IL MURO CHE ATTRAVERSA LA VITA

Mercoledì 12 novembre ore 20,30
Filarmonica - Corso Rosmini, Rovereto

Una serata speciale con le immagini e le testimonianze dei giovani che recentemente hanno fatto l'esperienza di un viaggio–studio in Israele-Palestina e con l'accompagnamento musicale de "I PeriPatetici" ed il fisarmonicista moldavo Tudor Ampava.

Mercoledì 12 novembre ore 20,30

Filarmonica - Corso Rosmini, Rovereto

UNA SERATA SPECIALE 

con le immagini e le testimonianze dei giovani che recentemente hanno fatto l'esperienza di un viaggio–studio in Israele-Palestina e con l'accompagnamento musicale de "I PeriPatetici" ed il fisarmonicista moldavo Tudor Ampava.
Immagini, parole  e musiche che aiuteranno a riflettere sui muri fisici  e mentali, di ieri e di oggi, che rinchiudono e bloccano le persone: il muro di Berlino, caduto 25 anni fa (Alexander Platz); il muro di Palestina che imprigiona e divide,  rubando territorio e libertà; il muro del pregiudizio e della diffidenza nei confronti degli immigrati e dell'altro;  il muro nella relazione educativa (The wall).
Una riflessione che si concluderà con una nota di speranza di cambiamento, sulle note di The wind of change. 

La serata è organizzata dall'associazione Pace per Gerusalemme, in collaborazione con Il Gioco degli Specchi e la Cooperativa Città Aperta e con il sostegno della Cassa Rurale di Rovereto.
Coordina Micaela Bertoldi

Green Innovation Award

La cooperazione internazionale di Ipsia del Trentino in Kenya vince il Green Innovation Award (premio per l'innovazione verde)

Il progetto di riforestazione Tree is Life, sostenuto sin dalla sua fondazione dalla Provincia Autonoma di Trento, ha vinto il Green Innovation Award (premio per l'innovazione verde).

Il motivo del premio è un'innovazione semplice come l'uovo di colombo. In molte famiglie di contadini sono stati allestiti dei forni in terra cotta con pietre refrattarie per il risparmio energetico. I forni hanno una cavità, tipica delle nostre stufe a olle, a livello terreno ove vengono deposte le uova dei pulcini che si schiuderanno in un ambiente protetto.

La cooperazione internazionale di Ipsia del Trentino in Kenya vince il Green Innovation Award (premio per l'innovazione verde)

Il progetto di riforestazione Tree is Life, sostenuto sin dalla sua fondazione dalla Provincia Autonoma di Trento, ha vinto il Green Innovation Award (premio per l'innovazione verde).

E' stata la “first lady” del Kenya Sua Eccellenza Ms. Margaret Kenyatta a consegnare l'assegno nelle mani del direttore di Tree is Life Thomas Gichuru, abituato a stare più ai margini della foresta a piantar alberi che sotto i  riflettori di una serata di gran gala che ha avuto luogo nella capitale Nairobi.

Il presidente di Ipsia del Trentino (Istituto Pace Sviluppo Innovazione delle Acli), nonché fondatore del progetto “Tree is Life” Fabio Pipinato si congratula con lo staff che opera a Nyahururu in Kenya per l'ennesimo successo. Trattasi di un gruppo di forestali kenyoti molto competente che ha già vinto, nel 2005, il “Total eco challenge” come miglior progetto di riforestazione dell'Africa dell'Est; primo tra migliaia di partecipanti.

Ma questo nuovo premio; il Green Innovation Award, si differenzia dal Total in quanto è dato da una comunità di donatori istituzionali tra i quali l'Unione Africana, l'Ambasciata svedese, il governo del Kenya, il WWF, l'Università di Nairobi e molti altri.

Il progetto Tree is Life ha avuto come testimonial la biologa Wangari Maathai prim'ancora diventasse commissaria dell'Unione Africana e Premio Nobel per la Pace. Una persona d'eccezione ed ottima insegnante che quand'era viceministro all'ambiente diffuse in tutto il Kenya la pratica trentina de la festa dell'albero.

Il motivo del premio è un'innovazione semplice come l'uovo di colombo. In molte famiglie di queste comunità di contadini sono stati allestiti dei forni in terra cotta con all'interno delle pietre refrattarie per il risparmio energetico. La tecnologia di questi forni è stata appresa durante un corso dal titolo “niente fumo tutto arrosto” presso il CFSI – Centro Formazione Solidarietà Internazionale di Trento. Esse permettono di utilizzare solo un terzo della legna delle normali cucine.
Soddisfazione per il premio viene anche dal presidente di Acli Trentine Fausto Gardumi, la quale organizzazione ha anticipato parte del denaro utile al progetto. Il presidente de le Acli Trentine ha avuto modo di visitare di persona il programma a Nyahururu, a 200 km. a nord di Nairobi. Ha verificato come gli 80 vivai di piccoli alberelli vengano rinverditi da altrettante comunità e, una volta piantati, possano contribuire a costituire la cintura verde (Green Belt) utile a fermare il deserto che avanza da nord. E' possibile raggiungere i vivai dispersi in un territorio collinare grande come il Trentino con due sole strade asfaltate e con una moto di grossa cilindrata donata ad Ipsia dalla Fondazione San Zeno di Verona.

I forni hanno una cavità, tipica delle nostre stufe a olle, a livello terreno ove vengono deposte le uova dei pulcini. Qui si schiudono ed i piccoli pulcini possono trovare del mangime in un ambiente estremamente pulito, caldo e secco. La cavità comunica con un piccolo recinto protetto ove la temperatura è ambiente. Qui i pulcini possono crescere indisturbati ed al sicuro. Questo recinto interno alla casa è collegato, tramite una fessura sulla parete in legno, ad un recinto protetto esterno ove i pulcini, già più grandi, possono tentare lo sbalzo di temperatura e di umidità.

Il raccordo tra queste 3 unità: sottoforno, recinto interno e recinto esterno costituiscono l'innovazione che ha permesso allo staff di Tree is Life di vincere il Green Innovation Award. Trattasi di una modalità molto semplice di allevare i pulcini ma, nel contempo, molto efficace.

Il giorno seguente la consegna del premio lo staff di Tree is Life ha ricevuto una comunicazione direttamente dalla sede delle Nazioni Unite ed in specifico dall'Agenzia per le donne: Unwomens. Il progetto è stato selezionato da un team di 20 esperti in un ventaglio di partecipanti provenienti da 17 paesi diversi per l'empowerment delle donne.  Il progetto verrà esposto in un expò internazionale che avrà luogo nei prossimi giorni presso le Nazioni Unite di Nairobi dal 12 al 18 ottobre 2014. Verrà redatto un libro fotografico con tutte le migliori pratiche per l'empowerment delle donne.A riguardo la Fondazione Fontana, assieme ad Ipsia ed altre organizzazioni in Trentino e nei sud del mondo ha redatto la “Carta di Trento per una migliore cooperazione internazionale” e che affronta, anno dopo anno, gli 8 obiettivi del millennio. Nell'anno in corso tratta proprio l'obiettivo dell'empowerment delle donne. Il presente progetto premiato con il Green Innovation Award ha raggiunto, nel piccolo, diversi obiettivi del millennio come l'ottavo a favore del networking (fare sistema), il settimo a tutela dell'ambiente, il terzo per la parità uomo/donna ma soprattutto il primo per dimezzare la fame. Di questi tempi...

La forza di cambiare

Dall'India una straordinaria testimonianza di perdono

Venerdì 17 ottobre 2014 | ore 20.30
Teatro San Marco
( via s. bernardino 8 - Trento)

Ingresso libero

Proiezione del film: Il Cuore dell'assassino  -  C. McGilvray | Ita-Usa 2013 | doc 56'

Intervengono la regista Catherine McGilvray, il produttore Renato Spaventa e Luigi de Salvia, segretario generale coordinamento nazionale Religions for Peace Italia. La serata vedrà inoltre la partecipazione straordinaria di suor Selmy Paul, sorella della missionaria uccisa, e di padre Swami Sadanand, il sacerdote pacificatore che ha accompagnato il giovane assassino in un profondo percorso di cambiamento.

Il programma del Religion Today Filmfestival


Messico: il massacro degli studenti

- Michela Giovannini -

Articolo tratto da unimondo.org









I fatti accaduti recentemente nello stato di Guerrero, sebbene vengano liquidati da più parti come questioni legate esclusivamente a poliziotti conniventi con la criminalità organizzata (si veda ad esempio la superficialità di questo articolo di
 Repubblica on-line), sono un esempio eclatante degli stretti legami esistenti tra classe politica, forze dell’ordine e criminalità organizzata in Messico.

Un veloce riepilogo dei fatti: nella notte tra il 26 e il 27 settembre nella città di Iguala due diversi attacchi da parte della polizia municipale e bande armate legate ai narcos lasciano 6 morti, 25 feriti di cui due in gravi condizioni, e 57 desaparecidos. Dei morti, tre sono studenti della Escuela Normal Rural di Ayotzinapa, che assieme ad altri loro compagni si erano recati a raccogliere fondi e stavano rientrando a bordo di vari autobus che avevano occupato.

Foto del Centro de Derechos Humanos de la Montaña Tlachinollan


- Michela Giovannini -

Articolo tratto da unimondo.org


I fatti accaduti recentemente nello stato di Guerrero, sebbene vengano liquidati da più parti come questioni legate esclusivamente a poliziotti conniventi con la criminalità organizzata (si veda ad esempio la superficialità di questo articolo di Repubblica on-line), sono un esempio eclatante degli stretti legami esistenti tra classe politica, forze dell’ordine e criminalità organizzata in Messico.

Un veloce riepilogo dei fatti: nella notte tra il 26 e il 27 settembre nella città di Iguala due diversi attacchi da parte della polizia municipale e bande armate legate ai narcos lasciano 6 morti, 25 feriti di cui due in gravi condizioni, e 57 desaparecidos. Dei morti, tre sono studenti della Escuela Normal Rural di Ayotzinapa, che assieme ad altri loro compagni si erano recati a raccogliere fondi e stavano rientrando a bordo di vari autobus che avevano occupato. I fondi sarebbero serviti per la partecipazione all’annuale marcia del 2 ottobre, data in cui si ricorda il massacro di Tlatelolco a Città del Messico, dove nel 1968 vennero uccisi più di 300 studenti. Anche i desaparecidos sono tutti studenti, sebbene il numero scenderà a 43 nei giorni immediatamente successivi all’agguato, visto che molti si erano nascosti per paura di ulteriori rappresaglie. Gli altri tre morti sembrano “accidentali”: si ipotizza uno scambio di bersaglio, dato che nel secondo attacco viene preso di mira un autobus che trasportava una squadra di calcio giovanile. 7 milioni di giovani non studia né lavora per mancanza di una qualsiasi opportunità.

I fatti di Iguala hanno scatenato un’ondata di reazioni in tutto il paese e anche all’estero, e l’8 ottobre si sono svolte manifestazioni in varie città messicane, latinoamericane, statunitensi ed europee, per esigere il ritrovamento degli studenti scomparsi e denunciare le responsabilità del governo statale e federale: “li avete presi vivi, li rivogliamo vivi”, si leggeva su numerosi cartelli in varie parti del mondo. Lo stesso giorno a San Cristóbal de las Casas sono scese in piazza più di 20 mila basi d’appoggio zapatiste, che hanno marciato in silenzio per esprimere il loro dolore di fronte ai fatti di Ayotzinapa, e mostrare ancora una volta che, dietro ai loro passamontagna, ci sono persone che continuano una resistenza ed una lotta che trascendono i confini del Chiapas.

Secondo il vescovo Raúl Vera quanto successo si inscrive in una strategia di criminalizzazione del dissenso e di vero e proprio massacro di chi è impegnato nelle lotte sociali. Secondo il religioso si tratta di vere e proprie tattiche di terrorismo di stato, che hanno antecedenti nel massacro di Acteal, o nella repressione avvenuta nel 2006 a San Salvador Atenco, zona “calda” per l’opposizione di varie organizzazioni locali al progetto del nuovo aeroporto (recentemente tornato in auge). Vera sottolinea come la crudeltà accomuni questi crimini: nel 1997 ad Acteal 45 persone di etnia tsotsil, uomini e donne, bambini e bambine, vennero massacrate a sangue freddo da un gruppo di paramilitari, protetti da esercito regolare e polizia, mentre stavano pregando in una chiesa. Ad Atenco, quando era governatore l’attuale presidente del Messico Enrique Peña Nieto, e durante il passaggio della Otra Campaña zapatista, si verificarono gravi abusi: due morti, centinaia di detenzioni arbitrarie e violenze sessuali su almeno 26 donne ad opera della polizia.  Vera denuncia: “non sappiamo dove finiscano i cartelli dei narcos e dove cominci il crimine organizzato che sta nella struttura politica e negli apparati di giustizia. Siamo stanchi di questa spaventosa connivenza.”  Anche Alejandro Solalinde, attivo nella protezione dei migranti dal crimine organizzato e già minacciato di morte, denuncia che non si tratta di questioni legate ai cartelli del narcotraffico, ma della vera e propria politica dello stato: “questi giovani non erano narcos o terroristi, erano studenti, ma per lo Stato tutti quelli che dissentono sono terroristi. Al governo le Escuelas Normales Rurales causano irritazione, per questo devono sempre subire retate, persecuzioni e ordini di chiusura”.

Nel frattempo continuano a susseguirsi notizie sul ritrovamento di fosse comuni, ma ancora non è dato sapere se i resti siano quelli degli studenti o di vittime di regolamenti di conti nell’ambito delle guerre tra cartelli, pratica piuttosto diffusa in tutto il paese, soprattutto negli stati più colpiti dal fenomeno del narcotraffico. Un gruppo di periti forensi argentini, riconosciuto dagli stessi familiari dei desaparecidos, è stato incaricato di portare a termine esami sul DNA dei corpi ritrovati nelle fosse clandestine per verificarne la compatibilità con quello degli studenti scomparsi. Ad oggi, tuttavia, i periti non hanno ancora avuto accesso all’area delle indagini.

Anche Amnesty International denuncia il fatto che le famiglie degli scomparsi debbano subire le conseguenze di un’inchiesta giudiziaria “caotica e ostile”. Esperti di diritti umani delle Nazioni Unite affermano che questa è considerata come una prova del fuoco per il Messico in materia di diritti umani e che fatti simili non possono essere tollerati in uno stato di diritto. Puntano il dito contro l’impunità che in Messico ha caratterizzato fino ad ora i casi di sparizioni forzate, esecuzioni extragiudiziali e torture. In questo senso, è lunga e tortuosa la strada che al Messico resta ancora da percorrere e troppe circostanze testimoniano come il massacro di Iguala non sia semplicemente un affare di narcos. Questo, come ha scritto La Jornada, è un crimine di Stato.


Foto del Centro de Derechos Humanos de la Montaña Tlachinollan

Afghanistan, infine il dopo Karzai: governo bicefalo, cittadini disillusi

-Giuliano Battiston-

Lunedì 29 settembre si chiuderà il sipario sul lungo governo di Hamid Karzai, al potere dal 2001. Al suo posto, nell’ampia residenza dell’Arg, il palazzo presidenziale di Kabul, si insedierà Ashraf Ghani, la cui nomina verrà suggellata con una cerimonia solenne ma meno festosa del previsto. Gli afghani e la comunità internazionale avrebbero voluto celebrare “il primo trasferimento pacifico e democratico di potere nella storia recente” del paese centroasiatico, ma le cose non sono andate per il verso giusto. La transizione è avvenuta in modo perlopiù pacifico (per gli standard afghani), ma tutt’altro che democratico (perfino per quegli standard).

Da Reset-Dialogues on Civilizations

-Giuliano Battiston-

Lunedì 29 settembre si chiuderà il sipario sul lungo governo di Hamid Karzai, al potere dal 2001. Al suo posto, nell’ampia residenza dell’Arg, il palazzo presidenziale di Kabul, si insedierà Ashraf Ghani, la cui nomina verrà suggellata con una cerimonia solenne ma meno festosa del previsto. Gli afghani e la comunità internazionale avrebbero voluto celebrare “il primo trasferimento pacifico e democratico di potere nella storia recente” del paese centroasiatico, ma le cose non sono andate per il verso giusto. La transizione è avvenuta in modo perlopiù pacifico (per gli standard afghani), ma tutt’altro che democratico (perfino per quegli standard). Ashraf Ghani, ex ministro delle Finanze e rettore dell’università di Kabul, già alto funzionario della Banca mondiale e docente in prestigiose università degli Stati Uniti, è il nuovo presidente della Repubblica islamica d’Afghanistan, ma nessuno può dire con certezza quanto abbiano contribuito le frodi nel determinare la sconfitta dello sfidante, l’ex ministro degli Esteri Abdullah Abdullah.

Dalle urne al negoziato politico

Più che il legittimo risultato del voto, l’elezione di Ashraf Ghani è infatti il frutto di un lungo e defatigante negoziato politico che si è protratto per mesi. Subito dopo il ballottaggio del 14 giugno, Abdullah Abdullah ha denunciato le frodi su “scala industriale” che sarebbero state commesse a suo danno con la complicità di alcuni esponenti della Commissione elettorale indipendente, i quali avrebbero aiutato il tecnocrate Ghani a recuperare il distacco del primo turno, quando tra otto candidati Abdullah Abdullah ottenne il 45% dei voti (2 milioni e 970mila), e Ghani soltanto il 31.5% (circa 2 milioni). All’annuncio dei risultati preliminari del ballottaggio – che attribuivano a Ghani 1 milione di voti in più rispetto ad Abdullah – l’ex consigliere del comandante Massud ha pensato di forzare la mano, mobilitando i suoi sostenitori, organizzando proteste, manifestazioni, picchetti per le strade di Kabul, mentre alcuni membri del suo staff lasciavano trapelare l’ipotesi minacciosa di un governo parallelo e, quindi, di una frattura del paese per linee etniche (tagiki versus pashtun), preludio di una nuova guerra civile.

Abdullah è così riuscito a ottenere il riconteggio totale dei voti, sotto la supervisione delle Nazioni Unite, mentre l’eventualità di un nuovo conflitto ha allarmato la Casa Bianca e il Dipartimento di Stato: il 12 luglio il segretario di Stato Usa John Kerry è stato inviato a Kabul, dove ha messo subito le cose in chiaro. Senza un accordo politico, ha sostenuto Kerry, gli Stati Uniti avrebbero interrotto ogni forma di sostegno – finanziario e militare – all’Afghanistan, la cui economia si regge prevalentemente sugli aiuti internazionali. L’8 agosto Kerry è tornato nella capitale afghana, dove ha presieduto alla firma di un accordo preliminare per un governo di unità nazionale. Da allora e fino a sabato 20 settembre Abdullah Abdullah e Ashraf Ghani hanno litigato sulla spartizione del potere. Il primo, convinto di essere stato frodato, chiedeva di più; il secondo, certo di essere eletto presidente, recalcitrante a cedere fette di potere. Domenica 21 settembre finalmente hanno trovato l’intesa e firmato un nuovo, definitivo accordo di 4 pagine, sotto gli occhi di Jan Kubis, rappresentante della missione Onu in Afghanistan (a breve lascerà l’incarico a Nicholas Haysom), dell’ambasciatore statunitense a Kabul, James Cunningham, e del presidente uscente Hamid Karzai. Davanti alle telecamere, si sono detti tutti soddisfatti, ma al di là delle rituali frasi di convenienza rimangono molte incognite.

Cosa prevede il governo di unità nazionale

Nelle 4 pagine firmate da Abdullah e Ghani sotto gli occhi scrupolosi dei partner internazionali si delinea infatti un futuro istituzionale anomalo e precario, perché legato a un governo bicefalo. Il presidente rimane sulla carta la più alta autorità del paese, ma accanto a lui l’accordo introduce una nuova figura istituzionale, quella del Chief Executive Officer (Ceo), che verrà nominato durante la cerimonia per l’insediamento del nuovo presidente e che avrà i poteri di “un primo ministro”. Se al presidente spetta presiedere il Gabinetto di governo (Kabina), con il compito di determinare le scelte strategiche, al Ceo spetta la presidenza di un nuovo organo, il Consiglio dei ministri (Shura-e-Waziran), che ha il compito di monitorare e realizzare le scelte del Gabinetto. Abdullah ha ottenuto inoltre che le nomine più importanti siano divise equamente tra il presidente e il “primo ministro”. Secondo alcune indiscrezioni, i ministri dell’Interno e delle Finanze verranno scelti da Ghani, mentre quelli della Difesa e degli Esteri da Abdullah. Il negoziato politico ha dunque prodotto un prototipo sperimentale di ingegneria istituzionale, che riduce i rischi sul breve periodo ma che rischia di produrne molti in futuro.

Non a caso, tra gli analisti si è aperto il balletto delle previsioni. C’è chi scommette che un simile governo, soggetto a spinte centrifughe prima ancora di essere inaugurato, duri poco. Chi teme, come Scott Smith, direttore dei programmi su Afghanistan e Asia centrale per lo U.S. Institute of Peace, che finisca per “istituzionalizzare la rivalità che ha paralizzato l’Afghanistan nel corso dei mesi passati”, rendendo più difficile quelle riforme nel campo della governance di cui il paese ha disperato bisogno. Chi si dice convinto che le agende politiche di Abdullah e Ghani siano talmente diverse da risultare incompatibili, tanto più nei prossimi mesi, quando verranno meno gli ingenti aiuti finanziari degli stranieri grazie ai quali Karzai si è assicurato negli anni la stabilità politica interna. E c’è infine chi ricorda la sfida più importante che il governo “Ghanidullah” – come è stato ironicamente battezzato – dovrà affrontare: riconquistare la fiducia degli elettori.

Cittadini disillusi

Nel suo primo discorso dopo l’annuncio della vittoria, Ghani ha insistito nel dire che l’accordo trovato con Abdullah non riflette una semplice spartizione del potere, che l’estenuante negoziato rinforza l’unità nazionale ed esclude rischi potenziali di frammentazione interna. Ma più che l’unità nazionale, ad uscire rinforzata da mesi di discussioni, pugni sui tavoli, negoziati notturni, conferenze stampa incrociate, è la disillusione degli afghani. In molti si sono recati alle urne per voltare pagina, per archiviare la lunga parentesi del governo Karzai, per reclamare istituzioni stabili ed efficienti, invocando il primato del voto e della volontà popolare sugli accordi di palazzo di una leadership corrotta e predatoria. A distanza di mesi, si ritrovano con un governo nuovo, sì, ma frutto della forma più antica e meno nobile della politica: la spartizione del potere, negoziata a porte chiuse e imposta dall’esterno.

Da Reset-Dialogues on Civilizations

Cosa succede nel Kurdistan iracheno? Testimonianza della cooperante Chiara Moroni

- a cura di Tommaso Vaccari -

campagna a supporto dei datteri di Bassora è stata uno dei momenti che ha sancito il totale sostegno da parte di UPP alla società civile irachena, supporto che è continuato con una serie di progetti culturali volti a scoprire e a far conoscere la bellezza dell’Iraq.
Per contrastare politiche settarie dovute all’occupazione americana Un Ponte Per... ha poi cominciato una serie di progetti culturali a tutela delle minoranze e del loro prezioso patrimonio, col programma chiamato “Il sapere che resiste” supportato anche dalla Provincia di Bolzano.
Quando, nel 2012, l’emergenza umanitaria dei profughi siriani è cominciata nel Kurdistan iracheno, UPP è stato in prima linea sia nel fornire supporto psico-sociale che nella gestione delle attività di orientamento e mass information per i rifugiati. È all’interno di questo progetto che lavoro io, come Community Mobilization Coordinator per l’area di Duhok. Lavoro essenzialmente nei campi profughi di Domiz, Domiz 2 / Faida, Akre e Gawilan, dove mi occupo della Mass Communication, intesa come scambio di informazioni, emozioni e idee tra la comunità siriana dei campi e i vari attori umanitari (dipartimenti governativi, agenzie delle Nazioni Unite, organizzazioni nongovernative locali e internazionali).
Nel campo di Domiz ( a breve anche in quello di Gawilan) abbiamo uno Youth Friendly Space, per giovani donne e uomini dai 18 ai 35 anni, con a disposizione giochi, libri e computer con accesso a internet. Per loro organizziamo attività di vario genere, tra cui tornei di pallavolo e momenti di ginnastica, danza e yoga per le donne.

Come è visto il vostro intervento da parte della popolazione locale ? Qual'è la situazione attuale? Com'è visto l'avanzare del gruppo estremista Isil?
UPP è ben conosciuta come organizzazione in Iraq, in particolare tra le varie minoranze etniche e religiose. Non stupisce quindi il nostro impegno a favore delle comunità Yazida, cristiana, shabak, turcomanna, mandee e baba bah’i , che apprezzano il nostro continuo supporto in termini di distribuzioni di cibo, latte, materassi, etc.
Ho accompagnato alcuni volontari della Yazidi Solidarity League* durante le distribuzioni per alcune famiglie yazide che si trovano ora a vivere in edificio in costruzione, per strada o sotto i ponti, e ovunque si presenta la stessa scena. Bambini, donne e uomini stremati dal viaggio e dalle condizioni in cui sono ora costretti a vivere, tanta speranza di ritornare un giorno a casa ma anche la paura per le atrocità commesse da quelli che qui chiamano Da’ash.
Per tutti l’Isil è un’organizzazione di terroristi che, in quanto tale, non accetta e uccidono chi non è parte del gruppo o affilliato a loro.

In Italia c'è stato un ampio dibattito sull'invio di armi leggere ai combattenti curdi. UPP ha condiviso con la Rete Italiana per il Disarmo il comunicato contro l'invio delle armi, cosa pensi che possa fare l'Italia e l'Europa? Quale può essere il motore del cambiamento?

Personalmente sottoscrivo il comunicato di UPP e Rete Italiana per il Disarmo. Per quanto la situazione irachena sia complicata e delicata, l’invio di armi non rappresenta né un aiuto né una soluzione alla questione ma, al contrario, contribuisce alla continuazione della guerra ora in corso, con tutte le conseguenze che ben conosciamo sulla popolazione civile irachena e non. Ho ascoltato e conosco solo una minima parte delle tante – troppe – testimonianze di sopravvissuti alla “pulizia culturale” ora in corso in tutto l’Iraq. Queste storie, così come i racconti del mio stesso staff siriano che vive nei campi, mi bastano per essere contraria a un intervento militare, diretto o no, di qualsiasi Paese.
L’Italia e ancor di più l’Unione Europea dovrebbero quindi essere promotrici di azioni volte non solo a dare aiuti umanitaria, ma anche a creare le condizioni per una convivenza pacifica tra le popolazioni della regione. Nell’immediato, per fronteggiare l’avanzata del gruppo estremista, anche io credo che una possibile soluzione sia una forza di interposizione con mandato ONU e funzioni di “peace enforcement” che si attenga strettamente alle regole del diritto internazionale.

Ringraziamo Chiara per averci lasciato questi spunti di riflessione e per il tempo che ci ha dedicato.

 

* Qui il link al sito che stanno costruendo a testimonianza del genocidio yazida

[Fotografia di Chiara Moroni]