La rinascita della Somalia

Incontro pubblico con cena solidale
Sabato 6 ottobre, ore 15.00 Auditorium Scuola "Don Milani" (Pergine)
Organizza: Associazione Kariba

Sabato 6 ottobre 2012 alle ore 15.00 l'associazione di volontariato Kariba vi attende all'auditorium Don Milani di Pergine (in via Monte Cristallo 4) per "La rinascita della Somalia", incontro pubblico volto a superare i pregiudizi di carattere socio-culturale-religioso,  accrescere la coscienza della diaspora Somala ed evidenziare l’importanza di condurre interventi collettivi di pace e di sviluppo di progetti postconflitto e ricostruzione.

Per ragioni organizzative si prega di iscriversi al seminario scrivendo all’indirizzo associazionekariba@gmail.com, o telefonando a 3472951241, o via skype: karibapergine.

Per saperne di più sull’iniziativa, patrocinata dalla Provincia Autonoma di Trento, dal Comune di Pergine, dalla Cassa Rurale di Pergine e da OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, è possibile scaricare la locandina, con il programma dettagliato.

A conclusione dell’incontro presso  l'oratorio Don Bosco di Pergine (via Barattieri 1) si terrà una cena etnica solidale (ore 19.00) il cui ricavato servirà per pagare gli insegnanti della scuola di Bursalex in Somalia.

Scarica la locandina con menù, programma e modalità di prenotazione (obbligatoria entro giovedì 4 ottobre, offerta minima euro 12,00 a persona).

L’associazione Kariba ha in programma per la giornata del 06.10.12 l’incontro pubblico, a Pergine Valsugana , Auditorium Don Milani, in Via Monte cristallo 4, l’incontro fa parte nel Percorso (in)Formativo intitolato “la Rinascita della Somalia - Pace e Riconciliazione”.

Per l’incontro è prevista la presenza della signora Hawa Aden (Mamma Hawa) e ci sarà la mostra fotografica e alla fine la cena etnica.

 

Perche questo titolo?

Il giorno 10 di Settembre si sono svolte le prime elezione democratiche  in Somalia (direi le prime nella storia della Repubblica Somala).

È una nuova prospettiva per la Somalia - una rinascita e nuove speranze per i Somali, ciò dimostra la volontà dei Somale ad avere un paese Normale.

E noi come diaspora cerchiamo innanzitutto di superare le diffidenza tra di noi,partendo dall’integrazione e convivenza tra culture diverse, per trasformare la differenza tribale in un fattori di arricchimento.

Insieme vogliamo ricostruire il paese (la Somalia), nel rispetto di tutti,vogliamo imparare e trasmettere i diritti umani,partendo dai diritti della donna.

Insomma è un momento Informativo – formativo, ma anche di confronto!

Domenica 07.

È  giornata destinata esclusivamente alla diaspora Somala.- Pace  riconciliazione e ricostruzione

 

ELEZIONI SOMALIA

L’elezione di Hassan Sheikh Mahamud in Somalia (10.09.2012) rappresenta una svolta epocale nella lunghissima e sanguinosa transizione somala. La road Map tracciata dalle varie conferenze internazionali (quelle di Istanbul e Londra soprattutto) ha segnato un punto fondamentale nella marcia verso l’auspicata normalizzazione della Somalia e di tutta l’area del Corno d’Africa. Una vittoria della società somala, prima di tutto, e delle forze di cambiamento e di rinnovamento che non sono mai riusciti, nel corso degli ultimi decenni, ad avere il sopravvento sui “signori della guerra” e sugli integralisti di ogni risma che hanno trovato nel ventre molle del Golfo di Aden un terreno fertile. Il nuovo presidente, eletto con 190 voti, ha sconfitto il suo rivale e presidente in carica Sheikh Ahmed. Ma la sconfitta più significativa è quella inflitta ai “mandarini” di Mogadiscio, quei famigerati “ war lords” (signori della guerra) corrotti e dediti ai mille traffici illeciti che vanno dalla compravendita delle armi, al traffico della droga, al controllo e commercializzazione degli aiuti internazionali fino ai rapimenti di equipaggi di navi privati occidentali a fini di estorsione. I “mandarini” di Mogadiscio hanno sempre condizionato e fatto naufragare ogni tentativo di normalizzazione del paese preferendo piccoli compromessi destinati a lasciare in vigore lo status quo degli affari loschi e dell’anarchia. L’altra sconfitta di questa elezione è quella subita dalle milizie Al Shabaab, espulsi da Mogadiscio ma ancora molto presenti nella gran parte delle aree rurali della Somalia. Queste milizie sono, forse, la sfida più insidiosa del nuovo potere. A causa non solo del controllo militare di larga parte del territorio, ma per via della loro determinazione a non considerare la partita chiusa potendo contare sulle ramificazioni, le complicità e le forniture in armi e denaro proveniente dalla galassia globale jihadista. Non a casa all’indomani dell’elezione del nuovo presidente, le milizie Al Shabaab hanno fatto sentire in maniera violentissima con l’attentato all’Hotel Jazeera Palace dove il nuovo uomo forte stava incontrando il ministro degli Esteri del Kenya Sam Ongeri. Un messaggio inquietante da non sottovalutare. Perché tentare di uccidere un presidente appena eletto ha voluto dire soffocare sul nascere qualunque barlume di speranza a Mogadiscio. Quello dell’hotel Jazeera è una bomba contro la stabilità possibile.

Il nuovo presidente ha ribadito la sua determinazione a portare avanti il ritorno della Somalia nella normalità. Un’aspirazione condivisa da tutti i somali dell’interno e della diaspora. Uomo della società civile, appartenente al partito “Harakat al – islah”, partito islamico della “Fratellanza musulmano”, Hassan Sheikh Mohamud ha sempre privilegiato il lavoro sociale, l’impegno nella formazione universitaria e la gestione dei numerosi progetti umanitari in stretta collaborazione con gli organismi internazionali. Le prossime mosse politiche sono attese in Somalia e nella comunità internazionale per misurare la capacità di questo personaggio di essere all’altezza delle speranze che la sua elezione ha suscitato. Fondamentale a questo riguardo la scadenza di fine mese quando tutti gli attori nazionali e internazionali si riuniranno in una nuovo conferenza per esaminare i punti ancora non applicati della road map e altri nodi cruciali che riguardano la formazione di un nuovo governo; lo sforzo per allargare il controllo dello stato nel resto del territorio somalo ancora in mano alle milizie; il rilancio dell’attività e economica e delle infrastrutture di base nella capitale e altrove; il ripristino dell’amministrazione in tutte le sue articolazione e la costituzione di un esercito nazionale che, piano piano, sia in grado di sostituirsi al controllo selvagge del territorio da parte delle milizie personali. Vaste programme! Verrebbe da dire per un paese diventato nei decenni l’emblema dei “failing state” diventato un porto franco per tutti i terroristi e tutti i traffici. Bisogna ripristinare urgentemente l’autorità dello stato e superare gli aspetti più deleteri dell’economia di guerra che ha caratterizzato la Somalia dalla caduta di Siad Barre nel 1992

L’Europa di fronte all’inverno arabo

- di Barbara Spinelli -
tratto da La Repubblica

Scrive il narratore greco Petros Markaris che l'Europa vive una strana insidiosa stagione: del suo sconquasso non parlano che gli economisti, i banchieri centrali.

Con il risultato che la moneta unica diventa la sostanza stessa dell'Unione, non uno strumento ma la sua ragion d'essere, l'unica sua finalità: "L'unità dell'Ue è stata sostituita dall'unità dell'eurozona. Per questo il dibattito rimane così superficiale, come la maggior parte dei dirigenti europei, e unidimensionale, come il tradizionale discorso degli economisti". Priva di visione del mondo, l'Europa ha interessi senza passioni, e non può che dividersi tra creditori nobili e debitori plebei. "Stiamo correndo verso una sorta di guerra civile europea".

Come un improvviso sparo nel silenzio è giunto il nuovo sisma nei paesi musulmani, sotto forma di una vasta offensiva dell'integralismo musulmano contro l'Occidente e i suoi esecrabili video: la violenza s'addensa nel Mediterraneo, e l'Europa – in proprie casalinghe faccende affaccendata – d'un tratto s'accorge che fuori casa cadono bombe. S'era addormentata compiaciuta sulle primavere arabe, ed ecco irrompe l'inverno. Aveva immaginato che le liberazioni fossero sinonimo di libertà, e constata che le rivoluzioni son sempre precedute da scintille fondamentaliste, prima di produrre istituzioni e costituzioni stabili. Come Calibano nella Tempesta di Shakespeare, i manifestanti ci gridano: "Mi avete insegnato a parlare come voi: e quel che ho guadagnato è questo: ora so maledire. Vi roda la peste rossa per avermi insegnato la vostra lingua!".

L'Europa potrebbe dire e fare qualcosa, se non continuasse ad affidare i compiti all'America: non solo in Afghanistan, dove molti europei partecipano a una guerra persa, non solo in Iran, ma nel nostro Mediterraneo. È da noi che corrono i fuggitivi dell'Africa del Nord, quando non muoiono in mare con una frequenza tale, che c'è da sospettare una nostra volontaria incuria. L'Europa potrebbe agire se avesse una sua politica estera, capace di quel che l'America lontana non sa fare: dominare gli eventi, fissare nuove priorità, indicare una prospettiva che sia di cooperazione organizzata e non solo di parole o di atti bellici.

Ormai evocare la Federazione europea non è più un tabù: ma se ne parla per la moneta, o per dire nebulosamente che così saremo padroni del nostro destino. Ma per quale politica, che vada oltre l'ordine interno, si vuol fare l'Europa? Con quale idea del mondo, del rapporto occidente-Islam, dell'Iran, di Israele e Palestina, del conflitto fra religioni e dentro le religioni?

Più che una brutta scossa per l'Unione, l'inverno arabo rivela quel che siamo: senza idee né risorse, senza un comune governo per affrontare le crisi mondiali, e questo spiega il nostro silenzio, o l'inane balbettio dei rappresentanti europei. Difficile dire a cosa serva Catherine Ashton, che si fregia del pomposo titolo di Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell'Unione. Nessuno sa cosa pensino 27 ministri degli Esteri, ibridi figuranti di un'Unione fatta di Stati non più sovrani e non ancora federali. Quanto ai popoli, non controllano in pratica più nulla: né l'economia, né il Mediterraneo, né le guerre mai discusse dall'Unione.

Per la storia che ha alle spalle (una storia di democrazie e Stati restaurati grazie all'unione delle proprie forze, dopo secoli di guerre religiose e ideologiche), l'Europa ha gli strumenti intellettuali e politici per divenire un alleato delle primavere arabe in bilico, e di paesi che faticano a coniugare l'autorità indiscussa dello Stato e la democrazia. E resta un punto di riferimento laico per i tanti – in Libia, Egitto, Tunisia – che vedono la democrazia o catturata dai Fratelli musulmani, o minacciata dai fondamentalisti salafiti.

La via di Jean Monnet, nel dopoguerra, fu la combinazione fra gli interessi e le passioni, dunque la messa in comune delle risorse (carbone e acciaio) che dividevano Germania e Francia. Così potrebbe avvenire tra Europa e Sud Mediterraneo, grazie a una Comunità non basata sul carbone e l'acciaio, ma sull'energia (o in futuro sull'acqua).

Un piano simile è stato proposto, nell'ottobre 2011, da due economisti di ispirazione federalista, Alfonso Iozzo e Antonio Mosconi. L'idea è che Washington non sia più in grado di garantire stabilità e democrazia, nel Mediterraneo e Medio Oriente. Di qui l'urgenza di una Comunità euromediterranea dell'energia: energia spesso potenziale, difficilmente valorizzabile senza aiuti finanziari e tecnologici europei. Si dirà che è solo una comunità di interessi. Lo si disse anche per la Ceca. In realtà l'ambizione politica è forte: sostituire il modello egemonico con un modello paritario e chiedere agli associati precisi impegni democratici, controllati da una comune Assemblea parlamentare.

Sostituire o affiancare il potere Usa nel Mediterraneo vuol dire prendere atto che quel modello non funziona: ha creduto di esportare democrazia con le guerre, creando Stati fallimentari e rafforzando Stati autoritari. Le democrazie (Israele compresa) hanno sostentato per anni i fondamentalisti (i talebani contro l'Urss, Hamas contro l'Olp) e volutamente ignorano una delle principali fonti delle crisi odierne: l'Arabia Saudita, finanziatrice dei partiti salafiti che minano le barcollanti, appena nate democrazie arabe.

Tocca all'Europa dare speranze al Mediterraneo, difendere le sue democrazie. Se si dà un governo, l'Unione avrà l'euro e una politica estera. Solo in tal caso il colpo di fucile che udiamo nei paesi arabi potrà svegliare, come nella poesia di Montale, un'Europa il cui cuore "ogni moto tiene a vile, raro è squassato da trasalimenti".