CAMPI DELLA LEGALITA’ 2014 A PENTEDATTILO

CAMPI DELLA LEGALITA’ 2014 A PENTEDATTILO
19 – 27 luglio
Sono aperte le iscrizioni per i campi della legalità 2014 organizzati da Arci con le Politiche Giovanili della Provincia Autonoma di Trento a Pentedattilo (provincia di Reggio Calabria)
 
Dove e quando?
la settimana dal 19 al 27 luglio in provincia di Reggio Calabria nella località di Pentedattilo (le date comprendono i viaggi di andata e ritorno). L’iscrizione è prevista entro il 30 giugno
 
Chi può partecipare?
Ragazze e ragazzi fra i 16 e i 24 anni (25 non compiuti) delle Province di Bolzano e Trento.

COME ADERIRE:

Presentare la domanda di partecipazione completa (http://www.trentogiovani.it/content/webfm_send/2807) in ogni sua parte entro lunedì 30 giugno direttamente all’indirizzo email politichegiovanili@provincia.tn.it
Nel caso in cui le domande superino i posti disponibili, l’Ufficio giovani e Servizio Civile della PAT procederà ad una selezione tramite colloquio motivazionale dei candidati.
INFO:
Arci del Trentino tel. 0461231300 trento@arci.it 
Dott.ssa Francesca Gnech
tel. 0461 497271

e-mail: francesca.gnech@provincia.tn.it

CAMPI DELLA LEGALITA’ 2014 A PENTEDATTILO
19 – 27 luglio
Sono aperte le iscrizioni per i campi della legalità 2014 organizzati da Arci con le Politiche Giovanili della Provincia Autonoma di Trento a Pentedattilo (provincia di Reggio Calabria)
 
Dove e quando?
la settimana dal 19 al 27 luglio in provincia di Reggio Calabria nella località di Pentedattilo (le date comprendono i viaggi di andata e ritorno). L’iscrizione è prevista entro il 30 giugno
 
Chi può partecipare?
Ragazze e ragazzi fra i 16 e i 24 anni (25 non compiuti) delle Province di Bolzano e Trento.
Programma:
I partecipanti saranno ospitati in un ostello situato nella parte nuova del borgo di Pentedattilo (il borgo fa parte del comune di Melito Porto Salvo). I campi della legalità prevedono tre momenti fondamentali: il lavoro nei campi, gli incontri con i testimoni privilegiati e le iniziative culturali (anche finalizzate a conoscere il territorio ospitante).
Il lavoro nei campi si svolgerà la mattina all’interno di un bene confiscato (Villa Placanica) e riassegnato ad un consorzio di cooperative sociali; in particolar modo i volontari si dedicheranno alla pulizia e alla sistemazione della villa e dei terreni. Il lavoro prevederà inoltre la cura e la pulizia dell’ostello presso il quale i volontari alloggeranno ed un aiuto in cucina. Sia nelle ore pomeridiane, che nel dopocena sono previsti momenti d’incontro con diverse personalità del mondo delle istituzioni, della politica e dell’associazionismo del territorio, che offriranno un punto di vista e degli spunti di approfondimento legati al fenomeno della mafia. Saranno organizzate inoltre alcune visite guidate nei dintorni del borgo antico, in quei luoghi d’interesse inerenti alle tematiche affrontate durante il soggiorno, oltre a serate d’intrattenimento che prevedono il coinvolgimento della comunità del paese attraverso spettacoli musicali. Ciò consentirà una maggiore integrazione tra i giovani volontari e la popolazione del posto.
A chiusura della giornata è previsto un momento d’incontro del gruppo, in cui condividere riflessioni e confrontarsi sulle esperienze vissute durante il giorno.
Il progetto dei campi della legalità nella nostra esperienza rappresenta per i ragazzi una grande opportunità formativa, consente inoltre di approfondire un fenomeno complesso come quello mafioso (nello specifico quello della ’ndrangheta) e per la regione Calabria rappresenta un’occasione per mostrare una nuova immagine di sé, dando visibilità alla parte di società che si oppone quotidianamente e fermamente alla criminalità organizzata, mostrando il volto di chi onestamente lotta per migliorare la propria terra. Attraverso tale progetto si porta inoltre ai giovani un esempio concreto ed un messaggio positivo di come anche il singolo individuo si possa opporre al sistema mafioso grazie alla cooperazione.
COME ADERIRE:
Presentare la domanda di partecipazione completa (http://www.trentogiovani.it/content/webfm_send/2807) in ogni sua parte entro lunedì 30 giugno direttamente all’indirizzo email politichegiovanili@provincia.tn.it
Nel caso in cui le domande superino i posti disponibili, l’Ufficio giovani e Servizio Civile della PAT procederà ad una selezione tramite colloquio motivazionale dei candidati.
INFO:
Arci del Trentino tel. 0461231300 trento@arci.it 
Dott.ssa Francesca Gnech
tel. 0461 497271

Lo tsunami iracheno

– Bernard Guetta –

L’Iraq è davanti a un bivio. Il paese potrebbe sprofondare da un momento all’altro in una guerra civile tra la minoranza sunnita e la maggioranza sciita, a meno che i due schieramenti non scelgano la via della prudenza. In questo caso gli sciiti eviterebbero di attaccare la roccaforte sunnita creatasi nel nord del paese sotto l’egida dei fanatici dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante, e a loro volta i sunniti rinuncerebbero a marciare su Baghdad, dove gli sciiti rappresentano la stragrande maggioranza della popolazione.

In questo caso assisteremmo alla partizione di fatto del paese, da cui i curdi, terza comunità irachena, si sono già separati dopo la prima guerra del Golfo nel 1990.

Articolo pubblicato il 19 giugno 2014 da Internazionale
(Traduzione di Andrea Sparacino)

Foto Reuters / Contrasto

– Bernard Guetta –

L’Iraq è davanti a un bivio. Il paese potrebbe sprofondare da un momento all’altro in una guerra civile tra la minoranza sunnita e la maggioranza sciita, a meno che i due schieramenti non scelgano la via della prudenza. In questo caso gli sciiti eviterebbero di attaccare la roccaforte sunnita creatasi nel nord del paese sotto l’egida dei fanatici dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante, e a loro volta i sunniti rinuncerebbero a marciare su Baghdad, dove gli sciiti rappresentano la stragrande maggioranza della popolazione.

In questo caso assisteremmo alla partizione di fatto del paese, da cui i curdi, terza comunità irachena, si sono già separati dopo la prima guerra del Golfo nel 1990. Nell’altro il Medio Oriente sprofonderebbe ulteriormente in un conflitto regionale, in una guerra di religione tra i due rami dell’islam che infiammerebbe lo scontro di potere che fin dalla rivoluzione del 1979 oppone i capofila dell’islam sciita e sunnita, l’Iran e Arabia Saudita.

Al momento lo scenario di una divisione appare più probabile, ma la possibilità di un’escalation dello scontro è perfettamente plausibile. In ogni caso la vicenda finirà inevitabilmente per alterare la situazione in Medio Oriente e nel resto del globo.

Innanzitutto il prezzo del petrolio potrebbe presto ricominciare ad aumentare, provocando ingenti perdite economiche in Europa e nei paesi emergenti. Per il momento la situazione è stabile, anche perché il 90 per cento del greggio iracheno destinato alle esportazioni proviene dalle regioni meridionali controllate dagli sciiti e risparmiate dai combattimenti. Tuttavia gli investimenti necessari alla modernizzazione dei pozzi subiranno un rallentamento, che a sua volta influenzerà l’offerta internazionale di petrolio. Se teniamo contro anche delle inquietudini riguardo il futuro del paese, è evidente che il prezzo del petrolio è destinato a salire.

In secondo luogo è probabile che l’Iraq diventi presto un paese di profughi come la Siria e la Libia. Il numero dei rifugiati che tentano di raggiungere le coste europee aumenterà, aggravando il problema dell’immigrazione clandestina che già oggi influenza pesantemente i paesi dell’Unione europea.

Infine tutte le alleanze e i rapporti di forza regionali verranno rimessi in discussione. Pur dovendo affrontare grandi ostacoli, Iran e Stati Uniti saranno tentati di riavvicinarsi o quantomeno di combattere insieme un nemico comune, i jihadisti sunniti dello Stato islamico. Il riavvicinamento non è ancora cominciato che già cresce la tensione tra Washington e i paesi sunniti, Arabia Saudita in testa. Il regime siriano, alauita-sciita, potrebbe temere una riduzione degli aiuti che arrivano dagli alleati sciiti iraniani, iracheni e libanesi, sempre più coinvolti nella crisi in corso in Iraq. I palestinesi si ritroveranno più isolati che mai perché non possono contare su alcun sostegno dai paesi vicini, mentre la destra al potere in Israele non intende fare la minima concessione in un momento che è difficile immaginare un accordo di pace con il mondo arabo nel caos. Per l’Europa la crisi irachena non è lontana ma alle porte, da tutti i punti di vista.

Articolo pubblicato il 19 giugno 2014 da Internazionale
(Traduzione di Andrea Sparacino)

Foto Reuters / Contrasto

Cartolina da Teheran e dal resto del mondo

-presentazione mostra-

“Una comunità dedicata alla Pace”

19 giugno 2014 – ore 17.30

presentano e discutono:
Sohrab Youssefian (Comunità Baha’i)
Massimiliano Pilati (Presidente Forum Pace)

Tutte le attività si svolgono presso il Centro per la formazione alla solidarietà internazionale Vicolo S. Marco 1, Trento
La mostra è visitabile dal 19 giugno al 9 luglio, dal lunedì al venerdì con orario 11/18.

-presentazione mostra-

“Una comunità dedicata alla Pace”

19 giugno 2014 – ore 17.30

presentano e discutono:
Sohrab Youssefian (Comunità Baha’i)
Massimiliano Pilati (Presidente Forum Pace)

Uno sguardo al ‘900 partendo dall’esperienza di una comunità innovativa nata da un esilio e che da due secoli cerca strenuamente di promuovere la pace. L’intreccio con la storia e le geografie del secolo scorso, con i momenti decisivi e gli
avvenimenti drammatici, dentro l’isolamento degli anni terribili delle persecuzioni.

La parità della donna, l’educazione per tutti, l’abolizione della guerra e la consapevolezza che il mondo è un unico organismo sono elementi oggi ampiamente condivisi. Molto meno lo erano nel passato e alla nascita della comunità e della fede Baha’i.

La logica è quella di una “spiritualità in azione”: una comunità che cerca nei principi spirituali e nella collaborazione con le varie componenti della società la strada per costruire un futuro di pace.

Tutte le attività si svolgono presso il Centro per la formazione alla solidarietà internazionale Vicolo S. Marco 1, Trento
La mostra è visitabile dal 19 giugno al 9 luglio, dal lunedì al venerdì con orario 11/18.

Ospiti chi? Giornata mondiale del rifugiato 2014

Incontro pubblico

Dal /2014 al /2014
dalle ore 17.30 alle ore 23.00
Villa Sant’Ignazio – Via delle Laste 22, TRENTO e
BOOKIQUE – Caffè Letterario Predara (TRENTO)

Due appuntamenti in due giornate, per provare a raccontare in modo diverso la storia delle oltre 40 mila persone arrivate via mare in Italia nel 2014 e per ricordare le 20 mila rimaste nel mare da vent’anni a oggi.
Unitevi a noi e regalatevi un momento di ospitalità!

PER INFO: Cell: 380 2866405 Email: centroastallitn@gmail.com Facebook: Centro Astalli Trento

Due appuntamenti in due giornate, per provare a raccontare in modo diverso la storia delle oltre 40 mila persone arrivate via mare in Italia nel 2014 e per ricordare le 20 mila rimaste nel mare da vent’anni a oggi.
Unitevi a noi e regalatevi un momento di ospitalità!

Dal /2014 al /2014
dalle ore 17.30 alle ore 23.00
Villa Sant’Ignazio – Via delle Laste 22, TRENTO e
BOOKIQUE – Caffè Letterario Predara (TRENTO)


 
Ecco il programma:
GIOVEDI 19.06 
Villa Sant’Ignazio – Via delle Laste 22, TRENTO 
ore 17.30–> conferenza stampa e incontro sui rifugiati in provincia di Trento 
ore 18.30 –> “L’ospite è sacro” – Riflessione interreligiosa su migrazioni e tradizioni religiose 
ore 20.00–> CENA OFFERTA DAI RIFUGIATI / prenotazione a centroastallitn@gmail.it 
VENERDI 20.06 
BOOKIQUE – Caffè Letterario Predara, via Torre d’Augusto 25,TRENTO
alle 20.00 –> Performance teatrale interculturale a cura di ass. Alla Ribalta 
Reading a cura de Il Gioco Degli Specchi 
ore 21.00 –> LUCA BASSANESE in concerto http://www.lucabassanese-officialsite.it/

PER INFO: Cell: 380 2866405 Email: centroastallitn@gmail.com Facebook: Centro Astalli Trento

Promuovono: ATAS Onlus Cinformi – Centro Informativo per l’Immigrazione Il Gioco degli Specchi Centro per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso – Diocesi di Trento Centro Astalli Trento – Onlus Associazione Kariba Samuele – Coop. Soc. Villa Sant’Ignazio – Coop. Soc. Punto d’Incontro – Onlus Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani Fondazione Sant’Ignazio Comitato “Non laviamocene le mani” – Rovereto Caritas Diocesana Associazione Alla Ribalta Religion Today Filmfestival – Ass. Bianconero Fondazione Fontana – Unimondo Ass. Altrimenti Ass. Richiedenti Terra 

Con il sostegno di: Provincia Autonoma di Trento SPRAR – Servizio Centrale per la Protezione di Richiedenti Asilo e RIfugiati 
Con il patrocinio della Presidenza del Consiglio Provinciale della PAT

Diritti Contati

Eventi
Dal 10 giugno al 12 settembre
Organizza: ARCI Alto Garda

Eventi
Dal 10 giugno al 12 settembre
Organizza: ARCI Alto Garda

 ARCI Alto Garda organizza la rassegna «DIRITTI CONTATI» che si ripropone quest’anno, cento anni dopo lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, un’altra ricerca di Diritti, declinandoli ancora più nettamente verso l’approdo finale di ognuno di essi: la PACE. Vogliamo uscire dagli schemi della rievocazione della “Grande Guerra” e mettere in chiaroscuro il concetto di guerra, virando sui colori di ciò che ogni guerra fa perdere: quelli della pace, nelle sue varie coniugazioni. E vogliamo uscire anche dallo schema di evocazione dei mondiali di calcio per suggerire un calcio mondiale, quello alla guerra. A qualsiasi guerra proponendo varie forme di spettacolo e convivialità indoor e outdoor, nell’arco temporale compreso tra il 10 giugno e il 12 settembre

Informazioni e programma: 3487595253, arci.altogarda@gmail.com

 

Afghanistan al voto, sfida ai turbanti neri

– Giuliano Battiston –

Al voto. “Solo” venti morti negli attacchi della giornata elettorale. Secondo turno delle presidenziali, Ashraf Ghani o Abdullah Abdullah per il dopo Karzai.

“Quella dei Tale­bani è sol­tanto pro­pa­ganda. Invito tutti gli abi­tanti dell’Helmand a recarsi alle urne. Non abbiate paura. La poli­zia e l’esercito sono qui per garan­tire la vostra sicu­rezza”. Il gover­na­tore Naeem Baloch è tra i primi a var­care i can­celli della scuola Mala­lai, uno dei 142 seggi elet­to­rali aperti qui, nella pro­vin­cia meri­dio­nale dell’Helmand, nel pro­fondo sud dell’Afghanistan dove la guerra con­ti­nua a mie­tere vittime.

Da Lashkargah (Helmand), nel profondo sud dell’Afghanistan, il reportage di Giuliano Battiston sul ballottaggio per le elezioni presidenziali.

Articolo tratto da Il Manifesto

Nella foto (Reuters) un seggio elettorale di Kabul.

– Giuliano Battiston –

“Quella dei Tale­bani è sol­tanto pro­pa­ganda. Invito tutti gli abi­tanti dell’Helmand a recarsi alle urne. Non abbiate paura. La poli­zia e l’esercito sono qui per garan­tire la vostra sicu­rezza”. Il gover­na­tore Naeem Baloch è tra i primi a var­care i can­celli della scuola Mala­lai, uno dei 142 seggi elet­to­rali aperti qui, nella pro­vin­cia meri­dio­nale dell’Helmand, nel pro­fondo sud dell’Afghanistan dove la guerra con­ti­nua a mie­tere vittime.

Sono pas­sati pochi minuti dall’apertura uffi­ciale dei seggi, quando un lungo con­vo­glio di jeep dai vetri oscu­rati, pick-up della poli­zia e blin­dati dell’esercito si infila nel por­tone di ingresso di que­sta scuola supe­riore nel quar­tiere peri­fe­rico di Qata-e-Lagar. Naeem Baloch scende dalla jeep ed entra in uno dei seggi, salu­tando gli uomini in fila per votare. Si mette in posa per la foto d’occasione e, una volta fuori, ras­si­cura la popo­la­zione dell’Helmand. “Al primo turno, il 5 aprile, non abbiamo avuto pro­blemi di sicu­rezza. Non ci saranno nean­che oggi. Lo garan­ti­sco per­so­nal­mente. I Tale­bani sono forti solo a parole, non ci fanno paura”, dice rivolto al drap­pello di gior­na­li­sti rac­colti davanti a lui. Alla sua destra c’è la par­la­men­tare Nasima Niazi, ori­gi­na­ria dell’Helmand. E’ venuta a dare il buon esem­pio. Ha l’indice sporco d’inchiostro: il sim­bolo che ha votato e che non può più farlo (una delle misure adot­tate dalla Com­mis­sione elet­to­rale indi­pen­dente per evi­tare le frodi e i voti mul­ti­pli). Nasima Niazi usa parole enfa­ti­che, dice che gli afghani stanno vivendo un momento sto­rico, che la demo­cra­zia trionfa, che le donne devono votare. Poco prima però, al seg­gio, dopo aver riti­rato la scheda si era diretta verso l’urna. Sono stati i gior­na­li­sti a ricor­darle che avrebbe dovuto com­pi­lare la scheda, sce­gliendo tra Ash­raf Ghani e  Abdul­lah Abdullah.

Sarà uno di loro a sosti­tuire il pre­si­dente Kar­zai, al potere dal 2001 e al quale la Costi­tu­zione vieta un terzo man­dato. Abdul­lah Abdul­lah sulla carta è il favo­rito. Il 5 aprile, al primo turno delle pre­si­den­ziali, ha sba­ra­gliato tutti gli altri can­di­dati, rac­co­gliendo il 45% dei voti. Un sof­fio sotto la soglia del 50% più un voto neces­sari per evi­tare il bal­lot­tag­gio. A sfi­darlo è il tec­no­crate Ash­raf Ghani, che vanta un dot­to­rato alla Colum­bia Uni­ver­sity, diversi anni di inse­gna­mento nelle più pre­sti­giose uni­ver­sità ame­ri­cane, una lunga espe­rienza alla Banca mon­diale e inca­ri­chi impor­tanti nel governo post-talebano: è stato infatti mini­stro delle Finanze e, fino alla deci­sione di “scen­dere in campo”, respon­sa­bile della tran­si­zione, il pro­cesso con cui la respon­sa­bi­lità della sicu­rezza passa dalle forze inter­na­zio­nali alle forze afghane. Di fronte alle tele­ca­mere, ras­si­cura la popo­la­zione anche il gene­rale Gulam Farooq Par­wani, vice-comandante dell’esercito per la pro­vin­cia di Hel­mand. All’interno della scuola Abdul Mateen, incon­tro Abdul Ahad Cho­pan, por­ta­voce della poli­zia. E’ tran­quillo e sor­ri­dente. Sostiene che non ci sia ragione per essere pre­oc­cu­pati. “Sono set­ti­mane che lavo­riamo sodo. Abbiamo fatto in modo che ogni abi­tante dell’Helmand possa recarsi nei cen­tri elet­to­rali senza paura. Ci sono diversi uffi­ciali donne, così che anche le donne pos­sano votare e sen­tirsi sicure. I Tale­bani non riu­sci­ranno a impe­dire il voto”, dice sicuro. Poi però ammette che è vero, “in 2 distretti su 14 non ci saranno seggi. Nel distretto di Dishiu e di Bagh­ran la situa­zione è com­pli­cata, sono zone di con­fine con il Paki­stan e di com­merci ille­gali. Dal Paki­stan arri­vano i ter­ro­ri­sti, da qui par­tono i cari­chi di droga. Comun­que rime­die­remo pre­sto con un’offensiva mili­tare”, assi­cura.

Nel frat­tempo, alle sue spalle gli elet­tori si mostrano insi­curi sulle pro­ce­dure da seguire. Qui c’è anche chi vota per la prima volta, chi al primo turno ha pre­fe­rito rima­nere a casa. O chi è tor­nato a votare per­ché crede che “sia impor­tante per il futuro del paese”. La pensa così Said Fai­za­lahq, un com­mer­ciante sui cinquant’anni. Lo incon­tro all’uscita della scuola Sha­hid Abdul Samat Rohani. E’ dedi­cata a un gior­na­li­sta di Lash­kar­gah, ucciso a san­gue freddo pro­prio qui in città. I col­pe­voli non hanno nomi. Il suo è bene in vista all’entrata della scuola, adi­bita a seg­gio elet­to­rale. Said Fai­za­lahq non vuole dire quale sia il suo can­di­dato, ma ci tiene a dire che “la cosa più impor­tante è che il pros­simo pre­si­dente rap­pre­senti tutte le comu­nità etni­che, non una in par­ti­co­lare”. Qui in Afgha­ni­stan la guerra civile degli anni Novanta ha radi­ca­liz­zato le dif­fe­renze etni­che, usate dai lea­der mili­tari per fomen­tare l’odio.

Ancora si fanno i conti con l’eredità di quel periodo. Alla vigi­lia del voto molti si sono detti pre­oc­cu­pati che il bal­lot­tag­gio potesse com­pli­care le cose,pola­riz­zando la società tra pash­tun e non-pashtun. Abdul­lah Abdul­lah rap­pre­senta infatti i gruppi di potere politico-militare del “nord”. E’ stato il brac­cio destro del leg­gen­da­rio “leone del Pan­j­shir”, il coman­dante Mas­soud, oltre che lea­der del Jamiat-e-Islami, par­tito a mag­gio­ranza tajika. Ash­raf Ghani è invece un pash­tun, la comu­nità etnica mag­gio­ri­ta­ria. Il paese è molto  ambiato in que­sti anni, ma la geo­gra­fia dei risul­tati del voto del primo turno descrive comun­que una società in cui l’affiliazione etnico-linguistica gioca ancora un ruolo impor­tante.

Usciamo dalla scuola “Rohani” e ci diri­giamo in un altro seg­gio. Sono con un grup­petto di gior­na­li­sti di Lash­kar­gah. Ci siamo incon­trati alle 6.30 del mat­tino nella sede di quello che chia­mano il “club dei gior­na­li­sti”. Un basso edi­fi­cio color pastello a due passi dall’ospedale di Emer­gency. La gior­nata è comin­ciata con la cola­zione: una grande padella di uova fritte, con­di­visa tra tutti e accom­pa­gnata da abbon­danti tazze di tè caldo. Si ride e ci si prende in giro. Il clima è con­vi­viale. Le minacce dei Tale­bani sem­brano lon­tane. Per strada, cir­co­lano solo poche mac­chine, quelle auto­riz­zate, che ven­gono fer­mate e a volte per­qui­site dai poli­ziotti e dai sol­dati che pre­si­diano gli incroci. Le vie di accesso alla città sono chiuse. Chiuso l’aeroporto. Solo qual­che nego­zio è rima­sto aperto. Per gli altri, ser­rande abbas­sate. I più pic­coli gio­cano a pal­lone sulle strade deserte.

Ci fer­miamo in un seg­gio peri­fe­rico. Un signore dalla folta barba bianca e un tur­bante grigio-nero esce dal seg­gio. “Ho votato per Ash­raf Ghani per­ché non ha mai ucciso nes­suno, non ha mai com­bat­tuto e riu­scirà a por­tare la pace nel paese”, mi dice Abdul Rah­man. Nelle aree rurali, a Ghani viene con­te­stato il fatto di aver vis­suto più di vent’anni all’estero, di non aver difeso il paese dagli inva­sori, di aver vis­suto nelle como­dità degli Stati Uniti men­tre la povera gente sten­tava a cam­pare. Per Abdul Rah­man non è impor­tante: “basta che sia afghano e che sia un buon pre­si­dente. E sono sicuro che potrà esserlo”. Eppure Ghani ha già detto di voler fir­mare quel trat­tato bila­te­rale di sicu­rezza con gli ame­ri­cani che ad Abdul Rah­man pro­prio non va giù: “quell’accordo non va fir­mato. Dob­biamo difen­derci da soli, non dipen­dere dagli ame­ri­cani, di cui non ci si può fidare”, aggiunge.

Pas­siamo nella sezione fem­mi­nile: qui come in tutto l’Afghanistan i seggi sono divisi per sesso. Ci sono poche elet­trici. Molte di più le donne, spesso ragazze, che lavo­rano per la Com­mis­sione elet­to­rale indi­pen­dente. Saqina Has­sani ha 24 anni e parla un buon inglese. E’ appena rien­trata in Afgha­ni­stan da un periodo tra­scorso in Male­sia con una borsa di stu­dio. Non indossa il burqa, ha solo il capo coperto con un velo, non si nasconde come molte delle sue col­le­ghe. “Sono qui dalle 5.45 del mat­tino”, rac­conta. “Tutto pro­cede bene, non ci sono stati ten­ta­tivi di frode né altre irre­go­la­rità. Finora hanno votato 125 donne, ma molte altre arri­ve­ranno dopo aver sbri­gato le fac­cende dome­sti­che”. La ven­ti­treenne Mariam Mous­savi si dice sod­di­sfatta “al 70%” per la par­te­ci­pa­zione delle donne. Fa parte anche lei della Com­mis­sione indi­pen­dente, ma vuol dire la sua “come cit­ta­dina”. Stu­dia a Kabul, all’American Uni­ver­sity. I capelli neri nasco­sti dal velo, il sor­riso spon­ta­neo e con­ta­gioso, Mariam pensa che oggi sia un giorno spe­ciale: “il voto è un diritto e  un dovere. Per tutti. Oggi abbiamo un’occasione impor­tante per deci­dere il nostro futuro. Spero che verrà ancora tanta gente”. Per lei, la prio­rità del pros­simo pre­si­dente dovrebbe essere la sicu­rezza. Per otte­nerla, “è inu­tile per­dere tempo con il pro­cesso di pace. Si spen­dono soldi inu­til­mente. I Tale­bani vanno com­bat­tuti”. I Tale­bani non piac­ciono per niente nean­che a Far­zana Qayum, 19 anni, stu­den­tessa dell’università di Kan­da­har. “i Tale­bani hanno minac­ciato di tagliare il dito a chi vota, ma io non ho paura. Lascia­moli par­lare. Ormai nes­suno gli dà più retta. Sono con­tro l’istruzione, con­tro le uni­ver­sità, con­tro il lavoro per le donne. Ma noi vogliamo cose diverse da quelle che vogliono loro: più scuole, più uni­ver­sità e più oppor­tu­nità di lavoro, anche per noi ragazze”. All’uscita del seg­gio incon­tro una donna che un lavoro l’ha tro­vato: è Tela Gula. Il fisico pos­sente, un bril­lan­tino sulla narice destra e due nei dise­gnati sulla fronte e sul mento, Tela Gula è una poli­ziotta. Oggi deve con­trol­lare la rego­la­rità del voto e per­qui­sire le donne che vanno al seg­gio. Le acco­glie in una stan­zetta. Alza il burqa, poi le per­qui­si­sce. Non si sa mai che qual­che “bar­buto” non si tra­ve­sta da donna. E’ già acca­duto e potrebbe suc­ce­dere di nuovo.

A dif­fe­renza della gio­vane Far­zana, Tela Gula pensa che con i Tale­bani occorra par­lare, “altri­menti non si otterrà mai niente, e a rimet­terci sarà tutta la popo­la­zione”. E che per far­gli abban­do­nare le armi serva dar loro  qual­che oppor­tu­nità: “qui manca tutto. Non c’è lavoro, non ci sono soldi, non abbiamo niente”. Anche lei non nasconde di aver scelto que­sto lavoro “per gua­da­gnare qual­cosa. Mio marito è malato e io devo sfa­mare i nostri figli”. Una delle figlie di Tela Gula vive in un distretto fuori città. “Non posso andare a tro­varla, sarebbe troppo peri­co­loso”, ammette prima di rien­trare nella guardiola. 

Subito dopo mez­zo­giorno, quando i 45 gradi di Lash­kar­gah diven­tano insop­por­ta­bili, con due col­le­ghi afghani mi rifu­gio nell’unico risto­rante aperto in città. Ordi­niamo del riso. Subito dopo sen­tiamo un’esplosione. Veniamo a sapere che è un RPG finito den­tro un’abitazione. A rimet­terci è un bam­bino di 10 anni circa, subito rico­ve­rato all’ospedale di Emer­gency, pre­si­dio fon­da­men­tale in que­sta zona di guerra. Rien­triamo nel “club dei gior­na­li­sti”. Ne esco poco dopo per andare a visi­tare l’ospedale di Emer­gency (ma que­sta è un’altra sto­ria). Con gli altri col­le­ghi tor­niamo nei seggi quando la chiu­sura si avvi­cina, alle 16.

Assi­stiamo al con­teg­gio dei voti. Qui è rapido, per­ché il numero dei votanti è più basso che altrove. In uno dei seggi i rap­pre­sen­tanti dei due can­di­dati liti­gano. Ci si acca­pi­glia sui voti, sulla rego­la­rità del con­teg­gio, su even­tuali frodi. Ovun­que, qui a Lash­kar­gah, Ash­raf Ghani ha rac­colto più voti di Abdul­lah Abdul­lah. Ma l’Helmand è solo una delle 34 pro­vince afghane. E i risul­tati defi­ni­tivi saranno resi noti tra qual­che set­ti­mana, il 22 luglio. In attesa di cono­scere gli esiti del voto, tiriamo un sospiro di sol­lievo: qui come altrove gli attac­chi dei “tur­banti neri” sono stati limi­tati. “Solo” una ven­tina i civili uccisi. Nes­suno nella pro­vin­cia di Hel­mand, pare. Il gover­na­tore ci invita nella sala stampa per una con­fe­renza. Dopo una lunga attesa arriva con un lungo codazzo: il capo della poli­zia, dell’esercito, dei ser­vizi segreti, della Com­mis­sione elet­to­rale, etc. A turno, riven­di­cano il suc­cesso della gior­nata. “Que­sta mat­tina avevo annun­ciato che le ele­zioni si sareb­bero svolte rego­lar­mente, senza pro­blemi. Così è stato”, dichiara il gover­na­tore Naeem Baloch. Finita la con­fe­renza scappa via, accom­pa­gnato da una tren­tina di sol­dati e poli­ziotti, rag­grup­pati sui pick-up. I Tale­bani oggi non sono riu­sciti a fare il col­pac­cio. Ma potreb­bero farlo domani. Lo sa anche il gover­na­tore dell’Helmand, Naeem Baloch, che senza pro­te­zione non mette il naso fuori dal suo com­pound.

Articolo tratto da Il Manifesto

Nella foto (Reuters) un seggio elettorale di Kabul.