La bellezza della meraviglia

– di Michele Nardelli* – 

La bellezza della meraviglia

In queste ore le immagini di Betlemme entrano nelle nostre case. Non so con quale effetto, posso solo sperare che la vista dei luoghi in cui nacque Gesù di Nazareth possa aiutare ad aprire gli occhi, il cuore e la mente delle tante persone che, nella paura verso i cambiamenti che segnano il nostro presente, tendono invece a chiudersi. A difendere con le unghie quel poco o tanto che si ha, a vivere le altre persone – nel vicinato come nella propria famiglia – quasi rappresentassero un’insidia. Non mancano, certo, motivi di preoccupazione.

– di Michele Nardelli* – 

La bellezza della meraviglia

In queste ore le immagini di Betlemme entrano nelle nostre case. Non so con quale effetto, posso solo sperare che la vista dei luoghi in cui nacque Gesù di Nazareth possa aiutare ad aprire gli occhi, il cuore e la mente delle tante persone che, nella paura verso i cambiamenti che segnano il nostro presente, tendono invece a chiudersi. A difendere con le unghie quel poco o tanto che si ha, a vivere le altre persone – nel vicinato come nella propria famiglia – quasi rappresentassero un’insidia. Non mancano, certo, motivi di preoccupazione.

Chi vive del proprio lavoro si è accorto da tempo che le conquiste sociali e civili di un tempo non reggono più di fronte ad un’umanità che rivendica semplicemente il diritto all’esistenza, ad una finanza che scommette sulla fame o ad un’economia che ha smarrito le proprie radici etiche o territoriali. I giovani che hanno già messo in conto un’esistenza di precarietà, dove i diritti delle generazioni che li hanno preceduti, come una pensione, sono solo retaggi del passato. Le persone anziane, che della solitudine del nostro tempo sono le prime vittime. Tutti quanti insieme, nella fatica di dare un senso alle nostre esistenze e a relazioni che si consumano nella fretta e nella superficialità.

Eppure, ogni cambiamento porta con sé straordinarie opportunità, a cui guardare con curiosità e speranza. Sarebbe tempo di fermarsi ed interrogarsi su tutto questo ed altro ancora. E invece il delirio dell’uomo senza qualità, che non sa accettare né il limite insito nella natura, né quello indicato dal timor di dio, sembra indisturbato nella corsa all’inutilità e all’effimero. Dove il limite fra chi è incluso e chi no è sempre più incerto ed a-geografico. E la guerra sembra diventata la condizione normale per regolarne le sorti.

Temo che, in questo iato profondo fra realtà in trasformazione e conservatorismo, l’esito sia la deriva del “tutti contro tutti”. Che si chiama, a seconda della latitudine, scontro di civiltà, guerra santa, razzismo o “non nel mio giardino”.

Occorre, come in ogni passaggio cruciale della storia, uno scarto di pensiero. Non è cosa da poco. Come augurio che mi sento di rivolgere in queste ore è quello di provare a tirare il fiato, andando oltre le apparenze e cercando la profondità di uno sguardo non distratto dalla quotidianità. Riconoscendo la paura nel suo manifestarsi quotidiano, prendendola per mano, provando a trasformare l’ansia dell’inquietudine nella bellezza della meraviglia.

 

* Presidente del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani

Guerre moderne e scontro di civiltà

Guerre moderne e scontro di civiltà

– di Michele Nardelli *-

Palos è oggi un piccolo borgo dell’Andalusia che supera di poco gli ottomila abitanti. Non era un grande centro portuale neppure il 3 agosto 1492, quando da lì salparono tre caravelle dirette verso le Indie. Il caso volle che finissero altrove e la storia prese un altro corso. I libri ne parlano. Quel che accadde il giorno prima, il 2 agosto, non trova talvolta nemmeno menzione nei libri di testo. Eppure anche in quella circostanza la storia prese una piega drammaticamente diversa.

Guerre moderne e scontro di civiltà

– di Michele Nardelli *-

Palos è oggi un piccolo borgo dell’Andalusia che supera di poco gli ottomila abitanti. Non era un grande centro portuale neppure il 3 agosto 1492, quando da lì salparono tre caravelle dirette verso le Indie. Il caso volle che finissero altrove e la storia prese un altro corso. I libri ne parlano. Quel che accadde il giorno prima, il 2 agosto, non trova talvolta nemmeno menzione nei libri di testo. Eppure anche in quella circostanza la storia prese una piega drammaticamente diversa.

Perché la decisione di Isabella e Ferdinando di cacciare gli ebrei e i musulmani dalla Spagna rappresentò la fine di una delle più interessanti vicende di intreccio culturale che il vecchio continente avesse mai conosciuto: il califfato di al-Andalus e l’esperienza delle città-stato che ne era seguita.Il tutto era iniziato nel 755 dC con l’arrivo nella penisola iberica di Abd al-Rahman, erede della dinastia degli Omayyadi, che unificò le popolazioni arabe già presenti nella parte meridionale della Spagna e costituì quella straordinaria esperienza di tolleranza nella quale convissero pacificamente e per più di sette secoli musulmani, ebrei e cristiani. E alla quale dobbiamo la traduzione di Aristotele e di Platone, le nuove frontiere della conoscenza scientifica, la poetica delle canzoni d’amore… e dell’altro ancora.

Finirono le traduzioni che facevano della biblioteca del califfo a Cordoba, ricca di quattrocentomila volumi manoscritti, la più grande mai conosciuta, nonostante fosse solo una delle settanta che arricchivano quella città. Finì la raffinatezza irripetibile dei palazzi e dei giardini più belli dell’Alhambra. Si concluse quella koinè culturale che si nutriva di conoscenza, di ascolto e di saggezza sincretica.

Nel suo volgere altrove lo sguardo, Europa rinnegò le sue stesse origini fenicie. La frattura fra oriente e occidente divenne sempre più profonda. Fino a diventare “scontro di civiltà”.


Dall’editto di espulsione degli ebrei

«…L’Inquisizione ha scoperto molti colpevoli, come è noto, e dagli stessi inquisitori, oltre che da numerosi fedeli, religiosi e secolari, siamo informati che sussiste un grave pericolo per i cristiani a causa dell’attività, della conversazione e della comunicazione che [i cristiani] mantengono con gli ebrei. [Gli ebrei infatti] dimostrano di essere sempre all’opera per sovvertire e sottrarre i cristiani alla nostra santa fede cattolica, per attirarli con ogni mezzo e pervertirli al loro credo, istruendoli nelle cerimonie e nell’osservanza della loro legge

Per questo motivo, e per mettere fine a una così grande vergogna e ingiuria alla fede e alla religione cristiana, poiché ogni giorno diventa sempre più evidente che i suddetti ebrei perseverano nel loro pessimo e malvagio progetto dovunque vivano e conversino [con i cristiani], [noi dobbiamo] cacciare i suddetti ebrei dai nostri regni così che non ci sia più occasione di offesa alla nostra fede…».

Toledo, 31 marzo 1492

Un’altra storia

Gli ebrei portarono nella diaspora da Sefarad (così chiamavano la Spagna) le chiavi delle loro case, la loro lingua ovvero il vernacolo castigliano che chiamavano ladino, l’abilità nel tradurre e nella diplomazia, i libri delle sacre scritture della loro cultura. Approdarono ovunque, anche a Sarajevo, terra d’asilo e tollerante, quasi a riecheggiare quel che al-Andalus aveva portato con sé nei secoli precedenti. Tanto che nel 1463 (ventinove anni prima dell’espulsione da Sefarad) il sultano Maometto II emanò per quelle terre un ben diverso editto, redatto in un piccolo villaggio a poca distanza da Mostar da cui prese il nome. E’ l’Editto di Blagaj, uno straordinario documento di tolleranza religiosa che venne consegnato ai francescani bosniaci come dichiarazione di salvaguardia nella professione della loro fede e di tutela dei loro luoghi di culto.

Dall’Editto di Blagaj

«Io, Sultano Mehmet-Kahn, informo il mondo intero che coloro i quali possiedono questo editto imperiale, i francescani bosniaci, sono nei miei favori per cui io dispongo:

– fate che nessuno infastidisca o disturbi né loro, né le loro chiese;

– permettete loro di vivere in pace nel mio Impero;

– lasciate stare al sicuro coloro che presso di loro sono rifugiati;

– permettete loro di tornare e di sistemare i loro monasteri senza timore in ogni Paese del mio Impero.

Né la mia Altezza Reale, né i miei Visir, né il personale alle mie dipendenze, né la mia servitù e nessuno dei cittadini del mio Impero potrà insultarli o infastidirli.

Non permettete a nessuno di attaccarli, insultarli, né di attentare alle loro vite, proprietà o chiese.

Se loro ospiteranno qualcuno proveniente da fuori e lo introdurrà nel mio Paese ne hanno la mia autorizzazione.

Poiché ho così disposto, ho graziosamente emesso questo editto imperiale e ufficialmente assumo l’impegno. Nel nome del creatore della terra e del cielo, colui che nutre tutte le creature, nel nome dei sette Musafs e del nostro grande Profeta e nel nome della spada che io impugno che nessuno si comporti diversamente da ciò che ho scritto fin tanto che mi saranno fedeli e obbedienti alla mia volontà».

Blagaj, 28 maggio 1463

Come già nella penisola iberica, anche qui l’Islam si caratterizzava per interpretazioni sincretiche avendo le proprie radici nell’eresia Bogomila, cresciuta in Bosnia e in Bulgaria intorno all’anno mille. Così le chiese cristiane crescevano accanto alle moschee e alle sinagoghe. Talvolta le une s’intrecciavano con le altre, se ne possono vedere ancor oggi le tracce. E Sarajevo divenne col tempo la “Gerusalemme dei Balcani”.

Intrecci europei

Nel dicembre 1910 ci fu il censimento nell’impero austroungarico, quel vasto paese dove l’inno all’imperatore veniva cantato in dodici lingue diverse. A Vienna come a Trento, a Budapest come a Sarajevo, quel censimento si fondava sulla “Umgangssprache”, cioè sulla lingua parlata in famiglia. Ne venne fuori che il 13,4% della popolazione di Sarajevo aveva come lingua madre lo spagnolo, l’antico castigliano dei loro avi della Terra promessa di Sefarad. Erano gli ebrei “sefarditi”, una componente importante di quella città già allora simbolo di cosmopolitismo. Si andava costruendo l’Europa dalle tante radici culturali.

Una storia che nemmeno l’olocausto riuscì a cancellare, tant’è vero che furono i musulmani di quella città a difendere durante l’occupazione nazista (gran parte della Bosnia negli anni ’40 del Novecento era sotto il regime ustaša di Ante Pavelić) gli antichi manoscritti che gli ebrei sefarditi si erano portati dalla Spagna.

Si salvarono dalla barbarie e nel secondo dopoguerra vennero gelosamente conservati nell’Istituto Orientale e nella Biblioteca Nazionale di Sarajevo, sulle rive della Miljacka.

1492 – 1992, cinquecento anni dopo…

La Miljacka non è il fiume degli smeraldi. Il colore delle sue acque è raramente verde o azzurro. Non evoca fantastiche figure femminili. Ciò nonostante lo scorrere delle sue acque accompagna la storia europea. Perché il Novecento europeo nasce e muove lungo questo fiume. E’ sul ponte latino, uno dei ventidue che l’attraversano nella città, che il 28 giugno 1914 venne assassinato l’erede al trono dell’Impero Austro Ungarico Francesco Ferdinando, pretesto o detonatore della Grande Guerra. Ed è sempre sulla Miljacka, in un altro ponte allora denominato Vrbanja, che il 5 aprile 1992, nel corso di una marcia che ostinatamente si opponeva alla guerra e che raccolse centomila persone in un ultimo disperato tentativo di far prevalere la civiltà sulla barbarie, che vennero assassinate Suada e Olga. Quel giorno ebbe inizio il lungo assedio della città di Sarajevo.

Da questa parte del mare, guardavamo distrattamente la tragedia che si consumava in quella città, senza capire che ad essere assediata era la storia, la cultura, un’idea dell’Europa, la civiltà. Decisi di prendermi la mia parte di responsabilità e così quei luoghi divennero un tratto importante della mia esistenza.

Lungo quel fiume, ho spesso pensato alla “neve nera” – per usare l’immagine di Kemal Bakaršić ripresa in un recente articolo di Azra Nuhefendić – che pioveva in quell’agosto del 1992 quando la “Vijećnica”, com’era chiamata dagli abitanti la vecchia biblioteca nazionale di Sarajevo, andò in fumo e con essa un milione e mezzo di volumi, 155 mila esemplari rari, 478 manoscritti. Rimasero solo lo scheletro dell’edificio in stile moresco e dieci tonnellate di cenere.

«Ho visto Werther seduto sul recinto del cimitero distrutto. Quasimodo dondolante sul minareto di una moschea. Raskolnikov e Marsault sussurravano, per giorni, nella mia cantina…»: in quella cenere che cadeva dal cielo le anime dei personaggi della letteratura girovagavano per la città, come scrisse Goran Simić.

«Tutta la città fu coperta da brandelli di carta bruciata. Le pagine fragili volavano in aria, cadendo come neve nera. Afferrandola. per un attimo era possibile leggere un frammento di testo, che un istante dopo si trasformava davanti ai tuoi occhi in cenere». (Kemal Bakaršić)

Completarono così quel lavoro di distruzione della storia che tre mesi prima avevano iniziato con il bombardamento dell’Istituto Orientale di Sarajevo, questa volta nei pressi del ponte Drvenjia, che conteneva migliaia di testi antichissimi e manoscritti in lingua araba, in farsi ed in ebraico.

Fine della storia. La barbarie aveva vinto. Insieme ai libri e ai manoscritti, bruciarono la storia e la cultura di una città che nella sua essenza rappresentava l’idea di un’Europa dalle radici plurali.

Del resto era proprio questo l’obiettivo degli assedianti. Le granate, le bombe incendiarie, non cadevano a caso, miravano i simboli. Le guerre moderne non hanno come obiettivo la distruzione dell’esercito nemico, con il quale spesso ci si intende e si fanno affari, ma contro la popolazione civile, la storia, la cultura, le città. Con l’assedio di Sarajevo si parlò di “urbicidio”: la volontà non era di prendere una città della quale non sapevano che farsene, ma di tenerla sotto scacco di fronte al mondo intero per sfiancarne la resistenza ed il messaggio. Così le biblioteche sono diventate obiettivi strategici perché, come i libri, gli edifici, le opere d’arte ci parlano della complessità, degli intrecci, di identità in continuo divenire.

I sacerdoti della purezza identitaria sono come i cultori dello scontro di civiltà, non sopportano i sincretismi. Coltivano le fratture della storia, agitano la Battaglia di Lepanto, fanno leva sulla paura e fomentano il rancore. L’altra strada ci interroga invece sulle nostre radici comuni, sul “pane” che – come ha scritto Enzo Bianchi nella prefazione dell’ultimo libro di Predrag Matvejević – per essere “nostro” dev’essere condiviso. Altrimenti cessa di essere pane, assume le sembianze dello scontro di civiltà in nome del quale l’acqua, le sementi, il petrolio… diventano beni privati anziché comuni. Per questo vale la pena studiare Fernand Braudel, per ripartire da lì, da dove si è interrotta la fertile comunicazione di sapere e di pensiero fra Occidente e Oriente attraverso il Mediterraneo.

 

*Presidente del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani

fonte: Articolo tratto dal quotidiano “L’Adige” pubblicato mercoledì 8 dicembre 2010 e inserito nella nuova edizione dell’Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo.