Fermiamo l’annessione dei territori palestinesi da parte di Israele

Il 2020 verrà di certo ricordato come un anno sconvolgente, un punto di non ritorno che ha fatto prendere coscienza all’umanità dei propri limiti e delle proprie fragilità. Per alcuni, però, quest’anno potrebbe simboleggiare una catastrofe nella catastrofe: stiamo parlando, tra gli altri, del popolo palestinese, che in una situazione di privazione di diritti e di occupazione militare che perdura da 72 anni -ovvero dal 1948, anno della fondazione dello Stato di Israele- è stato costretto a fronteggiare allo stesso tempo la crisi sanitaria dovuta al coronavirus e l’annuncio dell’avvio del nuovo piano di annessione dei territori occupati.

Il piano, i lettori lo ricorderanno, è il culmine del lungo sodalizio politico tra il presidente israeliano Netanyahu e il suo omologo statunitense Trump, che ne ha scritto e sponsorizzato la prima versione. Non è solo lo stile e l’ideologia ad accomunare i due personaggi, ma anche la tendenza a gestire crisi politiche interne (le lunghissime crisi di governo e i processi per corruzione di Netanyahu, le imminenti elezioni statunitensi e via dicendo) attraverso iniziative muscolari che creano consenso – o dibattito- immediati ma che a lungo andare si potrebbero rivelare estremamente destabilizzanti. È così che il mondo attende, il primo luglio prossimo, il voto della Knesset, il parlamento israeliano, sulla proposta governativa di annettere unilateralmente circa il 30% della Cisgiordania. Attualmente, lo ricordiamo, a seguito degli Accordi di Oslo del 1993 la West Bank è divisa in aree a diversi gradi di controllo politico-amministrativo palestinese o israeliano.

Dalle diverse mappe degli scenari di annessione che sono circolate in questi mesi emerge il rischio dell’ufficializzazione di uno status quo già di fatto esistente, ma molto lontano da quanto stabilito dal diritto internazionale e da quanto dovrebbe prevedere una reale soluzione di pace. Con il pretesto di collegare e annettere le numerose colonie illegali israeliane presenti in Cisgiordania, che contano circa 450mila abitanti, si andrebbe a normalizzare definitivamente la geografia a macchia di leopardo della Palestina, creando veri e propri bantustan: piccole enclave -città o municipalità palestinesi – militarizzate e circondate dal muro di separazione, all’interno delle quali vivrebbero persone senza diritto di cittadinanza né libertà di movimento. Sono già oggi più di 500 i checkpoint militari israeliani che ostacolano la libera circolazione dei palestinesi nel territorio assegnato loro dalle Nazioni Unite, inficiandone il diritto all’istruzione e al lavoro. Oltre all’appropriazione di terre, acqua e risorse naturali, preoccupa ancor di più il principio secondo il quale il governo israeliano intende annettere dei territori selezionando i cittadini che vi vivono secondo una gerarchia etnica. Sono circa 65mila, ad esempio, i palestinesi residenti solo nella Valle del Giordano, ma qualora essa venisse annessa ad Israele è già stato dichiarato che nessun tipo di diritto di cittadinanza sarebbe loro concessa. Uno Stato che controlla territori annessi con la forza, che esercita controllo militare su di essi ma che non riconosce alcuna libertà personale, cittadinanza o partecipazione politica a chi vi è nato e vissuto, formalizza e rafforza, purtroppo, un vero e proprio sistema di discriminazione razziale che non può essere definito altrimenti se non come apartheid.

Le reazioni palestinesi a questa prospettiva sono state varie, a volte quasi rassegnate e a volte vigorose. È il caso delle mobilitazioni del movimento Palestinian Lives Matter, che ha protestato contro l’occupazione e contro le uccisioni indiscriminate di palestinesi dopo la morte di Iyad al-Hallaq, un ragazzo autistico a cui la polizia israeliana ha sparato a sangue freddo perché lui, spaventato, non ha risposto ad un controllo di sicurezza. Rappresentano un bel segnale anche le manifestazioni di cittadini israeliani che, a Tel Aviv come in altre città, sono scesi in piazza per ribadire il loro rifiuto del rafforzamento dell’occupazione e il loro desiderio di una pace giusta. A onor del vero, però, va sottolineato che queste posizioni sono attualmente estremamente minoritarie in Israele e la deriva in senso identitario, sovranista ed etnicista dello Stato e del governo appare sempre più consolidata. Anzi, c’è di più: parrebbe che se, allo scadere del primo luglio, gli scenari di annessione più vasti non si verificheranno (in favore di atti più simbolici e ridimensionati di riconoscimento di alcune colonie, comunque illegittime per il diritto internazionale), non sarà grazie alle proteste degli israeliani democratici, ma a causa proprio dei nazionalisti ebrei di estrema destra, che rifiutano ogni compromesso e piano che preveda un riconoscimento, implicito o esplicito, di qualsiasi sovranità ai palestinesi.

La impasse nella quale Israele è caduta da decenni, che consiste nel non voler scendere a compromessi né con sé stessa né con altri in termini di sovranità territoriale e nella definizione etnica di Stato Ebraico, è sempre più evidentemente la causa di una pericolosa stagnazione del processo di pace, che potrebbe tradursi a brevissimo nel suo definitivo fallimento. È per questo che la situazione israelo-palestinese continua a riguardarci, oggi più che mai, non solo come “questione morale dei nostri tempi”, come la definiva Nelson Mandela, ma anche a causa delle ripercussioni per la pace e l’equilibrio mondiale delle politiche autocratiche delle grandi potenze coinvolte -Israele e USA in prima linea, ma anche i paesi arabi, la Russia e l’Iran sullo sfondo. Non è un segreto che Trump, Netanyahu, Putin e non solo osteggino apertamente ogni forma di multilateralismo, indebolendo le istituzioni internazionali e prediligendo azioni politiche bilaterali o addirittura completamente autonome. Ne sono una prova le recenti sanzioni promulgate dall’amministrazione Trump nei confronti della Corte Penale Internazionale dell’Aja che sta indagando sui crimini di guerra statunitensi in Afghanistan: un gesto gravissimo ma tutto sommato coerente, dato che alla Corte gli USA e Israele non hanno mai aderito, non accettando di dover sottostare a leggi o indagini di istituzioni sovranazionali nate per garantire giustizia e rispetto dei diritti umani.

Il ruolo dell’Europa, e in definitiva di noi comuni cittadini, è in questa prospettiva sempre più cruciale: se pochi ma influenti paesi tentano di delegittimare gli sforzi internazionali per la pace, la giustizia e la lotta ai cambiamenti climatici, è evidente che l’Unione Europea deve impegnarsi con determinazione e coraggio ad assumere la guida di queste sfide fondamentali per il futuro dell’umanità. Ogni riflessione, mobilitazione e pressione dal basso da parte dei cittadini può fare la differenza, come nel caso degli appelli che già a maggio hanno spinto 70 parlamentari italiani a chiedere al Governo italiano di impegnarsi a condannare e scongiurare l’eventualità dell’annessione.

Sperando che non sia troppo tardi, continuiamo a sensibilizzarci e a costruire percorsi di pace possibili.

Pier Francesco Pandolfi de Rinaldis, Presidente Associazione Pace per Gerusalemme

Massimiliano Pilati, Presidente Forum Trentino per la pace e i diritti umani

25 aprile: rimanga Festa della Liberazione dal nazifascismo

25 APRILE: RIMANGA FESTA DELLA LIBERAZIONE DAL NAZIFASCISMO

Per una nuova costituente per creare società ed economie più pacifiche, giuste e sostenibili

 

Il 25 aprile festeggeremo il 75° anniversario della Liberazione d’Italia dal Nazifascismo. Sarà uno strano festeggiamento, nessun corteo, nessuna commemorazione, nessun evento, nessun concerto a causa del Coronavirus. Ho letto di qualche proposta di trasformare questa fondamentale ricorrenza come data per ricordare d’ora in poi tutte le vittime del Covid-19. Credo che sarà importante trovare una data fissa per ricordare questo drammatico momento storico che stiamo vivendo e le vittime che si sta portato dietro, ma anch’io, come tante cittadine e tanti cittadini, movimenti, enti e associazioni che in queste ore si stanno adoperando per ricordarne tutta la portata storica e di lezione per il presente, sono persuaso che il 25 aprile dovrà  rimanere per sempre la Festa della Liberazione dell’Italia dall’occupazione nazista e dal regime fascista.

Ritengo sia importante per il bene della nostra Democrazia ricordarci che c’è stato un tempo, non tanto lontano, in cui non eravamo liberi di professare il nostro pensiero, non eravamo liberi di esercitare il nostro diritto di critica, non eravamo liberi di condividere le nostre passioni e i nostri ideali con chi la pensava come noi, non eravamo liberi di credere in un Dio diverso da quello voluto dal nostro Stato, non eravamo liberi di avere l’identità sessuale che meglio ci rappresentava. C’è stato un tempo, in definitiva, in cui i nostri  diritti umani non erano garantiti e se questo non ci andava bene e pensavamo di protestare rischiavamo pestaggi, confino, arresto, uccisione…

Oggi anche in Italia, che certo non ha un regime dittatoriale, ci sembra di poter assimilare la mancanza di libertà causata dalle restrizioni del Coronavirus con la mancanza di libertà sotto una dittatura e non vediamo l’ora di poter avere una sorta di Festa della Liberazione dal virus. Ma non sono la stessa cosa. Allora il nemico da cui liberarci usava sgherri, milizie ed esercito per opprimerci, oggi il nemico è di natura totalmente diversa, seppur, comunque pericoloso. Eppure anche in questi giorni in cui dobbiamo seguire rigorosamente le indicazioni impartite dalle nostre istituzioni (nazionali e territoriali) non dobbiamo mai lasciare che questo crei una erosione permanente dei nostri diritti umani fondamentali e indivisibili. Oggi l’obbligo di tutelare il bene collettivo e la salute pubblica entra in frizione con i nostri diritti civili e umani, è giusto accettarlo temporaneamente ma è fondamentale restare vigili perchè la necessità temporanea non rischi di diventare permanente. Ce lo ricordano da inizio crisi anche vari pronunciamenti delle Nazioni Unite che hanno esortato gli stati a fondare qualsiasi iniziativa ed approccio alla gestione della crisi pandemica sui diritti umani e ad assicurare i rispetto dei diritti e del diritto alla salute per le persone più vulnerabili.

Infine, se proprio vogliamo trovare un nesso tra queste liberazioni credo che dovremmo cercarlo nel periodo che è seguito alla Liberazione dal Nazifascismo e che, speriamo presto, seguirà alla fine del pericolo e del Lockdown impostoci dal virus.

Mi riferisco allo splendido momento storico della fase costituente durante il quale donne e uomini di varia estrazione sociale, politica e geografica hanno costruito la nostra Democrazia creando la Costituzione più bella del Mondo.

Il Covid-19 in qualche modo ci costringerà ad una nuova ripartenza creando regole, comportamenti, abitudini e azioni nuove. Non sarà facile ne indolore ma potrebbe essere un importante momento per una nuova Costituente durante la quale, di nuovo, come dopo il 25 aprile 1945, uomini e donne dovrebbero essere chiamati a riscrivere il nostro Mondo.

Un nuovo Mondo con regole diverse ma soprattutto con priorità diverse. Un Mondo libero dalle guerre che servono per accaparrare le terre e le risorse del pianeta, la cui violenza si abbatte sulla parte più debole della popolazione civile e che continuano purtroppo ad essere finanziate, preparate e messe in atto in molte parti del mondo causando distruzioni irreparabili all’ambiente e grandi spostamenti forzati di popolazioni. (Ha dichiarato Antonio Guterres, segretario generale dell’ONU: “La furia del virus mostra la follia della guerra. Per questo chiedo un cessate il fuoco mondiale”). Un mondo quindi non più chiamato a spendere 1820 miliardi di dollari in un anno in spese militari mondiali (quasi 5 miliardi di dollari al giorno, 239 dollari a persona). Un mondo in cui la salute venga riconosciuta come un bene comune globale e in cui la parola sanità pubblica non sia più una parolaccia e soprattutto non sia un costo da abbattere il più possibile. Un Mondo dove l’educazione, anche reinventata, sia un caposaldo da cui partire. Un Mondo che necessariamente deve fare la pace con l’ambiente che lo ospita. Un Mondo capace di accogliere, un Mondo che cerchi di abbattere il più possibile le diseguaglianze che lo attanagliano ora e che la pandemia ha, drammaticamente, aumentato. Un Mondo capace di ripartire dai territori e dalle loro peculiarità sociali, culturali, ambientali ed economiche. Un Mondo chiamato ad una nuova transizione davvero e con ogni evidenza necessaria verso società ed economie più pacifiche, giuste e sostenibili.

Proviamo ad immaginare assieme un Mondo così, partendo dai nostri Comuni?

di Massimiliano Pilati

Presidente Forum Trentino per la Pace e i Diritti umani

Siamo sul baratro

Facciamo nostro l’appello della Commissione Giustizia&Pace dei Missionari Comboniani.

Mentre siamo bombardati e storditi dalle notizie dell’epidemia Coronavirus, la pentola a pressione nel Medio Oriente sta scoppiando.

La Turchia, in guerra contro la Siria, sostenuta dalla Russia, per il controllo della città di Idlib, si vede arrivare un altro milione di rifugiati, in buona parte bambini e donne.

Ankara, che già trattiene sul suo suolo quattro milioni di rifugiati siriani e afghani per un accordo scellerato con la UE, dalla quale ha ricevuto sei miliardi di euro, non ce la fa più e sta ricattando l’Europa per nuovi finanziamenti. Per ottenerli ha aperto le frontiere verso la Grecia. 18.000 siriani hanno già attraversato il confine ma Grecia e Bulgaria hanno bloccato subito le loro frontiere. Molti stanno già dirigendosi anche verso le isole greche, in particolare Chio e Lesbo, dove c’è già una situazione insostenibile. Basti pensare che a Lesbo, nel campo di Moria, che può ospitare 3.000 persone, ci sono già 20.000 rifugiati. Siamo al collasso!

Purtroppo l’Europa ha già la grossa pressione dei rifugiati che da anni si trovano bloccati sulle frontiere della Slovenia, Bosnia, Ungheria…

Chiediamo all’Ue, che si proclama patria dei Diritti Umani:

  • di annullare questo criminale accordo con Erdogan per trovare soluzioni umane per questi 4 milioni di rifugiati in Turchia;
  • di intervenire subito per risolvere questa situazione infernale per i rifugiati che fuggono dalla regione di Idlib, in Siria;
  • di ritornare all’operazione Sophia in tutto il Mediterraneo e specialmente in questo lembo di mare Egeo per salvare vite umane;
  • di riprendere in mano, in sede Onu, la questione della Siria.

Infine chiediamo alla Conferenza Episcopale italiana, che ha convocato a Bari dal 19 al 23 febbraio scorso, l’incontro di tutti i vescovi del Mediterraneo “Mediterraneo frontiera di pace” di alzare la voce in favore di queste sorelle e fratelli che pagano per queste guerre di cui siamo anche noi responsabili.

Commissione Giustizia&Pace dei Missionari Comboniani

Call 2020

Anche quest’anno, il Consiglio della pace ha deciso di indire una call per le associazioni del Forum.

Il tema scelto per il 2020 è “RICOMINCIO DA P – OBIETTIVO PACE”

Passati già quasi 5 anni dall’approvazione dell’Agenda 2030 i risultati sono ancora lontani.

Per questo il Forum chiede alle associazioni facenti parte del Forum di sviluppare iniziative (individualmente o in collaborazione tra di loro) inerenti al tema.

– Call for Projects 2020

– Scheda di presentazione progetto e informativa 2020

Accordo Usa sul Medio Oriente, le istituzioni palestinesi lasciate fuori

Condividiamo con voi la presa di posizione del Consiglio per la pace e i diritti umani del Forum sulla proposta Usa per un accordo di pace tra israeliani e palestinesi.

“In occasione della presentazione del cosiddetto “Accordo del secolo” promosso dall’amministrazione statunitense, il Consiglio per la pace e i diritti umani, organo di gestione del Forum trentino per la pace e i diritti umani ribadisce il suo impegno per la costruzione di una pace giusta per i popoli palestinese e israeliano.

Ancora una volta hanno prevalso le alleanze e le strategie politiche di alcuni attori in campo anziché una reale volontà di coinvolgimento nel processo di pace della società civile e di tutte le istituzioni coinvolte, a partire da quelle internazionali.

La stessa definizione di “accordo di pace” è in contrasto con i contenuti e le modalità di costruzione di questo piano sostanzialmente imposto e unilaterale. Esso, oltre a non aver coinvolto le istituzioni palestinesi, non tiene in considerazione il diritto internazionale, ufficializzando molte delle violazioni alle quali bisognerebbe invece porre rimedio: le colonie illegali, il mancato diritto di movimento in Cisgiordania, l’impossibilità stessa alla costruzione di un vero e proprio Stato palestinese.

Il Forum per la Pace si adopera per una diversa risoluzione dei conflitti, basata sul dialogo e sull’osservazione dei diritti umani. Per questo invita a volgere lo sguardo all’area a sud e a est del Mediterraneo, auspicando che, in un profondo dialogo culturale, il ruolo delle istituzioni internazionali e dell’Unione Europea possa riprendere ad essere di primo piano nella promozione del diritto internazionale e di una cultura di pace.

È pertanto intenzione del Consiglio della pace, rilanciare i lavori di un Tavolo permanente sul Mediterraneo e il Vicino Oriente, che raccolga e coordini gli sforzi e le istanze delle diverse associazioni impegnate sui temi della solidarietà internazionale, del dialogo interculturale e interreligioso, dei conflitti e dei diritti umani.

Invitiamo quindi tutte le associazioni e gli enti che intendano aderire al Tavolo permanente sul Mediterraneo e il Vicino Oriente a prendere contatto con la segreteria del Forum per la pace preferibilmente entro il 21 febbraio in modo da iniziare i lavori nelle settimane successive”.

Per informazioni e adesioni contattare la segreteria del Forum trentino per la pace e i diritti umani allo 0461/213176 o via mail a forum.pace@consiglio.provincia.tn.it.

Solidarietà con il Centro per la Cooperazione Internazionale

Riproponiamo di seguito il messaggio di solidarietà promosso da numerose associazioni del territorio in sostegno al Centro di Cooperazione Internazionale.

“Siamo un gruppo di persone rappresentanti di associazioni e organizzazioni che in questi anni a vario titolo hanno partecipato, collaborato e usufruito dei servizi del Centro per la Cooperazione Internazionale (CCI) di Trento. Siamo fortemente preoccupati per la complessa situazione in cui si trova il CCI a seguito della decisione della Giunta Provinciale di tagliare i fondi ad esso destinati. La Provincia, socio e principale finanziatore del CCI, si è infatti dimostrata indisponibile a cercare un accordo per la rinegoziazione dei radicali tagli di budget decisi per il prossimo triennio. Questo ha portato alla dimissioni del Presidente del Centro Mario Raffaelli e alla decisione da parte del direttivo del Centro di avviare una procedura di licenziamento collettivo di 12 persone. Esprimiamo la nostra più completa solidarietà alle collaboratrici e ai collaboratori del CCI che vedono messo in forse il loro lavoro. In questi anni abbiamo imparato a conoscere bene la loro competenza e la loro professionalità e stiamo soffrendo con loro. E’ soprattutto grazie al loro lavoro se in questi anni il Centro è potuto diventare un riferimento importante a livello internazionale su tematiche come cooperazione allo sviluppo, l‘educazione alla cittadinanza globale, il sistema Europa e i diritti e la libertà di stampa in essa. Lavoro che ha portato lustro e fatto crescere anche il nostro territorio. E proprio per l’importanza che ha il CCI siamo estremamente preoccupati perchè, oltre alla vicinanza “umana” e professionale per la perdita di posti di lavoro, si apre la via ad un inesorabile smantellamento del Centro stesso che, sottolineiamo ancora una volta, è bene comune, un patrimonio di tutte/i noi e non solo del nostro Trentino. Il CCI rappresenta un concreto spazio di incontro e di lavoro per vari soggetti interessati alla cooperazione internazionale e alle forme di sviluppo capaci di far crescere sia il nostro territorio che quelli in cui si sceglie di agire. Uno sviluppo capace di valorizzare le specificità della nostra terra, le esperienze delle nostre variegate comunità e di contribuire ad una loro apertura al mondo. Un luogo di riferimento provinciale, nazionale e internazionale per la formazione, l’analisi la promozione e la produzione della conoscenza su temi come diritti umani, pace, economia solidale e cooperazione internazionale, integrazione europea e della promozione dello sviluppo umano sostenibile. Un luogo di promozione del lavorare in rete tra soggetti trentini, nazionali e internazionali. Un luogo di analisi, informazione, formazione, sensibilizzazione e conoscenza dei complessi scenari internazionali con un’attenzione particolare alle aree di interesse per il nostro territorio cercando al contempo di rafforzare le capacità di studenti, cittadini e attori territoriali nel misurarsi tra dinamiche locali e globali. In questi anni il Centro ha contribuito notevolmente a migliorare la qualità del sistema di cooperazione internazionale del Trentino e la sua professionalizzazione con attività di consulenza, valutazione e monitoraggio iniziando anche a coinvolgere imprese interessate ad investire nello sviluppo economico in ambito di cooperazione internazionale. Ed è da queste riflessioni che continuiamo ad essere convinti che il CCI possa dare ancora molto al nostro territorio, diventando sempre più un valido strumento di supporto per le politiche trentine e per contribuire a dare prestigio al nostro territorio garantendogli al contempo “l’apertura al Mondo”, certamente non ingenua, di cui c’è necessità in questi tempi. Come continuiamo ad essere certi che vada salvaguardato quel patrimonio importante che si costruisce sulle organizzazioni che si occupano di cooperazione internazionale, di aiuti concreti qui e lì e che nel Centro trovano uno spazio di sostegno, riflessione, crescita. Ci associamo quindi all’appello rivolto in questi giorni da dipendenti del CCI e sindacati ai soci del Centro stesso: Provincia autonoma di Trento, Università di Trento, i Comuni di Trento e di Rovereto, Fondazione Campana dei Caduti “affinché si assumano un impegno concreto rispetto al futuro del CCI e delle sue lavoratrici e lavoratori.” Preoccupati ci rendiamo però sempre più conto che il CCI è solo una parte di un modello di territorio “aperto all’altro” che evidentemente non ha ancora trovato interesse nel nostro governo, in questo momento. Siamo preoccupati perché questo clima di muro contro muro non aiuta nessuno, non sono tecnicismi le persone che possono perdere il posto di lavoro, non possiamo esserne indifferenti e purtroppo qui non ci sono infatti solo in ballo i posti di lavoro del Centro, a breve varie nostre associazioni saranno costrette a ridimensionare le proprie strutture ed azioni a causa dei tagli al sistema di cooperazione allo sviluppo. Ma molto ancora si può fare assieme, se prevale la buona volontà e la voglia di un ascolto reciproco tra Provincia Autonoma di Trento e mondo della cooperazione, che ribadiamo a gran voce cresce e opera per sostenere la nostra terra trentina che da sempre è stata solidale e capace di farsi carico anche delle sofferenze lontane. Auspichiamo quindi una riflessione generale sul “Trentino che vogliamo” partendo proprio dal fondamentale contributo che l’apertura al Mondo può dare al nostro stesso territorio. Chiediamo a gran voce anche al nuovo Assessore alla Cooperazione allo sviluppo Gottardi di sedersi insieme a noi, alle donne e uomini del Centro per trovare insieme una nuova soluzione. Facciamolo insieme anche ad altre Istituzioni, Chiesa, Università, imprese e tutti i soggetti disposti a dialogare sul nostro futuro, per individuare le preziose specificità e i punti di forza dell’esperienza trentina e, nel contempo, individuare assieme elementi di innovazione da studiare e sviluppare, capaci di rendere più efficace il settore e di capitalizzare il suo contributo allo sviluppo del territorio. Possiamo dire sin da ora che il mondo della cooperazione saprà responsabilmente fare la propria parte per quel bene comune che chiamiamo Trentino capace di aprirsi ad uno sguardo attivo al Mondo nel solco della giustizia sociale e della solidarietà.”

Le/i firmatarie/i:

Massimiliano Pilati, Katia Malatesta – Forum Trentino per la pace e i diritti umani;
Lorenzo De Petro – Comitato territoriale Arcigay del Trentino;
Laura Bettini, Maurizio Camin; Trentino con i Balcani;
Roberto Pinter, Luciana Chini – Trentino for Tibet;
Erica Mondini, Pier Francesco Pandolfi – Pace per Gerusalemme – Il Trentino e la Palestina Onlus;
Raffaele Crocco – Associazione 46° Parallelo;
Pierino Martinelli – Fondazione Fontana;
Luisa Zanotelli – Tam Tam Korogocho;
Paulo Lima – Viracao;
Stefano Vernucchio – Solidarietà Vigolana;
Emilia Ceolan – Mlal Trentino;
Maria Grazia Sighele – Gruppo Autonomo Volontari;
Fendros Myrrina – Children of the sea;
Mauro Dossi – Associazione il Melograno Brentonico;
Lorenzo Brandolani – Associazione Mazingira;
Fiorenza Aste – Associazione Maloca;
Silvia Cristina Zangrando – Associazione Amici Trentini;
Leonora Zefi – Associazione Teuta;
Jabe Daka Zebenay – Associazione Amici dell’Etiopia;
Pina Gottardi – Cooperativa Villa S. Ignazio;
Luisa Bonetti – Amici di Villa S. Ignazio;
Ezio Chini – Associazione FratelVenzo;
Dario Pedrotti – Associazione Progetto Prijedor;
Laura Paternoster – Gruppo Trentino di Volontariato;
Pier Luigi Mariani – Associazione Nadir;
Franca Cazzani – Associazione Arcoiris;
Santo Boglioni – Associazione Comunità Gruppo 78;
Sandra Decarli – Associazione A World Home for Youth;
Fosca Pavanini – Coopi Trentino;
Michele Toccoli – Docenti Senza Frontiere;
Armando Stefani – Consorzio Brasil Trentino;
Chiara Ghetta – Associazione Tremembè;
Francesca Boldrin, Adelmo Calliari, Maddalena Zorzi – Associazione ACCRI;
Elisabetta Murdaca – Associazione Grande Quercia;
Carlo Risatti – Gruppo Missionario Alto Garda e Ledro;
Fulvio Gardumi – Rete Radiè Resch;
Silvia Valduga – Associazione Italia-Nicaragua;
Giovanna Luisa Rama – A scuola di Solidarietà;
Erio Korani – Associazione Rinia Riva del Garda;
Fausto Gardumi – Associazione una scuola per la vita;
Armin – Associazione la Cometa;
Paolo Rosatti – Consorzio Associazioni con il Mozambico;
Elisabetta Antonelli, Andrea Trentini, Ivonne Peroni, Federica Manfrini, Marzia Simoncelli – Comitato delle Associazioni per la Pace e i Diritti Umani.