“La violenza non è la cura per il nostro mondo frantumato”

La nonviolenza come tema della 50esima Giornata Mondiale della Pace

In occasione delle celebrazioni per la 50esima Giornata mondiale della Pace, prevista per il 1°gennaio 2017, papa Francesco ha rilasciato un messaggio dal tema "La nonviolenza: stile di una politica per la pace". In merito ai successi ottenuti attraverso una scelta nonviolenta per la risoluzione di conflitti e/o ingiustizie, il Papa si espone in questi termini:

[...] La nonviolenza praticata con decisione e coerenza ha prodotto risultati impressionanti. I successi ottenuti dal Mahatma Gandhi e Khan Abdul Ghaffar Khan nella liberazione dell’India, e da Martin Luther King Jr contro la discriminazione razziale non saranno mai dimenticati. Le donne, in particolare, sono spesso leader di nonviolenza, come, ad esempio, Leymah Gbowee e migliaia di donne liberiane, che hanno organizzato incontri di preghiera e protesta nonviolenta (pray-ins) ottenendo negoziati di alto livello per la conclusione della seconda guerra civile in Liberia.

Nello specifico, sul programma da attuare per un mondo privo di violenza, vengono spronati i leader mondiali- politici e religiosi- a impegnarsi in questa sfida:

[...] Una sfida a costruire la società, la comunità o l’impresa di cui sono responsabili con lo stile degli operatori di pace; a dare prova di misericordia rifiutando di scartare le persone, danneggiare l’ambiente e voler vincere ad ogni costo. Questo richiede la disponibilità «di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo». Operare in questo modo significa scegliere la solidarietà come stile per fare la storia e costruire l’amicizia sociale. La nonviolenza attiva è un modo per mostrare che davvero l’unità è più potente e più feconda del conflitto. Tutto nel mondo è intimamente connesso. Certo, può accadere che le differenze generino attriti: affrontiamoli in maniera costruttiva e nonviolenta, così che «le tensioni e gli opposti [possano] raggiungere una pluriforme unità che genera nuova vita», conservando «le preziose potenzialità delle polarità in contrasto».

Il Presidente del Forum, a partire da questo messaggio ricco di spunti, ci fa conoscere la sua riflessione in merito. Ecco le sue parole: “La nonviolenza è in varco attuale della storia”, appena letto il messaggio di Papa Francesco in vista della giornata mondiale della Pace del 1° gennaio mi sono venute alla mente queste parole di Aldo Capitini, filosofo, antifascista e fondatore del Movimento Nonviolento. Proprio come Aldo Capitini, anche Papa Francesco ha voluto scrivere nonviolenza come una unica parola, evidenziandone l'aspetto costruttivo insegnatoci dal Mahatma Gandhi con il suo metodo Satyagraha.

Finalmente un messaggio chiaro, radicale che fa preciso riferimento alla "nonviolenza attiva" di Gandhi, Ghaffar Khan, Luther King e indica una direzione chiara alla politica: il disarmo, convenzionale e nucleare, e l'adozione di precise strategie nonviolente e non uno dei tanti documenti inneggianti ad una generica Pace.

La nonviolenza, ci scrive il Papa, parte da una presa di coscienza personale all’interno della famiglia indicandola poi però chiaramente come importante e fondamentale sfida per i responsabili delle istituzioni internazionali “a costruire la società, la comunità o l’impresa di cui sono responsabili con lo stile degli operatori di pace”. Questo elemento diviene per me dirimente: la nonviolenza non è più solo una (seppur importante) strada per la salvezza di un singolo individuo ma è (per tornare alla parole di Capitini) “il varco attuale della storia” indicato come vero e proprio metodo di azione politica fra le Nazioni.

Il messaggio di Francesco chiama tutti noi a delle precise responsabilità, dal singolo cittadino con il suo comportamento in famiglia e nella società fino ai grandi capi di stato. E speriamo che, partendo dai molti leader politici e economici che si professano fortemente credenti, il documento di Francesco venga preso seriamente e si cominci realmente “a diventare persone che hanno bandito dal loro cuore, dalle loro parole e dai loro gesti la violenza, e a costruire comunità nonviolente, che si prendono cura della casa comune”.

    Qui il testo integrale del messaggio del Papa

Riconciliazione contro la guerra

Si avvicina fine anno e, come in molte altre realtà, al Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani è tempo di fare bilanci e relazioni di fine anno. Tra le centinaia di scritti, dibattiti, eventi, iniziative organizzate direttamente da noi o alle quali ho partecipato soprattutto due frasi mi tornano spesso alla memoria. A giugno ero a Modena per la festa dei 50 anni della rivista “Azione nonviolenta” fondata da Aldo Capitini e ho avuto modo, durante le pause della festa, di visitare l'Accademia Militare di Modena (istituzione di formazione militare dell'esercito italiano). All'ingresso un’enorme scritta accoglie visitatori e allievi cadetti: “Preparo alle glorie di Italia i nuovi eroi”. Poi, a dare “man forte” a questa frase, un'intera parte delle mura dell'accademia è ricoperta da centinaia di migliaia di nomi di soldati morti nelle molte, troppe, battaglie combattute.

Massimiliano Pilati Presidente Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani Articolo pubblicato su "Il Corriere del Trentino" del 28 dicembre 2014

Si avvicina fine anno e, come in molte altre realtà, al Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani è tempo di fare bilanci e relazioni di fine anno. Tra le centinaia di scritti, dibattiti, eventi, iniziative organizzate direttamente da noi o alle quali ho partecipato soprattutto due frasi mi tornano spesso alla memoria.

A giugno ero a Modena per la festa dei 50 anni della rivista “Azione nonviolenta” fondata da Aldo Capitini e ho avuto modo, durante le pause della festa, di visitare l'Accademia Militare di Modena (istituzione di formazione militare dell'esercito italiano). All'ingresso un’enorme scritta accoglie visitatori e allievi cadetti: “Preparo alle glorie di Italia i nuovi eroi”. Poi, a dare “man forte” a questa frase, un'intera parte delle mura dell'accademia è ricoperta da centinaia di migliaia di nomi di soldati morti nelle molte, troppe, battaglie combattute. Mi sono soffermato in raccoglimento parecchi minuti davanti all'elenco interminabile di morti in guerra. Giovani strappati alle loro famiglie e ai loro affetti per motivi che non sempre sono comprensibili e troppo spesso non sono assimilabili alla, a volte necessaria, “difesa della Patria”. A questa scritta ricca di retorica militarista e presente in un istituto di formazione militare che tuttora forma i nostri soldati, contrappongo una frase pronunciata da Malala Yousafzai, la ragazzina pakistana premio Nobel per la Pace 2014, durante il discorso da lei tenuto in occasione della consegna del Premio (10 dicembre 2014, Oslo): “Un bambino, un insegnante, una penna e un libro possono cambiare il mondo”. La lotta di Malala e di tante bambine e bambini di tutto il mondo è semplicemente quella di poter andare a scuola per formarsi alla vita. In troppi luoghi del nostro mondo il fondamentale diritto all'istruzione è considerato (per dirlo con le parole di Malala) un “reato”. Per questo nel nostro fortunato Trentino dobbiamo sforzarci nel rafforzare nelle nostre scuole anche argomenti come dialogo, come lo studio di una sana cultura di pace e dei diritti fondamentali, come la convivenza. Purtroppo in questo periodo di crisi per far quadrare il bilancio provinciale si parla di tagliare anche degli ottimi strumenti di cui in questi anni la nostra Provincia si è dotata: Il Centro Millevoci, il Centro di Formazione alla Solidarietà internazionale, 'Osservatorio Balcani e Caucaso e lo stesso Forum sia nelle scuole che dentro la nostra società sono stati e sono importanti strumenti di analisi, approfondimento e formazione e per questo vanno tutelati. Come Consiglio del Forum, pur capendo le necessità di far quadrare i conti, abbiamo espresso profonda preoccupazione sul futuro di queste realtà che contribuiscono quotidianamente a rafforzare una sana cultura di pace. Ancora oggi ci sono milioni di esseri umani che in virtù di un’appartenenza (etnica, nazionale, religiosa, ideologica, sessuale, etc.) subiscono forme di discriminazione, violenza, sopruso, negazione di diritti. Come Forum concentreremo le azioni dei prossimi anni attorno al tema dei diritti negati: il punto di partenza è che non si può costruire la pace e poi affermare i diritti, bensì è affermando i diritti che si può arrivare a una società di pace diffusa e duratura. E questo non riguarda solo Paesi lontani, segnati da conflitti armati, ma coinvolge anche le nostre comunità. Partiremo nelle prossime settimane con la ricerca I giovani e la pace, realizzata con il Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale dell’Università di Trento, che vuole indagare il posizionamento dei giovani in relazione ai temi prioritari del Forum per poi proporre azioni e interventi di riflessione, formazione e confronto che risultino coerenti e per questo efficaci con i reali fabbisogni e sensibilità. La diffusione dei risultati sarà poi occasione per proporre eventi rivolti anche alla comunità adulta, chiamata a riflettere e confrontarsi su queste tematiche. L’augurio per il nuovo anno rivolto a tutti noi è che in un mondo che vede come unica soluzione dei conflitti (personali, di quartiere, mondiali) la violenza, gli eserciti e la guerra si possano finalmente sperimentare, a cominciare dal nostro bel Trentino, nuovi percorsi che tentino il dialogo e la riconciliazione. In un mondo che istruisce alla gloria dell'immolarsi da eroi martiri per difendere il proprio territorio vorrei si contrapponesse una sana educazione al dialogo, alla convivenza pacifica, alla risoluzione nonviolenta dei conflitti e alla riconciliazione. Massimiliano Pilati Presidente Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani Articolo pubblicato su "Il Corriere del Trentino" del 28 dicembre 2014 <b/p>

Peshawar, Cronaca di un massacro

- Emanuele Giordana -

Un attacco terroristico produce un bilancio di oltre 140 morti, in stragrande maggioranza studenti (132 secondo le ultime stime). Maschi e femmine uccisi in una giornata convulsa che richiede almeno quattro ore per confinare i guerriglieri islamisti del Tehreek-e-Taleban Pakistan in una zona delle scuola dove sgominarli e ucciderli

Comincia nella tarda mattinata di un giorno di scuola apparentemente normale il peggior attacco terroristico della storia del Pakistan. Un attacco che produce un bilancio di oltre 140 morti, in stragrande maggioranza studenti (132 secondo le ultime stime). Maschi e femmine uccisi in una giornata convulsa che richiede almeno quattro ore per confinare i guerriglieri islamisti del Tehreek-e-Taleban Pakistan in una zona delle scuola dove sgominarli e ucciderli. Succede a Peshawar, la capitale della provincia nordoccidentale – al confine con l'Afghanistan – nel college militare di Warsak Road che fa parte di una rete di 146 scuole che fanno capo all'esercito: liceo e secondaria frequentate da quasi 500 studenti tra i 10 e i 18 anni d'età. Un massacro premeditato e senza alcun senso se non per il fatto che il college è una scuola militare. Una scuola con ragazzi che in maggioranza sono minorenni.

Articolo pubblicato su Il Manifesto e Lettera 22

- Emanuele Giordana -

Un attacco terroristico produce un bilancio di oltre 140 morti, in stragrande maggioranza studenti (132 secondo le ultime stime). Maschi e femmine uccisi in una giornata convulsa che richiede almeno quattro ore per confinare i guerriglieri islamisti del Tehreek-e-Taleban Pakistan in una zona delle scuola dove sgominarli e ucciderli

Comincia nella tarda mattinata di un giorno di scuola apparentemente normale il peggior attacco terroristico della storia del Pakistan. Un attacco che produce un bilancio di oltre 140 morti, in stragrande maggioranza studenti (132 secondo le ultime stime). Maschi e femmine uccisi in una giornata convulsa che richiede almeno quattro ore per confinare i guerriglieri islamisti del Tehreek-e-Taleban Pakistan in una zona delle scuola dove sgominarli e ucciderli. Succede a Peshawar, la capitale della provincia nordoccidentale – al confine con l'Afghanistan – nel college militare di Warsak Road che fa parte di una rete di 146 scuole che fanno capo all'esercito: liceo e secondaria frequentate da quasi 500 studenti tra i 10 e i 18 anni d'età. Un massacro premeditato e senza alcun senso se non per il fatto che il college è una scuola militare. Una scuola con ragazzi che in maggioranza sono minorenni.


La furia omicida del commando – tra sei e dieci persone – si abbatte subito su insegnanti e ragazzi, giovani e giovanissimi studenti che l'istituto indirizza alla carriera militare. E' giorno d'esami ma c'è anche una festa programmata nella quale irrompe il commando entrato da una porta laterale: sparano all'impazzata non si capisce ancora come e con che logica. Hanno avuto solo un ordine dai loro capi: sparare agli “adulti” e risparmiare i “piccoli”. Missione impossibile in un parapiglia di centinaia di studenti e decine di insegnanti ostaggio - oltre che delle armi - del terrore, il viatico dell'ennesima campagna dei talebani pachistani per sprofondare le città e la gente nella paura. Gran parte dei più piccoli, sostiene Al Jazeera, riesce a scappare alla spicciolata. I più grandi sono meno fortunati.
La dinamica è per ora ancora frammentata (la ricostruzione ora per ora sul sito del quotidiano The Dawn) e non è chiaro né evidente come i guerriglieri, travestiti da militari, abbiano organizzato la strage. Ma è chiaro che strage doveva essere: vendetta per la missione militare “Zarb-e-Azb” del governo che da alcuni mesi martella il Waziristan, agenzia tribale rifugio per talebani e sodali stranieri.
La rivendicazione del Ttp arriva poco dopo l'ingresso del commando e spiega che il target sono proprio i più anziani, studenti compresi. Non dunque ostaggi da trattenere per negoziare qualcosa, ma obiettivi della vendetta.

I parenti dei ragazzi iniziano ad arrivare fuori dalla scuola che è vicino a una caserma; le sirene delle ambulanze sono la cornice dello scenario più sinistro che Peshawar abbia mai visto. Il primo ministro Nawaz Sharif, che definisce l'attacco una “tragedia nazionale” - decreterà poi tre giorni di lutto nazionale -, vola a Peshawar dove converge anche il capo dell'esercito Raheel Sharif: i suoi soldati intanto stanno cercando di liberare la scuola aula per aula, mentre il commando si va asserragliando nell'area amministrativa dell'edificio. Si trova comunque il tempo anche per la polemica politica: Nawaz è ai ferri corti con Imran Khan, criticissimo capo del partito al potere nella provincia del Khyber Pakhtunkhwa. Ora la falla nella sicurezza mette in difficoltà anche il contestatore. Tutti, compresi i partiti islamisti (legali), prendono le distanze dall'attacco e così i diversi responsabili politici e religiosi. Il mondo guarda allibito.

Alle tre del pomeriggio la situazione comincia a essere sotto controllo: fonti riferiscono che alcuni miliziani avrebbero tentato la fuga rasandosi la barba. Ma le voci corrono incontrollate: il commando è ancora dentro. Qualcuno si è fatto già esplodere, altri tirano granate, sparano con mitraglie di ultima generazione. Alle 15 e 35 radio Pakistan lancia il primo duro bilancio dei morti: 126, un numero inimmaginabile solo qualche ora prima. E destinato a crescere. E' in quel momento che i militari pachistani sono intanto riusciti a raggiungere il loro obiettivo e pochi minuti prima delle 16 fanno sapere che il commando è ormai confinato in un'area precisa dell'enorme scuola militare.

Poco più tardi il ministro dell'Informazione della provincia Mushtaq Ghani dice all'Afp che il bilancio è di 130 morti. Sono già 131 qualche minuto dopo. Poi salgono a 140 e così avanti. 

I militanti del Ttp non possono parlare. Tutti morti. Non potranno spiegare quale delle tante fazioni dell'ex ombrello jihadista – divisosi nel corso del 2014 in quasi una decina di rivoli – ha deciso la strage. Muhammad Khorasani, l'uomo che per primo rivendica, non è un nome noto della galassia col cappello talebano. Il gruppo, che dal 2010 figura nella lista dei “most wanted” internazionali, ha mantenuto una certa unità sino alla morte nel 2009 di Beitullah Meshud – il fondatore del Ttp con Wali-ur-Rehman (anche lui ucciso nel 2013) - e ancora sotto la guida di Hakimullah Meshud, assassinato da un drone alla fine del 2013. Da allora il gruppo si è diviso su questioni ideologiche e diatribe tribali (una parte per esempio ha aderito al progetto di Al Baghdadi, una fazione ha contestato la leadership dei Meshud). Quel che è certo è che la deriva stragista nei confronti dei civili, già utilizzata senza problemi dal Ttp (a differenza della maggior parte dei cugini afgani), ha preso velocità. Il Ttp non è nuovo a bombe nei bazar e nelle moschee ma non era mai giunto a tanto. Un tentativo negoziale col governo alcuni mesi fa è fallito e a giugno l'esercito ha iniziato a ripulire il Nord Waziristan con l'operativo Zarb-e Azb, tuttora in corso, colpendo i rifugi della guerriglia pachistana e straniera dal cielo e da terra con 30mila uomini.

Articolo pubblicato su Il Manifesto e Lettera 22

Afghanistan, attentato a partita volley: 45 morti

Un kamikaze in moto si è fatto esplodere nella provincia orientale di Paktika. Tra le vittime giovani, bambini e alcuni agenti di polizia. Una sessantina le persone ferite

Almeno 45 morti, tra cui molti giovani e bambini, e una sessantina di feriti. Il bollettino di guerra dall’Afghanistan oggi registra una strage di civili per mano di un kamikaze, che si è fatto esplodere durante una partita di pallavolo nella provincia orientale di Paktika. L’attentato non è stato rivendicato, ma l’allarme sicurezza nel Paese è tale che le truppe americane resteranno impegnate ancora un altro anno in missioni di combattimento, superando così la scadenza del 2014, per far fronte all’avanzata dei talebani. 

Alle 17 locali, nel momento in cui la partita, organizzata dalla polizia locale, era in pieno svolgimento, un kamikaze a bordo di una moto si è fatto esplodere in mezzo alla folla. Questa ennesima strage, condannata duramente anche dal presidente Ashraf Ghani, non è stata rivendicata. Il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid, non ha commentato l’accaduto.  
Tratto da La Stampa

Un kamikaze in moto si è fatto esplodere nella provincia orientale di Paktika. Tra le vittime giovani, bambini e alcuni agenti di polizia. Una sessantina le persone ferite
Almeno 45 morti, tra cui molti giovani e bambini, e una sessantina di feriti. Il bollettino di guerra dall’Afghanistan oggi registra una strage di civili per mano di un kamikaze, che si è fatto esplodere durante una partita di pallavolo nella provincia orientale di Paktika. L’attentato non è stato rivendicato, ma l’allarme sicurezza nel Paese è tale che le truppe americane resteranno impegnate ancora un altro anno in missioni di combattimento, superando così la scadenza del 2014, per far fronte all’avanzata dei talebani.  

Alle 17 locali, nel momento in cui la partita, organizzata dalla polizia locale, era in pieno svolgimento, un kamikaze a bordo di una moto si è fatto esplodere in mezzo alla folla, che si era radunata al campo di gioco arrivando da tre distretti, ha riferito il portavoce del governatore della provincia, definendo l’attentato «scioccante» per la modalità e per il numero delle vittime, la maggior parte delle quali giovani che stavano partecipando al torneo, tanto che le autorità locali hanno chiesto a Kabul di inviare degli elicotteri per evacuare i feriti. Questa ennesima strage, condannata duramente anche dal presidente Ashraf Ghani, non è stata rivendicata. I media hanno cercato una reazione dal portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid, che però non ha commentato l’accaduto.

L’ultimo grande attacco contro i civili in Afghanistan risale al 15 luglio scorso, con 90 persone uccise in un mercato, sempre nella provincia di Paktika. Anche in quella circostanza i talebani non avevano rivendicato l’attentato, anzi avevano negato la loro responsabilità. Gli integralisti, invece, si sono sempre attribuiti gli attacchi contro le forze di sicurezza locali e e contro obiettivi occidentali, che quest’anno si sono intensificati in tutto il Paese. Inoltre, la loro avanzata prosegue nel nord del Paese, nella provincia di Kunduz, una volta considerata tra le più sicure, facendo intravedere, secondo gli analisti, lo spettro di un nuovo Iraq dopo l’abbandono delle forze Nato.  

Tale scenario, secondo i media, avrebbe convinto il presidente americano Barack Obama a prorogare di anno le operazioni di combattimento delle truppe Usa contro i talebani e altri gruppi militanti nel caso di minacce ai soldati e al governo di Kabul. E da gennaio, con la scadenza anche della missione Isaf, la Nato - che all’inizio dell’anno schierava 50mila truppe - manterrà sul terreno una forza residua di circa 12.500 unità per il supporto e la formazione delle forze di sicurezza locali. Proprio oggi la Camera dei Rappresentanti afgana ha approvato a grande maggioranza i nuovi accordi sulla sicurezza firmati dal governo con gli Stati Uniti e con la Nato. 


Tratto da La Stampa

AperiLibri

Appuntamento culturale del novembre trentino, che lega letteratura all’enogastronomia.

Libri e cibo sono portatori di conoscenza, di esperienze di crescita e di piacere. Cinque appuntamenti intrecceranno tali dimensioni, attraverso la presentazione di libri, aperitivi con gli autori e cene a tema. I libri che verranno narrati hanno il comune obiettivo di descrivere un mondo di conflitti, spesso diversi tra loro e mai affrontati apertamente: conflitti armati, sociali, ambientali, emergenti o mai sopiti. 



Qui
il programma dettagliato 

Dal 19 novembre al 3 dicembre
Gli incontri avranno luogo a partire dalle ore 18.00 presso il Cafè de la Paix, Passaggio Teatro Osele - Trento

Organizza: Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani in collaborazione con Afghanistan 2014, Café de la Paix, Centro per la Formazione alla Solidarietà Internazionale, Unimondo

Appuntamento culturale del novembre trentino, che lega letteratura all’enogastronomia.

Libri e cibo sono portatori di conoscenza, di esperienze di crescita e di piacere. Cinque appuntamenti intrecceranno tali dimensioni, attraverso la presentazione di libri, aperitivi con gli autori e cene a tema. I libri che verranno narrati hanno il comune obiettivo di descrivere un mondo di conflitti, spesso diversi tra loro e mai affrontati apertamente: conflitti armati, sociali, ambientali, emergenti o mai sopiti. 



PROGRAMMA 

I cinque appuntamenti si svolgeranno presso il Café de la Paix, passaggio Teatro Osele – Trento 
a partire dalle ore 18.00 
______________________________________________

Mercoledì 19 novembre 2014

Introduce la rassegna Massimiliano Pilati - Presidente Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani 
L'Autore Alidad Shiri dialoga con Tommaso Vaccari 

Alidad Shiri – VIA DALLA PAZZA GUERRA (Ed. il Margine, 2007)
La storia di un ragazzo afghano che intraprende un viaggio coraggioso ed estenuante alla ricerca di una vita lontano dalla guerra.

Qui l'evento facebook
______________________________________________

Sabato 22 novembre 2014

L'autore Matteo Massi dialoga con Massimiliano Pilati

Matteo Massi – IN/MOVIMENTO (Ed. Gruppo Abele 2014) 
Cosa sono i movimenti? Come si rapportano con la società? Un reportage per comprendere meglio questa forma di partecipazione dal basso, partendo dall’esperienza di alcune realtà rilevanti.

Qui l'evento facebook
______________________________________________

Mercoledì 26 novembre 2014 

Il direttore di Osservatorio Iraq Medioriente e Nordafrica Enzo Mangini (curatore del volume) dialoga con Federico Zappini 

AA.VV. – LA CRISI IRACHENA. CAUSE ED EFFETTI DI UNA STORIA CHE NON INSEGNA (Ed. dell’Asino 2014) 
Un libro a più mani che nasce per approfondire, analizzare e far conoscere il paese al di là delle cronache, rileggendo la storia ed evidenziando linee di continuità per comprenderlo un po’ meglio.

Qui l'evento facebook
______________________________________________

Sabato 29 novembre 2014 

L'autrice Valentina Codeluppi dialoga con Giorgia Stefani 

Valentina Codeluppi – LE CICATRICI DEL RUANDA (Ed. EMI 2012) 
A vent’anni dal genocidio ruandese il processo di riconciliazione risulta ancora difficoltoso, affidato principalmente a tre tipi di tribunali, tutti con le loro luci e molte ombre.

Qui l'evento facebook
______________________________________________

Mercoledì 3 dicembre 2014 

La direttrice del Centro per la Formazione alla Solidarietà Internazionale Jenny Capuano (traduttrice del volume) dialoga con Marco Pontoni

Elisio Macamo L’ABBECEDARIO DELLA NOSTRA DIPENDENZA (Ed. Erikkson 2013)
Una lettura critica del discorso dello sviluppo attraverso il caso del Mozambico, partendo dal provocatorio assunto che “Il Mozambico esiste solo perché l’aiuto allo sviluppo dà esistenza al Paese”.

Qui l'evento facebook 
______________________________________________

Dopo la presentazione del libro e l’aperitivo con l’autore sarà possibile partecipare alla cena con piatti a tema, su prenotazione al 346 8639590 a cura del Café de la Paix. 

Per informazioni: 
www.forumpace.it – 0461 213176 
www.tcic.eu – info@tcic.eu – 0461 0093013

Organizza: Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani in collaborazione con Associazione Afghanistan 2014Café de la PaixCentro per la Formazione alla Solidarietà InternazionaleUnimondo

Perturbare la Pace

-Michele Nardelli-
Presenti al proprio tempo. Ho usato queste parole, nel dicembre scorso, a conclusione della mia esperienza, bella e stimolante, alla presidenza del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani. Descrivendo così il tratto distintivo di un percorso nel quale ho – ma è più giusto dire abbiamo – cercato di far uscire la pace dalla retorica banalizzante in cui da tempo si è cacciata.

Un lavoro impervio. Non solo perché oggi la guerra continua ad essere il modo normale con cui si regolano i conflitti, ma anche perché il pacifismo si è arenato nei propri rituali, incapace di rompere gli steccati della propria autoreferenzialità.

Dalla pagina web di Michele Nardelli

-Michele Nardelli-

Presenti al proprio tempo
. Ho usato queste parole, nel dicembre scorso, a conclusione della mia esperienza, bella e stimolante, alla presidenza del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani. Descrivendo così il tratto distintivo di un percorso nel quale ho – ma è più giusto dire abbiamo – cercato di far uscire la pace dalla retorica banalizzante in cui da tempo si è cacciata.

Un lavoro impervio. Non solo perché oggi la guerra continua ad essere il modo normale con cui si regolano i conflitti, ma anche perché il pacifismo si è arenato nei propri rituali, incapace di rompere gli steccati della propria autoreferenzialità.

Ci abbiamo provato, non so con quale esito. Certamente testimoniando che c’è un modo diverso di declinare la parola “pace”, indagando la guerra fin dentro la banalità del male. Una strada originale che ha avuto il merito di intercettare le grandi questioni del nostro tempo, dallo “scontro di civiltà”, al cruciale tema del “limite”, all’elaborazione del Novecento nel centenario del “secolo degli assassini”. “Perturbare la pace” abbiamo detto, riprendendo la straordinaria suggestione di James Hillman.

Ora, nel vedere riproposta la marcia per la pace Perugia Assisi con il suo stanco rituale di parole d’ordine che nella loro astrattezza divengono retorica, provo una distanza crescente. Dietro la festa delle bandiere arcobaleno c’è a guardar bene un vuoto profondo, tanto nell’incapacità di tentare risposte alle aree di crisi capaci di condizionare l’agenda dei governi, come nel dotarsi di una agenda propria in grado di sottrarsi alle continue emergenze e di costruire – nel pensiero come nell’agire quotidiano – una consapevolezza ed un sentire diffuso. Per non parlare delle miserie umane che pervadono anche questi luoghi, quasi un tabù per i chierici della pace.

Penso che la pace richieda quello stesso cambio di pensiero di cui ha bisogno l’umanità per immaginare un futuro diverso dalla guerra di tutti contro tutti che la limitatezza delle risorse e l’indisponibilità a rivedere i propri stili di vita pongono in essere. E penso che il mondo della pace non abbia bisogno di anestetici per sentirsi meno solo.

Dalla pagina web di Michele Nardelli