Firenze, 21 settembre 2014 – In tanti a piazzale Michelangelo per “Un passo di pace”

Domenica 21 settembre reti, organizzazioni e movimenti italiani si ritrovano a Firenze per chiedere un cambiamento, dopo anni di fallimenti, delle politiche dei governi e delle istituzioni nella gestione dei conflitti in atto dalla Palestina all'Ucraina, dalla Siria all'Iraq. Un presidio, di respiro nazionale, in piazzale Michelangelo per rilanciare le idee di nonviolenza e disarmo, per fermare le stragi di civili indifesi.

Dalla Siria all'Ucraina, dalla Palestina al Congo, dall'Iraq alla Libia, a tutte le latitudini le guerra e la violenza sono tornate prepotentemente ad essere la "continuazione della politica con altri mezzi". Iscrizioni entro il 16 settembre a roveretopace@gmail.com o cell. 338 3400211 <b/strong>Qui l'evento facebook<b/strong>   Domenica 21 settembre reti, organizzazioni e movimenti italiani si ritrovano a Firenze per chiedere un cambiamento, dopo anni di fallimenti, delle politiche dei governi e delle istituzioni nella gestione dei conflitti in atto dalla Palestina all'Ucraina, dalla Siria all'Iraq. Un presidio, di respiro nazionale, in piazzale Michelangelo per rilanciare le idee di nonviolenza e disarmo, per fermare le stragi di civili indifesi. Dalla Siria all'Ucraina, dalla Palestina al Congo, dall'Iraq alla Libia, a tutte le latitudini le guerra e la violenza sono tornate prepotentemente ad essere la "continuazione della politica con altri mezzi". Solo chi non ha tenuto conto della spaventosa crescita delle spese militari globali nell'ultimo decennio, che non ha eguali nella storia dell'umanità può stupirsi della guerra che entra nelle nostre case con la violenza delle immagini e sbarca sulle nostre coste con la tragedia dei profughi. Di fronte a questo scenario di violenze e viltà, di fronte alla reiterazione degli orrori ed alla follia della guerra, non possiamo rimanere silenti e inerti. Dal 2 ottobre avvieremo la Campagna Disarmo e Difesa Civile, e saremo in tutte le piazze d'Italia a raccogliere le firme per la Legge di iniziativa popolare per il disarmo e la difesa civile, non armata e nonviolenta, che darà ai cittadini la possibilità di finanziare i Corpi civili di pace - capaci di intervenire nei conflitti con la forza della nonviolenza – anziché l'acquisto di micidiali sistemi d'arma che alimentano e generano nuove guerre. Questi sono i nostri passi di pace, verso la nonviolenza. <b/p>

Domenica 21 settembre arrivo a Firenze ore 11

da Trento ore 6.00 parcheggio autostrada Trento Sud

da Rovereto ore 6.30 parcheggio autostrada Rovereto Sud Rientro in serata

Iscrizioni entro il 16 settembre a roveretopace@gmail.com o cell. 338 3400211 <b/strong>

www.retedellapace.it - www.rovepace.org <b/strong>Qui l'evento facebook

Gardolo gioca a calcio e aquiloni


Chiara Bert
- Il Trentino

Una partita a calcio: squadre miste, mescolate per età, genere, soprattutto Paese di provenienza. E poi gli aquiloni, il gioco tradizionale afgano messo vicino al gioco popolare per eccellenza in Italia. Gardolo - dove gli stranieri sono più del 20 per cento, dove all'asilo i bambini figli di immigrati hanno superato i trentini - prova anche così, attraverso lo sport, a unire e creare contaminazioni. A Canova, quartiere multietnico per eccellenza, il comitato trentino della Uisp (Unione italiana sport per tutti) ha organizzato una domenica pomeriggio diversa. L'appuntamento è per il 31 agosto, dalle 16, al parco e al campo da calcio di Canova. «Viviamo il gioco! Calcio e aquiloni, per stare insieme e stare bene»

Da Trentino
L'evento

- Chiara Bert - Il Trentino

Una partita a calcio: squadre miste, mescolate per età, genere, soprattutto Paese di provenienza. E poi gli aquiloni, il gioco tradizionale afgano messo vicino al gioco popolare per eccellenza in Italia. Gardolo - dove gli stranieri sono più del 20 per cento, dove all'asilo i bambini figli di immigrati hanno superato i trentini - prova anche così, attraverso lo sport, a unire e creare contaminazioni. A Canova, quartiere multietnico per eccellenza, il comitato trentino della Uisp (Unione italiana sport per tutti) ha organizzato una domenica pomeriggio diversa. L'appuntamento è per il 31 agosto, dalle 16, al parco e al campo da calcio di Canova. «Viviamo il gioco! Calcio e aquiloni, per stare insieme e stare bene», lo hanno intitolato. L'idea è nata dal confronto con il Forum trentino per la pace e i diritti umani e l'Associazione Afghanistan 2014, e ha coinvolto le realtà che operano sul territorio, l'associazione Carpe Diem, l'associazione Charisma, la cooperativa Arianna, Atas e Centro Astalli. Gardolo sarà la prima tappa di un percorso che punta a promuovere lo sport nei quartieri di Trento con un triplice obiettivo: valorizzare il gioco e il divertimento, favorire la socializzazione e l'inclusione sociale, riqualificare gli spazi pubblici. E cosa c'è di più facile di un pallone da calcio, per far giocare insieme i bambini? Probabilmente niente. Ma il progetto ha voluto fare un passo in più, coinvolgendo le comunità locali, trentine e immigrate, attraverso la contaminazione ra il calcio e i giochi tradizionali delle comunità straniere residenti in Trentino. Si parte con l'Afghanistan e chi ha letto lo splendido "Il cacciatore di aquiloni" di Khaled Hosseini, e si è commosso leggendo la storia di Amir e Hassan, sa che la gara e il combattimento degli aquiloni è il momento di festa che in quel paese lontano segna la fine dell'inverno. I talebani avevano vietato di far volare gli aquiloni, tornati solo dopo molto tempo a colorare i cieli afgani. Domenica 31 agosto voleranno anche nei cieli di Canova. La comunità afgana ha proposto di autoprodurli: dalle 16 il via ai laboratori per la costruzione degli aquiloni, aperti a tutti, grandi e piccoli. La stessa apertura che caratterizzerà l'organizzazione delle partite di calcio: non squadre nazionali, né team selezionati per abilità, capacità, conoscenza pregressa. Saranno invece squadre miste, contaminate appunto. «Una contaminazione - spiega Tommaso Iori, presidente Uisp - che servirà non solo a mettere in luce le ricchezze culturali presenti sul nostro territorio grazie agli immigrati, ma anche a riportare il calcio al suo essere gioco, e quindi spazio di relazioni positive, lontano dalla competizione esasperata in cui si è via via trasformato». E dopo i giochi, al parco ci sarà il tempo per condividere qualcosa da mangiare e da bere, meglio ancora se con gusti e profumi diversi. Perché anche il cibo, come lo sport, può essere un bel modo di stare insieme.

Da Trentino
L'evento

Il Governo italiano non invii armi nelle zone di conflitto

Esodo IraqComunicato di Rete Italiana per il Disarmo

Iraq, Gaza, Libia: i conflitti e le crisi umanitarie non si risolvono inviando armi ma costruendo soluzioni vere.   

Esodo IraqFarnesina abbia stanziato nei giorni scorsi 1 milione di euro alle organizzazioni umanitarie dell’Onu per attività di prima assistenza degli sfollati nel nord dell’Iraq, è invece quanto mai preoccupante che la titolare della Farnesina abbia comunicato che l’Italia sta valutando “forme di sostegno dell’azione anche militare del governo del Kurdistan iracheno”, non escluso l’invio di armi e di sistemi militari.

Rete Disarmo ricorda che la normativa italiana (la legge n.185 del 1990) vieta espressamente l’esportazione di materiali di armamento “verso i Paesi in stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, fatto salvo il rispetto degli obblighi internazionali dell'Italia o le diverse deliberazioni del Consiglio dei Ministri, da adottare previo parere delle Camere” (art. 1 c. 6). Proprio per questo Rete Disarmo chiede al Governo di riferire al più presto in Parlamento su questa materia anche in considerazione delle conclusioni espresse ieri dal Comitato Politico e di Sicurezza dell’Unione europea (qui in .pdf) e del meeting straordinario del Consiglio degli Affari Esteri di venerdì 15 agosto.

“E’ necessario un intervento dell’ONU molto più ampio, e di ognuno tra Ong e istituzioni che abbia la possibilità di raggiungere queste persone, prima di assistere all’ennesima catastrofe umanitaria, che purtroppo non interessa soltanto l’area di Sinjar e il confine con la Siria” ha sottolineato in una nota “Un Ponte per” l’organizzazione membra di Rete Disarmo da anni impegnata per il supporto delle popolazioni irachene.

L’urgenza di creare corridoi umanitari per soccorre le popolazioni nel nord dell’Iraq, in particolare cristiani e yazidi perseguitati dai combattenti dello Stato Islamico (ISIS), non può giustificare un sostegno militare alle milizie curde Peshmerga o raid aerei su aree popolate. Come richiamato dagli organismi dell’Onu, la “responsabilità di proteggere” (Responsibility to protect) le popolazioni dal pericolo di massacri non ricade solamente sul governo iracheno, ma sull’intera comunità internazionale. L’Unione europea non può continuare a delegare questa responsabilità ad altri, ma deve cominciare lavorare seriamente per predisporre unità di pronto intervento e di interposizione razionalizzando l’impiego delle proprie forze armate nazionali.

“Se 28 eserciti nazionali non sono in grado di fornire unità di pronto intervento per proteggere delle popolazioni inermi che rischiano di essere sterminate c’è da chiedersi quale ne sia l’utilità: delegare l’intervento militare a milizie composte da gruppi che, per quanto integrati in eserciti regolari perseguono anche proprie finalità politiche, può essere rischioso e controproducente” sottolinea Francesco Vignarca coordinatore di Rete Disarmo.

Rete Disarmo rinnova inoltre la richiesta al governo italiano di sospendere l’invio di tutti i sistemi militari ad Israele. Durante la riunione straordinaria dello scorso 23 luglio, il Consiglio  per i diritti umani dell’Onu si è espresso a favore di un’indagine su possibili violazioni del diritto umanitario nel conflitto nella Striscia di Gaza: fino a quando non si avranno i risultati dell’indagine l’Italia deve astenersi dal fornire sistemi militari a Israele e sospendere le esercitazioni militari congiunte previste in Sardegna per il prossimo autunno. In proposito va segnalato che la Spagna ha già deciso di sospendere in via cautelare l’invio di armi e il Regno Unito, dopo aver reso nota una revisione delle proprie esportazioni militari per le forze armate israeliane, ha dichiarato un possibile blocco di una dozzina di licenze di esportazione di materiali militari impiegati da Israele nel conflitto a Gaza. L’Italia, invece, che è il maggior fornitore nell’Ue di sistemi militari a Israele, non solo non ha annunciato alcuna restrizione, ma il Ministero degli Esteri ha eluso la questione dichiarando in Parlamento che “l’Italia non fornisce ad Israele sistemi d’arma di natura offensiva”. http://www.disarmo.org/rete/images/19507_a40504.jpgforte tensione del Medio Oriente e del nord Africa. E’ perciò quanto mai necessario e urgente che le competenti commissioni del parlamento riprendano il controllo dell’attività del Governo in questa materia che riguarda direttamente la politica estera e di difesa del nostro paese”.

“Mentre da alcune parti anche del mondo cattolico si auspicano maggiori forniture di armi nella regione ci chiediamo come si possa pensare di portare pace inviando armi - dice don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi - Credo che chi sostiene l’invio di armi sia più interessato ai ritorni commerciali che non alle vittime del conflitto. In un’audizione alla Camera dei Deputati a Roma, il 19 gennaio 2011, il Vescovo ausiliare di Baghdad aveva lanciato un appello già allora con toni disperati, con una richiesta specifica: non inviate armi. Sono passati diversi anni, non vogliamo che quell’appello continui ad essere inascoltato”.

Comunicato di Rete Italiana per il Disarmo

Siria: donne in lotta per la sopravvivenza


- Alessandro Graziadei -

Mentre l’attenzione del mondo è concentrata quasi esclusivamente sul conflitto nella Striscia di Gaza, in Siria si continua a combattere e a morire”. Così Ennio Remondino fotografava la scorsa settimana la situazione siriana dove in un conflitto che ormai va avanti da tre anni e mezzo, i morti sono circa 170mila, più di quanti ne sono stati uccisi durante i 15 anni (1975 – 1990) di guerra civile in Libano. “Solo nelle ultime tre settimane, in corrispondenza dell’escalation del conflitto tra Israele e Hamas a Gaza, in Siria il numero dei morti è stato almeno il doppio di quelli causati fino ad ora dagli attacchi israeliani”. In questo tragico scenario anche il quadro economico siriano è allarmante visto che dall’inizio del conflitto le industrie del petrolio e del gas siriane hanno subito perdite per quasi 21,4 miliardi di dollari, 3,5 miliardi bruciati negli assalti, mentre 17,9 miliardi sono per i mancati profitti.  “All’inizio delle rivolte nel 2011 - ha spiegato il 23 luglio il ministro del petrolio Suleiman Abbas - la Siria produceva 385mila barili di petrolio al giorno, oggi è scesa a 17mila e la produzione di gas è stata dimezzata”.

Foto @refugeewomen

Articolo pubblicato su Unimondo.org

-Alessandro Graziadei-
Mentre l’attenzione del mondo è concentrata quasi esclusivamente sul conflitto nella Striscia di Gaza, in Siria si continua a combattere e a morire
”. Così Ennio Remondino fotografava la scorsa settimana la situazione siriana dove in un conflitto che ormai va avanti da tre anni e mezzo, i morti sono circa 170mila, più di quanti ne sono stati uccisi durante i 15 anni (1975 – 1990) di guerra civile in Libano. “Solo nelle ultime tre settimane, in corrispondenza dell’escalation del conflitto tra Israele e Hamas a Gaza, in Siria il numero dei morti è stato almeno il doppio di quelli causati fino ad ora dagli attacchi israeliani”. In questo tragico scenario anche il quadro economico siriano è allarmante visto che dall’inizio del conflitto le industrie del petrolio e del gas siriane hanno subito perdite per quasi 21,4 miliardi di dollari, 3,5 miliardi bruciati negli assalti, mentre 17,9 miliardi sono per i mancati profitti.  “All’inizio delle rivolte nel 2011 - ha spiegato il 23 luglio il ministro del petrolio Suleiman Abbas - la Siria produceva 385mila barili di petrolio al giorno, oggi è scesa a 17mila e la produzione di gas è stata dimezzata”. Peggio ancora, negli ultimi mesi l’ISIS ha preso il controllo dei principali giacimenti petroliferi di Deir Ezzor, nella Siria orientale, iniziando a vendere autonomamente il petrolio in Iraq e Turchia.

rifugiati e milioni di altri sfollati interni, la Siria della guerra e della crisi economica è diventata la più grande emergenza al mondo per quanto riguarda le migrazioni forzate. Dall’inizio del 2014 più di 100.000 rifugiati siriani sono stati registrati ogni mese nei paesi vicini e si prevede che il numero totale di rifugiati raggiunga quota 3,6 milioni entro la fine dell'anno. Tra loro ci sono già molte donne sole e in la lotta per la sopravvivenza. Questo è il quadro allarmante che ricostruisce il rapporto “Donne sole - La lotta per la sopravvivenza delle donne rifugiate siriane” pubblicato in inglese lo scorso 8 luglio dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) e secondo il quale più di 145.000 famiglie siriane rifugiate in Egitto, Libano, Iraq e Giordania hanno per capofamiglia una donna. Il rapporto che si basa sulle testimonianze dirette di 135 donne, raccolte in più di tre mesi di interviste realizzate all'inizio del 2014, racconta la lotta intrapresa da queste donne per conservare la loro dignità e prendersi cura delle loro famiglie in case sovraffollate e fatiscenti, rifugi di fortuna e tende. Molte di esse vivono sotto la minaccia di violenza o sfruttamento mentre i loro figli affrontano livelli crescenti di sofferenza. “Obbligate ad assumersi la responsabilità esclusiva delle loro famiglie dopo che i loro uomini sono stati uccisi, catturati o costretti in altro modo a separarsi dalla famiglia, sono ora travolte da una spirale di disagio, isolamento e ansia” ha spiegato l’UNHCR.

La principale difficoltà segnalata dalle donne intervistate è stata la mancanza di risorse tanto che un terzo delle donne riferisce di non avere abbastanza da mangiare. “La maggior parte di queste donne sta lottando per pagare l’affitto, mettere il cibo in tavola e acquistare i beni di prima necessità per la casa - ha sottolineato l’Alto Commissariato dell’Onu -. Molte hanno ormai terminato i loro risparmi arrivando persino a vendere le loro fedi nuziali”. Solo una su cinque ha un lavoro retribuito, molte hanno difficoltà a ottenere un posto di lavoro e alcune mandano i loro giovani figli a lavorare. Un quinto di loro riceve sostegno da parte di altri familiari, poche traggono beneficio dalla generosità delle comunità locali e solo un quarto riceve assistenza in denaro dall’UNHCR e da altre agenzie umanitarie. Due terzi delle donne che ricevono assistenza economica dipendono completamente da essa.

Oggi oltre 150 organizzazioni stanno fornendo servizi e sostegno alle donne rifugiate siriane e alle loro famiglie, ma il rapporto ha rivelato che tale assistenza economica è insufficiente rispetto al necessario. Anche se non mancano esempi di donne rifugiate che prendono l'iniziativa, sostenendosi a vicenda e dandosi da fare per trovare soluzioni alla loro lotta quotidiana per la sopravvivenza, António Guterres, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha chiesto un nuovo intervento urgente da parte di donatori, governi ospitanti e agenzie umanitarie: “Per centinaia di migliaia di donne la fuga dalla loro patria in rovina è stato solo il primo passo di un cammino di difficoltà senza fine. Hanno finito i soldi, affrontano quotidianamente minacce alla loro sicurezza e vengono trattate come reiette anche se non hanno commesso nessun altro crimine che perdere i loro uomini in una guerra feroce. È vergognoso. Vengono umiliate per il fatto di aver perso tutto”.  

“Le donne rifugiate siriane sono il collante che tiene insieme una società spezzata. La loro forza è straordinaria, ma stanno lottando da sole. Le loro voci si levano invocando aiuto e protezione e non possono essere ignorate”, ha dichiarato Angelina Jolie, Inviata Speciale dell’UNHCR a titolo gratuito dall’aprile 2012. Le “voci” evocate dalla Jolie sono tante e le testimonianze di questo rapporto non lasciano dubbi sulle difficoltà affrontate. Nuha per esempio è venuta al Cairo con il marito, ma lui è stato ucciso mentre era al lavoro. “Io non voglio uscire di casa perché ho la tristezza nel cuore. Abbiamo lasciato la morte in Siria solo per scoprire che ci aspettava anche qui in Egitto”. “Una donna sola in Egitto è una preda per tutti gli uomini”, ha aggiunto Diala, che vive ad Alessandria. Molte donne si sono lamentate di subire regolarmente molestie verbali da parte di tassisti, autisti di autobus, affittacamere e fornitori di servizi, così come da altri uomini nei negozi, al mercato, sui mezzi pubblici e anche nei luoghi in cui avviene la distribuzione degli aiuti. Zahwa, in Giordania, dice di essere stata molestata anche da rifugiati quando stava prendendo i buoni pasto: “Vivevo una vita dignitosa, ma ora nessuno mi rispetta perché non sono accompagnata da un uomo”. Un’altra donna ha riferito di essere stata violentata, ma molte di esse non erano pronte a discutere di violenza sessuale e di genere.

Così anche per chi dalla guerra siriana è riuscito a fuggire in tempo, soprattutto se donna, la risposta internazionale non sembra riuscire a far fronte ad una situazione drammatica che dalla Siria alla Palestina passando per l’Ucraina sembra trovare la sola spiegazione possibile nelle parole di Natalie Clifford Barney: “È La guerra, questa giustificazione della stupidità umana”. Era il 1920 e nulla è cambiato.

Foto: Donna siriana che mostra il suo diploma @refugeewomen

Articolo pubblicato su Unimondo.org

L’appello dei riservisti israeliani

Siamo stati soldati all’interno dell’esercito israeliano e abbiamo servito in una grande varietà di unità e posizioni, cosa di cui adesso ci pentiamo. Durante il nostro servizio, infatti, abbiamo scoperto che non sono solamente le truppe che operano nei territori occupati a perpetrare il meccanismo che controlla le vite dei palestinesi, in verità è l’intero esercito a essere coinvolto. È per questo che ci rifiutiamo ora di partecipare come riservisti al conflitto e sosteniamo tutti coloro che rifiutano di servire in questa istituzione.

L’esercito israeliano è una parte fondamentale della vita di ogni israeliano ed è anche la potenza che domina sui palestinesi che vivono nei territori che sono stati occupati nel 1967. Da quando l’esercito esiste nella sua forma attuale, il suo linguaggio e la sua mentalità ci controllano: il bene e il male sono individuati attraverso le sue categorie, ed è questa istituzione l’autorità che decide chi vale più e chi meno all’interno della società; chi è più responsabile per l’occupazione, chi è autorizzato a esprimere la propria opposizione alle forze armate e chi non lo è e in che modo sono autorizzati a farlo. L’esercito ha un ruolo centrale in ogni azione, piano o proposta che venga discussa a livello nazionale, e questo spiega perché non ci sia alcuna vera proposta per risolvere in maniera non militare il conflitto nel quale Israele e i suoi vicini sono rimasti incastrati.

*Traduzione a cura di Bianca Tosi. L’appello originale è stato pubblicato in ebraico sul sito e in inglese in un articolo di Yael Even Or pubblicato sul Washington Post.

Siamo stati soldati all’interno dell’esercito israeliano e abbiamo servito in una grande varietà di unità e posizioni, cosa di cui adesso ci pentiamo. Durante il nostro servizio, infatti, abbiamo scoperto che non sono solamente le truppe che operano nei territori occupati a perpetrare il meccanismo che controlla le vite dei palestinesi, in verità è l’intero esercito a essere coinvolto. È per questo che ci rifiutiamo ora di partecipare come riservisti al conflitto e sosteniamo tutti coloro che rifiutano di servire in questa istituzione.

L’esercito israeliano è una parte fondamentale della vita di ogni israeliano ed è anche la potenza che domina sui palestinesi che vivono nei territori che sono stati occupati nel 1967. Da quando l’esercito esiste nella sua forma attuale, il suo linguaggio e la sua mentalità ci controllano: il bene e il male sono individuati attraverso le sue categorie, ed è questa istituzione l’autorità che decide chi vale più e chi meno all’interno della società; chi è più responsabile per l’occupazione, chi è autorizzato a esprimere la propria opposizione alle forze armate e chi non lo è e in che modo sono autorizzati a farlo. L’esercito ha un ruolo centrale in ogni azione, piano o proposta che venga discussa a livello nazionale, e questo spiega perché non ci sia alcuna vera proposta per risolvere in maniera non militare il conflitto nel quale Israele e i suoi vicini sono rimasti incastrati.

Ai palestinesi che risiedono in Cisgiordania e sulla striscia di Gaza vengono negati i diritti civili e i diritti umani. Sono soggetti a un sistema legislativo diverso da quello dei loro vicini ebrei. La responsabilità di queste condizioni non è esclusivamente dei soldati che operano in quel territorio e non sono solo quelle le truppe che dovrebbero opporsi. Molti di noi hanno operato in ruoli logistici e burocratici di supporto, ed è lì che abbiamo scoperto che è l’intero esercito a perpetrare l’oppressione dei palestinesi.
Molti soldati che esercitano il proprio ruolo lontano dai combattimenti non vogliono rifiutarsi di servire nell’esercito perché credono che le loro azioni, spesso banali e di routine, non abbiano a che fare con i risultati violenti che hanno luogo altrove. Le azioni che non sono banali, come per esempio le decisioni che riguardano la vita e la morte dei palestinesi, vengono prese in uffici lontani dalla Cisgiordania, sono secretati, ed è quindi difficile dibatterne pubblicamente. Sfortunatamente non abbiamo sempre rifiutato di adempire ai compiti che ci venivano assegnati, e in questo modo anche noi abbiamo contribuito alle azioni violente dell’esercito.

Mentre prestavamo servizio nell’esercito abbiamo assistito (e preso parte) ai comportamenti discriminatori che vi hanno luogo: la discriminazione strutturale verso le donne, che ha inizio con la selezione iniziale e l’assegnazione dei ruoli; le molestie sessuali, per alcuni di noi una realtà quotidiana; i centri d’accoglienza per gli immigrati che fanno affidamento su un’assistenza militare uniformata. Alcuni di noi hanno visto direttamente come la burocrazia indirizzi gli studenti di materie tecniche verso ruoli tecnici senza dar loro l’opportunità di occupare posizioni diverse. Inoltre, mentre l’esercito sostiene di integrare e mescolare le diverse etnie, durante i corsi di addestramento venivamo messi assieme a chi parlava come noi e ci assomigliava.

L’esercito si dipinge come un istituzione che rende possibile la mobilità sociale, un trampolino di lancio nella società israeliana, ma in realtà porta avanti la segregazione. Crediamo non sia casuale che coloro che provengono da famiglie con un reddito medio-alto si aggiudichino posizioni in unità d’élite di intelligence e da lì spesso arrivino a lavorare in aziende che si occupano di tecnologia e che offrono stipendi molto alti. Crediamo non sia casuale che i soldati appartenenti a unità che si occupano della manutenzione delle armi da fuoco o di rifornimento e approvvigionamento, quando lasciano l’esercito, spinti spesso dal bisogno di mantenere la propria famiglia, vengano chiamati disertori. L’esercito osanna la figura del “bravo israeliano”, che in realtà ottiene il suo potere soggiogando gli altri. Il ruolo centrale dell’esercito nella società israeliana e questa immagine ideale che va a creare contribuiscono insieme a cancellare le culture e le battaglie di mizrahi, etiopi, palestinesi, russi, drusi, ultra-ortodossi, beduini e delle donne.

Abbiamo tutti partecipato in qualche modo a questa ideologia e al gioco del “bravo israeliano”, che fedelmente serve l’esercito. Nella maggior parte dei casi, aver fatto parte dell’esercito ci ha effettivamente permesso di avanzare le nostre posizioni nelle università e sul mercato del lavoro. Abbiamo ottenuto contatti importanti e goduto del caldo abbraccio del consenso degli israeliani. Ma per le ragioni finora elencate, il costo è stato troppo alto. Non ne è valsa la pena.
Per legge alcuni di noi sono ancora registrati come riservisti (altri sono riusciti ad ottenere un esonero o gli è stato concesso in seguito al congedo): l’esercito conosce i nostri nomi e le nostre generalità e ha il diritto legale di ordinarci di tornare a “servire”. Ma noi non parteciperemo in nessun modo.
Sono molte le ragioni per le quali ci si rifiuta di servire nell’esercito israeliano. Anche noi proveniamo da ambienti diversi e abbiamo motivazioni differenti per scrivere questa lettera. Tuttavia sosteniamo in ogni caso chi si oppone alla coscrizione: gli studenti delle superiori che hanno scritto una lettera di rifiuto della leva, gli ultra-ortodossi che protestano contro la nuova legge di coscrizione, i drusi che si sono rifiutati di prendere parte all’esercito, e tutti quelli cui la propria coscienza, situazione personale o situazione finanziaria impedisce di servire nelle forze armate. Queste persone sono obbligate a pagare dietro la facciata di un dibattito sull’uguaglianza. Ne abbiamo abbastanza.


*Traduzione a cura di Bianca Tosi. L’appello originale è stato pubblicato in ebraico sul sito e in inglese in un articolo di Yael Even Or pubblicato sul Washington Post.

 Queste le firme che accompagnano l’appello:
Yael Even Or
Efrat Even Tzur
Tal Aberman
Klil Agassi
Ofri Ilany
Eran Efrati
Dalit Baum
Roi Basha
Liat Bolzman
Lior Ben-Eliahu
Peleg Bar-Sapir
Moran Barir
Yotam Gidron
Maya Guttman
Gal Gvili
Namer Golan
Nirith Ben Horin
Uri Gordon
Yonatan N. Gez
Bosmat Gal
Or Glicklich
Erez Garnai
Diana Dolev
Sharon Dolev
Ariel Handel
Shira Hertzanu
Erez Wohl
Imri Havivi
Gal Chen
Shir Cohen
Gal Katz
Menachem Livne
Amir Livne Bar-on
Gilad Liberman
Dafna Lichtman
Yael Meiry
Amit Meyer
Maya Michaeli
Orian Michaeli
Shira Makin
Chen Misgav
Naama Nagar
Inbal Sinai
Kela Sappir
Shachaf Polakow
Avner Fitterman
Tom Pessah
Nadav Frankovitz
Tamar Kedem
Amnon Keren
Eyal Rozenberg
Guy Ron-Gilboa
Noa Shauer
Avi Shavit
Jen Shuka
Chen Tamir