etniche e religiose. Non stupisce quindi il nostro impegno a favore delle comunità Yazida, cristiana, shabak, turcomanna, mandee e baba bah’i , che apprezzano il nostro continuo supporto in termini di distribuzioni di cibo, latte, materassi, etc.
Ho accompagnato alcuni volontari della Yazidi Solidarity League* durante le distribuzioni per alcune famiglie yazide che si trovano ora a vivere in edificio in costruzione, per strada o sotto i ponti, e ovunque si presenta la stessa scena. Bambini, donne e uomini stremati dal viaggio e dalle condizioni in cui sono ora costretti a vivere, tanta speranza di ritornare un giorno a casa ma anche la paura per le atrocità commesse da quelli che qui chiamano Da’ash.
Per tutti l’Isil è un’organizzazione di terroristi che, in quanto tale, non accetta e uccidono chi non è parte del gruppo o affilliato a loro.

In Italia c’è stato un ampio dibattito sull’invio di armi leggere ai combattenti curdi. UPP ha condiviso con la Rete Italiana per il Disarmo il comunicato contro l’invio delle armi, cosa pensi che possa fare l’Italia e l’Europa? Quale può essere il motore del cambiamento?

Personalmente sottoscrivo il comunicato di UPP e Rete Italiana per il Disarmo. Per quanto la situazione irachena sia complicata e delicata, l’invio di armi non rappresenta né un aiuto né una soluzione alla questione ma, al contrario, contribuisce alla continuazione della guerra ora in corso, con tutte le conseguenze che ben conosciamo sulla popolazione civile irachena e non. Ho ascoltato e conosco solo una minima parte delle tante – troppe – testimonianze di sopravvissuti alla “pulizia culturale” ora in corso in tutto l’Iraq. Queste storie, così come i racconti del mio stesso staff siriano che vive nei campi, mi bastano per essere contraria a un intervento militare, diretto o no, di qualsiasi Paese.
L’Italia e ancor di più l’Unione Europea dovrebbero quindi essere promotrici di azioni volte non solo a dare aiuti umanitaria, ma anche a creare le condizioni per una convivenza pacifica tra le popolazioni della regione. Nell’immediato, per fronteggiare l’avanzata del gruppo estremista, anche io credo che una possibile soluzione sia una forza di interposizione con mandato ONU e funzioni di “peace enforcement” che si attenga strettamente alle regole del diritto internazionale.

Ringraziamo Chiara per averci lasciato questi spunti di riflessione e per il tempo che ci ha dedicato.

 

* Qui il link al sito che stanno costruendo a testimonianza del genocidio yazida

[Fotografia di Chiara Moroni]

Israele ha costretto al rimpatrio forzato quasi 7.000 rifugiati eritrei e sudanesi

Israele ha costretto quasi 7.000 cittadini eritrei e sudanesi a lasciare il paese esponendoli a un rischio personale molto alto. Lo denuncia un rapporto di Human rights watch (Hrw).

“Alcuni sudanesi rimpatriati con la forza da Israele sono stati torturati e incarcerati. Anche gli eritrei sono esposti a un alto rischio di abusi”, afferma lo studio. Agli eritrei e ai sudanesi è stato negato l’accesso alle procedure di asilo e i rifugiati sono stati reclusi in maniera illegale.

Secondo Tel Aviv, le politiche sulla migrazione e sui rifugiati di Israele sono conformi al diritto internazionale.

Tratto da Internazionale

Foto: Un richiedente asilo eritreo durante una protesta, il 28 giugno 2014. (Finbarr O’Reilly, Reuters/Contrasto)

Israele ha costretto quasi 7.000 cittadini eritrei e sudanesi a lasciare il paese esponendoli a un rischio personale molto alto. Lo denuncia un rapporto di Human rights watch (Hrw).

“Alcuni sudanesi rimpatriati con la forza da Israele sono stati torturati e incarcerati. Anche gli eritrei sono esposti a un alto rischio di abusi”, afferma lo studio. Agli eritrei e ai sudanesi è stato negato l’accesso alle procedure di asilo e i rifugiati sono stati reclusi in maniera illegale.

Secondo Tel Aviv, le politiche sulla migrazione e sui rifugiati di Israele sono conformi al diritto internazionale. Israele sostiene che sudanesi ed eritrei rimpatriati non sono richiedenti asilo, ma sono migranti economici che cercano lavoro nel paese. Eritrei e sudanesi hanno cominciato a migrare verso Israele attraverso il Sinai nel 2006. Dal 2006 al 2012 sono entrati nel paese 37.000 eritrei e 14.000 sudanesi.

Secondo Human rights watch, nel corso degli ultimi otto anni, le autorità israeliane hanno impiegato diverse misure illegali per spingere i migranti a lasciare il paese. Tra queste la “detenzione a tempo illimitato, ostacoli alla richiesta di asilo in Israele, il respingimento del 99,9 per cento delle richieste di asilo, politiche poco chiare sul rilascio delle autorizzazioni per lavorare e limiti all’accesso alle cure mediche”.

A settembre del 2013 la corte suprema israeliana ha dichiarato illegale una modifica alla legge del 2012 contro l’immigrazione irregolare che permetteva la detenzione a tempo indeterminato di persone entrate nel paese senza autorizzazione. In risposta a questa sentenza della corte suprema, il parlamento israeliano ha approvato un altro emendamento che ha permesso la costruzione del centro di detenzione di Holot nel deserto del Negev, dove vengono rinchiusi gli immigrati irregolari. Centinaia di eritrei e sudanesi sono stati mandati nel centro dove vivono in condizioni che violano il diritto internazionale, secondo Hrw. L’unico modo per essere rilasciati dal centro di detenzione è quello di avere accesso allo status di rifugiato o quello di abbandonare il paese. Nel febbraio 2013, Israele ha permesso a eritrei e sudanesi di presentare le domande di asilo. Tuttavia, a marzo del 2014, le autorità avevano esaminato poco più di 450 casi, e il tasso di rifiuto è stato quasi del 100 per cento.

Tratto da Internazionale

Foto: Un richiedente asilo eritreo durante una protesta, il 28 giugno 2014. (Finbarr O’Reilly, Reuters/Contrasto)