Peshawar, Cronaca di un massacro

Emanuele Giordana

Un attacco terroristico produce un bilancio di oltre 140 morti, in stragrande maggioranza studenti (132 secondo le ultime stime). Maschi e femmine uccisi in una giornata convulsa che richiede almeno quattro ore per confinare i guerriglieri islamisti del Tehreek-e-Taleban Pakistan in una zona delle scuola dove sgominarli e ucciderli

Comincia nella tarda mattinata di un giorno di scuola apparentemente normale il peggior attacco terroristico della storia del Pakistan. Un attacco che produce un bilancio di oltre 140 morti, in stragrande maggioranza studenti (132 secondo le ultime stime). Maschi e femmine uccisi in una giornata convulsa che richiede almeno quattro ore per confinare i guerriglieri islamisti del Tehreek-e-Taleban Pakistan in una zona delle scuola dove sgominarli e ucciderli. Succede a Peshawar, la capitale della provincia nordoccidentale – al confine con l’Afghanistan – nel college militare di Warsak Road che fa parte di una rete di 146 scuole che fanno capo all’esercito: liceo e secondaria frequentate da quasi 500 studenti tra i 10 e i 18 anni d’età. Un massacro premeditato e senza alcun senso se non per il fatto che il college è una scuola militare. Una scuola con ragazzi che in maggioranza sono minorenni.

Articolo pubblicato su Il Manifesto e Lettera 22

Emanuele Giordana

Un attacco terroristico produce un bilancio di oltre 140 morti, in stragrande maggioranza studenti (132 secondo le ultime stime). Maschi e femmine uccisi in una giornata convulsa che richiede almeno quattro ore per confinare i guerriglieri islamisti del Tehreek-e-Taleban Pakistan in una zona delle scuola dove sgominarli e ucciderli

Comincia nella tarda mattinata di un giorno di scuola apparentemente normale il peggior attacco terroristico della storia del Pakistan. Un attacco che produce un bilancio di oltre 140 morti, in stragrande maggioranza studenti (132 secondo le ultime stime). Maschi e femmine uccisi in una giornata convulsa che richiede almeno quattro ore per confinare i guerriglieri islamisti del Tehreek-e-Taleban Pakistan in una zona delle scuola dove sgominarli e ucciderli. Succede a Peshawar, la capitale della provincia nordoccidentale – al confine con l’Afghanistan – nel college militare di Warsak Road che fa parte di una rete di 146 scuole che fanno capo all’esercito: liceo e secondaria frequentate da quasi 500 studenti tra i 10 e i 18 anni d’età. Un massacro premeditato e senza alcun senso se non per il fatto che il college è una scuola militare. Una scuola con ragazzi che in maggioranza sono minorenni.

La furia omicida del commando – tra sei e dieci persone – si abbatte subito su insegnanti e ragazzi, giovani e giovanissimi studenti che l’istituto indirizza alla carriera militare. E’ giorno d’esami ma c’è anche una festa programmata nella quale irrompe il commando entrato da una porta laterale: sparano all’impazzata non si capisce ancora come e con che logica. Hanno avuto solo un ordine dai loro capi: sparare agli “adulti” e risparmiare i “piccoli”. Missione impossibile in un parapiglia di centinaia di studenti e decine di insegnanti ostaggio – oltre che delle armi – del terrore, il viatico dell’ennesima campagna dei talebani pachistani per sprofondare le città e la gente nella paura. Gran parte dei più piccoli, sostiene Al Jazeera, riesce a scappare alla spicciolata. I più grandi sono meno fortunati.
La dinamica è per ora ancora frammentata (la ricostruzione ora per ora sul sito del quotidiano The Dawn) e non è chiaro né evidente come i guerriglieri, travestiti da militari, abbiano organizzato la strage. Ma è chiaro che strage doveva essere: vendetta per la missione militare “Zarb-e-Azb” del governo che da alcuni mesi martella il Waziristan, agenzia tribale rifugio per talebani e sodali stranieri.
La rivendicazione del Ttp arriva poco dopo l’ingresso del commando e spiega che il target sono proprio i più anziani, studenti compresi. Non dunque ostaggi da trattenere per negoziare qualcosa, ma obiettivi della vendetta.

I parenti dei ragazzi iniziano ad arrivare fuori dalla scuola che è vicino a una caserma; le sirene delle ambulanze sono la cornice dello scenario più sinistro che Peshawar abbia mai visto. Il primo ministro Nawaz Sharif, che definisce l’attacco una “tragedia nazionale” – decreterà poi tre giorni di lutto nazionale -, vola a Peshawar dove converge anche il capo dell’esercito Raheel Sharif: i suoi soldati intanto stanno cercando di liberare la scuola aula per aula, mentre il commando si va asserragliando nell’area amministrativa dell’edificio. Si trova comunque il tempo anche per la polemica politica: Nawaz è ai ferri corti con Imran Khan, criticissimo capo del partito al potere nella provincia del Khyber Pakhtunkhwa. Ora la falla nella sicurezza mette in difficoltà anche il contestatore. Tutti, compresi i partiti islamisti (legali), prendono le distanze dall’attacco e così i diversi responsabili politici e religiosi. Il mondo guarda allibito.

Alle tre del pomeriggio la situazione comincia a essere sotto controllo: fonti riferiscono che alcuni miliziani avrebbero tentato la fuga rasandosi la barba. Ma le voci corrono incontrollate: il commando è ancora dentro. Qualcuno si è fatto già esplodere, altri tirano granate, sparano con mitraglie di ultima generazione. Alle 15 e 35 radio Pakistan lancia il primo duro bilancio dei morti: 126, un numero inimmaginabile solo qualche ora prima. E destinato a crescere. E’ in quel momento che i militari pachistani sono intanto riusciti a raggiungere il loro obiettivo e pochi minuti prima delle 16 fanno sapere che il commando è ormai confinato in un’area precisa dell’enorme scuola militare.

Poco più tardi il ministro dell’Informazione della provincia Mushtaq Ghani dice all’Afp che il bilancio è di 130 morti. Sono già 131 qualche minuto dopo. Poi salgono a 140 e così avanti. 

I militanti del Ttp non possono parlare. Tutti morti. Non potranno spiegare quale delle tante fazioni dell’ex ombrello jihadista – divisosi nel corso del 2014 in quasi una decina di rivoli – ha deciso la strage. Muhammad Khorasani, l’uomo che per primo rivendica, non è un nome noto della galassia col cappello talebano. Il gruppo, che dal 2010 figura nella lista dei “most wanted” internazionali, ha mantenuto una certa unità sino alla morte nel 2009 di Beitullah Meshud – il fondatore del Ttp con Wali-ur-Rehman (anche lui ucciso nel 2013) – e ancora sotto la guida di Hakimullah Meshud, assassinato da un drone alla fine del 2013. Da allora il gruppo si è diviso su questioni ideologiche e diatribe tribali (una parte per esempio ha aderito al progetto di Al Baghdadi, una fazione ha contestato la leadership dei Meshud). Quel che è certo è che la deriva stragista nei confronti dei civili, già utilizzata senza problemi dal Ttp (a differenza della maggior parte dei cugini afgani), ha preso velocità. Il Ttp non è nuovo a bombe nei bazar e nelle moschee ma non era mai giunto a tanto. Un tentativo negoziale col governo alcuni mesi fa è fallito e a giugno l’esercito ha iniziato a ripulire il Nord Waziristan con l’operativo Zarb-e Azb, tuttora in corso, colpendo i rifugi della guerriglia pachistana e straniera dal cielo e da terra con 30mila uomini.

Articolo pubblicato su Il Manifesto e Lettera 22

AperiLibri

Appuntamento culturale del novembre trentino, che lega letteratura all’enogastronomia.

Libri e cibo sono portatori di conoscenza, di esperienze di crescita e di piacere. Cinque appuntamenti intrecceranno tali dimensioni, attraverso la presentazione di libri, aperitivi con gli autori e cene a tema. I libri che verranno narrati hanno il comune obiettivo di descrivere un mondo di conflitti, spesso diversi tra loro e mai affrontati apertamente: conflitti armati, sociali, ambientali, emergenti o mai sopiti. 



Qui
il programma dettagliato 

Dal 19 novembre al 3 dicembre
Gli incontri avranno luogo a partire dalle ore 18.00 presso il Cafè de la Paix, Passaggio Teatro Osele – Trento

Organizza: Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani in collaborazione con Afghanistan 2014, Café de la Paix, Centro per la Formazione alla Solidarietà Internazionale, Unimondo

Appuntamento culturale del novembre trentino, che lega letteratura all’enogastronomia.

Libri e cibo sono portatori di conoscenza, di esperienze di crescita e di piacere. Cinque appuntamenti intrecceranno tali dimensioni, attraverso la presentazione di libri, aperitivi con gli autori e cene a tema. I libri che verranno narrati hanno il comune obiettivo di descrivere un mondo di conflitti, spesso diversi tra loro e mai affrontati apertamente: conflitti armati, sociali, ambientali, emergenti o mai sopiti. 

PROGRAMMA 

I cinque appuntamenti si svolgeranno presso il Café de la Paix, passaggio Teatro Osele – Trento 
a partire dalle ore 18.00 
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Mercoledì 19 novembre 2014

Introduce la rassegna Massimiliano Pilati – Presidente Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani 
L’Autore Alidad Shiri dialoga con Tommaso Vaccari 

Alidad Shiri – VIA DALLA PAZZA GUERRA (Ed. il Margine, 2007)
La storia di un ragazzo afghano che intraprende un viaggio coraggioso ed estenuante alla ricerca di una vita lontano dalla guerra.

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Sabato 22 novembre 2014

L’autore Matteo Massi dialoga con Massimiliano Pilati

Matteo Massi – IN/MOVIMENTO (Ed. Gruppo Abele 2014) 
Cosa sono i movimenti? Come si rapportano con la società? Un reportage per comprendere meglio questa forma di partecipazione dal basso, partendo dall’esperienza di alcune realtà rilevanti.

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Mercoledì 26 novembre 2014 

Il direttore di Osservatorio Iraq Medioriente e Nordafrica Enzo Mangini (curatore del volume) dialoga con Federico Zappini 

AA.VV. – LA CRISI IRACHENA. CAUSE ED EFFETTI DI UNA STORIA CHE NON INSEGNA (Ed. dell’Asino 2014) 
Un libro a più mani che nasce per approfondire, analizzare e far conoscere il paese al di là delle cronache, rileggendo la storia ed evidenziando linee di continuità per comprenderlo un po’ meglio.

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Sabato 29 novembre 2014 

L’autrice Valentina Codeluppi dialoga con Giorgia Stefani 

Valentina Codeluppi – LE CICATRICI DEL RUANDA (Ed. EMI 2012) 
A vent’anni dal genocidio ruandese il processo di riconciliazione risulta ancora difficoltoso, affidato principalmente a tre tipi di tribunali, tutti con le loro luci e molte ombre.

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Mercoledì 3 dicembre 2014 

La direttrice del Centro per la Formazione alla Solidarietà Internazionale Jenny Capuano (traduttrice del volume) dialoga con Marco Pontoni

Elisio Macamo L’ABBECEDARIO DELLA NOSTRA DIPENDENZA (Ed. Erikkson 2013)
Una lettura critica del discorso dello sviluppo attraverso il caso del Mozambico, partendo dal provocatorio assunto che “Il Mozambico esiste solo perché l’aiuto allo sviluppo dà esistenza al Paese”.

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Dopo la presentazione del libro e l’aperitivo con l’autore sarà possibile partecipare alla cena con piatti a tema, su prenotazione al 346 8639590 a cura del Café de la Paix. 

Per informazioni: 
www.forumpace.it – 0461 213176 
www.tcic.eu – info@tcic.eu – 0461 0093013

Organizza: Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani in collaborazione con Associazione Afghanistan 2014Café de la PaixCentro per la Formazione alla Solidarietà InternazionaleUnimondo

IL MURO CHE ATTRAVERSA LA VITA

Mercoledì 12 novembre ore 20,30
Filarmonica – Corso Rosmini, Rovereto

Una serata speciale con le immagini e le testimonianze dei giovani che recentemente hanno fatto l’esperienza di un viaggio–studio in Israele-Palestina e con l’accompagnamento musicale de “I PeriPatetici” ed il fisarmonicista moldavo Tudor Ampava.

Mercoledì 12 novembre ore 20,30

Filarmonica – Corso Rosmini, Rovereto

UNA SERATA SPECIALE 

con le immagini e le testimonianze dei giovani che recentemente hanno fatto l’esperienza di un viaggio–studio in Israele-Palestina e con l’accompagnamento musicale de “I PeriPatetici” ed il fisarmonicista moldavo Tudor Ampava.
Immagini, parole  e musiche che aiuteranno a riflettere sui muri fisici  e mentali, di ieri e di oggi, che rinchiudono e bloccano le persone: il muro di Berlino, caduto 25 anni fa (Alexander Platz); il muro di Palestina che imprigiona e divide,  rubando territorio e libertà; il muro del pregiudizio e della diffidenza nei confronti degli immigrati e dell’altro;  il muro nella relazione educativa (The wall).
Una riflessione che si concluderà con una nota di speranza di cambiamento, sulle note di The wind of change. 

La serata è organizzata dall’associazione Pace per Gerusalemme, in collaborazione con Il Gioco degli Specchi e la Cooperativa Città Aperta e con il sostegno della Cassa Rurale di Rovereto.
Coordina Micaela Bertoldi

Green Innovation Award

La cooperazione internazionale di Ipsia del Trentino in Kenya vince il Green Innovation Award (premio per l’innovazione verde)

Il progetto di riforestazione Tree is Life, sostenuto sin dalla sua fondazione dalla Provincia Autonoma di Trento, ha vinto il Green Innovation Award (premio per l’innovazione verde).

Il motivo del premio è un’innovazione semplice come l’uovo di colombo. In molte famiglie di contadini sono stati allestiti dei forni in terra cotta con pietre refrattarie per il risparmio energetico. I forni hanno una cavità, tipica delle nostre stufe a olle, a livello terreno ove vengono deposte le uova dei pulcini che si schiuderanno in un ambiente protetto.

La cooperazione internazionale di Ipsia del Trentino in Kenya vince il Green Innovation Award (premio per l’innovazione verde)

Il progetto di riforestazione Tree is Life, sostenuto sin dalla sua fondazione dalla Provincia Autonoma di Trento, ha vinto il Green Innovation Award (premio per l’innovazione verde).

E’ stata la “first lady” del Kenya Sua Eccellenza Ms. Margaret Kenyatta a consegnare l’assegno nelle mani del direttore di Tree is Life Thomas Gichuru, abituato a stare più ai margini della foresta a piantar alberi che sotto i  riflettori di una serata di gran gala che ha avuto luogo nella capitale Nairobi.

Il presidente di Ipsia del Trentino (Istituto Pace Sviluppo Innovazione delle Acli), nonché fondatore del progetto “Tree is Life” Fabio Pipinato si congratula con lo staff che opera a Nyahururu in Kenya per l’ennesimo successo. Trattasi di un gruppo di forestali kenyoti molto competente che ha già vinto, nel 2005, il “Total eco challenge” come miglior progetto di riforestazione dell’Africa dell’Est; primo tra migliaia di partecipanti.

Ma questo nuovo premio; il Green Innovation Award, si differenzia dal Total in quanto è dato da una comunità di donatori istituzionali tra i quali l’Unione Africana, l’Ambasciata svedese, il governo del Kenya, il WWF, l’Università di Nairobi e molti altri.

Il progetto Tree is Life ha avuto come testimonial la biologa Wangari Maathai prim’ancora diventasse commissaria dell’Unione Africana e Premio Nobel per la Pace. Una persona d’eccezione ed ottima insegnante che quand’era viceministro all’ambiente diffuse in tutto il Kenya la pratica trentina de la festa dell’albero.

Il motivo del premio è un’innovazione semplice come l’uovo di colombo. In molte famiglie di queste comunità di contadini sono stati allestiti dei forni in terra cotta con all’interno delle pietre refrattarie per il risparmio energetico. La tecnologia di questi forni è stata appresa durante un corso dal titolo “niente fumo tutto arrosto” presso il CFSI – Centro Formazione Solidarietà Internazionale di Trento. Esse permettono di utilizzare solo un terzo della legna delle normali cucine.
Soddisfazione per il premio viene anche dal presidente di Acli Trentine Fausto Gardumi, la quale organizzazione ha anticipato parte del denaro utile al progetto. Il presidente de le Acli Trentine ha avuto modo di visitare di persona il programma a Nyahururu, a 200 km. a nord di Nairobi. Ha verificato come gli 80 vivai di piccoli alberelli vengano rinverditi da altrettante comunità e, una volta piantati, possano contribuire a costituire la cintura verde (Green Belt) utile a fermare il deserto che avanza da nord. E’ possibile raggiungere i vivai dispersi in un territorio collinare grande come il Trentino con due sole strade asfaltate e con una moto di grossa cilindrata donata ad Ipsia dalla Fondazione San Zeno di Verona.

I forni hanno una cavità, tipica delle nostre stufe a olle, a livello terreno ove vengono deposte le uova dei pulcini. Qui si schiudono ed i piccoli pulcini possono trovare del mangime in un ambiente estremamente pulito, caldo e secco. La cavità comunica con un piccolo recinto protetto ove la temperatura è ambiente. Qui i pulcini possono crescere indisturbati ed al sicuro. Questo recinto interno alla casa è collegato, tramite una fessura sulla parete in legno, ad un recinto protetto esterno ove i pulcini, già più grandi, possono tentare lo sbalzo di temperatura e di umidità.

Il raccordo tra queste 3 unità: sottoforno, recinto interno e recinto esterno costituiscono l’innovazione che ha permesso allo staff di Tree is Life di vincere il Green Innovation Award. Trattasi di una modalità molto semplice di allevare i pulcini ma, nel contempo, molto efficace.

Il giorno seguente la consegna del premio lo staff di Tree is Life ha ricevuto una comunicazione direttamente dalla sede delle Nazioni Unite ed in specifico dall’Agenzia per le donne: Unwomens. Il progetto è stato selezionato da un team di 20 esperti in un ventaglio di partecipanti provenienti da 17 paesi diversi per l’empowerment delle donne.  Il progetto verrà esposto in un expò internazionale che avrà luogo nei prossimi giorni presso le Nazioni Unite di Nairobi dal 12 al 18 ottobre 2014. Verrà redatto un libro fotografico con tutte le migliori pratiche per l’empowerment delle donne.A riguardo la Fondazione Fontana, assieme ad Ipsia ed altre organizzazioni in Trentino e nei sud del mondo ha redatto la “Carta di Trento per una migliore cooperazione internazionale” e che affronta, anno dopo anno, gli 8 obiettivi del millennio. Nell’anno in corso tratta proprio l’obiettivo dell’empowerment delle donne. Il presente progetto premiato con il Green Innovation Award ha raggiunto, nel piccolo, diversi obiettivi del millennio come l’ottavo a favore del networking (fare sistema), il settimo a tutela dell’ambiente, il terzo per la parità uomo/donna ma soprattutto il primo per dimezzare la fame. Di questi tempi…

La forza di cambiare

Dall’India una straordinaria testimonianza di perdono

Venerdì 17 ottobre 2014 | ore 20.30
Teatro San Marco
( via s. bernardino 8 – Trento)

Ingresso libero

Proiezione del film: Il Cuore dell’assassino  –  C. McGilvray | Ita-Usa 2013 | doc 56′

Intervengono la regista Catherine McGilvray, il produttore Renato Spaventa e Luigi de Salvia, segretario generale coordinamento nazionale Religions for Peace Italia. La serata vedrà inoltre la partecipazione straordinaria di suor Selmy Paul, sorella della missionaria uccisa, e di padre Swami Sadanand, il sacerdote pacificatore che ha accompagnato il giovane assassino in un profondo percorso di cambiamento.

Il programma del Religion Today Filmfestival


Messico: il massacro degli studenti

– Michela Giovannini –

Articolo tratto da unimondo.org

I fatti accaduti recentemente nello stato di Guerrero, sebbene vengano liquidati da più parti come questioni legate esclusivamente a poliziotti conniventi con la criminalità organizzata (si veda ad esempio la superficialità di questo articolo di Repubblica on-line), sono un esempio eclatante degli stretti legami esistenti tra classe politica, forze dell’ordine e criminalità organizzata in Messico.

Un veloce riepilogo dei fatti: nella notte tra il 26 e il 27 settembre nella città di Iguala due diversi attacchi da parte della polizia municipale e bande armate legate ai narcos lasciano 6 morti, 25 feriti di cui due in gravi condizioni, e 57 desaparecidos. Dei morti, tre sono studenti della Escuela Normal Rural di Ayotzinapa, che assieme ad altri loro compagni si erano recati a raccogliere fondi e stavano rientrando a bordo di vari autobus che avevano occupato.

Foto del Centro de Derechos Humanos de la Montaña Tlachinollan

– Michela Giovannini –

Articolo tratto da unimondo.org

I fatti accaduti recentemente nello stato di Guerrero, sebbene vengano liquidati da più parti come questioni legate esclusivamente a poliziotti conniventi con la criminalità organizzata (si veda ad esempio la superficialità di questo articolo di Repubblica on-line), sono un esempio eclatante degli stretti legami esistenti tra classe politica, forze dell’ordine e criminalità organizzata in Messico.

Un veloce riepilogo dei fatti: nella notte tra il 26 e il 27 settembre nella città di Iguala due diversi attacchi da parte della polizia municipale e bande armate legate ai narcos lasciano 6 morti, 25 feriti di cui due in gravi condizioni, e 57 desaparecidos. Dei morti, tre sono studenti della Escuela Normal Rural di Ayotzinapa, che assieme ad altri loro compagni si erano recati a raccogliere fondi e stavano rientrando a bordo di vari autobus che avevano occupato. I fondi sarebbero serviti per la partecipazione all’annuale marcia del 2 ottobre, data in cui si ricorda il massacro di Tlatelolco a Città del Messico, dove nel 1968 vennero uccisi più di 300 studenti. Anche i desaparecidos sono tutti studenti, sebbene il numero scenderà a 43 nei giorni immediatamente successivi all’agguato, visto che molti si erano nascosti per paura di ulteriori rappresaglie. Gli altri tre morti sembrano “accidentali”: si ipotizza uno scambio di bersaglio, dato che nel secondo attacco viene preso di mira un autobus che trasportava una squadra di calcio giovanile. 7 milioni di giovani non studia né lavora per mancanza di una qualsiasi opportunità.

I fatti di Iguala hanno scatenato un’ondata di reazioni in tutto il paese e anche all’estero, e l’8 ottobre si sono svolte manifestazioni in varie città messicane, latinoamericane, statunitensi ed europee, per esigere il ritrovamento degli studenti scomparsi e denunciare le responsabilità del governo statale e federale: “li avete presi vivi, li rivogliamo vivi”, si leggeva su numerosi cartelli in varie parti del mondo. Lo stesso giorno a San Cristóbal de las Casas sono scese in piazza più di 20 mila basi d’appoggio zapatiste, che hanno marciato in silenzio per esprimere il loro dolore di fronte ai fatti di Ayotzinapa, e mostrare ancora una volta che, dietro ai loro passamontagna, ci sono persone che continuano una resistenza ed una lotta che trascendono i confini del Chiapas.

Secondo il vescovo Raúl Vera quanto successo si inscrive in una strategia di criminalizzazione del dissenso e di vero e proprio massacro di chi è impegnato nelle lotte sociali. Secondo il religioso si tratta di vere e proprie tattiche di terrorismo di stato, che hanno antecedenti nel massacro di Acteal, o nella repressione avvenuta nel 2006 a San Salvador Atenco, zona “calda” per l’opposizione di varie organizzazioni locali al progetto del nuovo aeroporto (recentemente tornato in auge). Vera sottolinea come la crudeltà accomuni questi crimini: nel 1997 ad Acteal 45 persone di etnia tsotsil, uomini e donne, bambini e bambine, vennero massacrate a sangue freddo da un gruppo di paramilitari, protetti da esercito regolare e polizia, mentre stavano pregando in una chiesa. Ad Atenco, quando era governatore l’attuale presidente del Messico Enrique Peña Nieto, e durante il passaggio della Otra Campaña zapatista, si verificarono gravi abusi: due morti, centinaia di detenzioni arbitrarie e violenze sessuali su almeno 26 donne ad opera della polizia.  Vera denuncia: “non sappiamo dove finiscano i cartelli dei narcos e dove cominci il crimine organizzato che sta nella struttura politica e negli apparati di giustizia. Siamo stanchi di questa spaventosa connivenza.”  Anche Alejandro Solalinde, attivo nella protezione dei migranti dal crimine organizzato e già minacciato di morte, denuncia che non si tratta di questioni legate ai cartelli del narcotraffico, ma della vera e propria politica dello stato: “questi giovani non erano narcos o terroristi, erano studenti, ma per lo Stato tutti quelli che dissentono sono terroristi. Al governo le Escuelas Normales Rurales causano irritazione, per questo devono sempre subire retate, persecuzioni e ordini di chiusura”.

Nel frattempo continuano a susseguirsi notizie sul ritrovamento di fosse comuni, ma ancora non è dato sapere se i resti siano quelli degli studenti o di vittime di regolamenti di conti nell’ambito delle guerre tra cartelli, pratica piuttosto diffusa in tutto il paese, soprattutto negli stati più colpiti dal fenomeno del narcotraffico. Un gruppo di periti forensi argentini, riconosciuto dagli stessi familiari dei desaparecidos, è stato incaricato di portare a termine esami sul DNA dei corpi ritrovati nelle fosse clandestine per verificarne la compatibilità con quello degli studenti scomparsi. Ad oggi, tuttavia, i periti non hanno ancora avuto accesso all’area delle indagini.

Anche Amnesty International denuncia il fatto che le famiglie degli scomparsi debbano subire le conseguenze di un’inchiesta giudiziaria “caotica e ostile”. Esperti di diritti umani delle Nazioni Unite affermano che questa è considerata come una prova del fuoco per il Messico in materia di diritti umani e che fatti simili non possono essere tollerati in uno stato di diritto. Puntano il dito contro l’impunità che in Messico ha caratterizzato fino ad ora i casi di sparizioni forzate, esecuzioni extragiudiziali e torture. In questo senso, è lunga e tortuosa la strada che al Messico resta ancora da percorrere e troppe circostanze testimoniano come il massacro di Iguala non sia semplicemente un affare di narcos. Questo, come ha scritto La Jornada, è un crimine di Stato.

Foto del Centro de Derechos Humanos de la Montaña Tlachinollan