M’illumino di meno – Filmato sull’Ecuador

Proiezione documentario
Venerdì 13 febbraio 2014, ore 20.30 - Centro di Educazione alla Pace, Via Vicenza 5, Rovereto
Organizza: Comitato delle associazioni per la Pace e i Diritti Umani

Proiezione documentario
Venerdì 13 febbraio 2014, ore 20.30 - Centro di Educazione alla Pace, Via Vicenza 5, Rovereto
Organizza: Comitato delle associazioni per la Pace e i Diritti Umani

 

Nella giornata nazionale del risparmio energetico 'M'illumino di meno' promossa dalla trasmissione Caterpillar di Radio Due - proiezione e dialogo con Claudio della Volpe, ricercatore di chimica fisica applicata all'Università di Trento.
Proiezione del documentario "Adelante Petroleros - L'oro nero dell'Ecuador" prodotto e diretto da Maurizio Zaccaro.
Il film documentario racconta le vicende legate all'estrazione del petrolio in Ecuador e ribadisce con forza un messaggio: lo sfruttamento delle risorse naturali non rinnovabili – in Ecuador così come in altre parti del mondo - non produce sviluppo durevole, ma diseguaglianze, sfruttamento, povertà e disastri ambientali. Per metter fine all'attuale modello economico non più sostenibile, non bastano denunce e proteste.
Occorre impegnarsi a promuovere su scala globale stili di vita sostenibili per tutti i popoli e per tutte le nazioni, nel Sud come nel Nord del mondo. Quale strumento migliore di un film documentario per arrivare alla coscienza delle persone?

Promuove il Comitato delle associazioni per la Pace e i Diritti Umani. Informazioni: 0464658210, roveretopace@gmail.com

This is my land: insegnare storia in Palestina e in Israele

di Francesca Correr Come la storia e il suo insegnamento nelle scuole possono edificare il presente e il futuro? E come possono modellare le identità dei cittadini? Da queste due domande prende spunto This is my land, un film documentario di Tamara Erde, regista israeliana che vive in Francia e che attraverso mezzi audiovisivi si occupa del conflitto israelo-palestinese sotto vari aspetti. Questa volta la chiave di lettura prescelta è quella dell’insegnamento della storia nelle scuole di Israele e Palestina; l’idea nasce dall’esperienza personale dell’autrice, che all’inizio del film racconta di come durante gli anni della scuola non si fosse mai posta delle domande su come le venisse insegnata la storia nazionale o su come venisse diversamente raccontata in una classe palestinese. Così dietro l’occhio della videocamera la regista diviene osservatrice privilegiata di alcune lezioni di storia contemporanea durante un anno scolastico in sei diverse scuole, da quella di Talmud di un insediamento israeliano della West Bank alla scuola palestinese di un campo profughi di Ramallah, passando per una scuola privata mista, con studenti e docenti palestinesi e israeliani. La videocamera riprende le dinamiche pedagogiche e dialettiche delle lezioni di storia e conduce lo spettatore, e gli stessi docenti intervistati, a una riflessione complessa sul valore della storia nel plasmare le identità dei giovani e il loro posto nel mondo (in questo caso un mondo di conflitto quotidiano). Vediamo così la costruzione di diverse, in genere opposte, interpretazioni delle date fondamentali della storia contemporanea dell’area e di tematiche quali l’occupazione delle terre e la loro rivendicazione. Sono tasselli di storia costitutivi del presente e allo stesso tempo elementi sui quali si incardina l’immaginario del futuro: i libri di testo mettono per iscritto questa distanza tra due storie diverse, parallele e conflittuali. Così i bambini sono già attori del conflitto, per averlo vissuto sulla propria pelle in situazioni disperate o anche solo per vestirne la dialettica e la retorica pervasiva: le narrative dell’“altro”, che sia israeliano o palestinese, lo modellano come incarnazione di una politica di oppressione e violenza, come il pericolo alla porta di casa. Le identità, incarnate già nei più giovani, non possono che strutturarsi per opposizione, per incompatibilità. Fa riflettere amaramente l’unica scena girata dalla regista fuori dai confini israelo-palestinesi; seguiamo una classe in visita al campo di concentramento austriaco di Mathausen – Gusen, bandiere israeliane in mano. Un ragazzo fuori dai cancelli parla dell’esperienza della visita al campo e dice di sentirsi molto più israeliano; capisce di doversi impegnare attivamente per la difesa del territorio contro i nemici che lo minacciano. L’interpretazione della tragedia nazista sottolinea un uso della memoria che riproduce costantemente il dramma dello sterminio, senza però applicarlo in chiave plurale a tutti gli stermini, a tutte le ingiustizie. Un altro tassello verso un’identità chiusa, come fosse monolitica. Il film mostra criticità e conflittualità ben lontane dal trovare una via di risoluzione pacifica: l’ottica adottata non è certo speranzosa ma propone una riflessione necessaria. Alle tematiche trattate dal lavoro della Erde possiamo associare un progetto virtuoso che, riflettendo appunto sulla costruzione della storia in modo unilaterale e per opposizione, propone un dialogo tra le diverse interpretazioni degli eventi. Il progetto viene concretizzato in un libro dal titolo La storia dell’altro (2003), un esperimento didattico di un gruppo di insegnati israeliani e palestinesi. Il testo propone un percorso parallelo attraverso il quale si snodano le due storie, quella israeliana e quella palestinese: le due versioni degli eventi corrono ai margini delle pagine, al centro uno spazio bianco dove scrivere note, comparazioni. Sono individuate alcune date chiave nella loro distinta trattazione, come quella della dichiarazione di Balfour (1917), della nascita dello Stato di Israele (1948) o della Guerra dei Sei Giorni (1967). L’intento è coraggioso e realistico: non si cerca di scrivere una versione comune della storia passata, non condivisa, ma si accetta di leggere anche quella dell’altro, ci si accosta alla memoria storica e agli immaginari collettivi diversi. Si inizia a percepire con cosa cresce l’altro, con quali discorsi, quali interpretazioni e quali costruzioni del sé. Ecco che si inizia a tracciare per lo meno la possibilità di una storia plurale; che non incida certezze ma coltivi un terreno di dubbi, domande e volontà di comprensione. This is my land, Tamara Erde Francia/Israele, 2014. 90’ Il trailer: http://www.tamaraerde.com/films/this-is-my-land/ La storia dell'altro. Israeliani e palestinesi, Peace Research Institute in the Middle East. Pubblicato in Italia da Edizioni Una Città.

Riconciliazione contro la guerra

Si avvicina fine anno e, come in molte altre realtà, al Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani è tempo di fare bilanci e relazioni di fine anno. Tra le centinaia di scritti, dibattiti, eventi, iniziative organizzate direttamente da noi o alle quali ho partecipato soprattutto due frasi mi tornano spesso alla memoria. A giugno ero a Modena per la festa dei 50 anni della rivista “Azione nonviolenta” fondata da Aldo Capitini e ho avuto modo, durante le pause della festa, di visitare l'Accademia Militare di Modena (istituzione di formazione militare dell'esercito italiano). All'ingresso un’enorme scritta accoglie visitatori e allievi cadetti: “Preparo alle glorie di Italia i nuovi eroi”. Poi, a dare “man forte” a questa frase, un'intera parte delle mura dell'accademia è ricoperta da centinaia di migliaia di nomi di soldati morti nelle molte, troppe, battaglie combattute.

Massimiliano Pilati Presidente Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani Articolo pubblicato su "Il Corriere del Trentino" del 28 dicembre 2014

Si avvicina fine anno e, come in molte altre realtà, al Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani è tempo di fare bilanci e relazioni di fine anno. Tra le centinaia di scritti, dibattiti, eventi, iniziative organizzate direttamente da noi o alle quali ho partecipato soprattutto due frasi mi tornano spesso alla memoria.

A giugno ero a Modena per la festa dei 50 anni della rivista “Azione nonviolenta” fondata da Aldo Capitini e ho avuto modo, durante le pause della festa, di visitare l'Accademia Militare di Modena (istituzione di formazione militare dell'esercito italiano). All'ingresso un’enorme scritta accoglie visitatori e allievi cadetti: “Preparo alle glorie di Italia i nuovi eroi”. Poi, a dare “man forte” a questa frase, un'intera parte delle mura dell'accademia è ricoperta da centinaia di migliaia di nomi di soldati morti nelle molte, troppe, battaglie combattute. Mi sono soffermato in raccoglimento parecchi minuti davanti all'elenco interminabile di morti in guerra. Giovani strappati alle loro famiglie e ai loro affetti per motivi che non sempre sono comprensibili e troppo spesso non sono assimilabili alla, a volte necessaria, “difesa della Patria”. A questa scritta ricca di retorica militarista e presente in un istituto di formazione militare che tuttora forma i nostri soldati, contrappongo una frase pronunciata da Malala Yousafzai, la ragazzina pakistana premio Nobel per la Pace 2014, durante il discorso da lei tenuto in occasione della consegna del Premio (10 dicembre 2014, Oslo): “Un bambino, un insegnante, una penna e un libro possono cambiare il mondo”. La lotta di Malala e di tante bambine e bambini di tutto il mondo è semplicemente quella di poter andare a scuola per formarsi alla vita. In troppi luoghi del nostro mondo il fondamentale diritto all'istruzione è considerato (per dirlo con le parole di Malala) un “reato”. Per questo nel nostro fortunato Trentino dobbiamo sforzarci nel rafforzare nelle nostre scuole anche argomenti come dialogo, come lo studio di una sana cultura di pace e dei diritti fondamentali, come la convivenza. Purtroppo in questo periodo di crisi per far quadrare il bilancio provinciale si parla di tagliare anche degli ottimi strumenti di cui in questi anni la nostra Provincia si è dotata: Il Centro Millevoci, il Centro di Formazione alla Solidarietà internazionale, 'Osservatorio Balcani e Caucaso e lo stesso Forum sia nelle scuole che dentro la nostra società sono stati e sono importanti strumenti di analisi, approfondimento e formazione e per questo vanno tutelati. Come Consiglio del Forum, pur capendo le necessità di far quadrare i conti, abbiamo espresso profonda preoccupazione sul futuro di queste realtà che contribuiscono quotidianamente a rafforzare una sana cultura di pace. Ancora oggi ci sono milioni di esseri umani che in virtù di un’appartenenza (etnica, nazionale, religiosa, ideologica, sessuale, etc.) subiscono forme di discriminazione, violenza, sopruso, negazione di diritti. Come Forum concentreremo le azioni dei prossimi anni attorno al tema dei diritti negati: il punto di partenza è che non si può costruire la pace e poi affermare i diritti, bensì è affermando i diritti che si può arrivare a una società di pace diffusa e duratura. E questo non riguarda solo Paesi lontani, segnati da conflitti armati, ma coinvolge anche le nostre comunità. Partiremo nelle prossime settimane con la ricerca I giovani e la pace, realizzata con il Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale dell’Università di Trento, che vuole indagare il posizionamento dei giovani in relazione ai temi prioritari del Forum per poi proporre azioni e interventi di riflessione, formazione e confronto che risultino coerenti e per questo efficaci con i reali fabbisogni e sensibilità. La diffusione dei risultati sarà poi occasione per proporre eventi rivolti anche alla comunità adulta, chiamata a riflettere e confrontarsi su queste tematiche. L’augurio per il nuovo anno rivolto a tutti noi è che in un mondo che vede come unica soluzione dei conflitti (personali, di quartiere, mondiali) la violenza, gli eserciti e la guerra si possano finalmente sperimentare, a cominciare dal nostro bel Trentino, nuovi percorsi che tentino il dialogo e la riconciliazione. In un mondo che istruisce alla gloria dell'immolarsi da eroi martiri per difendere il proprio territorio vorrei si contrapponesse una sana educazione al dialogo, alla convivenza pacifica, alla risoluzione nonviolenta dei conflitti e alla riconciliazione. Massimiliano Pilati Presidente Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani Articolo pubblicato su "Il Corriere del Trentino" del 28 dicembre 2014 <b/p>

Peshawar, Cronaca di un massacro

- Emanuele Giordana -

Un attacco terroristico produce un bilancio di oltre 140 morti, in stragrande maggioranza studenti (132 secondo le ultime stime). Maschi e femmine uccisi in una giornata convulsa che richiede almeno quattro ore per confinare i guerriglieri islamisti del Tehreek-e-Taleban Pakistan in una zona delle scuola dove sgominarli e ucciderli

Comincia nella tarda mattinata di un giorno di scuola apparentemente normale il peggior attacco terroristico della storia del Pakistan. Un attacco che produce un bilancio di oltre 140 morti, in stragrande maggioranza studenti (132 secondo le ultime stime). Maschi e femmine uccisi in una giornata convulsa che richiede almeno quattro ore per confinare i guerriglieri islamisti del Tehreek-e-Taleban Pakistan in una zona delle scuola dove sgominarli e ucciderli. Succede a Peshawar, la capitale della provincia nordoccidentale – al confine con l'Afghanistan – nel college militare di Warsak Road che fa parte di una rete di 146 scuole che fanno capo all'esercito: liceo e secondaria frequentate da quasi 500 studenti tra i 10 e i 18 anni d'età. Un massacro premeditato e senza alcun senso se non per il fatto che il college è una scuola militare. Una scuola con ragazzi che in maggioranza sono minorenni.

Articolo pubblicato su Il Manifesto e Lettera 22

- Emanuele Giordana -

Un attacco terroristico produce un bilancio di oltre 140 morti, in stragrande maggioranza studenti (132 secondo le ultime stime). Maschi e femmine uccisi in una giornata convulsa che richiede almeno quattro ore per confinare i guerriglieri islamisti del Tehreek-e-Taleban Pakistan in una zona delle scuola dove sgominarli e ucciderli

Comincia nella tarda mattinata di un giorno di scuola apparentemente normale il peggior attacco terroristico della storia del Pakistan. Un attacco che produce un bilancio di oltre 140 morti, in stragrande maggioranza studenti (132 secondo le ultime stime). Maschi e femmine uccisi in una giornata convulsa che richiede almeno quattro ore per confinare i guerriglieri islamisti del Tehreek-e-Taleban Pakistan in una zona delle scuola dove sgominarli e ucciderli. Succede a Peshawar, la capitale della provincia nordoccidentale – al confine con l'Afghanistan – nel college militare di Warsak Road che fa parte di una rete di 146 scuole che fanno capo all'esercito: liceo e secondaria frequentate da quasi 500 studenti tra i 10 e i 18 anni d'età. Un massacro premeditato e senza alcun senso se non per il fatto che il college è una scuola militare. Una scuola con ragazzi che in maggioranza sono minorenni.


La furia omicida del commando – tra sei e dieci persone – si abbatte subito su insegnanti e ragazzi, giovani e giovanissimi studenti che l'istituto indirizza alla carriera militare. E' giorno d'esami ma c'è anche una festa programmata nella quale irrompe il commando entrato da una porta laterale: sparano all'impazzata non si capisce ancora come e con che logica. Hanno avuto solo un ordine dai loro capi: sparare agli “adulti” e risparmiare i “piccoli”. Missione impossibile in un parapiglia di centinaia di studenti e decine di insegnanti ostaggio - oltre che delle armi - del terrore, il viatico dell'ennesima campagna dei talebani pachistani per sprofondare le città e la gente nella paura. Gran parte dei più piccoli, sostiene Al Jazeera, riesce a scappare alla spicciolata. I più grandi sono meno fortunati.
La dinamica è per ora ancora frammentata (la ricostruzione ora per ora sul sito del quotidiano The Dawn) e non è chiaro né evidente come i guerriglieri, travestiti da militari, abbiano organizzato la strage. Ma è chiaro che strage doveva essere: vendetta per la missione militare “Zarb-e-Azb” del governo che da alcuni mesi martella il Waziristan, agenzia tribale rifugio per talebani e sodali stranieri.
La rivendicazione del Ttp arriva poco dopo l'ingresso del commando e spiega che il target sono proprio i più anziani, studenti compresi. Non dunque ostaggi da trattenere per negoziare qualcosa, ma obiettivi della vendetta.

I parenti dei ragazzi iniziano ad arrivare fuori dalla scuola che è vicino a una caserma; le sirene delle ambulanze sono la cornice dello scenario più sinistro che Peshawar abbia mai visto. Il primo ministro Nawaz Sharif, che definisce l'attacco una “tragedia nazionale” - decreterà poi tre giorni di lutto nazionale -, vola a Peshawar dove converge anche il capo dell'esercito Raheel Sharif: i suoi soldati intanto stanno cercando di liberare la scuola aula per aula, mentre il commando si va asserragliando nell'area amministrativa dell'edificio. Si trova comunque il tempo anche per la polemica politica: Nawaz è ai ferri corti con Imran Khan, criticissimo capo del partito al potere nella provincia del Khyber Pakhtunkhwa. Ora la falla nella sicurezza mette in difficoltà anche il contestatore. Tutti, compresi i partiti islamisti (legali), prendono le distanze dall'attacco e così i diversi responsabili politici e religiosi. Il mondo guarda allibito.

Alle tre del pomeriggio la situazione comincia a essere sotto controllo: fonti riferiscono che alcuni miliziani avrebbero tentato la fuga rasandosi la barba. Ma le voci corrono incontrollate: il commando è ancora dentro. Qualcuno si è fatto già esplodere, altri tirano granate, sparano con mitraglie di ultima generazione. Alle 15 e 35 radio Pakistan lancia il primo duro bilancio dei morti: 126, un numero inimmaginabile solo qualche ora prima. E destinato a crescere. E' in quel momento che i militari pachistani sono intanto riusciti a raggiungere il loro obiettivo e pochi minuti prima delle 16 fanno sapere che il commando è ormai confinato in un'area precisa dell'enorme scuola militare.

Poco più tardi il ministro dell'Informazione della provincia Mushtaq Ghani dice all'Afp che il bilancio è di 130 morti. Sono già 131 qualche minuto dopo. Poi salgono a 140 e così avanti. 

I militanti del Ttp non possono parlare. Tutti morti. Non potranno spiegare quale delle tante fazioni dell'ex ombrello jihadista – divisosi nel corso del 2014 in quasi una decina di rivoli – ha deciso la strage. Muhammad Khorasani, l'uomo che per primo rivendica, non è un nome noto della galassia col cappello talebano. Il gruppo, che dal 2010 figura nella lista dei “most wanted” internazionali, ha mantenuto una certa unità sino alla morte nel 2009 di Beitullah Meshud – il fondatore del Ttp con Wali-ur-Rehman (anche lui ucciso nel 2013) - e ancora sotto la guida di Hakimullah Meshud, assassinato da un drone alla fine del 2013. Da allora il gruppo si è diviso su questioni ideologiche e diatribe tribali (una parte per esempio ha aderito al progetto di Al Baghdadi, una fazione ha contestato la leadership dei Meshud). Quel che è certo è che la deriva stragista nei confronti dei civili, già utilizzata senza problemi dal Ttp (a differenza della maggior parte dei cugini afgani), ha preso velocità. Il Ttp non è nuovo a bombe nei bazar e nelle moschee ma non era mai giunto a tanto. Un tentativo negoziale col governo alcuni mesi fa è fallito e a giugno l'esercito ha iniziato a ripulire il Nord Waziristan con l'operativo Zarb-e Azb, tuttora in corso, colpendo i rifugi della guerriglia pachistana e straniera dal cielo e da terra con 30mila uomini.

Articolo pubblicato su Il Manifesto e Lettera 22

AperiLibri

Appuntamento culturale del novembre trentino, che lega letteratura all’enogastronomia.

Libri e cibo sono portatori di conoscenza, di esperienze di crescita e di piacere. Cinque appuntamenti intrecceranno tali dimensioni, attraverso la presentazione di libri, aperitivi con gli autori e cene a tema. I libri che verranno narrati hanno il comune obiettivo di descrivere un mondo di conflitti, spesso diversi tra loro e mai affrontati apertamente: conflitti armati, sociali, ambientali, emergenti o mai sopiti. 



Qui
il programma dettagliato 

Dal 19 novembre al 3 dicembre
Gli incontri avranno luogo a partire dalle ore 18.00 presso il Cafè de la Paix, Passaggio Teatro Osele - Trento

Organizza: Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani in collaborazione con Afghanistan 2014, Café de la Paix, Centro per la Formazione alla Solidarietà Internazionale, Unimondo

Appuntamento culturale del novembre trentino, che lega letteratura all’enogastronomia.

Libri e cibo sono portatori di conoscenza, di esperienze di crescita e di piacere. Cinque appuntamenti intrecceranno tali dimensioni, attraverso la presentazione di libri, aperitivi con gli autori e cene a tema. I libri che verranno narrati hanno il comune obiettivo di descrivere un mondo di conflitti, spesso diversi tra loro e mai affrontati apertamente: conflitti armati, sociali, ambientali, emergenti o mai sopiti. 



PROGRAMMA 

I cinque appuntamenti si svolgeranno presso il Café de la Paix, passaggio Teatro Osele – Trento 
a partire dalle ore 18.00 
______________________________________________

Mercoledì 19 novembre 2014

Introduce la rassegna Massimiliano Pilati - Presidente Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani 
L'Autore Alidad Shiri dialoga con Tommaso Vaccari 

Alidad Shiri – VIA DALLA PAZZA GUERRA (Ed. il Margine, 2007)
La storia di un ragazzo afghano che intraprende un viaggio coraggioso ed estenuante alla ricerca di una vita lontano dalla guerra.

Qui l'evento facebook
______________________________________________

Sabato 22 novembre 2014

L'autore Matteo Massi dialoga con Massimiliano Pilati

Matteo Massi – IN/MOVIMENTO (Ed. Gruppo Abele 2014) 
Cosa sono i movimenti? Come si rapportano con la società? Un reportage per comprendere meglio questa forma di partecipazione dal basso, partendo dall’esperienza di alcune realtà rilevanti.

Qui l'evento facebook
______________________________________________

Mercoledì 26 novembre 2014 

Il direttore di Osservatorio Iraq Medioriente e Nordafrica Enzo Mangini (curatore del volume) dialoga con Federico Zappini 

AA.VV. – LA CRISI IRACHENA. CAUSE ED EFFETTI DI UNA STORIA CHE NON INSEGNA (Ed. dell’Asino 2014) 
Un libro a più mani che nasce per approfondire, analizzare e far conoscere il paese al di là delle cronache, rileggendo la storia ed evidenziando linee di continuità per comprenderlo un po’ meglio.

Qui l'evento facebook
______________________________________________

Sabato 29 novembre 2014 

L'autrice Valentina Codeluppi dialoga con Giorgia Stefani 

Valentina Codeluppi – LE CICATRICI DEL RUANDA (Ed. EMI 2012) 
A vent’anni dal genocidio ruandese il processo di riconciliazione risulta ancora difficoltoso, affidato principalmente a tre tipi di tribunali, tutti con le loro luci e molte ombre.

Qui l'evento facebook
______________________________________________

Mercoledì 3 dicembre 2014 

La direttrice del Centro per la Formazione alla Solidarietà Internazionale Jenny Capuano (traduttrice del volume) dialoga con Marco Pontoni

Elisio Macamo L’ABBECEDARIO DELLA NOSTRA DIPENDENZA (Ed. Erikkson 2013)
Una lettura critica del discorso dello sviluppo attraverso il caso del Mozambico, partendo dal provocatorio assunto che “Il Mozambico esiste solo perché l’aiuto allo sviluppo dà esistenza al Paese”.

Qui l'evento facebook 
______________________________________________

Dopo la presentazione del libro e l’aperitivo con l’autore sarà possibile partecipare alla cena con piatti a tema, su prenotazione al 346 8639590 a cura del Café de la Paix. 

Per informazioni: 
www.forumpace.it – 0461 213176 
www.tcic.eu – info@tcic.eu – 0461 0093013

Organizza: Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani in collaborazione con Associazione Afghanistan 2014Café de la PaixCentro per la Formazione alla Solidarietà InternazionaleUnimondo