Cittadinanza Euromediterranea

Cittadinanza Euromediterranea

- di Michele Nardelli* -

Sarà un viaggio. Per andare alle radici di quel che siamo. Oggi si fa un gran parlare di identità e di memoria, anche perché dopo la fine del Novecento facciamo fatica a riconoscerci in un progetto rivolto al futuro. Ma il passato in fondo non lo conosciamo ed il futuro anche per questo ci mette paura. Potremmo descrivere così, in queste poche parole, il percorso di “Cittadinanza Euromediterranea” promosso dal Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani, quattro itinerari che si svilupperanno lungo il 2010 e per tutto il 2011 attraverso storie non raccontate, saperi venuti dal mare, pensieri privi di cittadinanza e geografie da scoprire.

Cittadinanza Euromediterranea

- di Michele Nardelli* -

Sarà un viaggio. Per andare alle radici di quel che siamo. Oggi si fa un gran parlare di identità e di memoria, anche perché dopo la fine del Novecento facciamo fatica a riconoscerci in un progetto rivolto al futuro. Ma il passato in fondo non lo conosciamo ed il futuro anche per questo ci mette paura. Potremmo descrivere così, in queste poche parole, il percorso di “Cittadinanza Euromediterranea” promosso dal Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani, quattro itinerari che si svilupperanno lungo il 2010 e per tutto il 2011 attraverso storie non raccontate, saperi venuti dal mare, pensieri privi di cittadinanza e geografie da scoprire.

Storie non raccontate. Dobbiamo ad esempio al Califfato di al-Andalus (che si sviluppò nell’Europa occidentale dal 755 dC attraverso vicissitudini varie fino al 1492) la traduzione di Aristotele e Platone dal greco antico, attraverso l’arabo e il latino, alle prime vulgate nazionali. Un passaggio di tempo affatto breve ma ai più sconosciuto, che faceva della biblioteca di Cordoba (una delle settanta di quella città), con i suoi quattrocentomila volumi trascritti a mano, forse il più grande presidio culturale del tempo. Un’isola di tolleranza dove musulmani, ebrei e cristiani convissero pacificamente creando una cultura unica al mondo. Finì con la cacciata dei musulmani e degli ebrei dalla Spagna.

Era il 1492, quei “sefarditi” (Sefarad era il nome ebraico di al-Andalus) iniziarono un esilio che li portò attraverso il Mediterraneo fino a Sarajevo. Tanto che nel censimento promosso dall’impero austroungarico nel 1910 (venne fatto anche in questa nostra terra oltre che a Vienna e Sarajevo) risultava che la seconda lingua parlata nella capitale bosniaca era proprio lo spagnolo. Nel loro peregrinare attraverso l’Europa, i sefarditi portarono con sé i testi sacri della cultura ebraica. Salvati dalla furia distruttiva del nazismo dai musulmani di Sarajevo, non scamparono al rogo che nel 1992 devastò l’Istituto Orientale e la Biblioteca nazionale di una città assediata nell’indifferenza del mondo, vittime di una guerra che aveva come obiettivo proprio la distruzione degli intrecci culturali che la “Gerusalemme dei Balcani” rappresentava.

Dettagli. Siamo a Gerusalemme, è il 1192 quando il Saladino affida la gestione del Santo Sepolcro alla famiglia Nuseybeh. Diverrà nel corso dei secoli lo “Statu quo”, l’affidamento della custodia del luogo più importante della cristianità ad una famiglia musulmana. Forse il simbolo più autentico della “terzietà”. Wajeeh Nuseybeh, il custode del Santo Sepolcro, sarà a Trento il 12 novembre prossimo per raccontare quella storia.

Saperi, venuti dal mare. Il pane ad esempio, un cibo che nasce dal sapere contadino ma giunto nelle sue diverse forme nelle nostre case, attraverso il vagabondaggio del grano e la selezione trasmessa dalle generazioni. Ne parleremo con Predrag Matvejević che il 16 ottobre presenterà il suo ultimo libro, “Pane nostro” nell’ambito di una giornata di spettacoli sull’arte del pane che verrà rappresentata in piazza del Duomo per ricordare a tutti – come ha scritto Enzo Bianchi – che il pane o è “nostro”, condiviso, oppure cessa di essere pane.

Pensieri privi di cittadinanza. Penso all’Europa delle Regioni che rappresentava l’anima del “Manifesto di Ventotene” proposto nel 1941 da Altiero Spinelli e da Ernesto Rossi, molto distante dall’Europa (peraltro incompiuta) degli Stati, che i suoi padri fondatori immaginarono come proposta di pace, antidoto – dopo due conflitti mondiali che avevano come epicentro proprio i paesi europei – a che questo potesse di nuovo accadere. A quell’idea andremo a rendere omaggio, nel settantesimo anniversario di quel manifesto.

E, infine, geografie da scoprire. Perché per stare al mondo occorre uno sguardo strabico, capace di leggere il nostro tempo da angolature diverse, con qualche strumento in più e un po’ di paura in meno. Per essere cittadini consapevoli, nella conoscenza delle nostre radici e nel pensare all’identità come qualcosa sempre in divenire. Proporremo dei viaggi, con l’impegno di restituirne immagini.

Tutto questo e tante altre cose ancora è “Cittadinanza Euromediterranea”. Inizia venerdì 1 ottobre, alle 19.00 nel cuore di Trento a Palazzo Thun, con “L’incantadora”, suggestioni mediterranee che ci faranno entrare nel vivo di questo racconto. Si concluderà l’11 gennaio 2012 con un omaggio a Fabrizio De André. Perché sarà “Creuza de mä” , il suo capolavoro dedicato alle anime del mare, il tratto musicale che accompagnerà questo viaggio. Sullo sfondo l’immagine di Europa, la principessa che nella mitologia era la figlia di Agenore, re di Fenicia. Un’altra storia ma insieme la straordinaria metafora di un’Europa che nasce dall’altra parte del Mediterraneo.

 

* Presidente del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani

fonte: Articolo pubblicato su Il Trentino il 30 settembre 2010.