In viaggio al confine del mondo dove la realtà non è bianca o nera, ma sa di grigio

-Tommaso Gasperotti e Francesca Candioli *-

Israele / Palestina

Il tè caldo alla menta fuma ancora a Gerusalemme. È passato qualche giorno da quando, in una mattina piovosa, siamo partiti da Verona per capire la guerra. Ora siamo tornati, più confusi di prima, ma con un’incredibile complessità da sbrogliare e con la voglia di farlo. Ed il sapore di menta e cardamomo ancora in bocca.

Nel nostro viaggio di dieci giorni, sempre in bilico tra Israele e Palestina, abbiamo scoperto che non c’è nero e bianco, ma tanto grigio. Tantissimo. Così come non c’è niente che valga di più di una storia umana. Perché anche nel bel mezzo di un conflitto, come quello israeliano-palestinese, dove le parole “pace” e “riconciliazione” risuonano a vuoto, dove i desideri di un popolo, lacerano le speranze dell’altro, non si può rischiare di perdere l’umanità.

– Tommaso Gasperotti e Francesca Candioli * –

Il tè caldo alla menta fuma ancora a Gerusalemme. È passato qualche giorno da quando, in una mattina piovosa, siamo partiti da Verona per capire la guerra. Ora siamo tornati, più confusi di prima, ma con un’incredibile complessità da sbrogliare e con la voglia di farlo. Ed il sapore di menta e cardamomo ancora in bocca.

Nel nostro viaggio di dieci giorni, sempre in bilico tra Israele e Palestina, abbiamo scoperto che non c’è nero e bianco, ma tanto grigio. Tantissimo. Così come non c’è niente che valga di più di una storia umana. Perché anche nel bel mezzo di un conflitto, come quello israeliano-palestinese, dove le parole “pace” e “riconciliazione” risuonano a vuoto, dove i desideri di un popolo, lacerano le speranze dell’altro, non si può rischiare di perdere l’umanità.

Un’umanità che sa di caffè arabo, anche se in un bar a Tel Aviv ne negano l’esistenza, definendolo solo turco, di falafel, che israeliani e palestinesi cucinano allo stesso modo, pur non sapendolo. Di narghilè, assaporato lentamente con gli amici, quasi come fosse un rito che si può osservare sia in un ristorante di Gerusalemme, sia in un hotel a Beit Jala. Un’umanità che puoi scorgere anche tra gli stessi morti, di entrambe le parti, uccisi per lo stesso motivo, la terra, e seppelliti allo stesso modo nella stessa terra. Un’umanità che puoi tradurre e raccontare solo se ti spogli della tua identità e fai forza su te stesso. Perché, come ci ha spiegato Maurizio Molinari, corrispondente per il Medio Oriente della Stampa, ci vuole rispetto per i fatti e la vera difficoltà sta nell’ascoltare con umiltà quello che la gente dice, frenando ciò che si pensa.

E di persone, lungo il nostro viaggio, ne abbiamo ascoltate tante, ognuna con la sua visione, ognuna con la sua paura. Ognuna con la sua umanità. Soldati, professori, internazionali, attivisti, pastori, donne, bambini che ogni giorno vivono, e allo stesso tempo muoiono, in quella complessità. Tantissime le voci, da una parte e dall’altra, al di qua e al di là del muro.

C’è quella sicura di Chaska, la giovane attivista israeliana di ICAHD (Israeli Committee Against House Demolitions), che ci porta a vedere i resti di case palestinesi appena demolite dagli israeliani e i nuovi parchi giochi per i coloni, freschi di tintura rossa. E quella, già troppo saggia di Hussein nel villaggio rurale di At-Tuwani. Ha solo sedici anni e un ciuffo di capelli rossi così poco arabo: è cresciuto a pane e resistenza nonviolenta. E sulla sommità di una roccia ci parla della scuola del villaggio, distrutta dalle autorità israeliane e ricostruita di notte dagli uomini e di giorno dalle donne. Per non farsi vedere e continuare a credere nel futuro, ricominciando ogni volta da capo. Mattone dopo mattone. E ancora la voce surreale di una signora molto inglese e israeliana incontrata al confine del mondo, di fronte alla Striscia di Gaza. L’unico posto dove la realtà non ha voce, proprio lì dove c’è il vero volto del conflitto ed il silenzio si scontra con la verità dei fatti. Con lei abbiamo varcato il cancello di quella prigione a cielo aperto che è Gaza. Lì, tra il Mediterraneo e il vento, sai di essere così vicino alla verità.
Nessuno di noi, qui, ha avuto il coraggio di parlare, di fronte ad un lembo di terra che sta lentamente morendo. “Bisogna sapere di che cosa si muore, se di peste o cancro. Devi sapere se ci sarà infezione. Perché al di là del muro sta crescendo la peste. E per quanto possano alzare il muro, la peste passerà” ci racconta Lorenzo, un ex insegnante leccese che ci ha accompagnato per tutto il viaggio, stando in silenzio quando avevamo qualcosa da dire, dandoci qualcosa su cui pensare quando siamo rimasti ammutoliti.
Ma mentre percorri le by-pass road, le nuove strade israeliane, vai velocissimo. Dai finestrini non vedi più nulla. Non c’è nero e bianco, ma tanto grigio. Il grigio dei fili spinati, dei tornelli dei check point, della polvere dei villaggi distrutti, degli insediamenti tutti uguali dei coloni, delle divisioni in zona A, B, C. 
Piccole e profonde tracce di un’archeologia dell’occupazione che lascia poco respiro. Una sinagoga diventa il pretesto per distruggere e allontanare alcune famiglie palestinesi dalla terra dei loro nonni. Una presa di posizione diventa invece un’infamia: perché, se hai 18 anni e sei israeliano, devi imbracciare le armi, non puoi rifiutarti, altrimenti al colloquio del lavoro dei tuoi sogni questo potrebbe essere un problema.        
Ed intanto al di là del muro c’è una malattia, ma chiamarla fondamentalismo religioso, Hamas, Netanyahu, interessi economici, mente chiusa, poco importa, è un’emergenza.
E ci riguarda tutti, nessuno escluso perché Claire Anastas, una madre di quattro figli, chiede aiuto anche a noi e ci prega di raccontare la sua storia. La storia di un muro altissimo che serpeggia tortuoso attorno alla sua casa soffocandola, circondata su tutti e quattro lati. La fortuna di abitare a fianco alla Tomba di Rachele, inglobata all’interno del territorio israeliano, l’ha tradita. Ora vive nell’angoscia, la sua è l’ultima delle case ad essere rimaste in piedi. È troppo vicina al muro, e la demolizione ogni giorno diventa sempre più una certezza. Nel suo piccolo negozietto di souvenir, un tempo tappa obbligata per i turisti, ci racconta, con gli occhi lucidi, la sua verità. Fai fatica a guardarla negli occhi, guardi le sue creazioni, una piccola capanna per il presepe attraversata dal muro. A fianco a lei c’è un ragazzino, suo figlio, che sembra aver perso il sorriso.

Intanto nella città vecchia di Hebron un signore ci chiede di accompagnarlo a casa mentre poco più in là, in mezzo ad una linea di militari, una ragazzina soldato abbraccia un mitra nero. Da sotto il casco non vede l’ora che finiscano i due anni di servizio obbligatorio, pensa al viaggio che subito si farà. Magari on the road, vestita di abiti colorati. Il verde della divisa non lo indosserà mai più.

A Beit Jala un tassista ci mostra il permesso che ha ottenuto per recarsi a Tel Aviv. È fortunato, è cristiano, può avere qualche sconto in più, mentre è più facile incontrare un musulmano che non ha mai visto il mare. Eppure è a poche ore di auto da lui.
Dai finestrini continui a percorrere il muro con lo sguardo, lo osservi. “Make hummus, not walls” si legge sulla parete gelida. Qualche artista, come Bansky e Blue, hanno dato un tocco di colore. Non c’è nero e bianco, ma tanto grigio. Poi c’è il viola del melograno, il bianco dei fiori di mandorlo, le arance di Jaffa street, la sabbia, gli olivi e i costumi del teatro di Al-Harah.

C’è Israele e c’è la Palestina.
Ci sono i bambini.
Alla Hope School di Beit Jala, privata ma gratuita, in area C, osservi Amir che grida “Gli tirerei un sasso in faccia!”, riferendosi ai soldati che poco più in là hanno una torretta di controllo. Mentre un suo compagno lo trattiene: “Ma cosa dici Amir? Per fare la pace ci vuole la pace”.
Nel frattempo ad Hebron, di sabato, ti metti a filmare un gruppo di giovani coloni ebrei mentre visitano il mercato arabo. Non dovrebbero farlo. E tu intanto li guardi, potrebbero distruggere qualcosa da un momento all’altro, ti dicono. Continui a filmarli finché ti accorgi di quanto siano simili a noi. Abbassi veloce la telecamera, mentre con la coda dell’occhio osservi due donne che si apprestano a mettere via le loro kefiah, le uniche “made in Palestina”. Oggi è andata bene, ne hanno vendute più d’una ad un piccolo gruppo di giovani italiani.

*Il racconto di due giovani che hanno partecipato al progetto “Troppa storia in così poca geografia”, organizzato dall’associazione Pace per Gerusalemme con il sostegno dei Comuni di Nogaredo, Nomi e Villa Lagarina e della Provincia autonoma di Trento. L’obiettivo è formare alcuni giovani, rendendoli consapevoli di realtà e scenari spesso sconosciuti che dovranno poi provare a raccontare e diffondere all’interno della comunità attraverso incontri pubblici e attività nelle scuole.

 

 

Afghanistan 2014: un cantiere di pace guardando (al presente e) al futuro


– Tommaso Vaccari –

Riapre i battenti il cantiere Afghanistan 2014, progetto promosso dall’associazione “Afghanistan 2014” in collaborazione con Unimondo e Forum trentino per la Pace e i diritti umani. Attraverso l’impegno di due giovani in Servizio Civile riparte il progetto che intende focalizzare la sua attenzione sulla situazione dell’Afghanistan durante un anno cruciale per il proprio futuro.

La proposta originaria del cantiere, che era stato pensato nel 2011, era di offrire uno sguardo sul futuro del paese Afghanistan. Il tentativo era quello di aprire un ragionamento sui possibili scenari con cui il paese si apprestava ad affrontare il 2014. Ora però, ci troviamo a ridosso di passaggi decisivi per l’intero Afghanistan. Il cantiere è diventato una sorta di catalizzatore di approfondimenti legati al paese durante l’anno che abbiamo di fronte, senza però dimenticare di alzare lo sguardo oltre la cronaca.

Il 2014 sarà per l’Afghanistan un anno ricco di avvenimenti e opportunità. Sarà l’anno del ritiro delle truppe di occupazione che hanno invaso il paese all’indomani dell’11 settembre 2001; ad aprile le elezioni presidenziali ci diranno il nome del nuovo presidente. Le atroci conseguenze della “guerra al terrorismo” complicheranno la fase di cambiamento che il paese si appresta ad affrontare e le prospettive per la stabilità politica e la pacificazione del territorio sembrano tutt’altro che certe.

– Tommaso Vaccari –

Riapre i battenti il cantiere Afghanistan 2014, progetto promosso dall’associazione “Afghanistan 2014” in collaborazione con Unimondo e Forum trentino per la Pace e i diritti umani. Attraverso l’impegno di due giovani in Servizio Civile riparte il progetto che intende focalizzare la sua attenzione sulla situazione dell’Afghanistan durante un anno cruciale per il proprio futuro.

La proposta originaria del cantiere, che era stato pensato nel 2011, era di offrire uno sguardo sul futuro del paese Afghanistan. Il tentativo era quello di aprire un ragionamento sui possibili scenari con cui il paese si apprestava ad affrontare il 2014. Ora però, ci troviamo a ridosso di passaggi decisivi per l’intero Afghanistan. Il cantiere è diventato una sorta di catalizzatore di approfondimenti legati al paese durante l’anno che abbiamo di fronte, senza però dimenticare di alzare lo sguardo oltre la cronaca.

Il 2014 sarà per l’Afghanistan un anno ricco di avvenimenti e opportunità. Sarà l’anno del ritiro delle truppe di occupazione che hanno invaso il paese all’indomani dell’11 settembre 2001; ad aprile le elezioni presidenziali ci diranno il nome del nuovo presidente. Le atroci conseguenze della “guerra al terrorismo” complicheranno la fase di cambiamento che il paese si appresta ad affrontare e le prospettive per la stabilità politica e la pacificazione del territorio sembrano tutt’altro che certe.

Il cantiere intende seguire alcuni percorsi paralleli con cui leggere la situazione presente e ipotizzare quella futura. Sicuramente oltre all’approfondimento su ciò che accade in Afghanistan giorno per giorno sarà interessante conoscere la realtà della diaspora afghana, molto presente sul territorio europeo. Si cercherà di creare spazi di condivisione e dialogo in cui confrontarsi ed elaborare riflessioni.
Un ulteriore spunto è dato anche dalla sensazione di essere in un periodo storico nel quale si sta chiudendo la stagione delle “guerre per la democrazia”, inaugurata proprio sul terreno afghano e proseguita poi in Iraq e – in maniera diversa – in Libia, con le drammatiche conseguenze che abbiamo conosciuto.

Gli strumenti che si intendono utilizzare sono diversi e alcuni di essi saranno scoperti solo strada facendo. Per prima cosa verrà costruito un portale, che verrà aggiornato costantemente con news ed approfondimenti: lo scopo, oltre che di riportare le notizie, sarà quello di creare spazi di condivisione in tre lingue (italiano, inglese e persiano). Verranno organizzati incontri in forma di conferenze, seminari, scambi e gemellaggi tra università; verranno interpellati docenti ed esperti per la creazione di una carta per il futuro politico istituzionale dell’Afghanistan, sull’esempio della “Carta per l’autonomia del Tibet”. Infine, tramite il prezioso contributo dei registi afghani Razi e Soheila Mohebi, verrà utilizzato anche lo strumento del cinema per creare maggiore consapevolezza sulla situazione sociale, culturale e politica dell’Afghanistan.

Gli interrogativi sono numerosi, le fondamenta sono salde, il cantiere Afghanistan 2014 si rimette in moto.

Cartolina dai Balcani… viaggio a Mostar e Sarajevo

Incontro pubblico
Venerdì 6 dicembre 2013, ore 20.30 – sala polifunzionale, Oratorio S. Antonio (Trento)
Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani in collaborazione con l’Associazione Oratorio S. Antonio

 

Incontro pubblico
Venerdì 6 dicembre 2013, ore 20.30 – sala polifunzionale, Oratorio S. Antonio (Trento)
Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani in collaborazione con l’Associazione Oratorio S. Antonio

Il Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani in collaborazione con l’Associazione Oratorio S. Antonio, presenta Cartolina dai Balcani… Ventun’anni sono passati dal referendum con cui il popolo bosniaco decise di separarsi dalla Confederazione jugoslava.
Quest’atto segnò l’inizio dell’atroce conflitto che dilaniò il paese fino al 1995, dividendo etnicamente una popolazione che aveva vissuto pacificamente fino a quel momento. Abbiamo cercato di comprendere cosa comportò la guerra nella vita di tut ti i giorni, raccogliendo testimonianze di persone e famiglie che hanno vissuto in prima persona il conflitto. Questo è quello che cercheremo di raccontarvi.
Un gruppo di ragazzi e ragazze racconta la propria esperienza in Bosnia attraverso le proprie emozioni, foto, video e testimonianze degli incontri con la popolazione. Seguirà un assaggio di piatti tipici bosniaci.

Informazioni:lilligrigolli@alice.it

Una storia d’amore, di fede e di coraggio. Franziska e Franz Jägerstätter di fronte al nazismo

Presentazione libro
Mercoledì 4 dicembre 2013, ore 20.30 – Sala conferenze  “Aula grande” FBK, via S. Croce 77 (Trento)
a cura di Giampiero Girardi e Lucia Togni

Presentazione pubblica libro
Mercoledì 4 dicembre 2013, ore 20.30 –  Sala conferenze  “Aula grande” FBK, via S. Croce 77 (Trento)
a cura di Giampiero Girardi e Lucia Togni

Introduce Paolo Pombeni, storico e direttore dell’Istituto storico italo-germanico

Presenta Paolo Ghezzi

Intervengono  i curatori
Letture a cura del «Club Armonia» di Trento

È uscito l’atteso libro dedicato alla moglie del martire, a pochi mesi dalla morte. Contiene le lettere da lei inviate al marito in carcere, finora inedite.
Franziska e Franz sono sposati da meno di due anni quando i carri armati hitleriani entrano in Austria. Hanno rispettivamente 25 e 31 anni. Vivono in un minuscolo paese di campagna, St. Radegund, a metà strada tra Salisburgo e il confine con la Germania. Dalla loro unione nasceranno tre figlie.
Franz fa il contadino, non è né colto né politicizzato ma ha capito che non si può essere cristiani e nazisti senza rinnegare i valori più profondi. Aiutato e sorretto dalla moglie, unica a stargli vicino quando tutti lo abbandonano, riesce a resistere alle pressioni dell’ideologia e di un ambiente remissivo, facendo obiezione di coscienza contro l’arruolamento nell’esercito di Hitler.
Le 139 lettere raccolte in questo volume coprono gli anni dal 1940 al 1943 e mostrano la straordinaria esperienza coniugale di una donna ed un uomo uniti da una relazione che ha saputo diventare baluardo contro il dilagare del Male.

Ingresso libero

Sarà possibile acquistare il volume a prezzo scontato
Editore: Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2013274 pagine | € 22,50 | formato 14,5×21

avviso per gli amici di franz jägerstätter
Chi è disponibile ad organizzare una presentazione del libro nella sua città nei prossimi mesi  si metta in contatto con “Franz Jägerstätter Italia”.

In occasione del Giorno della Memoria o in altre evenienze locali potrebbe essere interessante proporre la figura di Franziska e Franz attraverso la presentazione del libro. Sono disponibile a partecipare e a incontri pubblici. Basterà contattarmi per concordare la data.

Franz Jägerstätter Italia

Giampiero Girardi

I – 38121 Trento
Loc. Martignano
Via del Forte 44/B
+39 0461 829 526 fisso
+39 347 4185 755 mobile
Skype: giamgira (Trento)
gia.gira@gmail.com 
www.jaegerstaetter.at 
http://www.dioezese-lin .at/redaktion/index.php?action_new=Lesen&Article_ID=65530

Troppa storia in troppo poca geografia

Corso di formazione aperti al pubblico
da venerdì 6 a sabato 14 dicembre 2013
Organizza: ass. Pace per Gerusalemme

Corso di formazione
da venerdì 6 a sabato 14 dicembre 2013
Organizza: ass. Pace per Gerusalemme

Una serie di incontri proposti da: Comuni di Villa Lagarina, Nomi e Nogaredo, l’Associazione Pace per Gerusalemme onlus, l’IPRASE, il Forum trentino per la pace e i diritti umani 

INCONTRI DI DICEMBRE aperti al pubblico

Venerdì 6 dicembre 2013, ore 20.15 – c/o Palazzo Libera, Villa Lagarina

LA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE – dott. Mauro Cereghini, docente di Sociologia dei paesi in via di sviluppo, Università di Trento.

Venerdì 13 dicembre 2013, ore 20.15 – c/o Sala della Vigna, Nomi

STORIA DEL MEDIO ORIENTE. IL PENSIERO ISLAMICO CONTEMPORANEO

prof.ssa Francesca Biancani, docente di Storia e Istituzioni del Medio Oriente, Università di Bologna

GRUPPI DI LAVORO DI DICEMBRE riservati ai giovani iscritti

C/o Centro Educazione alla Pace, Rovereto

Sabato 07/12 – Ore 09.00 / 13.00

ELABORARE I CONFLITTI: MEMORIA, NARRAZIONE, RICONCILIAZIONE

con Michele Nardelli, presidente uscente del Forum trentino per la pace e i diritti umani, coautore del libro
DARSI IL TEMPO – IDEE E PRATICHE PER UN’ALTRA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE

Sabato 14/12 Ore 09.00 / 13.00

STORIA DEL MEDIO ORIENTE. IL PENSIERO ISLAMICO CONTEMPORANEO

INCONTRI DI GENNAIO

Venerdì 10 – ore 20.15 c/o Sala Fondazione CARITRO, P.zza Rosmini, Rovereto

CULTURA E LETTERATURA PALESTINESE – prof. Simone Sibilio, docente di lingua e cultura araba presso l’Università

LUISS di Roma

Venerdì 17 – ore 20.15 c/o Sala delle Vele, Nogaredo

IL CONFLITTO ISRAELO-PALESTINESE. CONTESTO STORICO-GIURIDICO

Dott.ssa Giulia Schirò, Master Peacebuilding and Conflict Management, Scuola Studi Internazionali, Università di Trento

Venerdì 24 – ore 20.15 c/o Palazzo Libera, Villa Lagarina

LA NON-VIOLENZA NEL CONTESTO DELLA RESISTENZA PALESTINESE

Dott. Tommaso Vaccari, Scienze per la Pace, Università di Pisa

I GRUPPI DI LAVORO DI GENNAIO SI TERRANNO SABATO 11, 18, 25 GENNAIO 2014 – ORE 09.00 / 13.00

Il progetto mira ad una maggiore conoscenza del Medio Oriente e alla formazione di giovani volontari.

Si realizza in tre fasi: il ciclo di conferenze e gruppi di lavoro; il viaggio-studio in Israele/Palestina; la

progettazione-realizzazione di interventi informativi sul territorio e nelle scuole.

Info: pacepergerusalemme@gmail.com – www.pacepergerusalemme.wordpress.com www.comune.villalagarina.tn.it

Con il contributo di: Fondazione CARITRO, Provincia di Trento, Comunità della Vallagarina

Cartolina da Mostar


Serata informativa
Sabato 9 novembre 2013, dalle ore 18.009 novembre 1993 – 9 novembre 2013
Organizza: Associazione Trentina Balcani in collaborazione con Forum trentino per la Pace e i diritti umani

Sabato 9 novembre 2013, dalle ore 18.00Stari Most, Ponte Vecchio di Mostar 9 novembre 1993 – 9 novembre 2013Mostar d’autunno tira un sospiro di sollievo dopo l’arsura estiva. E’ la stagione dei melograni che adornano la città. E del ricordo, che si impone, di quel ’93 sanguinoso e orribile, con la distruzione del Ponte Vecchio caduto sotto i colpi dell’artiglieria del consiglio croato.

Un viaggio immaginario tra parole, volti, testimonianze e musica per ripercorrere insieme le strade di Mostar e gli scalini del Ponte Vecchio, a vent’anni dalla sua distruzione. Appuntamento nell’ambito nel progetto annuale “1914-2014. Inchiesta sulla Pace nel secolo degli assassini”. L’iniziativa propone tracce e riflessioni sul senso dei luoghi tra distruzione e ricostruzione, le testimonianze delle generazioni nate nel dopo guerra, l’imbroglio etnico e la fragilità della convivenza, dove il paradigma jugoslavo farà da riferimento a ciò che potrebbe avvenire ovunque, in determinate circostanze.

Narrazioni
– Mario Boccia, fotografo, presentazione del reportage fotografico “L’imbroglio etnico”
– Francesco Mazzucchelli, presentazione del libro “Urbicidio: il senso dei luoghi tra distruzioni e ricostruzioni nella ex Jugoslavia”
– Giuseppe Valente, regista del documentario “La meglio gioventù di Mostar: un viaggio tra la prima generazione di Mostar cresciuta nella città post-bellica”
– Michele Biava, giornalista free lance, corrispondente di OBC dalla Bosnia Erzegovina

Video installazione
Ispirata al progetto “Recollecting Mostar”, con tratti del documentario “Il cerchio del ricordo” di a Andrea Oskari Rossini (OBC)

Mostra fotografica
“Riemergerà il Vecchio per coloro che lo amano” di Michele Biava e Maja Husejic

Concerto
Santo Barbaro, cantautorato elettronico e musica sevdah, con Maja Musi al clarinetto