A tre giorni dalla grande frana in Afghanistan


-il Post- 5 maggio 2014

Le stime sui morti cambiano molto (ora pare che non siano più di 500) ma mancano mezzi per cercare i dispersi: si parla di rendere la zona una grande fossa comune

Da tre giorni decine di squadre di ricerca sono al lavoro nella provincia nord-orientale del Badakhshan in Afghanistan, dove il 2 maggio scorso due grandi frane hanno travolto almeno un villaggio, causando la morte di circa 350-500 persone e lasciando centinaia di famiglie disperse. In questi giorni sono circolate stime anche molto diverse e più alte. I soccorsi e le ricerche dei corpi sono complicati dalla presenza di fango e detriti sulle strade che portano verso la zona dell’incidente, che fino a ora non hanno permesso di affrontare al meglio l’emergenza. Le frane hanno travolto e sepolto circa 300 edifici e ne hanno danneggiati almeno un migliaio, lasciando 4mila persone senza una casa.

-il Post- 5 maggio 2014

Le stime sui morti cambiano molto (ora pare che non siano più di 500) ma mancano mezzi per cercare i dispersi: si parla di rendere la zona una grande fossa comune

Da tre giorni decine di squadre di ricerca sono al lavoro nella provincia nord-orientale del Badakhshan in Afghanistan, dove il 2 maggio scorso due grandi frane hanno travolto almeno un villaggio, causando la morte di circa 350-500 persone e lasciando centinaia di famiglie disperse. In questi giorni sono circolate stime anche molto diverse e più alte. I soccorsi e le ricerche dei corpi sono complicati dalla presenza di fango e detriti sulle strade che portano verso la zona dell’incidente, che fino a ora non hanno permesso di affrontare al meglio l’emergenza. Le frane hanno travolto e sepolto circa 300 edifici e ne hanno danneggiati almeno un migliaio, lasciando 4mila persone senza una casa.

La prima frana ha iniziato a staccarsi dal lato di una montagna nel distretto di Argo alle 11 del mattino del 2 maggio (ora locale, le 8 del mattino in Italia) e nelle due ore successive si è lentamente spostata a valle. Era un venerdì, giorno di preghiera e riposo in Afghanistan, quindi con molte famiglie riunite nelle case dei villaggi di Aab Barik e di Hargu. Nelle prime ore dopo l’incidente, diverse persone hanno provato ad aiutare i loro vicini in difficoltà, ma mentre erano in corso i soccorsi dalla montagna si è staccata una seconda frana che ha travolto i soccorritori, causando ulteriori morti. In alcuni punti, la frana ha ammassato strati spessi fino a 30 metri di fango e di detriti.

Le due frane sono state causate dalle piogge molto intense che nella settimana precedente avevano interessato diverse province nella parte nord-orientale dell’Afghanistan. In alcune zone si sono verificati allagamenti e inondazioni ed era stata segnalata la possibilità della formazione di frane di fango, soprattutto nelle aree montane.

Stando alle stime circolate fino a ora, le due frane nel distretto di Argo hanno interessato un migliaio di abitazioni, mentre è ancora difficile fare un calcolo esatto delle persone morte nell’incidente. Il governo locale a partire da venerdì 2 maggio ha dato versioni diverse, parlando inizialmente di almeno 2.500 dispersi e di almeno 350 persone morte. Successivamente si è parlato di almeno 2.100 possibili morti, ma il vice-governatore del Badakhshan ha invitato a essere cauti, spiegando che le prime stime erano state effettuate basandosi unicamente sulle testimonianze degli abitanti della zona, e non sul lavoro dei tecnici inviati per gestire l’emergenza. I morti confermati sono circa 350 e secondo il vice-governatore “non si arriverà oltre 500”.
Nell’area dove si sono verificate le frane è stata inviata un’unità militare afghana, che aiuterà i locali nelle ricerche dei dispersi e nell’assistenza delle centinaia di famiglie rimaste senza una casa. Le notizie che arrivano non sono però molto incoraggianti: le squadre di soccorso non hanno i mezzi e le risorse necessarie per affrontare l’emergenza, e a causa del fango e dei detriti, la zona è molto difficile da raggiungere. Il timore che si possano verificare nuove frane ha fatto interrompere le ricerche più volte nei giorni scorsi.

Secondo le autorità locali le frane sono state “enormi ed è oltre ogni umana possibilità recuperare tutti i corpi rimasti sepolti” ed è stato proposto di lasciare il villaggio così com’è, rendendolo una sorta di grande “fossa comune”.

Articolo tratto da il Post

La bolla dell’economia afghana

- da Kabul, Giuliano Battiston -



L'ex funzionario della Banca mondiale Ashraf Ghani, già ministro delle Finanze e rettore dell’università di Kabul, o Abdullah Abdullah, ex ministro degli esteri e principale sfidante del presidente uscente Hamid Karzai alle precedenti elezioni? Nessuno dei candidati alla presidenza afghana ha ottenuto la maggioranza assoluta dei voti. Sabato la commissione elettorale ha confermato che Abdullah è in testa con il 44,9 per cento, Ghani segue con il 31,5 per cento. Prima del pronunciamento definitivo, una commissione di verifica si pronuncierà su eventuali sospetti di brogli. La data indicativa per il ballottaggio è il 7 giugno: sempre che nel frattempo non intervenga una mediazione politica.

Chiunque sia il prossimo presidente riceverà in eredità due dossier urgenti: pace ed economia.

Articolo tratto da Pagina99

- da Kabul, Giuliano Battiston -

L'ex funzionario della Banca mondiale Ashraf Ghani, già ministro delle Finanze e rettore dell’università di Kabul, o Abdullah Abdullah, ex ministro degli esteri e principale sfidante del presidente uscente Hamid Karzai alle precedenti elezioni? Nessuno dei candidati alla presidenza afghana ha ottenuto la maggioranza assoluta dei voti. Sabato la commissione elettorale ha confermato che Abdullah è in testa con il 44,9 per cento, Ghani segue con il 31,5 per cento. Prima del pronunciamento definitivo, una commissione di verifica si pronuncierà su eventuali sospetti di brogli. La data indicativa per il ballottaggio è il 7 giugno: sempre che nel frattempo non intervenga una mediazione politica.

Chiunque sia il prossimo presidente riceverà in eredità due dossier urgenti: pace ed economia. E le due questioni sono legate: « Senza sicurezza e pace non ci può essere crescita economica. Ma senza crescita economica, la sicurezza peggiora perché aumenta il numero di quanti si sentono dimenticati dal governo e cresce la propaganda antigovernativa», dice a Pagina99 Raz Mohammad Dalili, direttore di Sanayee Devolpment, tra le più longeve organizzazioni della società civile afghana.

Sul primo fronte, i Taleban rimangono protagonisti del panorama politico-militare, anche se non sono riusciti a sabotare il voto. Fallita la soluzione militare, sarà inevitabile trovare una soluzione politica. Giorni fa il portavoce dell’Alto consiglio di pace (organismo del governo di Kabul che ha il compito di favorire il negoziato) ha annunciato che presto a Doha, in Qatar, riprenderanno i colloqui con alcuni esponenti della galassia Taleban. Ma la strada del negoziato è tutt’altro che scontata.

Ancor più incerte sono le prospettive dell’economia, alla vigilia del compimento della missione Isaf, alla fine del 2014. «Siamo preoccupati. Perché con il ritiro delle truppe straniere e con la diminuzione degli aiuti internazionali, l’economia rischia di franare», ammette Ahmad Seyar Lalee, ricercatore per il Civil Society and Human Rights Network di Kabul.

Timori giustificati: dall’inizio dell’occupazione militare l’economia locale è cresciuta a ritmi invidiabili, ma insostenibili. Secondo le stime della Banca mondiale, dal 2002 al 2012 il tasso di crescita è stato tra i più alti al mondo, intorno al 9% di media, portando il volume complessivo dell’economia dai 2.4 miliardi di dollari del 2002 ai circa 20 attuali. Il 2012 è stato un anno eccezionale, con una crescita del Pil del 14.4%: un incremento notevole rispetto al 6.1% dell’anno precedente, dovuto in particolare alla stagione fortunata per il settore agricolo, che rappresenta circa un quarto del Pil e impiega il 79% della forza lavoro (i dati non includono la produzione dell’oppio, che secondo l’ultimo rapporto dell’Onu nel 2013 è cresciuta del 36% rispetto al 2012).

Nel 2013 però il crollo: il Pil è cresciuto del 3.1%. Giorni fa la Banca mondiale ha reso pubblico il rapporto South Asia Economic Focus, aggiornando i dati: per il 2014 ci si aspetta una crescita intorno al 3.1%; per il 2014-2015 una media del 4.5-5%. Sempre che la transizione «politica e della sicurezza» avvenga senza contraccolpi, precisano gli analisti della Banca mondiale. Anche nelle migliori delle ipotesi rimane però il deficit strutturale: la totale dipendenza dell’economia dagli aiuti internazionali.

La dipendenza dalla macchina umanitaria sembra il vero tallone d’Achille dell’economia afghana. La Banca mondiale stima che nel 2010 l’aiuto straniero alle casse dello stato equivalesse al 98% del Pil (15.7 miliardi di dollari). Dal 2003 al 2010, nel corso di 9 diverse conferenze, la comunità internazionale si è impegnata ad aiutare l’Afghanistan con 67 miliardi di dollari. L’ultima conferenza dei paesi donatori si è svolto l’8 luglio 2012 a Tokyo: l’accordo per il «decennio della trasformazione» (2014-2025) garantisce al governo afghano 16 miliardi di dollari fino al 2016, sulla base di un Mutual Accountability Framework che prevede riforme specifiche e misurabili nella governance, legalità e lotta alla corruzione.

Ma la corruzione cresce, anziché diminuire. «É la corruzione il problema principale di questo paese», dice a Pagina99 la giornalista Najiba Ayubi, direttrice del Killid Group, network radiofonico con sedi in diverse città dell’Afghanistan. «La corruzione è dappertutto, nei ministeri di Kabul come negli uffici più periferici, e allontana i cittadini dal governo». Nel 2012 il costo totale della corruzione è arrivato a 3.9 miliardi di dollari (un quinto del Pil), e la metà dei cittadini afghani ha pagato una mazzetta per richiedere un servizio pubblico. Nel 2013 il Corruption Perceptions Index stilato dalla organizzazione Transparency International ha confermato l’Afghanistan come il terzo paese più corrotto al mondo, dopo la Corea del Nord e la Somalia.

La dipendenza dagli aiuti stranieri si accompagna a due dati preoccupanti: il primo è una bilancia commerciale squilibrata. Nel 2012 il volume delle esportazioni (376 milioni di dollari, di cui il 49.2% verso Pakistan e India) è stato 17 volte inferiore a quello delle importazioni (6.39 miliardi).

Il secondo è la disoccupazione. Basta girare per le principali città del paese per vederlo. Dal primo mattino centinaia di lavoratori siedono ai bordi della strada, con gli strumenti del mestiere in bella mostra, aspettando di essere ingaggiati per la giornata. A Kabul si raccolgono a Saray-e-Shomali, un’affollata piazza nella zona settentrionale della città, oppure a Charahi Haji Yacoub, la rotonda vicina all’omonima moschea nella parte nuova della capitale. A Jalalabad si distribuiscono lungo i due lati della via centrale del bazar, seduti dentro le carriole. A Mazar-e-Sharif, al nord, siedono accovacciati ai bordi del mausoleo di Hazrat Ali, sperando che il “santo” musulmano interceda. Un esercito di disoccupati, le cui fila sono destinate a ingrossarsi: proprio nel 2012, l’anno fiscale in cui il Pil ha registrato il maggior tasso di crescita, la disoccupazione è salita al 40%, secondo quanto riferito dal ministro afghano dell’Economia, Abdul Hadi Arghandiwal.

Oltre all’esercito dei disoccupati a cui trovare lavoro, ci sono i 350.000 membri delle forze di sicurezza afghane a cui garantire salario, addestramento ed equipaggiamento, una delle voci che più peserà sul bilancio statale nei prossimi anni. Al Summit di Chicago che si è tenuto il 20-21 maggio 2012, i paesi membri della Nato e della missione Isaf hanno adottato il “Nato Strategic Plan for Afghanistan” (Nspa), garantendo 3.6 miliardi di dollari annui per tre anni a partire dall’inizio del 2015 per sostenere le forze di sicurezza. Il governo afghano promette di aggiungere 500 milioni ogni anno, aumentando progressivamente la quota a suo carico. Intanto però il ministero delle finanze ha rivelato proprio mercoledì scorso alla Reuters che un buco di 375 milioni di dollari nel budget di quest'anno minaccia diversi progetti e i salari degli impiegati pubblici.

Che i soldi promessi a Tokyo e Chicago arrivino davvero nelle casse afghane dipende dalla firma del Trattato bilaterale di sicurezza con gli Stati Uniti (Bsa, Bilateral Security Agreement), dal quale dipende la presenza e lo status delle truppe straniere nella fase post-2014. Karzai ha preferito lasciare la patata bollente al suo successore. Sia Abdullah Abdullah sia Ashraf Ghani si sono affrettati a confermare la propria disponibilità, se eletti, a firmare il Trattato, che prevede la presenza dei soldati americani (forse 10.000, forse meno) anche dopo il 2014 e l’uso di almeno 9 basi militari (con l’uso esclusivo della base di Bagram, 40 km a nord di Kabul).

Il serbatoio degli aiuti internazionali è comunque destinato a prosciugarsi. Perché l’agenda umanitaria è subalterna a quella militare: più truppe sul terreno, più soldi per la cooperazione; meno truppe, meno risorse. E’ una tendenza consolidata: il ritiro della Nato dalla Bosnia nel 2004, per esempio, ha fatto scendere il volume degli aiuti da un massimo del 57% del Pil nel 1995 all’8% del 2004; in Iraq, in pochi anni (dal 2003 al 2009) la riduzione è stata del 69%; in Kosovo del 52% dal 2000 al 2003.

In Afghanistan il più importante donatore singolo, Usaid (l’Agenzia Usa per lo sviluppo internazionale), ha già ridotto il suo budget complessivo dai 4.1 miliardi del 2010 ai 2.5 del 2011, arrivando a poco più di un milione nel 2012. In totale, nell’anno fiscale 2012 gli Stati Uniti hanno previsto 14.7 miliardi di dollari di aiuti per l’Afghanistan; 9.81 nel 2013; 5.42 nel 2014. Per il 2015, la cifra impegnata dal Congresso degli Stati Uniti è scesa ancora: 2.1 miliardi di dollari (; si veda anche il Congressional Budget Justification, Department of State, Foreign Operations, and Related Programs, FY2015).

La diminuzione degli aiuti preoccupa molto la maggioranza degli afghani, consapevoli che il tessuto economico locale è fragile. C’è però anche chi ci vede l’occasione per archiviare un sistema che ha prodotto dipendenza, senza creare le condizioni per uno sviluppo autonomo. Quel che preoccupa tutti, senza distinzioni, è la mancanza di una chiara strategia sull’impegno futuro.

Con il ritiro completo delle truppe alle porte, gli afghani chiedono un impegno maggiore nel campo civile. L’impressione però è che la comunità internazionale abbia soltanto fretta di fare le valigie. Dal ministro degli esteri italiano, Federica Mogherini, ancora non è arrivato alcun segnale chiaro su quale sarà la nuova strategia del nostro paese per l’Afghanistan. Aspettiamo di sapere. E con noi molti afghani.

Articolo tratto da Pagina99

ATAURO – L’ISOLA CHE NON C’È

L'isola dimenticata tra Oceano Indiano e Oceano Pacifico

 

SABATO 12 APRILE 2014

ore 20:30

Scuola primaria “ALDO GORFER”

Via Solteri – Trento

 

Le associazioni ASsMA e GTV vi invitano ad una serata dedicata a Timor Est per presentare l'attuale situazione storico-politica del Paese; la figura di Padre Francesco Moser, missionario trentino che da anni vive con la popolazione di Atauro; i progetti di solidarietà attivi sull'isola e le prospettive future di sviluppo.

L'isola dimenticata tra Oceano Indiano e Oceano Pacifico

 

SABATO 12 APRILE 2014

ore 20:30

Scuola primaria “ALDO GORFER”

Via Solteri – Trento

 

Le associazioni ASsMA e GTV vi invitano ad una serata dedicata a Timor Est per presentare l'attuale situazione storico-politica del Paese; la figura di Padre Francesco Moser, missionario trentino che da anni vive con la popolazione di Atauro; i progetti di solidarietà attivi sull'isola e le prospettive future di sviluppo.

 

Ospiti:

Avelino Fernandes

direttore di Roman Luan, ONG Timorense

 

Onorio Clauser

presidente di GTV, da poco rientrato da Timor Est

 

Luca Brentari

agronomo e socio di AsSMA

1914-1918: Le nuove armi

-Incontro pubblico-

Giovedì 10 aprile 2014, ore 17.15
Sala degli Affreschi, Biblioteca Comunale di Trento, Via Roma 55, TRENTO

Relatore sarà l’ing. Volker Jeschkeit, storico e autore di apprezzati volumi sulle fortificazioni austroungariche attorno a Trento. Si esaminerà il ruolo e l’impatto dei nuovi mezzi bellici introdotti nel primo conflitto mondiale; se aerei, carri armati, ordigni chimici non cambiarono le sorti della Grande Guerra, alcune di queste innovazioni risultarono decisive di lì a pochi decenni, portando alla Blitzkrieg e ad abbandonare, nella maggioranza dei casi, la guerra di posizione. L’incontro; organizzato dalla Biblioteca, dalla Scuola di Studi Internazionali dell’università e dall’Isodarco (scuola internazionale sul disarmo e la ricerca sui conflitti) sarà introdotto e moderato da Mirco Elena. Per informazioni e contatti: elena@science.unitn.it, cell. 340 76 888 72

elena@science.unitn.it, cell. 340 76 888 72

Rwanda – 20 anni dopo

Lunedì 7 aprile 2014 | ore 21.00

Hotel Rwanda

Introduce Andrea Robol, Assessore alla cultura del Comune di Trento

Testimonianza di Paola Martinelli

Cinema Astra

Trento, Corso Buonarroti 16

Lunedì 7 aprile 2014 | ore 21.00

Hotel Rwanda

Introduce Andrea Robol, Assessore alla cultura del Comune di Trento

Testimonianza di Paola Martinelli

Cinema Astra

Trento, Corso Buonarroti 16


INGRESSO LIBERO E GRATUITO

Durante tutti gli incontri verranno esposti materiali di documentazione che riguardano il genocidio e oggettistica a sostegno di progetti nella Regione dei Grandi Laghi

Per informazioni

ipsia@aclitrentine.it; info@unimondo.org; info@tcic.eu

--

Promuovono

ACCRI, ACLI Trentine, Altreterre, Comune di Trento, Centro di documentazione del Centro Missionario Diocesano, Ipsia del Trentino, Unimondo, Centro per la Formazione alla Solidarietà Internazionale, Cooperativa Mandacarù, CTA, Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani, Missionari Comboniani, Movimento Nonviolento, Vita Trentina e Radio Trentino Inblu

Rwanda – 20 anni dopo

"Mai più" o "quasi sempre"? Prevenire il genocidio

Introduce Piergiorgio Cattani, Unimondo

Fabio Pipinato, Ipsia del Trentino

Mauro Politi, Scuola di Studi Internazionali, Università di Trento

Cap. Pierpaolo Sinconi, Centro Eccellenza, Stability Police Units

Acli Trentine

Trento, IV piano in Via Roma 57

"Mai più" o "quasi sempre"? Prevenire il genocidio

Introduce Piergiorgio Cattani, Unimondo

Fabio Pipinato, Ipsia del Trentino

Mauro Politi, Scuola di Studi Internazionali, Università di Trento

Cap. Pierpaolo Sinconi, Centro Eccellenza, Stability Police Units

Acli Trentine

Trento, IV piano in Via Roma 57



INGRESSO LIBERO E GRATUITO

Durante tutti gli incontri verranno esposti materiali di documentazione che riguardano il genocidio e oggettistica a sostegno di progetti nella Regione dei Grandi Laghi

Per informazioni

ipsia@aclitrentine.it; info@unimondo.org; info@tcic.eu

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Promuovono

ACCRI, ACLI Trentine, Altreterre, Comune di Trento, Centro di documentazione del Centro Missionario Diocesano, Ipsia del Trentino, Unimondo, Centro per la Formazione alla Solidarietà Internazionale, Cooperativa Mandacarù, CTA, Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani, Missionari Comboniani, Movimento Nonviolento, Vita Trentina e Radio Trentino Inblu