This is my land: insegnare storia in Palestina e in Israele

di Francesca Correr

Come la storia e il suo insegnamento nelle scuole possono edificare il presente e il futuro?
E come possono modellare le identità dei cittadini?
Da queste due domande prende spunto This is my land, un film documentario di Tamara Erde, regista israeliana che vive in Francia e che attraverso mezzi audiovisivi si occupa del conflitto israelo-palestinese sotto vari aspetti.
Questa volta la chiave di lettura prescelta è quella dell’insegnamento della storia nelle scuole di Israele e Palestina; l’idea nasce dall’esperienza personale dell’autrice, che all’inizio del film racconta di come durante gli anni della scuola non si fosse mai posta delle domande su come le venisse insegnata la storia nazionale o su come venisse diversamente raccontata in una classe palestinese.
Così dietro l’occhio della videocamera la regista diviene osservatrice privilegiata di alcune lezioni di storia contemporanea durante un anno scolastico in sei diverse scuole, da quella di Talmud di un insediamento israeliano della West Bank alla scuola palestinese di un campo profughi di Ramallah, passando per una scuola privata mista, con studenti e docenti palestinesi e israeliani.
La videocamera riprende le dinamiche pedagogiche e dialettiche delle lezioni di storia e conduce lo spettatore, e gli stessi docenti intervistati, a una riflessione complessa sul valore della storia nel plasmare le identità dei giovani e il loro posto nel mondo (in questo caso un mondo di conflitto quotidiano).
Vediamo così la costruzione di diverse, in genere opposte, interpretazioni delle date fondamentali della storia contemporanea dell’area e di tematiche quali l’occupazione delle terre e la loro rivendicazione. Sono tasselli di storia costitutivi del presente e allo stesso tempo elementi sui quali si incardina l’immaginario del futuro: i libri di testo mettono per iscritto questa distanza tra due storie diverse, parallele e conflittuali.
Così i bambini sono già attori del conflitto, per averlo vissuto sulla propria pelle in situazioni disperate o anche solo per vestirne la dialettica e la retorica pervasiva: le narrative dell’“altro”, che sia israeliano o palestinese, lo modellano come incarnazione di una politica di oppressione e violenza, come il pericolo alla porta di casa. Le identità, incarnate già nei più giovani, non possono che strutturarsi per opposizione, per incompatibilità.
Fa riflettere amaramente l’unica scena girata dalla regista fuori dai confini israelo-palestinesi; seguiamo una classe in visita al campo di concentramento austriaco di Mathausen – Gusen, bandiere israeliane in mano. Un ragazzo fuori dai cancelli parla dell’esperienza della visita al campo e dice di sentirsi molto più israeliano; capisce di doversi impegnare attivamente per la difesa del territorio contro i nemici che lo minacciano.
L’interpretazione della tragedia nazista sottolinea un uso della memoria che riproduce costantemente il dramma dello sterminio, senza però applicarlo in chiave plurale a tutti gli stermini, a tutte le ingiustizie. Un altro tassello verso un’identità chiusa, come fosse monolitica.
Il film mostra criticità e conflittualità ben lontane dal trovare una via di risoluzione pacifica: l’ottica adottata non è certo speranzosa ma propone una riflessione necessaria.

Alle tematiche trattate dal lavoro della Erde possiamo associare un progetto virtuoso che, riflettendo appunto sulla costruzione della storia in modo unilaterale e per opposizione, propone un dialogo tra le diverse interpretazioni degli eventi. Il progetto viene concretizzato in un libro dal titolo La storia dell’altro (2003), un esperimento didattico di un gruppo di insegnati israeliani e palestinesi. Il testo propone un percorso parallelo attraverso il quale si snodano le due storie, quella israeliana e quella palestinese: le due versioni degli eventi corrono ai margini delle pagine, al centro uno spazio bianco dove scrivere note, comparazioni.
Sono individuate alcune date chiave nella loro distinta trattazione, come quella della dichiarazione di Balfour (1917), della nascita dello Stato di Israele (1948) o della Guerra dei Sei Giorni (1967).
L’intento è coraggioso e realistico: non si cerca di scrivere una versione comune della storia passata, non condivisa, ma si accetta di leggere anche quella dell’altro, ci si accosta alla memoria storica e agli immaginari collettivi diversi. Si inizia a percepire con cosa cresce l’altro, con quali discorsi, quali interpretazioni e quali costruzioni del sé.
Ecco che si inizia a tracciare per lo meno la possibilità di una storia plurale; che non incida certezze ma coltivi un terreno di dubbi, domande e volontà di comprensione.

This is my land, Tamara Erde
Francia/Israele, 2014. 90’
Il trailer: http://www.tamaraerde.com/films/this-is-my-land/

La storia dell’altro. Israeliani e palestinesi, Peace Research Institute in the Middle East.
Pubblicato in Italia da Edizioni Una Città.

“Furbetti” afgani sull’Isonzo

-di Emanuele Giordana – 


Erano stipati come polli di batteria in una vecchia concessionaria di auto di Gorizia gli oltre un cento di migranti afgani e pachistani che sono stati trasferiti con un blitz ieri mattina alla volta di Milano, dove la prefettura avrebbe trovato un rimedio forse più consono per gente in fuga dalla guerra.

Se qualcosa si è mosso in queste ore nella rimessa che abbiamo visitato alla viglia del blitz (gli afgani erano lì dal 23 ottobre dopo mesi di un’emergenza che li ha visti accampati prima in una tendopoli e ancor prima lungo l’Isonzo) il merito è forse della Caritas locale e del prefetto di Gorizia. Quest’ultimo infatti ha pensato bene di uscirsene con una di quelle frasi che hanno ormai una lunga tradizione nel nostro Paese: «Questi non son profughi – ha detto Vittorio Zappalorto rappresentante di Alfano nella città friulana – sono semplicemente furbi. E la commissione territoriale per richiedenti protezione internazionale dovrebbe capire una volta per tutte il gioco che stanno facendo. Eviterebbe anche di far spendere un sacco di soldi».

Articolo tratto dal blog Great Game
La foto è di Monika Bulaj

-di Emanuele Giordana – 

Erano stipati come polli di batteria in una vecchia concessionaria di auto di Gorizia gli oltre un cento di migranti afgani e pachistani che sono stati trasferiti con un blitz ieri mattina alla volta di Milano, dove la prefettura avrebbe trovato un rimedio forse più consono per gente in fuga dalla guerra.

 
Se qualcosa si è mosso in queste ore nella rimessa che abbiamo visitato alla viglia del blitz (gli afgani erano lì dal 23 ottobre dopo mesi di un’emergenza che li ha visti accampati prima in una tendopoli e ancor prima lungo l’Isonzo) il merito è forse della Caritas locale e del prefetto di Gorizia. Quest’ultimo infatti ha pensato bene di uscirsene con una di quelle frasi che hanno ormai una lunga tradizione nel nostro Paese: «Questi non son profughi – ha detto Vittorio Zappalorto rappresentante di Alfano nella città friulana – sono semplicemente furbi. E la commissione territoriale per richiedenti protezione internazionale dovrebbe capire una volta per tutte il gioco che stanno facendo. Eviterebbe anche di far spendere un sacco di soldi».
 

La reazione è commisurata alla leggerezza del rappresentante dello Stato. La responsabile del Centro italiani rifugiati, che sulla rimessa dormitorio ha in

viato un dossier a Roma, si fa sentire. L’Alto commissarito dell’Onu prepara una missione, le associazioni si muovono con Tenda per la pace e i diritti che chiama i giornalisti e avvisa Human Rights Watch. Ma laCaritas, anche per il peso che ha nella regione, riesce a bucare il silenzio che circonda la scomoda presenza dei “furbi” che, a detta del prefetto, sarebbero stranieri che provengono da altri Paesi Ue «…dotati di carte di credito che la maggior parte della gente si sogna…. si spostano in aereo, atterrano a Venezia e poi vengono a Gorizia a mettersi in fila per il rilascio dell’asilo politico». Don Paolo Zuttion, direttore della Caritasdiocesana, risponde al prefetto dalle colonne de “Il Piccolo”: «Un furbetto non viene a bere acqua nell’Isonzo»: un’ironia che nasconde la preoccupazione che frasi del genere possano «vanificare il lavoro della Caritas e dei tanti volontari che stanno mettendo a disp
 osizione il loro tempo libero per aiutare i migranti e dar loro un riparo». In effetti a occuparsi dei furbetti con carta di credito che vivono nell’autorimessa ci sono tre giovani universitari che si sono improvvisati volontari. Non li vediamo quando raggiungiamo l’ex garage ma in compenso arriva un signore in automobile che scarica vestiti puliti. E’ la reazione civile alle analisi di Zappalorto.
Il capannone è nella zona commerciale periferica della città: uno stanzone forse di 200 metri quadri dove stanno stipati in oltre cento, forse centoventi. Non c’è una finestra e per far uscire il forte odore si tengono le porte spalancate. Per fortuna, visto che all’interno non c’è nemmeno un estintore (dalle placche alle pareti si capisce che ce n’erano almeno cinque quando da salvaguardare erano le automobili). Fuori ce ne sono due ma nessuno ha spiegato come utilizzarli. Nell’ex autorimessa, che il proprietario affitta adesso alla prefettura per alloggiare i migranti, di bagni ce n’è uno solo accanto a una catasta di materassi e lenzuola sporche perché evidentemente la pensione non prevede il cambio. Fuori sette cessi ecologici ma due son rotti. Sulla fila di brandine attaccate l’una all’altra, le facce smagrite di pashtun dell’Est afgano, di gente delle aree tribali pachistane, di un paio di curdi. Hanno una sola coperta sotto alcuni generatori di calore che scaldano poco ma, per fortuna, il tempo è clemente. Nessuno di loro emette una sola nota di protesta: «Vengo da un Paese povero ma da noi non si vive in queste condizioni – azzarda uno di loro che subito si corregge – però certo qui è meglio che nel bosco». Un altro si affretta a chiarire: «Scriva che i soldi spesi per noi non ci arrivano direttamente in tasca. La gente di Gorizia pensa che abbiamo casa e denaro dal governo ma non è così. Non siamo venuti per approfittarci degli italiani». Un’eco alle parole del prefetto. 
Parlano volentieri, ci offrono il tè, non si offendono se la macchina fotografica indaga, con la nostra penna, le loro sofferenze. Uno di loro è un ex militare nella zona di Torkham, al passo di Khyber: «I talebani volevano che io riferissi ogni giorno su quel che avveniva alla frontiera. Se ti rifiuti, mi hanno detto, è meglio che te ne vai o ci lasci la vita. Ecco perché son qui». Un altro ammette, viene da Londra dove viveva da clandestino: «Perché me ne sono andato dall’Afghanistan? Se sei stato in quel Paese sai perché. Vogliamo vivere in pace non ne possiamo più di questa guerra che non finisce mai». Un altro aggiunge: «Spiegalo ai tuoi lettori: in Afghanistan e in Pakistan c’è la guerra. Non è finita, siete solo voi che ve ne state andando». La guerra rimane. 

Articolo tratto dal blog di Emanuele Giordana Great Game
La foto è di Monika Bulaj