IRAQ – Haider al Abadi riceve l’incarico di formare un governo

Internazionale

Il presidente della repubblica irachena Fuad Masum ha dato al vicepresidente del parlamento Haider al Abadi l’incarico di formare un nuovo governo.

La nomina di Al Abadi sembra indicare che il partito sciita Dawa e i suoi alleati hanno finito per cedere alle pressioni per mettere da parte l’attuale primo ministro Nuri al Maliki, anche lui esponente della maggioranza sciita e del partito Dawa, che aveva vinto le elezioni del 30 aprile senza però ottenere la maggioranza dei seggi.

Internazionale online

Internazionale
Il presidente della repubblica irachena Fuad Masum ha dato al vicepresidente del parlamento Haider al Abadi l’incarico di formare un nuovo governo.

La nomina di Al Abadi sembra indicare che il partito sciita Dawa e i suoi alleati hanno finito per cedere alle pressioni per mettere da parte l’attuale primo ministro Nuri al Maliki, anche lui esponente della maggioranza sciita e del partito Dawa, che aveva vinto le elezioni del 30 aprile senza però ottenere la maggioranza dei seggi.

Al Maliki, al governo dal 2006, è stato accusato dagli Stati Uniti di aver portato avanti una politica settaria che ha favorito gli sciiti (che costituiscono circa il 60 per cento della popolazione) ai danni delle minoranze sunnita e curda, contribuendo a innescare una rivolta sunnita nell’ovest del paese nel 2013 e l’offensiva dei jihadisti sunniti dello Stato islamico, che con l’aiuto di ex militari dell’esercito di Saddam Hussein hanno preso il controllo di gran parte del nordovest dell’Iraq.

Gli Stati Uniti avevano posto la formazione di un governo più “inclusivo” come condizione per l’aiuto militare contro l’offensiva dello Stato islamico, che sta ormai minacciando la capitale Baghdad e il territorio della regione autonoma del Kurdistan. L’8 agosto l’aviazione statunitense ha cominciato a bombardare le postazioni dei jihadisti e l’11 agosto Washington ha annunciato di aver cominciato a fornire armi alle milizie curde che negli ultimi giorni erano state costrette alla ritirata dallo Stato islamico.

Subito dopo il conferimento dell’incarico ad Al Abadi il responsabile del Dipartimento di stato americano per l’Iraq e l’Iran Brett McGurk è stato il primo a esprimere le sue congratulazioni con un tweet:

Al Maliki ha tentato fino all’ultimo di restare al potere. Nelle ultime ore si era diffusa la voce che la corte federale aveva imposto a Masum di conferire un terzo mandato ad Al Maliki, poi smentita. Le milizie sciite alleate del premier erano state viste in alcuni punti chiave di Baghdad, facendo temere un possibile colpo di stato.

In passato Al Maliki è stato sostenuto dall’Iran, ma la nomina di Al Abadi potrebbe significare che Teheran ha deciso di ripiegare su un nuovo candidato di fronte al precipitare della situazione in Iraq.

L’emergenza continua. Intanto i peshmerga curdi hanno approfittato dell’appoggio dell’aviazione statunitense per riprendere il controllo di due città. Lo Stato islamico resta però in possesso dell’importante diga di Mosul sul fiume Tigri e avrebbe conquistato Jalawla, a 130 chilometri da Baghdad.

Migliaia di curdi di religione yazidica che nei giorni scorsi avevano evacuato la regione di Sinjar per sfuggire alla persecuzione dei jihadisti restano intrappolati sulle montagne circostanti, dove rischiano di morire di fame e di sete nonostante l’aviazione statunitense abbia cominciato a paracadutare scorte di acqua e cibo.

Internazionale online

L’avanzata dell’ISIL è il fallimento dello stato post-coloniale

 -Chiara Cruciati –
Roma, 9 agosto 2014, Nena News
Il Manifesto
Intervista all’analista Harith Hasan al-Qarawee: “L’Isil non minaccia solo Baghdad, non guida un’insurrezione contro un solo governo, ma intende cambiare la mappa regionale. Questo dovrebbe unire sunniti e sciiti, Iran, Turchia e Arabia Saudita, in uno sforzo comune”

In che contesto giunge l’offensiva jihadista e qual è il ruolo dei paesi del Golfo?

La ragione principale dell’avanzata dell’Isil è il tracollo dello Stato in Siria e in Iraq, lo Stato post coloniale che ha fallito nel creare società in cui tutte le comunità si sentano incluse, nel gestirle come una società unica e democratica. È anche il risultato di una competizione geopolitica tra gli assi guidati da Iran e Arabia Saudita che usano le identità settarie per la propria agenda politica. Tutta la regione, incluso l’Iraq, è stata soggetta a dinamiche di settarizzazione: le comunità hanno cominciato ad autodefinirsi in base all’appartenenza religiosa.

Chiara Cruciati –

Roma, 9 agosto 2014, Nena NewsIl Manifesto

Roma, 9 agosto 2014, Nena News – Cosa attende l’Iraq, in preda ad un grave settarismo interno e prigioniero delle conseguenze di otto anni di occupazione Usa? Ne abbiamo parlato con Harith Hasan al Qarawee, analista iracheno di Al Monitor e Jadaliyya.

In che contesto giunge l’offensiva jihadista e qual è il ruolo dei paesi del Golfo?

La ragione principale dell’avanzata dell’Isil è il tracollo dello Stato in Siria e in Iraq, lo Stato post coloniale che ha fallito nel creare società in cui tutte le comunità si sentano incluse, nel gestirle come una società unica e democratica. È anche il risultato di una competizione geopolitica tra gli assi guidati da Iran e Arabia Saudita che usano le identità settarie per la propria agenda politica. Tutta la regione, incluso l’Iraq, è stata soggetta a dinamiche di settarizzazione: le comunità hanno cominciato ad autodefinirsi in base all’appartenenza religiosa. Come conseguenza, gruppi come l’Isil sono cresciuti facendo leva sulla rabbia per la discriminazione subita dalle comunità sunnite, sulla debolezza degli Stati a causa delle guerre civili in corso e sui finanziamenti alle opposizioni siriane. Non possiamo dire che ufficialmente i paesi del Golfo sostengono tali gruppi, ma è noto che privati inviano denaro. Difficile stabilire una connessione ufficiale tra governi e gruppi, ma un legame ufficioso c’è.

Quali sono le radici della settarizzazione?

In Medio Oriente i governi usano politiche di esclusione per rafforzare il proprio potere. Esempio, il Bahrein: una minoranza sunnita governa una maggioranza sciita; o la Siria dove una minoranza alawita controlla la maggioranza sunnita. Prima le linee di demarcazione erano usate diversamente: nel regime di Saddam o quello di Assad esistevano elementi di esclusione settaria, ma non si basavano su ideologie religiose. Ovvero, le fondamenta delle istituzioni stavano nella creazione di strutture clientelari che portavano sì all’esclusione di determinate comunità dalla gestione del potere, ma non dalla vita politica o economica. Non era una discriminazione fondata su un’ideologia settaria: Saddam non governava l’Iraq come un regime sunnita.

La situazione è cambiata con la Repubblica Islamica in Iran che ha proposto una nuova relazione tra governo e religione. È cominciato un processo di “sciizzazione” che ha interessato tutta la regione: sempre più sciiti hanno cominciato a definirsi in base all’appartenenza religiosa. Per controbattere, paesi come l’Arabia Saudita hanno iniziato un processo di “sunnizzazione”, usando l’identità sunnita per arginare certi settori sociali e l’influenza che su di loro aveva l’Iran. La settarizzazione del Medio Oriente è un prodotto sia dell’esclusione sociale interna che della competizione politica regionale.

Che tipo di sviluppi prevede in Iraq e nella regione nei prossimi mesi?

Due sono gli scenari. Il primo è pessimistico: le alleanze politiche falliscono, la divisione si radica e Maliki non lascia la poltrona ad una figura più rappresentativa. Se non si giunge ad un contratto politico che spinga i sunniti a combattere l’Isil, i jihadisti mobiliteranno sempre più adepti. Lo scenario ottimista è che le forze politiche trovino un accordo affidando il governo ad una figura che avvii una reale negoziazione con le comunità sunnite. L’Isil non minaccia solo Baghdad, non guida un’insurrezione contro un solo governo, ma intende cambiare la mappa regionale. Questo dovrebbe unire sunniti e sciiti, Iran, Turchia e Arabia Saudita, in uno sforzo comune.

In che modo l’occupazione statunitense ha radicato tali settarismi?

L’occupazione Usa aveva una visione semplicistica dell’Iraq: una società composta da tre comunità, sciiti sunniti e curdi. Hanno costruito il sistema statale su questa formula incrementando il sentimento settario, invece che annullarlo, per crearsi alleati e garantirsi egemonia. L’occupazione ha anche giocato un ruolo nell’equilibrio dei poteri: per la prima volta dal 1921 l’Iraq ha avuto un governo sciita che da una parte ha aumentato l’influenza iraniana e dall’altra i tentativi dei paesi sunniti, Arabia Saudita in primis, di arginare tale egemonia sostenendo i gruppi sunniti. Oggi l’intervento Usa in Iraq è il riconoscimento di tale settarizzazione: ora Washington dovrebbe agevolare la decentralizzazione del potere e l’avvio di un’azione collettiva contro l’Isil.

Il Kurdistan ha tentato di allargare i propri confini. Cosa cambia con la nuova alleanza tra Irbil e Baghdad?

Le condizioni oggettive non sono favorevoli all’indipendenza: eccetto Israele, nessun paese è pronto a sostenere il Kurdistan, uno Stato debole, senza sbocchi sul mare e dipendente dalla Turchia. Si libererebbe del controllo di Baghdad per finire sotto Ankara. La sola soluzione è una nuova formula tra Baghdad e Irbil: uno stato confederale che potrebbe nascere dalla nuova alleanza.

L’avanzata dell’ISIL è il fallimento dello stato post-coloniale

Nena NewsIl Manifesto
Intervista all’analista Harith Hasan al-Qarawee: “L’Isil non minaccia solo Baghdad, non guida un’insurrezione contro un solo governo, ma intende cambiare la mappa regionale. Questo dovrebbe unire sunniti e sciiti, Iran, Turchia e Arabia Saudita, in uno sforzo comune”

Cosa attende l’Iraq, in preda ad un grave settarismo interno e prigioniero delle conseguenze di otto anni di occupazione Usa? Ne abbiamo parlato con Harith Hasan al Qarawee, analista iracheno di Al Monitor e Jadaliyya.

-Chiara Cruciati –

Roma, 9 agosto 2014, Nena NewsIl Manifesto

Roma, 9 agosto 2014, Nena News – Cosa attende l’Iraq, in preda ad un grave settarismo interno e prigioniero delle conseguenze di otto anni di occupazione Usa? Ne abbiamo parlato con Harith Hasan al Qarawee, analista iracheno di Al Monitor e Jadaliyya.

In che contesto giunge l’offensiva jihadista e qual è il ruolo dei paesi del Golfo?

La ragione principale dell’avanzata dell’Isil è il tracollo dello Stato in Siria e in Iraq, lo Stato post coloniale che ha fallito nel creare società in cui tutte le comunità si sentano incluse, nel gestirle come una società unica e democratica. È anche il risultato di una competizione geopolitica tra gli assi guidati da Iran e Arabia Saudita che usano le identità settarie per la propria agenda politica. Tutta la regione, incluso l’Iraq, è stata soggetta a dinamiche di settarizzazione: le comunità hanno cominciato ad autodefinirsi in base all’appartenenza religiosa. Come conseguenza, gruppi come l’Isil sono cresciuti facendo leva sulla rabbia per la discriminazione subita dalle comunità sunnite, sulla debolezza degli Stati a causa delle guerre civili in corso e sui finanziamenti alle opposizioni siriane. Non possiamo dire che ufficialmente i paesi del Golfo sostengono tali gruppi, ma è noto che privati inviano denaro. Difficile stabilire una connessione ufficiale tra governi e gruppi, ma un legame ufficioso c’è.

Quali sono le radici della settarizzazione?

In Medio Oriente i governi usano politiche di esclusione per rafforzare il proprio potere. Esempio, il Bahrein: una minoranza sunnita governa una maggioranza sciita; o la Siria dove una minoranza alawita controlla la maggioranza sunnita. Prima le linee di demarcazione erano usate diversamente: nel regime di Saddam o quello di Assad esistevano elementi di esclusione settaria, ma non si basavano su ideologie religiose. Ovvero, le fondamenta delle istituzioni stavano nella creazione di strutture clientelari che portavano sì all’esclusione di determinate comunità dalla gestione del potere, ma non dalla vita politica o economica. Non era una discriminazione fondata su un’ideologia settaria: Saddam non governava l’Iraq come un regime sunnita.

La situazione è cambiata con la Repubblica Islamica in Iran che ha proposto una nuova relazione tra governo e religione. È cominciato un processo di “sciizzazione” che ha interessato tutta la regione: sempre più sciiti hanno cominciato a definirsi in base all’appartenenza religiosa. Per controbattere, paesi come l’Arabia Saudita hanno iniziato un processo di “sunnizzazione”, usando l’identità sunnita per arginare certi settori sociali e l’influenza che su di loro aveva l’Iran. La settarizzazione del Medio Oriente è un prodotto sia dell’esclusione sociale interna che della competizione politica regionale.

Che tipo di sviluppi prevede in Iraq e nella regione nei prossimi mesi?

Due sono gli scenari. Il primo è pessimistico: le alleanze politiche falliscono, la divisione si radica e Maliki non lascia la poltrona ad una figura più rappresentativa. Se non si giunge ad un contratto politico che spinga i sunniti a combattere l’Isil, i jihadisti mobiliteranno sempre più adepti. Lo scenario ottimista è che le forze politiche trovino un accordo affidando il governo ad una figura che avvii una reale negoziazione con le comunità sunnite. L’Isil non minaccia solo Baghdad, non guida un’insurrezione contro un solo governo, ma intende cambiare la mappa regionale. Questo dovrebbe unire sunniti e sciiti, Iran, Turchia e Arabia Saudita, in uno sforzo comune.

In che modo l’occupazione statunitense ha radicato tali settarismi?

L’occupazione Usa aveva una visione semplicistica dell’Iraq: una società composta da tre comunità, sciiti sunniti e curdi. Hanno costruito il sistema statale su questa formula incrementando il sentimento settario, invece che annullarlo, per crearsi alleati e garantirsi egemonia. L’occupazione ha anche giocato un ruolo nell’equilibrio dei poteri: per la prima volta dal 1921 l’Iraq ha avuto un governo sciita che da una parte ha aumentato l’influenza iraniana e dall’altra i tentativi dei paesi sunniti, Arabia Saudita in primis, di arginare tale egemonia sostenendo i gruppi sunniti. Oggi l’intervento Usa in Iraq è il riconoscimento di tale settarizzazione: ora Washington dovrebbe agevolare la decentralizzazione del potere e l’avvio di un’azione collettiva contro l’Isil.

Il Kurdistan ha tentato di allargare i propri confini. Cosa cambia con la nuova alleanza tra Irbil e Baghdad?

Le condizioni oggettive non sono favorevoli all’indipendenza: eccetto Israele, nessun paese è pronto a sostenere il Kurdistan, uno Stato debole, senza sbocchi sul mare e dipendente dalla Turchia. Si libererebbe del controllo di Baghdad per finire sotto Ankara. La sola soluzione è una nuova formula tra Baghdad e Irbil: uno stato confederale che potrebbe nascere dalla nuova alleanza.

5 cose per capire cosa succede in Iraq

– Il Post –
Nel pomeriggio di venerdì 8 agosto i caccia statunitensi hanno cominciato ad attaccare alcune postazioni di artiglieria dello “Stato Islamico” in Iraq, vicino a Erbil, la capitale del Kurdistan Iracheno. Per gli Stati Uniti si tratta della più importante operazione militare in Iraq dal ritiro dei soldati americani nel 2011: l’obiettivo è frenare l’avanzata dai miliziani estremisti sunniti dello “Stato Islamico” in territorio curdo, e le violenze compiute nei confronti delle minoranze etniche dell’Iraq settentrionale, tra cui i cristiani e gli yazidi. Nelle ultime settimane la situazione in Iraq è peggiorata notevolmente e si è complicata molto.

Tratto da Il Post del’8 agosto

 –Il Post –
Nel pomeriggio di venerdì 8 agosto i caccia statunitensi hanno cominciato ad attaccare alcune postazioni di artiglieria dello “Stato Islamico” in Iraq, vicino a Erbil, la capitale del Kurdistan Iracheno. Per gli Stati Uniti si tratta della più importante operazione militare in Iraq dal ritiro dei soldati americani nel 2011: l’obiettivo è frenare l’avanzata dai miliziani estremisti sunniti dello “Stato Islamico” in territorio curdo, e le violenze compiute nei confronti delle minoranze etniche dell’Iraq settentrionale, tra cui i cristiani e gli yazidi. Nelle ultime settimane la situazione in Iraq è peggiorata notevolmente e si è complicata molto.

1. Tre stati in uno
Il governo centrale iracheno si trova a Baghdad ed è guidato dal primo ministro sciita Nuri al-Maliki (gli sciiti sono la maggioranza in Iraq). Al-Maliki controlla in pratica solo Baghdad e i territori a sud. Il nord-ovest è finito negli ultimi mesi nelle mani dei miliziani dello “Stato Islamico” – organizzazione prima conosciuta come ISIS – che hanno attaccato una città dopo l’altra avvicinandosi progressivamente alla capitale Baghdad. Nel nord-est del paese invece ci sono i curdi, che governano nella regione autonoma del Kurdistan Iracheno. Questi tre “stati” – li chiamiamo stati perché di fatto esercitano il monopolio della forza all’interno dei rispettivi confini – hanno eserciti/milizie che in questi giorni si stanno scontrando tra loro.

2. Le critiche a Nuri al-Maliki
Da diversi mesi – e soprattutto da quando alla fine del 2013 i miliziani dell’ISIS hanno conquistato le città irachene di Ramadi e Fallujah – al-Maliki è considerato come il primo responsabile dell’indebolimento dello stato iracheno. Dall’inizio del suo primo mandato da primo ministro, alla fine del 2005, al-Maliki ha attuato diverse politiche contro la minoranza sunnita dell’Iraq, considerate la causa più importante dell’aumento delle violenze settarie tra sciiti e sunniti. L’amministrazione americana sta spingendo da settimane per favorire un cambio a capo del governo iracheno, ma al-Maliki sembra non voler mollare. Nell’ultimo mese anche l’ayatollah Ali al-Sistani, la principale autorità religiosa del paese, si è espresso più o meno esplicitamente a favore di un cambio di governo, facendo capire di non sostenere più al-Maliki. In pratica oggi non c’è più nessuno che vuole che al-Maliki rimanga a capo del governo iracheno.

3. Lo Stato Islamico
Prima conosciuto come Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS), lo Stato Islamico (IS) è un gruppo estremista sunnita che opera sia in Siria che in Iraq. Non ha un sistema di alleanze definito: in generale si può dire che finora non è stato sostenuto apertamente da nessuno ed è odiato praticamente da tutti. La sua avanzata è stata piuttosto inaspettata e – semplificando – dovuta soprattutto a due fattori: la debolezza dei governi a cui ha sottratto territorio (in Siria quello di Bashar al Assad, che da oltre tre anni è impegnato in una violentissima e complicatissima guerra con diverse fazioni di ribelli; in Iraq quello di Nuri al-Maliki, che dopo il ritiro dei soldati americani ha perso progressivamente il controllo sul suo territorio nazionale); e la propria capacità di trovare le risorse per governare i territori conquistati – come Raqqa per esempio – e per conquistarne di nuovi. Lo Stato Islamico vuole creare un califfato islamico: tutti quelli che gli si oppongono – minoranze religiose, sunniti moderati, forze sciite e curde – sono trattati come nemici (qui un’infografica del New York Times che racconta l’avanzata dell’ISIS in Iraq e in Siria). I metodi usati per raggiungere questo obiettivo sono particolarmente brutali e violenti.

4. Le minoranze del nord e i curdi
Nell’ultima settimana lo Stato Islamico ha attaccato diverse città e villaggi nel nord dell’Iraq abitate principalmente da minoranze etniche, soprattutto cristiani e yazidi. In particolare sono stati due gli attacchi ripresi molto dalla stampa internazionale: quello del 3 agosto a Sinjar e quello del 7 agosto a Qaraqosh (o Bakhdida), la più grande città cristiana dell’Iraq. Nel primo circa 150mila persone sono state costrette a lasciare le loro case e centinaia di famiglie yazidi si sono rifugiate sulle montagne di Sinjar, dove si trovano da allora senza né acqua né cibo in una situazione di grave emergenza umanitaria. Nel secondo circa 100mila persone – la maggior parte cristiani – sono state costrette ad andarsene verso il Kurdistan Iracheno, poco più a est, che però potrebbe non essere in grado di accoglierle tutti. Queste città erano difese dalle milizie curde “Peshmerga”, che però si sono ritirate prima degli attacchi dello Stato Islamico. In pratica, negli ultimi giorni i miliziani dello Stato Islamico si sono avvicinati molto a Erbil, capitale del Kurdistan Iracheno, creando molta apprensione sia a livello internazionale che locale.

5. Spiegazioni e prospettive dell’intervento americano
Charles Lister, analista del Brookings Doha Center e uno dei più preparati esperti di Stato Islamico e cose irachene, ha scritto l’attacco aereo statunitense ha già avuto l’immediata conseguenza di legittimare lo Stato Islamico come seria e credibile minaccia per l’Occidente, e come gruppo emergente per il panorama jihadista. Lister ha anche scritto che nella pratica l’artiglieria che gli Stati Uniti dicono di avere colpito «è solo un bonus per l’IS, niente di più». Secondo Max Fisher, giornalista del sito Vox, il messaggio di Obama con questo attacco aereo è: “state fuori dal Kurdistan, ma il resto dell’Iraq settentrionale è tutto vostro” (una tesi che sta in piedi, visto che l’attacco è arrivato solo nel momento in cui è stata minacciata Erbil e i “disastri umanitari” citati per giustificare l’intervento sono in atto da tempo sia in Iraq che in Siria). In generale nessuno crede che l’intervento americano possa essere risolutore della grave crisi in cui si trova oggi l’Iraq.

Tratto da Il Post del’8 agosto

Gaza: la folle guerra fomentata dai venditori di armi

C. Perer –

La tregua è in atto, dopo 28 giorni c’è chi torna e guarda la desolazione di quel che resta. Gaza è devastata.

Giornale Sentire

C. Perer –

La tregua è in atto, dopo 28 giorni c’è chi torna e guarda la desolazione di quel che resta. Gaza è devastata.

Dall’8 luglio ad oggi 4 agosto 2014 sono 1822 i palestinesi morti,  tra cui 398 bambini, secondo fonti palestinesi (ministero della Salute di Gaza). I feriti palestinesi sono 9.370, dei quali 2.744 bambini. Secondo dati Onu circa 373mila bambini hanno bisogno di sostegno psicologico per i traumi relativi alla guerra. Distrutte oltre 10 mila case. Dall’altro lato 64 militari e due civili israeliani morti dall’inizio dell’offensiva.

Padre Pietro Kaswalder  – morto poche settimane fa improvvisamente  a Gerusalemme – spiegava il concetto di terrorismo così: “Tieni sempre la contabilità delle vittime, è un bel modo per capire chi è il vero terrorista”. La sproporzione 1822-66 dice qualcosa.

La richiesta di un embargo totale sulle armi destinate a tutte le parti coinvolte nel conflitto, è rimasta inascoltata da tutti: Usa, Iran, Italia compresa se è vero – come è vero – quanto riferito dalla testata giornalistica israeliana Heyl Ha’Avir: nei giorni scorsi 2 caccia addestratori avanzati M-346 “Master” di produzione italiana sono stati consegnati alle forze armate israeliane.

Si tratta dei primi velivoli prodotti dagli stabilimenti di Venegono Superiore (Varese) di Alenia Aermacchi, gruppo Finmeccanica, ordinati da Israele nel febbraio 2012. Gli M-346 sono destinati alla base di Hatzerim, nei pressi di Beersheba, deserto del Negev. I “Master” saranno denominati “Lavi” (leone in ebraico). La notizia riempie di tristezza perché ci sarà subito qualcuno pronto ad obiettare che si tratta pur sempre del maggiore gruppo industriale italiano. Che produca morte rende tutto ancora più amaro in questo scenario già di per sè molto amaro.

Amnesty International ha intanto sollecitato gli Usa a porre fine alla fornitura a Israele di ampi quantitativi di armi, strumento per compiere ulteriori gravi violazioni del diritto internazionale a Gaza. La richiesta è giunta all’indomani dell’approvazione, da parte del Pentagono, dell’immediato trasferimento di munizioni per granate e mortai alle forze armate israeliane. Queste forniture si trovano gia’ in Israele, in un deposito di armi Usa, e seguono l’arrivo nel porto di Haifa, il 15 luglio, di una fornitura di 4,3 tonnellate di motori a razzo.

Queste forniture si aggiungono ad altre già inviate dagli Usa a Israele tra gennaio e maggio 2014, per un valore di 62 milioni di dollari e comprendenti componenti per i missili guidati, lanciarazzi, componenti di artiglieria e armi leggere.

“Il governo Usa sta gettando benzina sul fuoco attraverso la continua fornitura delle armi usate dalle forze armate israeliane per violare i diritti umani. Washington deve rendersi conto che spedendo queste armi sta esacerbando e continuando a consentire gravi violazioni dei diritti umani ai danni della popolazione civile di Gaza” – ha dichiarato Brian Wood, direttore del programma Controllo sulle armi e diritti umani di Amnesty International.

I gruppi armati palestinesi, a loro volta, continuano a lanciare razzi indiscriminati in territorio israeliano, mettendo in pericolo la popolazione civile in flagrante violazione del diritto internazionale. Amnesty International ha ripetutamente chiesto la fine di questi attacchi, che costituiscono crimini di guerra.

La settimana scorsa, il presidente del parlamento iraniano ha dichiarato che l’Iran ha trasferito ad Hamas competenze tecniche per produrre armi. Egli, nel novembre 2012, aveva affermato che l’Iran aveva dato sostegno finanziario e militare ad Hamas, A sua volta, il comandante della Guardie rivoluzionarie iraniane aveva reso noto di aver fornito tecnologia missilistica ad Hamas. Combattenti di Hamas hanno ammesso di aver lanciato contro Tel Aviv missili del tipo Fajr 5 in dotazione all’Iran precisando di aver usato, nella maggior parte dei casi, razzi a corto raggio M25 o razzi Qassam e Grad.

Gli Usa sono di gran lunga il principale esportatore di forniture militari a Israele. Secondo dati resi pubblici dal governo di Washington, le forniture nel periodo gennaio – maggio 2014 hanno compreso lanciarazzi per un valore di quasi 27 milioni di dollari, componenti per missili guidati per un valore di 9,3 milioni di dollari e “bombe, granate e munizioni di guerra” per quasi 762.000 dollari. Dal 2012, gli Usa hanno esportato verso Israele armi e munizioni per 276 milioni di dollari. Questo dato non comprende l’esportazione di equipaggiamento militare da trasporto e di alta tecnologia.

La notizia della ripresa delle forniture a Israele e’ arrivata il 30 luglio, il giorno stesso in cui gli Usa condannato il bombardamento di una scuola delle Nazioni Unite in cui sono state uccise almeno 20 persone, tra cui bambini e operatori umanitari.

Ora la tregua è in atto. Chi ha sofferto di più sono i bambini. Chi mail li risarcirà del dolore che han visto e patito? Quando mai potranno dimenticare?

Per una scelta ben precisa non abbiamo mai pubblicato le foto raccapriccianti dei morti che in queste settimane abbondavano nei social network: provocano solo altra rabbia e altro odio. Pubblichiamo le foto di chi sopravvive perché producano il sentimento del com-patire, patire insieme. Solo il cum-pathos ci permette di sentirci meno impotenti. Portare una fetta infinitesimale di quel dolore (che è immenso) è il minimo che possiamo fare per non soccombere al male e all’odio.

Amnesty International continua a chiedere alle Nazioni Unite d’imporre immediatamente un embargo totale sulle armi destinate a Israele, Hamas e i gruppi armati palestinesi, per prevenire violazioni del diritto internazionale umanitario e del diritto internazionale dei diritti umani da tutte le parti.

In assenza di un embargo decretato dalle Nazioni Unite, l’organizzazione per i diritti umani chiede a tutti gli stati di sospendere unilateralmente le forniture di munizioni ed equipaggiamento e assistenza militare a tutte le parti coinvolte nel conflitto, fino a quando le violazioni dei diritti umani commesse nei precedenti conflitti non saranno adeguatamente indagate e i responsabili portati di fronte alla giustizia.

5 agosto 2014

Foto: Marco Longari

Da Giornale Sentire

Siria: donne in lotta per la sopravvivenza

– Alessandro Graziadei –

Mentre l’attenzione del mondo è concentrata quasi esclusivamente sul conflitto nella Striscia di Gaza, in Siria si continua a combattere e a morire”. Così Ennio Remondino fotografava la scorsa settimana la situazione siriana dove in un conflitto che ormai va avanti da tre anni e mezzo, i morti sono circa 170mila, più di quanti ne sono stati uccisi durante i 15 anni (1975 – 1990) di guerra civile in Libano. “Solo nelle ultime tre settimane, in corrispondenza dell’escalation del conflitto tra Israele e Hamas a Gaza, in Siria il numero dei morti è stato almeno il doppio di quelli causati fino ad ora dagli attacchi israeliani”. In questo tragico scenario anche il quadro economico siriano è allarmante visto che dall’inizio del conflitto le industrie del petrolio e del gas siriane hanno subito perdite per quasi 21,4 miliardi di dollari, 3,5 miliardi bruciati negli assalti, mentre 17,9 miliardi sono per i mancati profitti.  “All’inizio delle rivolte nel 2011 – ha spiegato il 23 luglio il ministro del petrolio Suleiman Abbas – la Siria produceva 385mila barili di petrolio al giorno, oggi è scesa a 17mila e la produzione di gas è stata dimezzata”.

Foto @refugeewomen

Articolo pubblicato su Unimondo.org

Alessandro Graziadei-
Mentre l’attenzione del mondo è concentrata quasi esclusivamente sul conflitto nella Striscia di Gaza, in Siria si continua a combattere e a morire
”. Così Ennio Remondino fotografava la scorsa settimana la situazione siriana dove in un conflitto che ormai va avanti da tre anni e mezzo, i morti sono circa 170mila, più di quanti ne sono stati uccisi durante i 15 anni (1975 – 1990) di guerra civile in Libano. “Solo nelle ultime tre settimane, in corrispondenza dell’escalation del conflitto tra Israele e Hamas a Gaza, in Siria il numero dei morti è stato almeno il doppio di quelli causati fino ad ora dagli attacchi israeliani”. In questo tragico scenario anche il quadro economico siriano è allarmante visto che dall’inizio del conflitto le industrie del petrolio e del gas siriane hanno subito perdite per quasi 21,4 miliardi di dollari, 3,5 miliardi bruciati negli assalti, mentre 17,9 miliardi sono per i mancati profitti.  “All’inizio delle rivolte nel 2011 – ha spiegato il 23 luglio il ministro del petrolio Suleiman Abbas – la Siria produceva 385mila barili di petrolio al giorno, oggi è scesa a 17mila e la produzione di gas è stata dimezzata”. Peggio ancora, negli ultimi mesi l’ISIS ha preso il controllo dei principali giacimenti petroliferi di Deir Ezzor, nella Siria orientale, iniziando a vendere autonomamente il petrolio in Iraq e Turchia.

rifugiati e milioni di altri sfollati interni, la Siria della guerra e della crisi economica è diventata la più grande emergenza al mondo per quanto riguarda le migrazioni forzate. Dall’inizio del 2014 più di 100.000 rifugiati siriani sono stati registrati ogni mese nei paesi vicini e si prevede che il numero totale di rifugiati raggiunga quota 3,6 milioni entro la fine dell’anno. Tra loro ci sono già molte donne sole e in la lotta per la sopravvivenza. Questo è il quadro allarmante che ricostruisce il rapporto “Donne sole – La lotta per la sopravvivenza delle donne rifugiate siriane” pubblicato in inglese lo scorso 8 luglio dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) e secondo il quale più di 145.000 famiglie siriane rifugiate in Egitto, Libano, Iraq e Giordania hanno per capofamiglia una donna. Il rapporto che si basa sulle testimonianze dirette di 135 donne, raccolte in più di tre mesi di interviste realizzate all’inizio del 2014, racconta la lotta intrapresa da queste donne per conservare la loro dignità e prendersi cura delle loro famiglie in case sovraffollate e fatiscenti, rifugi di fortuna e tende. Molte di esse vivono sotto la minaccia di violenza o sfruttamento mentre i loro figli affrontano livelli crescenti di sofferenza. “Obbligate ad assumersi la responsabilità esclusiva delle loro famiglie dopo che i loro uomini sono stati uccisi, catturati o costretti in altro modo a separarsi dalla famiglia, sono ora travolte da una spirale di disagio, isolamento e ansia” ha spiegato l’UNHCR.

La principale difficoltà segnalata dalle donne intervistate è stata la mancanza di risorse tanto che un terzo delle donne riferisce di non avere abbastanza da mangiare. “La maggior parte di queste donne sta lottando per pagare l’affitto, mettere il cibo in tavola e acquistare i beni di prima necessità per la casa – ha sottolineato l’Alto Commissariato dell’Onu -. Molte hanno ormai terminato i loro risparmi arrivando persino a vendere le loro fedi nuziali”. Solo una su cinque ha un lavoro retribuito, molte hanno difficoltà a ottenere un posto di lavoro e alcune mandano i loro giovani figli a lavorare. Un quinto di loro riceve sostegno da parte di altri familiari, poche traggono beneficio dalla generosità delle comunità locali e solo un quarto riceve assistenza in denaro dall’UNHCR e da altre agenzie umanitarie. Due terzi delle donne che ricevono assistenza economica dipendono completamente da essa.

Oggi oltre 150 organizzazioni stanno fornendo servizi e sostegno alle donne rifugiate siriane e alle loro famiglie, ma il rapporto ha rivelato che tale assistenza economica è insufficiente rispetto al necessario. Anche se non mancano esempi di donne rifugiate che prendono l’iniziativa, sostenendosi a vicenda e dandosi da fare per trovare soluzioni alla loro lotta quotidiana per la sopravvivenza, António Guterres, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha chiesto un nuovo intervento urgente da parte di donatori, governi ospitanti e agenzie umanitarie: “Per centinaia di migliaia di donne la fuga dalla loro patria in rovina è stato solo il primo passo di un cammino di difficoltà senza fine. Hanno finito i soldi, affrontano quotidianamente minacce alla loro sicurezza e vengono trattate come reiette anche se non hanno commesso nessun altro crimine che perdere i loro uomini in una guerra feroce. È vergognoso. Vengono umiliate per il fatto di aver perso tutto”.  

“Le donne rifugiate siriane sono il collante che tiene insieme una società spezzata. La loro forza è straordinaria, ma stanno lottando da sole. Le loro voci si levano invocando aiuto e protezione e non possono essere ignorate”, ha dichiarato Angelina Jolie, Inviata Speciale dell’UNHCR a titolo gratuito dall’aprile 2012. Le “voci” evocate dalla Jolie sono tante e le testimonianze di questo rapporto non lasciano dubbi sulle difficoltà affrontate. Nuha per esempio è venuta al Cairo con il marito, ma lui è stato ucciso mentre era al lavoro. “Io non voglio uscire di casa perché ho la tristezza nel cuore. Abbiamo lasciato la morte in Siria solo per scoprire che ci aspettava anche qui in Egitto”. “Una donna sola in Egitto è una preda per tutti gli uomini”, ha aggiunto Diala, che vive ad Alessandria. Molte donne si sono lamentate di subire regolarmente molestie verbali da parte di tassisti, autisti di autobus, affittacamere e fornitori di servizi, così come da altri uomini nei negozi, al mercato, sui mezzi pubblici e anche nei luoghi in cui avviene la distribuzione degli aiuti. Zahwa, in Giordania, dice di essere stata molestata anche da rifugiati quando stava prendendo i buoni pasto: “Vivevo una vita dignitosa, ma ora nessuno mi rispetta perché non sono accompagnata da un uomo”. Un’altra donna ha riferito di essere stata violentata, ma molte di esse non erano pronte a discutere di violenza sessuale e di genere.

Così anche per chi dalla guerra siriana è riuscito a fuggire in tempo, soprattutto se donna, la risposta internazionale non sembra riuscire a far fronte ad una situazione drammatica che dalla Siria alla Palestina passando per l’Ucraina sembra trovare la sola spiegazione possibile nelle parole di Natalie Clifford Barney: “È La guerra, questa giustificazione della stupidità umana”. Era il 1920 e nulla è cambiato.

Foto: Donna siriana che mostra il suo diploma @refugeewomen

Articolo pubblicato su Unimondo.org