Serbia: una partita mai terminata

Serbia: una partita mai terminata

- di Michele Nardelli -

[...] Mentre scrivo queste considerazioni la televisione trasmette l'assurdo spettacolo di qualche centinaio di "tifosi" che sono venuti dalla Serbia fino a Genova per poter gridare il proprio odio contro tutti in nome di quel cortocircuito ideologico ed identitario per il quale "solo l'unità salverà i serbi". Sono gli stessi che sabato scorso a Belgrado hanno cercato di impedire il Gay Pride. Sono gli stessi giovani nazionalisti che potete trovare ogni anno a Guca, nella Serbia profonda, dove la festa degli ottoni si trasforma nella sagra del rancore. Sono i figli di quelle stesse tifoserie che all'inizio degli anni '90 vennero reclutati nei corpi paramilitari per le operazioni più sporche di pulizia etnica.

Serbia: una partita mai terminata

- di Michele Nardelli -

[...] Mentre scrivo queste considerazioni la televisione trasmette l'assurdo spettacolo di qualche centinaio di "tifosi" che sono venuti dalla Serbia fino a Genova per poter gridare il proprio odio contro tutti in nome di quel cortocircuito ideologico ed identitario per il quale "solo l'unità salverà i serbi". Sono gli stessi che sabato scorso a Belgrado hanno cercato di impedire il Gay Pride. Sono gli stessi giovani nazionalisti che potete trovare ogni anno a Guca, nella Serbia profonda, dove la festa degli ottoni si trasforma nella sagra del rancore. Sono i figli di quelle stesse tifoserie che all'inizio degli anni '90 vennero reclutati nei corpi paramilitari per le operazioni più sporche di pulizia etnica.

Carne da macello per interessi ben più prosaici del nazionalismo in cui credono, fatto di traffici, droga, affari. Ma questo è un altro discorso. L'effetto concreto, oltre alla probabile perdita della partita a tavolino che escluderà la Serbia dal campionato europeo di calcio, è quello di isolare ancor più questo paese nel contesto internazionale. Ma è esattamente quel che vogliono, o che qualcuno vuole nella dura dialettica politica di quel paese. Nella solitudine c'è l'oblio, nella sconfitta il martirio, nella non elaborazione della storia l'incubo dal quale non si vuole uscire. Conosco troppo bene queste anime perse per non coglierne la banale pericolosità. Proprio oggi ero al telefono con il mio amico Jovan Teokarevic di Belgrado, persona colta, intelligente e ironica. E' l'animatore del Centro per l'integrazione europea di Belgrado: chissà che cosa avrà pensato questa sera di quel triste spettacolo a cui ogni serbo verrà suo malgrado associato. E del suo lavoro per l'integrazione europea. Accadde così anche nel 1989 e negli anni successivi, di fronte a personaggi da baraccone che ben interpretavano la moderna barbarie e che divennero di lì a breve i tragici protagonisti di un decennio che si era aperto con la caduta del muro e finì fra i bombardamenti della Nato sul cuore dell'Europa.

Immagino l'amaro sorriso di Jovan, insieme al senso di disprezzo e di impotenza. Tranquillo Jovan, quel che è accaduto ieri sera allo stadio di Genova non è poi tanto diverso da quel che cova dietro all'imbarbarimento di casa nostra, dove la banalità del male pervade ormai ampi segmenti della nostra vita, pubblica e privata. Non diversa dal vento che spira in Europa e che dobbiamo saper vedere in tutta la sua pericolosità. Non è gridando un inno nazionale più forte che ne veniamo a capo. Pensate se ieri a Genova, in risposta al nazionalismo e all'idiozia, la risposta fosse stata l'inno alla gioia.

 

fonte: Riflessioni tratte dal blog di Michele Nardelli - Presidente del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani.

E' possibile leggere una selezione di articoli su " Calcio e violenza nei Balcani" pubblicati sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso il 13 ottobre 2010.