Lento scivolare verso il basso

Massimiliano Pilati
«È così che accade. Si scivola lentamente, un passo alla volta verso il basso. Quasi senza accorgersene. Per poi, magari, chiedersi: ma chi è stato? Come abbiamo fatto?». Inizia così l’editoriale di Ugo Morelli sul Corriere del Trentino di giovedì a commento delle uscite per affossare il disegno di legge contro l’omofobia.
In molti sono pronti a dire che «l’omofobia in Trentino non esiste», a dire che «ci sono cose molto più importanti in questa fase». È di ieri il no dell’assessora alla cultura di Lavis per uno spettacolo dove vi è un bacio saffico (sul collo). Un no giustificato usando queste parole: «La sessualità normale è tra maschio e femmina. Se noi parliamo della sessualità tra femmina e femmina non siamo più nella normalità».

Da “Il Corriere del Trentino” del 6 settembre 2014

Massimiliano Pilati

«È così che accade. Si scivola lentamente, un passo alla volta verso il basso. Quasi senza accorgersene. Per poi, magari, chiedersi: ma chi è stato? Come abbiamo fatto?». Inizia così l’editoriale di Ugo Morelli sul Corriere del Trentino di giovedì a commento delle uscite per affossare il disegno di legge contro l’omofobia.
In molti sono pronti a dire che «l’omofobia in Trentino non esiste», a dire che «ci sono cose molto più importanti in questa fase». È di ieri il no dell’assessora alla cultura di Lavis per uno spettacolo dove vi è un bacio saffico (sul collo). Un no giustificato usando queste parole: «La sessualità normale è tra maschio e femmina. Se noi parliamo della sessualità tra femmina e femmina non siamo più nella normalità».
Sono piccole cose — si dirà — commenti solo personali, uscite provocatorie. Ma una piccola esternazione aggiunta all’altra rischiano di fare abitudine e nuovamente tornano le parole di Morelli: «Si scivola lentamente, un passo alla volta verso il basso».
Sono veramente questioni secondarie? Il Forum trentino per la pace e i diritti umani ha scelto per il prossimo futuro di lavorare proprio sul tema dei diritti negati e dei conflitti che generano. È fondamentale capire che senza il rispetto dei diritti di tutti noi non vi può essere pace sociale.
È importante affrontare tali conflitti e cercare assieme di crescere superandoli per non arrivare un giorno a guardarci allo specchio e chiederci: «Ma chi è stato? Come abbiamo fatto?».

Da “Il Corriere del Trentino” del 6 settembre 2014

Gardolo gioca a calcio e aquiloni


Chiara Bert
– Il Trentino

Una partita a calcio: squadre miste, mescolate per età, genere, soprattutto Paese di provenienza. E poi gli aquiloni, il gioco tradizionale afgano messo vicino al gioco popolare per eccellenza in Italia. Gardolo – dove gli stranieri sono più del 20 per cento, dove all’asilo i bambini figli di immigrati hanno superato i trentini – prova anche così, attraverso lo sport, a unire e creare contaminazioni. A Canova, quartiere multietnico per eccellenza, il comitato trentino della Uisp (Unione italiana sport per tutti) ha organizzato una domenica pomeriggio diversa. L’appuntamento è per il 31 agosto, dalle 16, al parco e al campo da calcio di Canova. «Viviamo il gioco! Calcio e aquiloni, per stare insieme e stare bene»

Da Trentino
L’evento

Chiara Bert – Il Trentino

Una partita a calcio: squadre miste, mescolate per età, genere, soprattutto Paese di provenienza. E poi gli aquiloni, il gioco tradizionale afgano messo vicino al gioco popolare per eccellenza in Italia. Gardolo – dove gli stranieri sono più del 20 per cento, dove all’asilo i bambini figli di immigrati hanno superato i trentini – prova anche così, attraverso lo sport, a unire e creare contaminazioni. A Canova, quartiere multietnico per eccellenza, il comitato trentino della Uisp (Unione italiana sport per tutti) ha organizzato una domenica pomeriggio diversa. L’appuntamento è per il 31 agosto, dalle 16, al parco e al campo da calcio di Canova. «Viviamo il gioco! Calcio e aquiloni, per stare insieme e stare bene», lo hanno intitolato. L’idea è nata dal confronto con il Forum trentino per la pace e i diritti umani e l’Associazione Afghanistan 2014, e ha coinvolto le realtà che operano sul territorio, l’associazione Carpe Diem, l’associazione Charisma, la cooperativa Arianna, Atas e Centro Astalli. Gardolo sarà la prima tappa di un percorso che punta a promuovere lo sport nei quartieri di Trento con un triplice obiettivo: valorizzare il gioco e il divertimento, favorire la socializzazione e l’inclusione sociale, riqualificare gli spazi pubblici. E cosa c’è di più facile di un pallone da calcio, per far giocare insieme i bambini? Probabilmente niente. Ma il progetto ha voluto fare un passo in più, coinvolgendo le comunità locali, trentine e immigrate, attraverso la contaminazione ra il calcio e i giochi tradizionali delle comunità straniere residenti in Trentino. Si parte con l’Afghanistan e chi ha letto lo splendido “Il cacciatore di aquiloni” di Khaled Hosseini, e si è commosso leggendo la storia di Amir e Hassan, sa che la gara e il combattimento degli aquiloni è il momento di festa che in quel paese lontano segna la fine dell’inverno. I talebani avevano vietato di far volare gli aquiloni, tornati solo dopo molto tempo a colorare i cieli afgani. Domenica 31 agosto voleranno anche nei cieli di Canova. La comunità afgana ha proposto di autoprodurli: dalle 16 il via ai laboratori per la costruzione degli aquiloni, aperti a tutti, grandi e piccoli. La stessa apertura che caratterizzerà l’organizzazione delle partite di calcio: non squadre nazionali, né team selezionati per abilità, capacità, conoscenza pregressa. Saranno invece squadre miste, contaminate appunto. «Una contaminazione – spiega Tommaso Iori, presidente Uisp – che servirà non solo a mettere in luce le ricchezze culturali presenti sul nostro territorio grazie agli immigrati, ma anche a riportare il calcio al suo essere gioco, e quindi spazio di relazioni positive, lontano dalla competizione esasperata in cui si è via via trasformato». E dopo i giochi, al parco ci sarà il tempo per condividere qualcosa da mangiare e da bere, meglio ancora se con gusti e profumi diversi. Perché anche il cibo, come lo sport, può essere un bel modo di stare insieme.

Da Trentino
L’evento

Viviamo il gioco!

Viviamo il Gioco!

Domenica 31 Agosto,
a partire dalle 16.00
al Parco di Canova, Gardolo di Trento

Una festa aperta a tutti, un partitone di calcio che diventa un’occasione per incontrarsi e conoscersi, condividere un bicchiere di tè e il volo di un aquilone.

UISP (Unione Italiana Sport per Tutti) in collaborazione con Associazione Afghanistan 2014, Associazione Carpe Diem, Associazione Charisma, Atas, Centro Astalli, Cooperativa Sociale Arianna e Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani

organizza

Viviamo il Gioco!

Domenica 31 Agosto,
a partire dalle 16.00
al Parco di Canova, Gardolo di Trento

Una festa aperta a tutti, un partitone di calcio che diventa un’occasione per incontrarsi e conoscersi, condividere un bicchiere di tè e il volo di un aquilone.

A partire dalle 16.00 daremo il via ai laboratori per la costruzione degli aquiloni, aperti a grandi e bambini: gli stessi potranno poi partecipare alle partite di calcio, senza alcuna discriminazione di età, genere, abilità e nazionalità.

Nel corso della serata condivideremo qualcosa da mangiare e da bere: ogni contributo è ben accetto!

Da Gaza a Baghdad via Damasco: cosa succede in Medio Oriente?

– Incontro pubblico del /2014 –

L’incontro di ieri ha fornito a tutti validi elementi per riflettere su quanto sta accadendo nel Vicino e Medio Oriente. Realtà solo all’apparenza lontane, le cui vicende però influenzano profondamente le vite di tutti, come abbiamo potuto ascoltare dalle voci degli ospiti intervenuti. Non lasciamo che quanto è stato detto e quanto sta accadendo passi sotto silenzio. Continuiamo ad ascoltare e a far sentire la nostra voce contro la violenza e la guerra, è una nostra responsabilità come cittadini attivi.

Grazie a chi  ha partecipato ma soprattutto a chi è intervenuto e ci ha permesso di fare un passo in più per conquistare consapevolezza.

Per chi fosse interessato ad approfondire il tema trovate la tabella con i titoli e i link ai vari articoli selezionati nel corso delle ultime settimane. I cartacei, indicati con un asterisco, sono disponibili in consultazione presso il Forum

– Incontro pubblico del /2014 –

L’incontro di ieri ha fornito a tutti validi elementi per riflettere su quanto sta accadendo nel Vicino e Medio Oriente. Realtà solo all’apparenza lontane, le cui vicende però influenzano profondamente le vite di tutti, come abbiamo potuto ascoltare dalle voci degli ospiti intervenuti. Non lasciamo che quanto è stato detto e quanto sta accadendo passi sotto silenzio. Continuiamo ad ascoltare e a far sentire la nostra voce contro la violenza e la guerra, è una nostra responsabilità come cittadini attivi.

Grazie a chi  ha partecipato ma soprattutto a chi è intervenuto e ci ha permesso di fare un passo in più per conquistare consapevolezza.

Per chi fosse interessato ad approfondire il tema trovate la tabella con i titoli e i link per accedere a diversi articoli che abbiamo selezionato nel corso delle ultime settimane. I cartacei, indicati con un asterisco, sono disponibili in consultazione presso il Forum per la Pace e i Diritti Umani, Galleria Garbari 12, Trento – 0461 213176

Data di pubb. Titolo articolo Autore Fonte Tag-paesi Link
/2014 In fuga verso l’Europa Wolfang Bauer Internazionale n.1056 / Die Zeit Magazin Siria – Egitto – Italia *
/2014 La fine dell’Iraq Myriam Benraad Internazionale n.1056 / Le Monde Iraq *
/2014 Oltre 60.000 nuovi profughi. Le barricate di Baghdad
contro l’ISIL
Redazione Nenanews Iraq – Siria http://bit.ly/1n2X3H3
/2014 Il califfo detta legge, Baghdad resta al palo Chiara Cruciati Il Manifesto Iraq http://bit.ly/1AyDUGZ
/2014 Il dramma del milione di feriti Federica Iezzi Nenanews Siria http://bit.ly/1nTGQtC
/2014 Il dovere della speranza David Grossman La Repubblica Israele – Palestina *
/2014 Israele non vuole la pace Gideon Levy Nenanews / Ha’aretz Israele – Palestina http://bit.ly/1tsR3iZ
/2014 La guerra per l’acqua John Vidal Internazionale n. 1059 / The Guardian Iraq – Siria *
/2014 Non ci saranno vincitori né sicurezza soltanto più dolore
e diffidenza
Desmond Tutu La Repubblica Israele – Palestina *
/2014 Siria, si combatte per le risorse idriche.
Anche i bambini fanno chilometri per portare acqua in casa
Chiara Nardinocchi La Repubblica Siria http://bit.ly/1tsx1VQ
/2014 Lode all’impotenza Christian Raimo Minima&Moralia Israele – Palestina http://bit.ly/1nTEpYi
/2014 Il castigo perenne Eduardo Galeano Il Manifesto Israele – Palestina http://bit.ly/UbEj0S
/2014 Iraq, dove ha sbagliato l’Occidente Carla Reschia La Stampa Iraq http://bit.ly/1uGSJad
/2014 Il più grande di loro aveva 11 anni Andrea Bernardi Unimondo Israele – Palestina http://bit.ly/1k7mR9U
/2014 Obbedienza Cieca Gideon Levy Internazionale n.1060 / Ha’aretz Israele *
/2014 La notte di Gaza Amira Hass Internazionale n.1060 / Ha’aretz Israele – Palestina *
/2014 Un conflitto che nessuno può vincere Peter Beaumont Internazionale n.1060 / The Observer Israele – Palestina *
/2014 La Libia sotto scacco chiede l’intervento internazionale Francesca La Bella Nenanews Libia http://bit.ly/1pFp1u9
/2014 Lettera aperta di condoglianze alla famiglia di Mohammed Abu
Khdeir e al popolo palestinese
AA.VV Comune.info / Haokets (orig.10/07) Israele – Palestina http://bit.ly/1tz2G55
/2014 La disfatta morale di Israele ci perseguiterà per anni Amira Hass Nenanews / Ha’aretz Israele – Palestina http://bit.ly/UBdOm0
/2014 Fragole o sangue? Gideon Levy Internazionale Israele – Palestina http://bit.ly/1rG6iSC
/2014 Solidarietà alla Palestina, 98 premi Nobel, artisti e intellettuali
chiedono un immediato embargo militare ad Israele
Appello Internazionale Il Manifesto Israele – Palestina http://bit.ly/1oiRRDP
/2014 Le narrazioni tossiche su Gaza Richard Falk Il Manifesto Israele – Palestina http://bit.ly/1rFGBk3
/2014 In Siria si continua a morire Matteo Garavoglia Il Post Internazionale Siria http://bit.ly/1tFaX7B
/2014 C’è del metodo in questa follia Amira Hass Internazionale Israele – Palestina http://bit.ly/1k7mR9U
/2014 In Siria la guerra dimenticata, 170.000 morti in tre anni Lorenzo Trombetta Ansamed Siria http://bit.ly/1s43j6B
/2014 La retorica degli scudi umani Nicola Perugini e Neve Gordon Internazionale n.1061 / Al Jazzeera Israele – Palestina *
/2014 L’indifferenza di Israele Gideon Levy Internazionale Israele – Palestina http://bit.ly/1xyOcTb
/2014 Perché ignoriamo la Siria e siamo ossessionati da Gaza? Jeffrey Goldberg Linkiesta / The Atlantic Siria – Palestina http://bit.ly/1rVoRlO
/2014 L’islam asiatico rigetta il califfato in Iraq e Siria Redazione Vatican insider – La Stampa Iraq – Siria http://bit.ly/1lWpPJL
/2014 La fatica di essere ebreo e difendere il popolo palestinese Stefano Sarfati Nahmad Il Manifesto Israele – Palestina http://bit.ly/X2QO0G
/2014 Moschee rase al suolo e cristiani in fuga.
E Maliki non molla l’osso
Redazione Nenanews Iraq http://bit.ly/1uGVPuR
/2014 I profughi di Khazer Zuhair Al Jezairy Internazionale Iraq http://bit.ly/1pqfFVC
/2014 Morsi dal carcere: difende la “resistenza palestinese” Giuseppe Acconcia Il Manifesto Egitto – Palestina http://bit.ly/WMZZ5E
/2014 Alla famiglia della millesima vittima del massacro
genocida israeliano a Gaza
Ilan Pappe Nenanews / the Electronic Intifada Israele – Palestina http://bit.ly/1zv24AV
/2014 La notte più lunga Michele Giorgio Il Manifesto Israele – Palestina http://bit.ly/1n2XYY3
/2014 L’offensiva contro la Striscia e la questione dei prigionieri Chiara Cruciati Nenanews / Il Manifesto Israele – Palestina http://bit.ly/1qmFlS9
/2014 Libia fuori controllo. L’Italia: serve l’ONU Guido Ruotolo La Stampa Libia http://bit.ly/1oKZvHn

L’appello dei riservisti israeliani

Siamo stati soldati all’interno dell’esercito israeliano e abbiamo servito in una grande varietà di unità e posizioni, cosa di cui adesso ci pentiamo. Durante il nostro servizio, infatti, abbiamo scoperto che non sono solamente le truppe che operano nei territori occupati a perpetrare il meccanismo che controlla le vite dei palestinesi, in verità è l’intero esercito a essere coinvolto. È per questo che ci rifiutiamo ora di partecipare come riservisti al conflitto e sosteniamo tutti coloro che rifiutano di servire in questa istituzione.

L’esercito israeliano è una parte fondamentale della vita di ogni israeliano ed è anche la potenza che domina sui palestinesi che vivono nei territori che sono stati occupati nel 1967. Da quando l’esercito esiste nella sua forma attuale, il suo linguaggio e la sua mentalità ci controllano: il bene e il male sono individuati attraverso le sue categorie, ed è questa istituzione l’autorità che decide chi vale più e chi meno all’interno della società; chi è più responsabile per l’occupazione, chi è autorizzato a esprimere la propria opposizione alle forze armate e chi non lo è e in che modo sono autorizzati a farlo. L’esercito ha un ruolo centrale in ogni azione, piano o proposta che venga discussa a livello nazionale, e questo spiega perché non ci sia alcuna vera proposta per risolvere in maniera non militare il conflitto nel quale Israele e i suoi vicini sono rimasti incastrati.

*Traduzione a cura di Bianca Tosi. L’appello originale è stato pubblicato in ebraico sul sito e in inglese in un articolo di Yael Even Or pubblicato sul Washington Post.

Siamo stati soldati all’interno dell’esercito israeliano e abbiamo servito in una grande varietà di unità e posizioni, cosa di cui adesso ci pentiamo. Durante il nostro servizio, infatti, abbiamo scoperto che non sono solamente le truppe che operano nei territori occupati a perpetrare il meccanismo che controlla le vite dei palestinesi, in verità è l’intero esercito a essere coinvolto. È per questo che ci rifiutiamo ora di partecipare come riservisti al conflitto e sosteniamo tutti coloro che rifiutano di servire in questa istituzione.

L’esercito israeliano è una parte fondamentale della vita di ogni israeliano ed è anche la potenza che domina sui palestinesi che vivono nei territori che sono stati occupati nel 1967. Da quando l’esercito esiste nella sua forma attuale, il suo linguaggio e la sua mentalità ci controllano: il bene e il male sono individuati attraverso le sue categorie, ed è questa istituzione l’autorità che decide chi vale più e chi meno all’interno della società; chi è più responsabile per l’occupazione, chi è autorizzato a esprimere la propria opposizione alle forze armate e chi non lo è e in che modo sono autorizzati a farlo. L’esercito ha un ruolo centrale in ogni azione, piano o proposta che venga discussa a livello nazionale, e questo spiega perché non ci sia alcuna vera proposta per risolvere in maniera non militare il conflitto nel quale Israele e i suoi vicini sono rimasti incastrati.

Ai palestinesi che risiedono in Cisgiordania e sulla striscia di Gaza vengono negati i diritti civili e i diritti umani. Sono soggetti a un sistema legislativo diverso da quello dei loro vicini ebrei. La responsabilità di queste condizioni non è esclusivamente dei soldati che operano in quel territorio e non sono solo quelle le truppe che dovrebbero opporsi. Molti di noi hanno operato in ruoli logistici e burocratici di supporto, ed è lì che abbiamo scoperto che è l’intero esercito a perpetrare l’oppressione dei palestinesi.
Molti soldati che esercitano il proprio ruolo lontano dai combattimenti non vogliono rifiutarsi di servire nell’esercito perché credono che le loro azioni, spesso banali e di routine, non abbiano a che fare con i risultati violenti che hanno luogo altrove. Le azioni che non sono banali, come per esempio le decisioni che riguardano la vita e la morte dei palestinesi, vengono prese in uffici lontani dalla Cisgiordania, sono secretati, ed è quindi difficile dibatterne pubblicamente. Sfortunatamente non abbiamo sempre rifiutato di adempire ai compiti che ci venivano assegnati, e in questo modo anche noi abbiamo contribuito alle azioni violente dell’esercito.

Mentre prestavamo servizio nell’esercito abbiamo assistito (e preso parte) ai comportamenti discriminatori che vi hanno luogo: la discriminazione strutturale verso le donne, che ha inizio con la selezione iniziale e l’assegnazione dei ruoli; le molestie sessuali, per alcuni di noi una realtà quotidiana; i centri d’accoglienza per gli immigrati che fanno affidamento su un’assistenza militare uniformata. Alcuni di noi hanno visto direttamente come la burocrazia indirizzi gli studenti di materie tecniche verso ruoli tecnici senza dar loro l’opportunità di occupare posizioni diverse. Inoltre, mentre l’esercito sostiene di integrare e mescolare le diverse etnie, durante i corsi di addestramento venivamo messi assieme a chi parlava come noi e ci assomigliava.

L’esercito si dipinge come un istituzione che rende possibile la mobilità sociale, un trampolino di lancio nella società israeliana, ma in realtà porta avanti la segregazione. Crediamo non sia casuale che coloro che provengono da famiglie con un reddito medio-alto si aggiudichino posizioni in unità d’élite di intelligence e da lì spesso arrivino a lavorare in aziende che si occupano di tecnologia e che offrono stipendi molto alti. Crediamo non sia casuale che i soldati appartenenti a unità che si occupano della manutenzione delle armi da fuoco o di rifornimento e approvvigionamento, quando lasciano l’esercito, spinti spesso dal bisogno di mantenere la propria famiglia, vengano chiamati disertori. L’esercito osanna la figura del “bravo israeliano”, che in realtà ottiene il suo potere soggiogando gli altri. Il ruolo centrale dell’esercito nella società israeliana e questa immagine ideale che va a creare contribuiscono insieme a cancellare le culture e le battaglie di mizrahi, etiopi, palestinesi, russi, drusi, ultra-ortodossi, beduini e delle donne.

Abbiamo tutti partecipato in qualche modo a questa ideologia e al gioco del “bravo israeliano”, che fedelmente serve l’esercito. Nella maggior parte dei casi, aver fatto parte dell’esercito ci ha effettivamente permesso di avanzare le nostre posizioni nelle università e sul mercato del lavoro. Abbiamo ottenuto contatti importanti e goduto del caldo abbraccio del consenso degli israeliani. Ma per le ragioni finora elencate, il costo è stato troppo alto. Non ne è valsa la pena.
Per legge alcuni di noi sono ancora registrati come riservisti (altri sono riusciti ad ottenere un esonero o gli è stato concesso in seguito al congedo): l’esercito conosce i nostri nomi e le nostre generalità e ha il diritto legale di ordinarci di tornare a “servire”. Ma noi non parteciperemo in nessun modo.
Sono molte le ragioni per le quali ci si rifiuta di servire nell’esercito israeliano. Anche noi proveniamo da ambienti diversi e abbiamo motivazioni differenti per scrivere questa lettera. Tuttavia sosteniamo in ogni caso chi si oppone alla coscrizione: gli studenti delle superiori che hanno scritto una lettera di rifiuto della leva, gli ultra-ortodossi che protestano contro la nuova legge di coscrizione, i drusi che si sono rifiutati di prendere parte all’esercito, e tutti quelli cui la propria coscienza, situazione personale o situazione finanziaria impedisce di servire nelle forze armate. Queste persone sono obbligate a pagare dietro la facciata di un dibattito sull’uguaglianza. Ne abbiamo abbastanza.

*Traduzione a cura di Bianca Tosi. L’appello originale è stato pubblicato in ebraico sul sito e in inglese in un articolo di Yael Even Or pubblicato sul Washington Post.

 Queste le firme che accompagnano l’appello:
Yael Even Or
Efrat Even Tzur
Tal Aberman
Klil Agassi
Ofri Ilany
Eran Efrati
Dalit Baum
Roi Basha
Liat Bolzman
Lior Ben-Eliahu
Peleg Bar-Sapir
Moran Barir
Yotam Gidron
Maya Guttman
Gal Gvili
Namer Golan
Nirith Ben Horin
Uri Gordon
Yonatan N. Gez
Bosmat Gal
Or Glicklich
Erez Garnai
Diana Dolev
Sharon Dolev
Ariel Handel
Shira Hertzanu
Erez Wohl
Imri Havivi
Gal Chen
Shir Cohen
Gal Katz
Menachem Livne
Amir Livne Bar-on
Gilad Liberman
Dafna Lichtman
Yael Meiry
Amit Meyer
Maya Michaeli
Orian Michaeli
Shira Makin
Chen Misgav
Naama Nagar
Inbal Sinai
Kela Sappir
Shachaf Polakow
Avner Fitterman
Tom Pessah
Nadav Frankovitz
Tamar Kedem
Amnon Keren
Eyal Rozenberg
Guy Ron-Gilboa
Noa Shauer
Avi Shavit
Jen Shuka
Chen Tamir

Obbedienza cieca

– Gideon Levy –

Tra i soldati delle forze armate israeliane sono i più eloquenti, educati, intelligenti e istruiti. Durante il servizio militare studiano nelle migliori università. Provengono dalle migliori famiglie e dalle migliori scuole superiori. Negli anni di addestramento imparano le tecniche di volo, l’elettronica, le strategie di combattimento. Sono la meglio gioventù di Israele, destinata a fare grandi cose. Ma oggi i piloti israeliani commettono le azioni più crudeli che si possano immaginare.


Comodamente seduti nelle loro cabine, armeggiano con pulsanti e leve. E’ un gioco di guerra. Dall’alto decidono chi vince e chi muore.

*Gideon Levy è un columnist del quotidiano israeliano Ha’aretz

Articolo tradotto da Andrea Sparacino e pubblicato su Internazionale n. 1060

– Gideon Levy *

Per un pilota israeliano la più grande dimostrazione di coraggio è rifiutarsi di uccidere dei civili.

Tra i soldati delle forze armate israeliane sono i più eloquenti, educati, intelligenti e istruiti. Durante il servizio militare studiano nelle migliori università. Provengono dalle migliori famiglie e dalle migliori scuole superiori. Negli anni di addestramento imparano le tecniche di volo, l’elettronica, le strategie di combattimento. Sono la meglio gioventù di Israele, destinata a fare grandi cose. Ma oggi i piloti israeliani commettono le azioni più crudeli che si possano immaginare.

Comodamente seduti nelle loro cabine, armeggiano con pulsanti e leve. E’ un gioco di guerra. Dall’alto decidono chi vince e chi muore. Osservano piccoli puntini neri che corrono in preda al panico e scappano per sopravvivere. Alcuni, sui tetti delle case, agitano le mani, sconvolti dal terrore. La freccia nera punta il bersaglio. Un attimo dopo si alza del fumo nero. I piloti israeliani non sono mai stati attaccati da un aereo nemico. Ai tempi dell’ultima battaglia aerea sostenuta dall’aviazione israeliana, non erano ancora nati. E non hanno mai visto da vicino le loro vittime.

Sono gli eroi di Israele, quelli che avranno successo nella vita. Sposeranno le ragazze più belle. Vivranno in un grazioso insediamento. Diventeranno capitani degli aerei El Al, imprenditori, professionisti. Voteranno per politici di centro, come Yair Lapid, e per partiti di sinistra, come il Meretz. Insegneranno ai figli come diventare cittadini modello. Dimenticheranno in fretta cos’hanno fatto durante il servizio militare. Ma in fondo hanno ben poco da dimenticare. Dalla cabina di un F-16 non si vede quasi niente. Non sono poliziotti di frontiera che rincorrono i bambini nei vicoli e poi li picchiano. Non fanno parte della brigata di fanteria Golani, che fa irruzione nelle case dei palestinesi in piena notte. Non sorvegliano i checkpoint. Non usano un linguaggio scurrile e non umiliano l’avversario. Sono educati. Sono i piloti dell’esercito più virtuoso del mondo.

Ma mentre scrivo hanno già ucciso duecento persone e ne hanno ferite più di un migliaio. La maggior parte erano civili. Pochi giorni fa hanno ucciso una ventina di persone della famiglia Al Batash. Il loro bersaglio era il capo della polizia di Gaza, Taysir al Batash. L’attacco ha causato 21 morti, tra cui sei bambini e quattro donne. Un’intera famiglia spazzata via.

Certo, la colpa non è (solo) dei piloti. Loro eseguono gli ordini. Spingono il pulsante giusto al momento giusto. Ma lo fanno con un automatismo e una cecità che fa venire i brividi. Sono davvero convinti che eseguendo mille operazioni e sganciando mille tonnellate di bombe sulla Striscia di Gaza stiano solo facendo il loro dovere?

Per quanto ne sappiamo, finora nessuno di loro si è ancora “ribellato”. Nel 2003 27 piloti non eseguirono gli ordini. Fecero qualcosa di più coraggioso: in una lettera scrissero che si rifiutavano di partecipare a operazioni che mettessero in pericolo i civili. Stavolta non è successo niente di simile.

Non c’è stato nessun Yonatan Shapira e nessun Iftach Spector (due dei firmatari della lettera). Nessuno si è chiesto se è davvero questo il modo giusto di andare avanti. Nessuno si è rifiutato di far parte di uno squadrone della morte.

*Gideon Levy è un columnist del quotidiano israeliano Ha’aretz

Articolo tradotto da Andrea Sparacino e pubblicato su Internazionale n. 1060