Sarajevo, il caso e la necessità

- Bernard Guetta -

Articolo pubblicato il 27 giugno 2014 da Internazionale
(Traduzione di Andrea Sparacino)

Foto: Tommaso Vaccari

- Bernard Guetta -

È una città piena di terrazze, tecnologia, giovani per strada, campanili cattolici, cupole musulmane e cipolle ortodosse. È una città dove si mescolano i secoli, le religioni e gli imperi defunti, e il cui boom economico dura da 15 anni. Eppure, prima ancora di essere una città, Sarajevo è un manuale di storia europea da leggere e rileggere.

Sabato ricorrerà il centenario dell’assassinio dell’arciduca d’Austria a Sarajevo, l’evento che avrebbe trascinato il vecchio mondo nella Prima guerra mondiale, una mostruosa mattanza in cui l’Europa ha creduto per l’ennesima volta di poter ristabilire gli equilibri tra le potenze rivali e che invece ha finito per distruggere l’ordine costituito.

Un secolo dopo, mentre si prepara a commemorare l’assassinio di Sarajevo, l’Europa è spinta dal caso e dalla necessità a fare un passo avanti verso l’unità modificando le politiche dell’Unione e democratizzando il suo funzionamento. A Bruxelles è arrivato il tempo del cambiamento, e intanto i proiettori della storia illuminano Sarajevo e ci ricordano fino a che punto il nostro continente è fragile e segnato da antichi rancori che potrebbero riesplodere in qualsiasi momento.

Dalla Grande guerra sono scaturite la rivoluzione russa, la prima affermazione degli Stati Uniti come potenza emergente sulla scena mondiale, la fine dell’impero ottomano e di quello austro-ungarico, l’espansione degli imperi coloniali francese e britannico e la nascita delle frontiere attuali del Medio Oriente, le stesse che oggi sono minacciate dall’azione dei jihadisti in Iraq e Siria.

Il mondo in cui viviamo non sarebbe lo stesso senza l’assassinio di Sarajevo, la cui conseguenza più tragica è stato l’incubo nazista, che non sarebbe mai esistito se i vincitori del 1918 non avessero imposto alla Germania una punizione inaccettabile e umiliante. In un certo senso l’ascesa di Hitler affonda le sue radici a Sarajevo.

Oggi la città bosniaca mostra i segni di un conflitto più recente e di un assedio criminale portato dai paramilitari serbi tra il 1992 e il 1996 e costato la vita a 10.000 persone. Quella nell’ex Jugoslavia è stata una di quelle guerre di spartizione un tempo così comuni, e ha minacciato la riconciliazione franco-tedesca al punto tale da convincere Helmut Kohl e François Mitterrand a cementare l’unità europea creando la moneta unica. Senza Sarajevo probabilmente non ci sarebbe l’euro.

In questi giorni non possiamo pensare a questa città rinata senza ricordarci che prima di crollare la Jugoslavia aveva dimenticato la guerra, come l’abbiamo dimenticata noi oggi. Eppure, senza che ce ne accorgiamo, una guerra è in corso ed è vicina, così vicina che ci conviene sperare che la nuova svolta di Bruxelles sia prontamente confermata, approfondita e assimilata.

Articolo pubblicato il 27 giugno 2014 da Internazionale
(Traduzione di Andrea Sparacino)

Foto: Tommaso Vaccari

Diritti Contati

Eventi
Dal 10 giugno al 12 settembre
Organizza: ARCI Alto Garda

Eventi
Dal 10 giugno al 12 settembre
Organizza: ARCI Alto Garda

 ARCI Alto Garda organizza la rassegna «DIRITTI CONTATI» che si ripropone quest'anno, cento anni dopo lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, un'altra ricerca di Diritti, declinandoli ancora più nettamente verso l'approdo finale di ognuno di essi: la PACE. Vogliamo uscire dagli schemi della rievocazione della "Grande Guerra" e mettere in chiaroscuro il concetto di guerra, virando sui colori di ciò che ogni guerra fa perdere: quelli della pace, nelle sue varie coniugazioni. E vogliamo uscire anche dallo schema di evocazione dei mondiali di calcio per suggerire un calcio mondiale, quello alla guerra. A qualsiasi guerra proponendo varie forme di spettacolo e convivialità indoor e outdoor, nell'arco temporale compreso tra il 10 giugno e il 12 settembre

Informazioni e programma: 3487595253, arci.altogarda@gmail.com

 

«5 domande sul futuro afgano»

- di Giulia Sbarigia * -

Lettera aperta alla ministra degli esteri Mogherini. Quale la strategia del governo italiano nella fase successiva al compimento della missione Isaf? Quali iniziative in sostegno delle Ong?



Il 2014 è un anno cru­ciale per l’Afghanistan. Per­ché segna il pas­sag­gio dalla prima, lunga paren­tesi post-talebana — inau­gu­rata manu mili­taricon l’intervento del 2001 gui­dato dagli Stati uniti — a una nuova fase, i cui con­torni sono ancora indefiniti.
Nelle pros­sime set­ti­mane il pre­si­dente Hamid Kar­zai cederà il posto al suo suc­ces­sore, [...]


Articolo tratto da il Manifesto del 2 giugno 2014
* Afghana è un'asso­cia­zione di soste­gno alla società civile afgana

- di Giulia Sbarigia -

Il 2014 è un anno cru­ciale per l’Afghanistan. Per­ché segna il pas­sag­gio dalla prima, lunga paren­tesi post-talebana — inau­gu­rata manu mili­taricon l’intervento del 2001 gui­dato dagli Stati uniti — a una nuova fase, i cui con­torni sono ancora indefiniti.

Nelle pros­sime set­ti­mane il pre­si­dente Hamid Kar­zai cederà il posto al suo suc­ces­sore, Abdul­lah Abdul­lah o Ash­raf Ghani; entro la fine dell’anno, con il com­pi­mento della mis­sione Isaf, la mag­gior parte delle truppe stra­niere lasce­ranno il paese, com­ple­tando l’inte­qal (la tran­si­zione), il pas­sag­gio della sicu­rezza dalle mani degli inter­na­zio­nali a quelle delle forze di sicu­rezza locali. Come ogni fase di tran­si­zione, anche l’inte­qal afgana porta con sé molte inco­gnite e molte opportunità.

il Manifesto del 2 giugno 2014

Lettera aperta alla ministra degli esteri Mogherini redatta dall'Associazione Afghana asso­cia­zione di soste­gno alla società civile afgana

Il conflitto generativo

Un secolo che balza alla gola

Identità che dividono/ Diversità che uniscono
tra negazione e dialogo nel XX e XXI secolo


Giovedì 5 giugno 2014, ore 17.30 
Biblioteca comunale, Trento / Sala degli Affreschi

 Ugo Morelli 
Il conflitto generativo. Se vuoi la pace educa a gestire bene il conflitto
Ugo Morelli, studia il conflitto e le dinamiche della sua gestione, con particolare riguardo alla ricerca delle condizioni per sostenere l’incontro tra le differenze e le possibilità di emancipazione reciproca e innovazione sociale, a livello di identità, di interessi, di culture e di conoscenza.

L’autore dialoga con Michele Nardelli.

Un secolo che balza alla gola

Identità che dividono/ Diversità che uniscono

tra negazione e dialogo nel XX e XXI secolo

“Il secolo mi balza alla gola
come un cane da caccia”
 [Osip Emil’evic Mandel’stam]



Amare e uccidere, negare e accogliere sono state e sono categorie necessarie per descrivere il crinale tra ventesimo e ventunesimo secolo. Trattate di solito come criteri per dividere i “buoni” dai “cattivi”, esse sono divenute progressivamente e ineluttabilmente espressioni e manifestazioni che convivono nei nostri comportamenti. Ci inducono a ridescrivere il significato stesso di essere umani. Possiamo essere e divenire “angeli” e “demoni”, a seconda delle relazioni e dei contesti delle nostre vite. Riconoscere la nostra complessità e accoglierne le implicazioni può voler dire, forse, divenire più capaci di far prevalere la nostra disposizione verso le diversità che uniscono, invece che inventarci e mettere in atto le identità che dividono. Accettare la parte di noi che tende alla negazione ed elaborarla, forse ci può aiutare a sviluppare e ad affermare il dialogo e il riconoscimento reciproco.

Giovedì 5 giugno 2014, ore 17.30 
Biblioteca comunale, Trento / Sala degli Affreschi

Ugo Morelli 
Il conflitto generativo. Se vuoi la pace educa a gestire bene il conflitto
Ugo Morelli, studia il conflitto e le dinamiche della sua gestione, con particolare riguardo alla ricerca delle condizioni per sostenere l’incontro tra le differenze e le possibilità di emancipazione reciproca e innovazione sociale, a livello di identità, di interessi, di culture e di conoscenza.

L’autore dialoga con Michele Nardelli.  

info:
federico.serviziocivile@forumpace.it
Organizzano Forum trentino per la Pace e i diritti umani e Biblioteca Comunale di Trento

Io sto con la sposa



Cinque siriani e palestinesi in fuga dalla guerra, una sposa e i loro speciali contrabbandieri. In un viaggio emozionante alla scoperta di un'Europa transnazionale, solidale e goliardica. Pronti a partire?


Cinque siriani e palestinesi in fuga dalla guerra, una sposa e i loro speciali contrabbandieri. In un viaggio emozionante alla scoperta di un'Europa transnazionale, solidale e goliardica. Pronti a partire?

Se vuoi diventare un produttore dal basso del documentario più atteso del 2014, clicca qui.


- La sinossi del film -

Un poeta palestinese siriano e un giornalista italiano incontrano a Milano cinque palestinesi e siriani sbarcati a Lampedusa in fuga dalla guerra, e decidono di aiutarli a proseguire il loro viaggio clandestino verso la Svezia. Per evitare di essere arrestati come contrabbandieri però, decidono di mettere in scena un finto matrimonio coinvolgendo un'amica palestinese che si travestirà da sposa, e una decina di amici italiani e siriani che si travestiranno da invitati. Così mascherati, attraverseranno mezza Europa, in un viaggio di quattro giorni e tremila chilometri. Un viaggio carico di emozioni che oltre a raccontare le storie e i sogni dei cinque palestinesi e siriani in fuga e dei loro speciali contrabbandieri, mostra un'Europa sconosciuta. Un'Europa transnazionale, solidale e goliardica che riesce a farsi beffa delle leggi e dei controlli della Fortezza con una mascherata che ha dell'incredibile, ma che altro non è che il racconto in presa diretta di una storia realmente accaduta sulla strada da Milano a Stoccolma tra il 14 e il 18 novembre 2013.

A tre giorni dalla grande frana in Afghanistan


-il Post- 5 maggio 2014

Le stime sui morti cambiano molto (ora pare che non siano più di 500) ma mancano mezzi per cercare i dispersi: si parla di rendere la zona una grande fossa comune

Da tre giorni decine di squadre di ricerca sono al lavoro nella provincia nord-orientale del Badakhshan in Afghanistan, dove il 2 maggio scorso due grandi frane hanno travolto almeno un villaggio, causando la morte di circa 350-500 persone e lasciando centinaia di famiglie disperse. In questi giorni sono circolate stime anche molto diverse e più alte. I soccorsi e le ricerche dei corpi sono complicati dalla presenza di fango e detriti sulle strade che portano verso la zona dell’incidente, che fino a ora non hanno permesso di affrontare al meglio l’emergenza. Le frane hanno travolto e sepolto circa 300 edifici e ne hanno danneggiati almeno un migliaio, lasciando 4mila persone senza una casa.

-il Post- 5 maggio 2014

Le stime sui morti cambiano molto (ora pare che non siano più di 500) ma mancano mezzi per cercare i dispersi: si parla di rendere la zona una grande fossa comune

Da tre giorni decine di squadre di ricerca sono al lavoro nella provincia nord-orientale del Badakhshan in Afghanistan, dove il 2 maggio scorso due grandi frane hanno travolto almeno un villaggio, causando la morte di circa 350-500 persone e lasciando centinaia di famiglie disperse. In questi giorni sono circolate stime anche molto diverse e più alte. I soccorsi e le ricerche dei corpi sono complicati dalla presenza di fango e detriti sulle strade che portano verso la zona dell’incidente, che fino a ora non hanno permesso di affrontare al meglio l’emergenza. Le frane hanno travolto e sepolto circa 300 edifici e ne hanno danneggiati almeno un migliaio, lasciando 4mila persone senza una casa.

La prima frana ha iniziato a staccarsi dal lato di una montagna nel distretto di Argo alle 11 del mattino del 2 maggio (ora locale, le 8 del mattino in Italia) e nelle due ore successive si è lentamente spostata a valle. Era un venerdì, giorno di preghiera e riposo in Afghanistan, quindi con molte famiglie riunite nelle case dei villaggi di Aab Barik e di Hargu. Nelle prime ore dopo l’incidente, diverse persone hanno provato ad aiutare i loro vicini in difficoltà, ma mentre erano in corso i soccorsi dalla montagna si è staccata una seconda frana che ha travolto i soccorritori, causando ulteriori morti. In alcuni punti, la frana ha ammassato strati spessi fino a 30 metri di fango e di detriti.

Le due frane sono state causate dalle piogge molto intense che nella settimana precedente avevano interessato diverse province nella parte nord-orientale dell’Afghanistan. In alcune zone si sono verificati allagamenti e inondazioni ed era stata segnalata la possibilità della formazione di frane di fango, soprattutto nelle aree montane.

Stando alle stime circolate fino a ora, le due frane nel distretto di Argo hanno interessato un migliaio di abitazioni, mentre è ancora difficile fare un calcolo esatto delle persone morte nell’incidente. Il governo locale a partire da venerdì 2 maggio ha dato versioni diverse, parlando inizialmente di almeno 2.500 dispersi e di almeno 350 persone morte. Successivamente si è parlato di almeno 2.100 possibili morti, ma il vice-governatore del Badakhshan ha invitato a essere cauti, spiegando che le prime stime erano state effettuate basandosi unicamente sulle testimonianze degli abitanti della zona, e non sul lavoro dei tecnici inviati per gestire l’emergenza. I morti confermati sono circa 350 e secondo il vice-governatore “non si arriverà oltre 500”.
Nell’area dove si sono verificate le frane è stata inviata un’unità militare afghana, che aiuterà i locali nelle ricerche dei dispersi e nell’assistenza delle centinaia di famiglie rimaste senza una casa. Le notizie che arrivano non sono però molto incoraggianti: le squadre di soccorso non hanno i mezzi e le risorse necessarie per affrontare l’emergenza, e a causa del fango e dei detriti, la zona è molto difficile da raggiungere. Il timore che si possano verificare nuove frane ha fatto interrompere le ricerche più volte nei giorni scorsi.

Secondo le autorità locali le frane sono state “enormi ed è oltre ogni umana possibilità recuperare tutti i corpi rimasti sepolti” ed è stato proposto di lasciare il villaggio così com’è, rendendolo una sorta di grande “fossa comune”.

Articolo tratto da il Post