Cosa succede nel Kurdistan iracheno? Testimonianza della cooperante Chiara Moroni

- a cura di Tommaso Vaccari -

campagna a supporto dei datteri di Bassora è stata uno dei momenti che ha sancito il totale sostegno da parte di UPP alla società civile irachena, supporto che è continuato con una serie di progetti culturali volti a scoprire e a far conoscere la bellezza dell’Iraq.
Per contrastare politiche settarie dovute all’occupazione americana Un Ponte Per... ha poi cominciato una serie di progetti culturali a tutela delle minoranze e del loro prezioso patrimonio, col programma chiamato “Il sapere che resiste” supportato anche dalla Provincia di Bolzano.
Quando, nel 2012, l’emergenza umanitaria dei profughi siriani è cominciata nel Kurdistan iracheno, UPP è stato in prima linea sia nel fornire supporto psico-sociale che nella gestione delle attività di orientamento e mass information per i rifugiati. È all’interno di questo progetto che lavoro io, come Community Mobilization Coordinator per l’area di Duhok. Lavoro essenzialmente nei campi profughi di Domiz, Domiz 2 / Faida, Akre e Gawilan, dove mi occupo della Mass Communication, intesa come scambio di informazioni, emozioni e idee tra la comunità siriana dei campi e i vari attori umanitari (dipartimenti governativi, agenzie delle Nazioni Unite, organizzazioni nongovernative locali e internazionali).
Nel campo di Domiz ( a breve anche in quello di Gawilan) abbiamo uno Youth Friendly Space, per giovani donne e uomini dai 18 ai 35 anni, con a disposizione giochi, libri e computer con accesso a internet. Per loro organizziamo attività di vario genere, tra cui tornei di pallavolo e momenti di ginnastica, danza e yoga per le donne.

Come è visto il vostro intervento da parte della popolazione locale ? Qual'è la situazione attuale? Com'è visto l'avanzare del gruppo estremista Isil?
UPP è ben conosciuta come organizzazione in Iraq, in particolare tra le varie minoranze etniche e religiose. Non stupisce quindi il nostro impegno a favore delle comunità Yazida, cristiana, shabak, turcomanna, mandee e baba bah’i , che apprezzano il nostro continuo supporto in termini di distribuzioni di cibo, latte, materassi, etc.
Ho accompagnato alcuni volontari della Yazidi Solidarity League* durante le distribuzioni per alcune famiglie yazide che si trovano ora a vivere in edificio in costruzione, per strada o sotto i ponti, e ovunque si presenta la stessa scena. Bambini, donne e uomini stremati dal viaggio e dalle condizioni in cui sono ora costretti a vivere, tanta speranza di ritornare un giorno a casa ma anche la paura per le atrocità commesse da quelli che qui chiamano Da’ash.
Per tutti l’Isil è un’organizzazione di terroristi che, in quanto tale, non accetta e uccidono chi non è parte del gruppo o affilliato a loro.

In Italia c'è stato un ampio dibattito sull'invio di armi leggere ai combattenti curdi. UPP ha condiviso con la Rete Italiana per il Disarmo il comunicato contro l'invio delle armi, cosa pensi che possa fare l'Italia e l'Europa? Quale può essere il motore del cambiamento?

Personalmente sottoscrivo il comunicato di UPP e Rete Italiana per il Disarmo. Per quanto la situazione irachena sia complicata e delicata, l’invio di armi non rappresenta né un aiuto né una soluzione alla questione ma, al contrario, contribuisce alla continuazione della guerra ora in corso, con tutte le conseguenze che ben conosciamo sulla popolazione civile irachena e non. Ho ascoltato e conosco solo una minima parte delle tante – troppe – testimonianze di sopravvissuti alla “pulizia culturale” ora in corso in tutto l’Iraq. Queste storie, così come i racconti del mio stesso staff siriano che vive nei campi, mi bastano per essere contraria a un intervento militare, diretto o no, di qualsiasi Paese.
L’Italia e ancor di più l’Unione Europea dovrebbero quindi essere promotrici di azioni volte non solo a dare aiuti umanitaria, ma anche a creare le condizioni per una convivenza pacifica tra le popolazioni della regione. Nell’immediato, per fronteggiare l’avanzata del gruppo estremista, anche io credo che una possibile soluzione sia una forza di interposizione con mandato ONU e funzioni di “peace enforcement” che si attenga strettamente alle regole del diritto internazionale.

Ringraziamo Chiara per averci lasciato questi spunti di riflessione e per il tempo che ci ha dedicato.

 

* Qui il link al sito che stanno costruendo a testimonianza del genocidio yazida

[Fotografia di Chiara Moroni]

Afghanistan, accordo sulla presidenza a Ghani


- Francesco Semprini -
Giunge finalmente a conclusione il processo elettorale iniziato il 14 giugno scorso: «La Commissione ha verificato in base ai voti espressi che Ghani è il nuovo presidente e Abdullah il Chief executive del futuro governo». Ma la pacificazione è lontana, e l’instabilità è grande.

L’accordo c’è, la pacificazione è lontana. Un timido progresso sul futuro dell’Afghanistan è giunto ieri con la firma di un’intesa da parte dei due candidati del ballottaggio presidenziale del 14 giugno, Abdullah Abdullah e Ashraf Ghani, per la costituzione, una volta annunciato il nome del successore di Hamid Karzai, di un governo di unità nazionale guidato da un presidente e da un «Chief Executive». Questa la notizia giunta nel corso di una sofferta alba domenicale, a cui ha fatto seguito, nel giro di poche ore, l’annuncio del vincitore da parte della Commissione elettorale indipendente (Iec). E’ l’ex ministro delle Finanze, Ghani appunto, che succede così ad Hamid Karzai nel primo trasferimento democratico dei poteri presidenziali della recente storia afghana. 

Tratto da La Stampa

 

- Francesco Semprini -

Giunge finalmente a conclusione il processo elettorale iniziato il 14 giugno scorso: «La Commissione ha verificato in base ai voti espressi che Ghani è il nuovo presidente e Abdullah il Chief executive del futuro governo». Ma la pacificazione è lontana, e l’instabilità è grande.

L’accordo c’è, la pacificazione è lontana. Un timido progresso sul futuro dell’Afghanistan è giunto ieri con la firma di un’intesa da parte dei due candidati del ballottaggio presidenziale del 14 giugno, Abdullah Abdullah e Ashraf Ghani, per la costituzione, una volta annunciato il nome del successore di Hamid Karzai, di un governo di unità nazionale guidato da un presidente e da un «Chief Executive». Questa la notizia giunta nel corso di una sofferta alba domenicale, a cui ha fatto seguito, nel giro di poche ore, l’annuncio del vincitore da parte della Commissione elettorale indipendente (Iec). E’ l’ex ministro delle Finanze, Ghani appunto, che succede così ad Hamid Karzai nel primo trasferimento democratico dei poteri presidenziali della recente storia afghana. 

«La Commissione ha verificato in base ai voti espressi che Ghani é il nuovo presidente e Abdullah il “Chief executive” del futuro governo», ha detto il presidente della Ies, Ahmad Yousaf Nuristani, ringraziando gli afghani per la partecipazione al processo elettorale. Sembra che Ghani abbia incassato circa 750 mila voti in più del suo avversario, sebbene si taccia sulla cifra ufficiale. L’accordo, assai complesso, sblocca almeno in questa prima fase, un’impasse che dura da mesi e che ha visto Abdullah accusare brogli nel corso della tornata elettorale. Tanto che la Iec ha dovuto procedere a una verifica degli 8,1 milioni di voti espressi nel ballottaggio.

Uno sblocco per il quale è stato determinante l’intercessione del segretario di Stato Usa, John Kerry, e il lavoro delle Nazioni Unite attraverso la missione in Iraq (Unama). L’intesa raccoglie il plauso del Palazzo di Vetro, della Casa Bianca, e di Kerry che ora auspica l’avvio di riforme. Ma in realtà cosa potrebbe celare questa timido progresso? E soprattutto, quanto manca ancora alla pacificazione del Paese? Ne abbiamo parlato con alcune fonti che operano in Afghanistan, secondo cui il rischio è, al di là dei proclami, una ingovernabilità di fatto. 

La formula del «Chief Executive» non ha mai riscosso grande simpatie, anche perché occorre capire quali poteri avrà e che differenza ci sarà con il presidente. Tanto è vero che Abdullah non ha riconosciuto il risultato elettorale con la vittoria di Ghani (data per certa), sino a quando non si è arreso dinanzi a un pragmatico ragionamento. Il punto è che alcuni grandi finanziatori dell’ex ministro degli Esteri impedivano la firma «previa concessione di alcune misure e garanzie a loro favorevoli». Forse queste sono arrivate, ma se non dovessero essere rispettate? L’ostruzionismo diverrebbe antagonismo nei confronti del governo. Tutto questo rischia di influire sulla firma dell’accordo bilaterale con gli Usa e altri Paesi per mantenere parte dei contingenti Isaf. L’Italia che sembrava si mantenesse sugli 800 militari, sembra essere disposta ora, secondo i piani del ministro della Difesa Roberta Pinotti, a lasciarne appena 200, a fronte dei 300 della Spagna, mentre gli Usa puntano sui 9 mila. «Ma a pesare sulla scelta degli italiani e degli spagnoli - spiegano le fonti - è la decisione americana di rimanere o meno nelle province occidentali». 

In caso di alleggerimento in quella regione i contingenti europei sarebbero troppo scoperti e potrebbero decidere di non rimanere. Nel frattempo le condizioni di sicurezza del Paese sono peggiorate: i taleban, fanno la voce grossa, e promettono di scatenare tutta la loro potenza di fuoco una volta avviato il ritiro parziale, mentre nel frattempo non lesinano attentati a obiettivi istituzionali e truppe straniere. L’esercito afghano, perde circa 400 uomini al mese, e «chiede la licenza di uccidere - ci rivelano le fonti - altrimenti sarebbero loro ad essere uccisi, o i taleban immediatamente scarcerati dai giudici». Questo implica che il sistema giudiziario è inaffidabile, viene da chiedersi, finanche corrotto in certi casi. 

E tutto questo mentre le vittime civili sono aumentate del 15% nei primi otto mesi del 2014, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, come rivela il rappresentante speciale del segretario generale dell’Onu in Afghanistan, Jan Kubis. Parlando dinanzi ai membri del Consiglio di Sicurezza Onu, Kubis ha aggiunto che gli incidenti sul campo, divenuti la causa principale delle vittime civili, hanno causato 2.312 morti e 4.533 feriti. Nel complesso fra gennaio ed agosto vi è stato un aumento, rispetto ai primi otto mesi del 2013, del 16% di donne e del 24% di bambini uccisi o feriti. In un contesto di questo genere, il passo in avanti compiuto con la firma per il governo del Paese, pur facendo ben sperare, appare ancora più timido. E vien da chiedersi: ma esiste davvero un futuro e una coscienza di pacificazione nei destini dell’Afghanistan in perenne conflitto?

Tratto da La Stampa

Firenze, 21 settembre 2014 – In tanti a piazzale Michelangelo per “Un passo di pace”

Domenica 21 settembre reti, organizzazioni e movimenti italiani si ritrovano a Firenze per chiedere un cambiamento, dopo anni di fallimenti, delle politiche dei governi e delle istituzioni nella gestione dei conflitti in atto dalla Palestina all'Ucraina, dalla Siria all'Iraq. Un presidio, di respiro nazionale, in piazzale Michelangelo per rilanciare le idee di nonviolenza e disarmo, per fermare le stragi di civili indifesi.

Dalla Siria all'Ucraina, dalla Palestina al Congo, dall'Iraq alla Libia, a tutte le latitudini le guerra e la violenza sono tornate prepotentemente ad essere la "continuazione della politica con altri mezzi". Iscrizioni entro il 16 settembre a roveretopace@gmail.com o cell. 338 3400211 <b/strong>Qui l'evento facebook<b/strong>   Domenica 21 settembre reti, organizzazioni e movimenti italiani si ritrovano a Firenze per chiedere un cambiamento, dopo anni di fallimenti, delle politiche dei governi e delle istituzioni nella gestione dei conflitti in atto dalla Palestina all'Ucraina, dalla Siria all'Iraq. Un presidio, di respiro nazionale, in piazzale Michelangelo per rilanciare le idee di nonviolenza e disarmo, per fermare le stragi di civili indifesi. Dalla Siria all'Ucraina, dalla Palestina al Congo, dall'Iraq alla Libia, a tutte le latitudini le guerra e la violenza sono tornate prepotentemente ad essere la "continuazione della politica con altri mezzi". Solo chi non ha tenuto conto della spaventosa crescita delle spese militari globali nell'ultimo decennio, che non ha eguali nella storia dell'umanità può stupirsi della guerra che entra nelle nostre case con la violenza delle immagini e sbarca sulle nostre coste con la tragedia dei profughi. Di fronte a questo scenario di violenze e viltà, di fronte alla reiterazione degli orrori ed alla follia della guerra, non possiamo rimanere silenti e inerti. Dal 2 ottobre avvieremo la Campagna Disarmo e Difesa Civile, e saremo in tutte le piazze d'Italia a raccogliere le firme per la Legge di iniziativa popolare per il disarmo e la difesa civile, non armata e nonviolenta, che darà ai cittadini la possibilità di finanziare i Corpi civili di pace - capaci di intervenire nei conflitti con la forza della nonviolenza – anziché l'acquisto di micidiali sistemi d'arma che alimentano e generano nuove guerre. Questi sono i nostri passi di pace, verso la nonviolenza. <b/p>

Domenica 21 settembre arrivo a Firenze ore 11

da Trento ore 6.00 parcheggio autostrada Trento Sud

da Rovereto ore 6.30 parcheggio autostrada Rovereto Sud Rientro in serata

Iscrizioni entro il 16 settembre a roveretopace@gmail.com o cell. 338 3400211 <b/strong>

www.retedellapace.it - www.rovepace.org <b/strong>Qui l'evento facebook

Israele ha costretto al rimpatrio forzato quasi 7.000 rifugiati eritrei e sudanesi


Israele ha costretto quasi 7.000 cittadini eritrei e sudanesi a lasciare il paese esponendoli a un rischio personale molto alto. Lo denuncia un rapporto di Human rights watch (Hrw).

“Alcuni sudanesi rimpatriati con la forza da Israele sono stati torturati e incarcerati. Anche gli eritrei sono esposti a un alto rischio di abusi”, afferma lo studio. Agli eritrei e ai sudanesi è stato negato l’accesso alle procedure di asilo e i rifugiati sono stati reclusi in maniera illegale.

Secondo Tel Aviv, le politiche sulla migrazione e sui rifugiati di Israele sono conformi al diritto internazionale.

Tratto da Internazionale

Foto: Un richiedente asilo eritreo durante una protesta, il 28 giugno 2014. (Finbarr O’Reilly, Reuters/Contrasto)

Israele ha costretto quasi 7.000 cittadini eritrei e sudanesi a lasciare il paese esponendoli a un rischio personale molto alto. Lo denuncia un rapporto di Human rights watch (Hrw).

“Alcuni sudanesi rimpatriati con la forza da Israele sono stati torturati e incarcerati. Anche gli eritrei sono esposti a un alto rischio di abusi”, afferma lo studio. Agli eritrei e ai sudanesi è stato negato l’accesso alle procedure di asilo e i rifugiati sono stati reclusi in maniera illegale.

Secondo Tel Aviv, le politiche sulla migrazione e sui rifugiati di Israele sono conformi al diritto internazionale. Israele sostiene che sudanesi ed eritrei rimpatriati non sono richiedenti asilo, ma sono migranti economici che cercano lavoro nel paese. Eritrei e sudanesi hanno cominciato a migrare verso Israele attraverso il Sinai nel 2006. Dal 2006 al 2012 sono entrati nel paese 37.000 eritrei e 14.000 sudanesi.

Secondo Human rights watch, nel corso degli ultimi otto anni, le autorità israeliane hanno impiegato diverse misure illegali per spingere i migranti a lasciare il paese. Tra queste la “detenzione a tempo illimitato, ostacoli alla richiesta di asilo in Israele, il respingimento del 99,9 per cento delle richieste di asilo, politiche poco chiare sul rilascio delle autorizzazioni per lavorare e limiti all’accesso alle cure mediche”.

A settembre del 2013 la corte suprema israeliana ha dichiarato illegale una modifica alla legge del 2012 contro l’immigrazione irregolare che permetteva la detenzione a tempo indeterminato di persone entrate nel paese senza autorizzazione. In risposta a questa sentenza della corte suprema, il parlamento israeliano ha approvato un altro emendamento che ha permesso la costruzione del centro di detenzione di Holot nel deserto del Negev, dove vengono rinchiusi gli immigrati irregolari. Centinaia di eritrei e sudanesi sono stati mandati nel centro dove vivono in condizioni che violano il diritto internazionale, secondo Hrw. L’unico modo per essere rilasciati dal centro di detenzione è quello di avere accesso allo status di rifugiato o quello di abbandonare il paese. Nel febbraio 2013, Israele ha permesso a eritrei e sudanesi di presentare le domande di asilo. Tuttavia, a marzo del 2014, le autorità avevano esaminato poco più di 450 casi, e il tasso di rifiuto è stato quasi del 100 per cento.

Tratto da Internazionale

Foto: Un richiedente asilo eritreo durante una protesta, il 28 giugno 2014. (Finbarr O’Reilly, Reuters/Contrasto)

Lento scivolare verso il basso

- Massimiliano Pilati -
«È così che accade. Si scivola lentamente, un passo alla volta verso il basso. Quasi senza accorgersene. Per poi, magari, chiedersi: ma chi è stato? Come abbiamo fatto?». Inizia così l'editoriale di Ugo Morelli sul Corriere del Trentino di giovedì a commento delle uscite per affossare il disegno di legge contro l'omofobia.
In molti sono pronti a dire che «l'omofobia in Trentino non esiste», a dire che «ci sono cose molto più importanti in questa fase». È di ieri il no dell'assessora alla cultura di Lavis per uno spettacolo dove vi è un bacio saffico (sul collo). Un no giustificato usando queste parole: «La sessualità normale è tra maschio e femmina. Se noi parliamo della sessualità tra femmina e femmina non siamo più nella normalità».

Da "Il Corriere del Trentino" del 6 settembre 2014

- Massimiliano Pilati -

«È così che accade. Si scivola lentamente, un passo alla volta verso il basso. Quasi senza accorgersene. Per poi, magari, chiedersi: ma chi è stato? Come abbiamo fatto?». Inizia così l'editoriale di Ugo Morelli sul Corriere del Trentino di giovedì a commento delle uscite per affossare il disegno di legge contro l'omofobia.
In molti sono pronti a dire che «l'omofobia in Trentino non esiste», a dire che «ci sono cose molto più importanti in questa fase». È di ieri il no dell'assessora alla cultura di Lavis per uno spettacolo dove vi è un bacio saffico (sul collo). Un no giustificato usando queste parole: «La sessualità normale è tra maschio e femmina. Se noi parliamo della sessualità tra femmina e femmina non siamo più nella normalità».
Sono piccole cose — si dirà — commenti solo personali, uscite provocatorie. Ma una piccola esternazione aggiunta all'altra rischiano di fare abitudine e nuovamente tornano le parole di Morelli: «Si scivola lentamente, un passo alla volta verso il basso».
Sono veramente questioni secondarie? Il Forum trentino per la pace e i diritti umani ha scelto per il prossimo futuro di lavorare proprio sul tema dei diritti negati e dei conflitti che generano. È fondamentale capire che senza il rispetto dei diritti di tutti noi non vi può essere pace sociale.
È importante affrontare tali conflitti e cercare assieme di crescere superandoli per non arrivare un giorno a guardarci allo specchio e chiederci: «Ma chi è stato? Come abbiamo fatto?».

Da "Il Corriere del Trentino" del 6 settembre 2014

RESTIAMO UMANI

Urla e lacerazioni da Vittorio Arrigoni e dal popolo palestinese

"qualsiasi sia il senso dell'occupazione la terra di Israele non è più terra santa ... ma terra di sangue"


Venerdì 5 settembre ore 20:45 Sala Filarmonica Rovereto
Ingresso libero
Spettacolo teatrale a sostegno delle vittime del conflitto israelo-palestinese

Urla e lacerazioni da Vittorio Arrigoni e dal popolo palestinese
"qualsiasi sia il senso dell'occupazione la terra di Israele non è più terra santa ... ma terra di sangue"



Venerdì 5 settembre ore 20:45 Sala Filarmonica Rovereto
Ingresso libero
Spettacolo teatrale a sostegno delle vittime del conflitto israelo-palestinese

Ultimo Teatro Produzioni incivili
supporta i progetti di Music for Peace che sta intervenendo in queste settimane nel sollevare le popolazioni palestinesi duramente colpite dai bombardamenti e dall'emergenza umanitaria.

Promuovono le associazioni del Comitato per la Pace di Rovereto www.rovepace.org, l’associazione Onlus ‘Pace per Gerusalemme’ e il Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani