Ruanda: una memoria del conflitto

di Francesca Correr
All’inizio dell’aprile del 1994 cominciano i cento giorni bui della storia recente del Ruanda, tre mesi di massacro che portano all’uccisione di circa ottocento mila persone secondo i dati ufficiali dell’ONU: si parla di genocidio, ossia di distruzione sistematica di un gruppo etnico con lo scopo ultimo del suo annientamento, l’applicazione della “soluzione finale”.

A ventuno anni dagli eventi ruandesi riportiamo qui una breve cronologia dello strutturarsi del genocidio, sottolineando l’importanza della memoria non solo dei fatti in se stessi, concentrati nei tre mesi primaverili del ’94, ma anche di ciò che viene prima, che ha alimentato e permesso lo strutturarsi dello sterminio. Il genocidio ruandese, interpretato spesso come momento di anarchia brutale e inteso semplicisticamente come lotta sanguinaria tra enclave tribali, sottende invece logiche molto più vaste e complesse, nelle quali si intrecciano colonialismo e neocolonialismo, rapporti di potere, equilibri politici e istituzioni internazionali.

14Il Ruanda è un piccolo paese montano, grande all’incirca come la regione del Piemonte; considerato di scarsa importanza in epoca coloniale data la posizione remota e l’assenza di grandi risorse minerarie. Nella spartizione dell’Africa da parte degli stati europei durante l’Ottocento e il Novecento è assegnato ai tedeschi e poi ai belgi, che per anni appoggeranno la casta dei tutsi come élite di governo in un sistema di tipo monarchico.

Il Ruanda infatti è composto da un solo gruppo etnico, quello dei banyaruanda, diviso però in tre parti: i tutsi, tradizionalmente allevatori e proprietari terrieri, gli hutu, la maggior parte della popolazione, legati alle attività agricole, e un’esigua minoranza di twa, cacciatori.

Negli anni Cinquanta del Novecento anche il Ruanda si colloca tra i protagonisti dei processi indipendentisti degli stati africani: il Belgio cambia strategia politica e spiazzato di fronte alle richieste di indipendenza inizia ad aizzare la maggioranza hutu contro “gli invasori nilotici tutsi”. Latente era la questione della terra, scarsa e satura in un paese montagnoso e piccolo.

Le tensioni sociali si acuiscono e conducono a una vera e propria rivoluzione: il sistema che usando termini europei potremmo definire di tipo feudale, nel quale i tutsi possedevano la quasi totalità delle terre, viene sovvertito e questi ultimi sono massacrati. Molti si rifugiano nei paesi vicini (come il Congo e il Burundi).

L’indipendenza arriva nel 1962, con un governo hutu al potere: la società ruandese è divisa profondamente, con gruppi di tutsi alle frontiere che vivono  nei campi profughi e che si organizzano per rientrare in Ruanda.

Altra data importante per la storia politica del Paese è il 1973, anno del colpo di stato del generale Juvénal Habyarimana: inizia un ventennio nel quale il Ruanda è governato da un solo partito e dall’élite  razzista filo-hutu del clan Akazu. L’Europa non risulta tuttavia assente nelle logiche di potere degli stati africani anche a decolonizzazione avvenuta; il 30 settembre del 1990 un esercito di tutsi invade il Ruanda dal Burundi e il Presidente Habyarimana telefona al francese Mitterand chiedendo aiuto per fermare la loro avanzata.

La situazione di tensione e violenza decennale pare vedere uno spiraglio di rasserenamento nel 1993 con gli accordi di Arusha, in Tanzania, che prevedono una parziale spartizione del potere tra hutu e tutsi e il rientro di questi ultimi dai campi profughi: si misura, tuttavia, una mancata volontà di rispetto degli accordi e la situazione trascende con l’abbattimento dell’aereo nel quale viaggia il Presidente Habyarimana, di ritorno da un summit internazionale il 6 aprile 1994.

Questo momento sancisce l’inizio del genocidio; i tutsi vengono incolpati dell’abbattimento dell’aereo e si avvia una spirale di violenza capillare. I massacri però non si accendono dal nulla; vi è un sostrato di violenza ideologica costruito e preparato nei mesi e negli anni che modella un clima di legittimazione del genocidio.

Era stato creato tempo prima un esercito paramilitare chiamato Interahamwe (“quelli che lavorano, lottano e attaccano insieme”), che recluta in massa la popolazione hutu, addestrandola a riconosce il nemico in ogni tutsi, nel vicino di casa, nel compagno di scuola. Di fatto vengono stese vere e proprie liste di proscrizione di cittadini tutsi e hutu oppositori da eliminare.

La retorica anti-tutsi è spinta capillarmente dai mezzi di comunicazione, che giocano un ruolo fondamentale nello strutturarsi della violenza genocida: la RadioMille Colline trasmette filastrocche e canzoni che inneggiano allo sterminio: i tutsi sono scarafaggi da stanare e schiacciare.

La rivista Kangura plasma l’uomo tutsi come cospiratore contro gli hutu, invasore da scacciare, e diffonde i dieci comandamenti hutu che sanciscono le differenze etniche e qualitative tra i due gruppi e indicano i corretti comportamenti da seguire (per esempio il punto 8: “gli hutu devono smettere di avere pietà dei tutsi”). Un’altra copertina titola “Tutsi la razza di Dio. Quale arma dovremmo usare per eliminare gli scarafaggi?”; sulla pagina, a lato, l’immagine di un machete.

Il direttore di Kangura verrà poi incriminato per istigazione al genocidio attraverso i media dal tribunale internazionale di Arusha nel 2003: è la prima condanna per un crimine simile dopo il Processo di Norimberga.

Se il genocidio resta circoscritto ai confini statali ruandesi, le responsabilità riguardo ad esso si estendono ben oltre; basti sottolineare che l’inviato ONU Romeo Dallaire chiede più volte rinforzi e tratteggia ai superiori la situazione prossima all’esplosione ma alle sue richieste riceve solo rifiuti.

L’ignavia delle organismi internazionali si somma quindi alla spirale di odio alimentata da più fronti negli anni, alla costruzione di una retorica e di una ideologia che modella, pezzo per pezzo, un nemico “altro” da eliminare, in questo caso non da personale specializzato ma dall’intero popolo; Kapuscinski parla di “comunione criminale del popolo” e “cataclisma collettivo”, dove ognuno è soldato, investito di una missione da compiere con le armi che possiede.

Ricordare quindi non solo la brutalità in se stessa ma le sue radici, alimentate con vena programmatica, rimane importante anche due decenni dopo il genocidio perché la memoria sul Ruanda si mantenga viva e lucida.
Per approfondire:
“Ebano” di Ryszard Kapuscinski
“Rwanda. Istruzioni per un genocidio” di Daniele Scaglione

Eterni Fanciulli

Progetto culturale-artistico sul disagio ComportaMentale

Dal 12 al 24 novembre 2014 
Incontri, spettacoli e workshop a Trento e Pergine Valsugana

Organizza la Bottega Buffa CircoVacanti

in collaborazione con: AriaTeatro, Teatro Comunale di Pergine, Teatro delle Garberie Spazio Archeologico Sotterraneo del Sas, Porto Arlecchino

e con il sostegno di: Forum Trentino della Pace e dei Diritti Umani, Cassa Rurale di Pergine

Progetto culturale-artistico sul disagio ComportaMentale

Dal 12 al 24 novembre 2014 
Incontri, spettacoli e workshop a Trento e Pergine Valsugana

Organizza la Bottega Buffa CircoVacanti

in collaborazione con: AriaTeatro, Teatro Comunale di Pergine, Teatro delle Garberie Spazio Archeologico Sotterraneo del Sas, Porto Arlecchino

e con il sostegno di: Forum Trentino della Pace e dei Diritti Umani, Cassa Rurale di Pergine



PROGRAMMA COMPLETO 

Giovedì 13 novembre 2014. Teatro Comunale di Pergine. Ore 20,45
Spettacolo teatrale della Scuola Sperimentale dell’Attore/ Compagnia Hellequin
CAPITAN DON CALZEROTTE E ARLECCHIN SENZA PANZA
con Claudia Contin Arlecchino, Stefano Gava, Lucia Zaghet, Giulia Colussi. Regia di Ferruccio Merisi.
Un apologo sulla differenza, sull’amicizia, sulla condivisione del tempo, e dei sogni… La storia di due amici, due vecchi attori tragicomici, con i quali a vario titolo la vita non è stata generosa, che per dare un rifugio alla propria folle vecchiaia occupano un teatro abbandonato, coinvolgendo anche due sregolate e bizzarre badanti ucraine. Il più vecchio dei due amici – che l’altro chiama Maestro – si mette in testa di preparare un nuovo grande spettacolo, l’ultimo: un Don Chisciotte.
Ingresso: intero € 15; ridotto € 13,50; studenti scuole medie superiori 5€. Prenotazione e prevendita: www.teatrodipergine.it

Venerdì 14 novembre 2014. Teatro delle Garberie di Pergine. Ore 20,30
Spettacolo teatrale co-produzione Emit Flesti/Teatro E
DISABITATE
con Gelsomina Bassetti e Laura Mirone. Regia di Alessio Dalla Costa.
Sara è una vecchia, rinchiusa in una casa di riposo che chiama la grande boccia; è una donna colta e vitale, porta dentro di sé tutti i dolori, le delusioni, le paure del suo passato. I suoi sbalzi d’umore sono estremi e spesso incomprensibili: urla, impreca e sputa, perché nessuno abbia pena di lei. Varvara è ucraina. Da bambina camminava in equilibrio sulle rotaie. Ora è adulta, fa la badante e non vede altro che gente vecchia; è l’infermiera delegata a rappresentare l’umanità generosa. Si incontrano lì nella “grande boccia”ed è lì che si scontrano. Una realtà fuori dal tempo fatta di tisane, pillole e poco altro.
Ingresso: intero € 10; ridotto € 8. Posti limitati consigliata la prenotazione a info@bottegabuffacircovacanti.it

Sabato 15 novembre 2014. Teatro delle Garberie di Pergine. Ore 20,30
Spettacolo teatrale della Scuola Sperimentale dell’Attore
SCHIELE: IL COMPORTAMENTO RIDISEGNATO
di e con Claudia Contin Arlecchino e Ferruccio Merisi.
II Comportamento Ridisegnato è una dimostrazione di lavoro che nasce da un linguaggio immaginifico e gestuale stra-ordinario; a partire da testi di Giuseppe Ungaretti, di Antonin Artaud, di William Golding, Christa Wolf e dello stesso Egon Schiele, viene presentata sulla scena una collezione di momenti teatrali sperimentali che tratteggiano un affresco della civiltà occidentale dal punto di vista contrariato del poeta-profeta, dell’individuo malato ed errante.
Ingresso: intero € 10; ridotto € 8. Posti limitati consigliata la prenotazione a info@bottegabuffacircovacanti.it

Domenica 23 novembre 2014. Spazio Archeologico Sotterraneo del Sas. Ore 18,00
Azione teatrale della Scuola Sperimentale dell’Attore
LA GUERRA DEL POETA.
con Claudia Contin Arlecchino. Regia Ferruccio Merisi
Un’azione teatrale dedicata alla figura del poeta soldato Giuseppe Ungaretti. Il montaggio drammaturgico segue un percorso di associazioni profonde che scompone e ricompone poesie e interviste, urla e silenzi, momenti d’immobilità e drammatiche gesticolazioni in omaggio a quella incessante ricerca per una Nuova Coscienza Umana che riesce a sopravvivere e a rinnovarsi nonostante i tragici compromessi della Storia.
A seguire dibattito con documenti video sull’Eterno Fanciullo Giuseppe Ungaretti ed anteprima al progetto Fossili del Futuro con esposizione di xilografie e sculture sul tema delle mutazioni e la follia del nucleare negli ultimi Cento anni.
Ingresso libero. Posti limitati consigliata la prenotazione a info@bottegabuffacircovacanti.it

——————————————————————————–
INCONTRI COLLEGATI 

Mercoledì 12 novembre 2014. Istituto Artigianelli per le Arti Grafiche di Trento. Ore 14,30
PRESENTAZIONE LIBRO CAPITAN DON CALZEROTTE E ARLECCHIN SENZA PANZA
con gli autori e protagonisti dell’opera: Claudia Contin Arlecchino, Ferruccio Merisi, Stefano Gava, Compagnia Hellequin e il fotografo Luca Fantinutti
con la collaborazione della libreria Àncora Artigianelli di Trento per la vetrina espositiva del progetto dal 6 al 31 novembre 2014
Ingresso libero

Giovedì 13 novembre 2014. Foyer Teatro Comunale di Pergine. Ore 10,30
PRESENTAZIONE LIBRO CAPITAN DON CALZEROTTE E ARLECCHIN SENZA PANZA
con gli autori e protagonisti dell’opera: Claudia Contin Arlecchino, Ferruccio Merisi, Stefano Gava, Compagnia Hellequin e il fotografo Luca Fantinutti
Ingresso libero

Venerdì 14 novembre 2014. Istituto scolastico superiore Marie Curie di Pergine. Ore 10,30
PROIEZIONE TRATTI INDOSSO
Cortometraggio di Valeria Spera. Video-documentario sulla Tragedia dell’Arte di Claudia Contin Arlecchino e Ferruccio Merisi.
Incontro degli studenti con l’artista Claudia Contin Arlecchino sul tema del disagio comporta-mentale come spazio di incontro culturale dal punto di vista dell’attore e dal punto di vista dell’artista.
Ingresso libero

Da domenica 16 a domenica 23 novembre 2014. Sala prove del Teatro Comunale di Pergine
Otto giornate di workshop teatrale
IO, ETERNO FANCIULLO
con il maestro Claudia Contin Arlecchino

Traiettorie estreme per il corpo, codificate e ricostruite seguendo il bestiario umano ritratto nei quadri di EgonSchiele. L’allievo attore/danzatore affronterà una metodologia che si basa su gestualità e movimenti che coinvolgono il sistema nervoso come fonte cinetica. Nella Tragedia dell’ Arte di Claudia Contin Arlecchino ogni minimo movimento diventa portatore di significato e pertanto è necessario allenare il corpo a raggiungere precisione, duttilità ed eloquenza visiva. Il lavoro certosino di scomposizione, non più muscolare ma nervosa, di ogni parte del corpo rende indipendente l’Arte dell’Attore nel trovare sempre nuove soluzioni di gestualità e di costruzione dei suoi personaggi.

Info e iscrizioni: massimo 20 persone. info@bottegabuffacircovacanti.it
Facilitazioni sulla quota di iscrizione per figli di soci e clienti della Cassa Rurale di Pergine

Morales fa il tris in Bolivia

– Miriam Rossi

Evo Morales ha superato una nuova prova del fuoco. Lo scorso 12 ottobre il Presidente della Bolivia è stato rieletto col 60% di voti dei 6 milioni di boliviani chiamati alle urne. Alle spalle del leader del Movimiento al Socialismo (MAS), si è piazzato il conservatore Samuel Doria Medina di Unidad Democrata, con il 24,5% dei voti. Come ampiamente anticipato dai sondaggi elettorali, non c’è stata invece storia per gli altri candidati: l’ex presidente boliviano Jorge Quiroga, l’ex sindaco di La Paz Juan del Granado e l’indigeno amazzonico Fernando Vargas.

“Una vittoria degli anti-colonialisti e degli anti-imperialisti” ha esclamato Morales annunciando il successo elettorale dal balcone del Palacio Quemado di La Paz, sede della Presidenza della Repubblica boliviana.

tratto da Unimondo

 – Miriam Rossi

Lo scorso 12 ottobre il Presidente della Bolivia è stato rieletto col 60% di voti dei 6 milioni di boliviani chiamati alle urne. Alle spalle del leader del Movimiento al Socialismo (MAS), si è piazzato il conservatore Samuel Doria Medina di Unidad Democrata, con il 24,5% dei voti. Come ampiamente anticipato dai sondaggi elettorali, non c’è stata invece storia per gli altri candidati: l’ex presidente boliviano Jorge Quiroga, l’ex sindaco di La Paz Juan del Granado e l’indigeno amazzonico Fernando Vargas.

“Una vittoria degli anti-colonialisti e degli anti-imperialisti” ha esclamato Morales annunciando il successo elettorale dal balcone del Palacio Quemado di La Paz, sede della Presidenza della Repubblica boliviana. Un nome guadagnato quando nel 1875 la residenza presidenziale fu assaltata e incendiata nel corso di una sollevazione popolare contro l’allora presidente Tomás Frías e che ben allude all’identità politica della Bolivia quale “Paese infiammabile”: degli 83 governi che la storia annovera, 36 sono durati un anno o anche meno, e 37 sono stati anti-democratici. È dunque ancora più straordinaria la vittoria di Morales, che non solo si è affermato nelle elezioni del 2005 come il primo presidente indigeno della storia della Bolivia, ma ora anche come il più longevo avendo ottenuto la conferma del mandato fino al 2020. Una data che già suscita preoccupazioni da parte di chi teme un ritocco alla Costituzione che consenta la possibilità di un ennesimo mandato, anche a vita: ipotesi che al momento lasciano il tempo che trovano, seppur devono fare i conti con una serie di dati incontrovertibili.

Le elezioni della scorsa settimana hanno formalizzato l’ampio sostegno di cui gode Morales: l’appartenenza alla comunità indigena aymara che ha molto influito sul suo primo mandato (tenendo conto che gli indios costituiscono l’85% dei cittadini boliviani) lascia ora il passo ai risultati raggiunti in questi anni di Presidenza nella direzione di un risanamento dell’economia e della lotta alla povertà. La nazionalizzazione delle risorse naturali del Paese, una delle misure più eclatanti messa in atto da Morales a pochi mesi dal suo primo insediamento, gli ha consentito di rinegoziare i contratti con le grandi aziende estrattive di idrocarburi a condizioni più favorevoli per la Bolivia. Al boom dei prezzi di materie prime esportate all’estero si è affiancato un aumento del Pil, che di fatto si è triplicato: un flusso di denaro nelle casse dello Stato che ha consentito al MAS di investire risorse in programmi sociali e infrastrutture pubbliche, nell’ottica di una riduzione della povertà estrema che in Bolivia incide sul 20% degli oltre 10 milioni di abitanti ma che pochi anni fa era stimata ben al 38% e la classificava come uno dei Paesi più poveri dell’America Latina. Una rilevazione che peraltro oggi si scontra con una forte crescita economica, secondo le stime del 2014 pari al 6,5% del Pil, che incorona la Bolivia quale migliore economia dell’America del Sud. La stabilità istituzionale finalmente raggiunta dal governo di La Paz ha indotto a un afflusso di investimenti stranieri a dispetto di quanto avrebbe potuto far presagire la lotta avviata espressamente da Morales per una “decolonizzazione” che liberasse quelle risorse della Bolivia sfruttate per secoli; una lotta che a livello ideale posiziona Morales a fianco di Cuba e del Venezuela ai cui ex leader, Fidel Castro e Hugo Chavez, egli ha dedicato il suo ultimo trionfo elettorale.

Rimangono invece tese le relazioni con gli Stati Uniti, dopo che il presidente Obama ha rinnovato le sue accuse a quello che è stato definito un “palese fallimento” della Bolivia nella sua lotta antidroga. L’opinione statunitense appare però isolata sul continente; a riprova, l’elogio reso dall’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine agli sforzi messi in atto dal governo boliviano per affrontare la produzione di coca. Le foglie della pianta sono tradizionalmente masticate dalle popolazioni andine per avere energia supplementare ad alte altitudini, come sa bene lo stesso Morales che prima di assumere l’incarico presidenziale guidava l’Unione coltivatori di coca; una realtà che pone dei chiari limiti all’azione politica e induce ancora una volta a riflettere sul limite tra rispetto delle tradizioni culturali e l’adesione a strategie di partenariato globale di ampio respiro.

Tra i risultati raggiunti da Morales c’è anche la promozione dell’integrazione dei boliviani, in particolare degli indios, mediante una radicale re-interpretazione dell’identità nazionale boliviana. La ridefinizione della Bolivia quale nazione “multietnica e pluriculturale”, inserita nella riforma costituzionale entrata in vigore nel febbraio 2009, acquista allora come simbolo di questo nuovo patto nazionale la “whipala”, la bandiera arcobaleno tipica delle popolazioni indigene latinoamericane. Nella sostanza viene attribuita maggiore autonomia, anche giudiziaria, a tutte le 36 nazioni riconosciute; un rispetto che non è esente da ombre quando si tratta di dare legittimità a tradizioni o pratiche contrarie a diritti umani conclamati. Perplessità ha creato ad esempio la minaccia di “sessioni di frustate” da parte del deputato Luis Gallego, anch’egli del MAS di Morales, per chi non si fosse recato alle urne il 12 ottobre.

La Bolivia si conferma dunque un laboratorio sperimentale per il continente latino-americano pur soffrendo di difficoltà analoghe ai Paesi vicini quali l’apertura alle coltivazioni transgeniche e la dipendenza dalle esportazioni di materie prime e, non da ultimo, il forte personalismo del potere che sembra minare la possibilità di una alternanza politica alla fine del mandato presidenziale appena ricevuto.

tratto da Unimondo

Israele ha costretto al rimpatrio forzato quasi 7.000 rifugiati eritrei e sudanesi

Israele ha costretto quasi 7.000 cittadini eritrei e sudanesi a lasciare il paese esponendoli a un rischio personale molto alto. Lo denuncia un rapporto di Human rights watch (Hrw).

“Alcuni sudanesi rimpatriati con la forza da Israele sono stati torturati e incarcerati. Anche gli eritrei sono esposti a un alto rischio di abusi”, afferma lo studio. Agli eritrei e ai sudanesi è stato negato l’accesso alle procedure di asilo e i rifugiati sono stati reclusi in maniera illegale.

Secondo Tel Aviv, le politiche sulla migrazione e sui rifugiati di Israele sono conformi al diritto internazionale.

Tratto da Internazionale

Foto: Un richiedente asilo eritreo durante una protesta, il 28 giugno 2014. (Finbarr O’Reilly, Reuters/Contrasto)

Israele ha costretto quasi 7.000 cittadini eritrei e sudanesi a lasciare il paese esponendoli a un rischio personale molto alto. Lo denuncia un rapporto di Human rights watch (Hrw).

“Alcuni sudanesi rimpatriati con la forza da Israele sono stati torturati e incarcerati. Anche gli eritrei sono esposti a un alto rischio di abusi”, afferma lo studio. Agli eritrei e ai sudanesi è stato negato l’accesso alle procedure di asilo e i rifugiati sono stati reclusi in maniera illegale.

Secondo Tel Aviv, le politiche sulla migrazione e sui rifugiati di Israele sono conformi al diritto internazionale. Israele sostiene che sudanesi ed eritrei rimpatriati non sono richiedenti asilo, ma sono migranti economici che cercano lavoro nel paese. Eritrei e sudanesi hanno cominciato a migrare verso Israele attraverso il Sinai nel 2006. Dal 2006 al 2012 sono entrati nel paese 37.000 eritrei e 14.000 sudanesi.

Secondo Human rights watch, nel corso degli ultimi otto anni, le autorità israeliane hanno impiegato diverse misure illegali per spingere i migranti a lasciare il paese. Tra queste la “detenzione a tempo illimitato, ostacoli alla richiesta di asilo in Israele, il respingimento del 99,9 per cento delle richieste di asilo, politiche poco chiare sul rilascio delle autorizzazioni per lavorare e limiti all’accesso alle cure mediche”.

A settembre del 2013 la corte suprema israeliana ha dichiarato illegale una modifica alla legge del 2012 contro l’immigrazione irregolare che permetteva la detenzione a tempo indeterminato di persone entrate nel paese senza autorizzazione. In risposta a questa sentenza della corte suprema, il parlamento israeliano ha approvato un altro emendamento che ha permesso la costruzione del centro di detenzione di Holot nel deserto del Negev, dove vengono rinchiusi gli immigrati irregolari. Centinaia di eritrei e sudanesi sono stati mandati nel centro dove vivono in condizioni che violano il diritto internazionale, secondo Hrw. L’unico modo per essere rilasciati dal centro di detenzione è quello di avere accesso allo status di rifugiato o quello di abbandonare il paese. Nel febbraio 2013, Israele ha permesso a eritrei e sudanesi di presentare le domande di asilo. Tuttavia, a marzo del 2014, le autorità avevano esaminato poco più di 450 casi, e il tasso di rifiuto è stato quasi del 100 per cento.

Tratto da Internazionale

Foto: Un richiedente asilo eritreo durante una protesta, il 28 giugno 2014. (Finbarr O’Reilly, Reuters/Contrasto)

Lento scivolare verso il basso

Massimiliano Pilati
«È così che accade. Si scivola lentamente, un passo alla volta verso il basso. Quasi senza accorgersene. Per poi, magari, chiedersi: ma chi è stato? Come abbiamo fatto?». Inizia così l’editoriale di Ugo Morelli sul Corriere del Trentino di giovedì a commento delle uscite per affossare il disegno di legge contro l’omofobia.
In molti sono pronti a dire che «l’omofobia in Trentino non esiste», a dire che «ci sono cose molto più importanti in questa fase». È di ieri il no dell’assessora alla cultura di Lavis per uno spettacolo dove vi è un bacio saffico (sul collo). Un no giustificato usando queste parole: «La sessualità normale è tra maschio e femmina. Se noi parliamo della sessualità tra femmina e femmina non siamo più nella normalità».

Da “Il Corriere del Trentino” del 6 settembre 2014

Massimiliano Pilati

«È così che accade. Si scivola lentamente, un passo alla volta verso il basso. Quasi senza accorgersene. Per poi, magari, chiedersi: ma chi è stato? Come abbiamo fatto?». Inizia così l’editoriale di Ugo Morelli sul Corriere del Trentino di giovedì a commento delle uscite per affossare il disegno di legge contro l’omofobia.
In molti sono pronti a dire che «l’omofobia in Trentino non esiste», a dire che «ci sono cose molto più importanti in questa fase». È di ieri il no dell’assessora alla cultura di Lavis per uno spettacolo dove vi è un bacio saffico (sul collo). Un no giustificato usando queste parole: «La sessualità normale è tra maschio e femmina. Se noi parliamo della sessualità tra femmina e femmina non siamo più nella normalità».
Sono piccole cose — si dirà — commenti solo personali, uscite provocatorie. Ma una piccola esternazione aggiunta all’altra rischiano di fare abitudine e nuovamente tornano le parole di Morelli: «Si scivola lentamente, un passo alla volta verso il basso».
Sono veramente questioni secondarie? Il Forum trentino per la pace e i diritti umani ha scelto per il prossimo futuro di lavorare proprio sul tema dei diritti negati e dei conflitti che generano. È fondamentale capire che senza il rispetto dei diritti di tutti noi non vi può essere pace sociale.
È importante affrontare tali conflitti e cercare assieme di crescere superandoli per non arrivare un giorno a guardarci allo specchio e chiederci: «Ma chi è stato? Come abbiamo fatto?».

Da “Il Corriere del Trentino” del 6 settembre 2014

L’avanzata dell’ISIL è il fallimento dello stato post-coloniale

Nena NewsIl Manifesto
Intervista all’analista Harith Hasan al-Qarawee: “L’Isil non minaccia solo Baghdad, non guida un’insurrezione contro un solo governo, ma intende cambiare la mappa regionale. Questo dovrebbe unire sunniti e sciiti, Iran, Turchia e Arabia Saudita, in uno sforzo comune”

Cosa attende l’Iraq, in preda ad un grave settarismo interno e prigioniero delle conseguenze di otto anni di occupazione Usa? Ne abbiamo parlato con Harith Hasan al Qarawee, analista iracheno di Al Monitor e Jadaliyya.

-Chiara Cruciati –

Roma, 9 agosto 2014, Nena NewsIl Manifesto

Roma, 9 agosto 2014, Nena News – Cosa attende l’Iraq, in preda ad un grave settarismo interno e prigioniero delle conseguenze di otto anni di occupazione Usa? Ne abbiamo parlato con Harith Hasan al Qarawee, analista iracheno di Al Monitor e Jadaliyya.

In che contesto giunge l’offensiva jihadista e qual è il ruolo dei paesi del Golfo?

La ragione principale dell’avanzata dell’Isil è il tracollo dello Stato in Siria e in Iraq, lo Stato post coloniale che ha fallito nel creare società in cui tutte le comunità si sentano incluse, nel gestirle come una società unica e democratica. È anche il risultato di una competizione geopolitica tra gli assi guidati da Iran e Arabia Saudita che usano le identità settarie per la propria agenda politica. Tutta la regione, incluso l’Iraq, è stata soggetta a dinamiche di settarizzazione: le comunità hanno cominciato ad autodefinirsi in base all’appartenenza religiosa. Come conseguenza, gruppi come l’Isil sono cresciuti facendo leva sulla rabbia per la discriminazione subita dalle comunità sunnite, sulla debolezza degli Stati a causa delle guerre civili in corso e sui finanziamenti alle opposizioni siriane. Non possiamo dire che ufficialmente i paesi del Golfo sostengono tali gruppi, ma è noto che privati inviano denaro. Difficile stabilire una connessione ufficiale tra governi e gruppi, ma un legame ufficioso c’è.

Quali sono le radici della settarizzazione?

In Medio Oriente i governi usano politiche di esclusione per rafforzare il proprio potere. Esempio, il Bahrein: una minoranza sunnita governa una maggioranza sciita; o la Siria dove una minoranza alawita controlla la maggioranza sunnita. Prima le linee di demarcazione erano usate diversamente: nel regime di Saddam o quello di Assad esistevano elementi di esclusione settaria, ma non si basavano su ideologie religiose. Ovvero, le fondamenta delle istituzioni stavano nella creazione di strutture clientelari che portavano sì all’esclusione di determinate comunità dalla gestione del potere, ma non dalla vita politica o economica. Non era una discriminazione fondata su un’ideologia settaria: Saddam non governava l’Iraq come un regime sunnita.

La situazione è cambiata con la Repubblica Islamica in Iran che ha proposto una nuova relazione tra governo e religione. È cominciato un processo di “sciizzazione” che ha interessato tutta la regione: sempre più sciiti hanno cominciato a definirsi in base all’appartenenza religiosa. Per controbattere, paesi come l’Arabia Saudita hanno iniziato un processo di “sunnizzazione”, usando l’identità sunnita per arginare certi settori sociali e l’influenza che su di loro aveva l’Iran. La settarizzazione del Medio Oriente è un prodotto sia dell’esclusione sociale interna che della competizione politica regionale.

Che tipo di sviluppi prevede in Iraq e nella regione nei prossimi mesi?

Due sono gli scenari. Il primo è pessimistico: le alleanze politiche falliscono, la divisione si radica e Maliki non lascia la poltrona ad una figura più rappresentativa. Se non si giunge ad un contratto politico che spinga i sunniti a combattere l’Isil, i jihadisti mobiliteranno sempre più adepti. Lo scenario ottimista è che le forze politiche trovino un accordo affidando il governo ad una figura che avvii una reale negoziazione con le comunità sunnite. L’Isil non minaccia solo Baghdad, non guida un’insurrezione contro un solo governo, ma intende cambiare la mappa regionale. Questo dovrebbe unire sunniti e sciiti, Iran, Turchia e Arabia Saudita, in uno sforzo comune.

In che modo l’occupazione statunitense ha radicato tali settarismi?

L’occupazione Usa aveva una visione semplicistica dell’Iraq: una società composta da tre comunità, sciiti sunniti e curdi. Hanno costruito il sistema statale su questa formula incrementando il sentimento settario, invece che annullarlo, per crearsi alleati e garantirsi egemonia. L’occupazione ha anche giocato un ruolo nell’equilibrio dei poteri: per la prima volta dal 1921 l’Iraq ha avuto un governo sciita che da una parte ha aumentato l’influenza iraniana e dall’altra i tentativi dei paesi sunniti, Arabia Saudita in primis, di arginare tale egemonia sostenendo i gruppi sunniti. Oggi l’intervento Usa in Iraq è il riconoscimento di tale settarizzazione: ora Washington dovrebbe agevolare la decentralizzazione del potere e l’avvio di un’azione collettiva contro l’Isil.

Il Kurdistan ha tentato di allargare i propri confini. Cosa cambia con la nuova alleanza tra Irbil e Baghdad?

Le condizioni oggettive non sono favorevoli all’indipendenza: eccetto Israele, nessun paese è pronto a sostenere il Kurdistan, uno Stato debole, senza sbocchi sul mare e dipendente dalla Turchia. Si libererebbe del controllo di Baghdad per finire sotto Ankara. La sola soluzione è una nuova formula tra Baghdad e Irbil: uno stato confederale che potrebbe nascere dalla nuova alleanza.