Cartolina da Mostar


Sabato 9 novembre 2013, dalle ore 18.00
c/o Cafè de la Paix, passaggio Teatro Osele / Trento

La cartolina è proposta dall’Associazione Trentino Balcani in collaborazione con Osservatorio Balcani Caucaso e rientra nel percorso annuale del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani “1914-2014. Inchiesta sulla Pace nel secolo degli assassini”.

Stari Most, Ponte Vecchio di Mostar 
9 novembre 1993 – 9 novembre 2013
Mostar d’autunno tira un sospiro di sollievo dopo l’arsura estiva. E’ la stagione dei melograni che adornano la città. E del ricordo, che si impone, di quel ’93 sanguinoso e orribile, con la distruzione del Ponte Vecchio caduto sotto i colpi dell’artiglieria del consiglio croato di difesa. 

Sabato 9 novembre 2013
dalle ore 18.00
c/o Cafè de la Paix, passaggio Teatro Osele / Trento

La cartolina è proposta dall’Associazione Trentino Balcani in collaborazione con Osservatorio Balcani Caucaso e rientra nel percorso annuale del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani “1914-2014. Inchiesta sulla Pace nel secolo degli assassini”.

Stari Most, Ponte Vecchio di Mostar
9 novembre 1993 – 9 novembre
2013

Mostar d’autunno tira un sospiro di sollievo dopo l’arsura estiva. E’ la stagione dei melograni che adornano la città. E del ricordo, che si impone, di quel ’93 sanguinoso e orribile, con la distruzione del Ponte Vecchio caduto sotto i colpi dell’artiglieria del consiglio croato di difesa.
Un ponte, costruito nel sedicesimo secolo e da allora simbolo di una città intera e orgoglio delle mostarine e mostarini tutti. Un nuovo ponte, rinato nel ventunesimo secolo dalle sue rovine, che diventa patrimonio dell’ umanità e simbolo di una ricostruzione possibile, ma anche l’ineluttabile testimone della lacerazione avvenuta del tessuto urbano e sociale.

L’iniziativa propone tracce e riflessioni sul senso dei luoghi tra distruzione e ricostruzione, le testimonianze delle generazioni nate nel dopo guerra, l’imbroglio etnico e la fragilità della convivenza, dove il paradigma jugoslavo farà da riferimento a ciò che potrebbe avvenire ovunque, in determinate circostanze.

Un viaggio immaginario tra parole, volti, testimonianze e musica per ripercorrere insieme le strade di Mostar e gli scalini del Ponte Vecchio, a vent anni dalla sua distruzione. La presentazione si inserisce nel progetto annuale del Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani dal titolo “1914/2014. Inchiesta sulla Pace nel secolo degli assassini”

Ne parlano:

Mario Boccia, con il reportage fotografico “L’imbroglio etnico”

Francesco Mazzucchelli, autore del libro “Urbicidio: il senso dei luoghi tra distruzioni e ricostruzioni nella ex Jugoslavia”

Giuseppe Valente, regista del documentario ” La meglio gioventù di Mostar: un viaggio tra la prima generazione di Mostar cresciuta nella città post-bellica”.

Michele Biava, emigrante in Bosnia-Erzegovina e giornalista free lance.

Video installazione ispirata al progetto Recollecting Mostar, con tratti del documentario “Il cerchio del ricordo” dell’Osservatorio Balcani Caucaso.

Inaugurazione della mostra fotografica “riemergerà il Vecchio per coloro che lo amano” di Michele Biava e Maja Husejic

Alle ore 21.00 – Concerto dei Santo Barbaro – cantautorato elettronico e musica sevdah, con Maja Musi al clarinetto.

La cartolina è proposta dall’Associazione Trentino Balcani in collaborazione con Osservatorio Balcani Caucaso e rientra nel percorso annuale del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani “1914-2014. Inchiesta sulla Pace nel secolo degli assassini”.

Cartolina da Auschwitz


Proiezione FilmGiovedì 17 ottobre 2013, ore 21

Numbered
di Dana Doron e Uriel Sinai

Organizza: Religion Today Filmfestival e Forum trentino per la Pace e i diritti umani.

Giovedì 17 ottobre 2013, ore 21

Teatro S. Marco, Trento

Numbered
di Dana Doron e Uriel Sinai. Israele, documentario, 2012 (55min.)

Numbered è un viaggio dall’alto impatto visivo ed emotivo. Cinematograficamente esplosivo è guidato dalle testimonianze dei sopravvissuti. Il film documenta i momenti in cui questi tatuaggi sono stati assegnati, e successivamente il significato che hanno assunto finita la guerra. Il protagonista del film è il numero stesso, come è diventato simbolo sia personale che collettivo dal 1940 ad oggi.

Al termine si aprirà un confronto sui temi sollevati dalla pellicola con la regista Dana Doron e Ugo Morelli, presidente di Polemos (scuola di formazione e studi sui conflitti)

Dal franchismo alla guerra Iran-Iraq. Un’intera sezione del Religion Today Filmfestival apre nuovi squarci sugli orrori e gli splendori nel Novecento, “il secolo degli assassini”. Con una lente puntata sui nuovi sorprendenti linguaggi all’incrocio tra cinema e Shoah.

Organizza: Forum trentino per la Pace e i diritti umani e Religion Today Filmfestival.


La rivoluzione è finita

Da Aleppo
Gabriele Del Grande

Mohamed lo capisci da come guarda la ragazza in rosa del tavolo a fianco al nostro, che erano dieci mesi che non usciva da Aleppo. Le curve dei suoi seni gli riempiono di bellezza gli occhi rossi di stanchezza eppure pieni di vita. Ieri non ha dormito per entrare in Turchia clandestino, a piedi. L’abbiamo recuperato noi di qua dal valico e l’abbiamo portato a Gaziantep, in Turchia, a scolarci una bottiglia di raki per festeggiare la sua prima libera uscita dopo trecento giorni di guerra. Stanotte dormirà finalmente senza il rumore delle bombe e sognerà l’amore della ragazza in rosa, e avrà il volto di Rita che ha lasciato a Damasco un anno fa, prima che mollasse l’ultimo anno di liceo e si venisse a arruolare volontario nell’Esercito siriano libero. E quando domani mattina si sveglierà con il cerchio alla testa della sbornia, sarà già tempo di ripartire per Aleppo. Stavolta però senza armi. Perché Mohamed ha deciso di lasciare la guerriglia. 

Da Aleppo
Gabriele Del Grande

Mohamed lo capisci da come guarda la ragazza in rosa del tavolo a fianco al nostro, che erano dieci mesi che non usciva da Aleppo. Le curve dei suoi seni gli riempiono di bellezza gli occhi rossi di stanchezza eppure pieni di vita. Ieri non ha dormito per entrare in Turchia clandestino, a piedi. L’abbiamo recuperato noi di qua dal valico e l’abbiamo portato a Gaziantep, in Turchia, a scolarci una bottiglia di raki per festeggiare la sua prima libera uscita dopo trecento giorni di guerra. Stanotte dormirà finalmente senza il rumore delle bombe e sognerà l’amore della ragazza in rosa, e avrà il volto di Rita che ha lasciato a Damasco un anno fa, prima che mollasse l’ultimo anno di liceo e si venisse a arruolare volontario nell’Esercito siriano libero. E quando domani mattina si sveglierà con il cerchio alla testa della sbornia, sarà già tempo di ripartire per Aleppo. Stavolta però senza armi. Perché Mohamed ha deciso di lasciare la guerriglia. L’obiettivo del viaggio è montare un’antenna sulle colline di Dar Taizzah. Il materiale è già pronto. E presto le trasmissioni di Radio Nevroz, la prima radio libera in lingua araba e curda, raggiungeranno le case di Aleppo e Afrin.

Ad Aleppo, gli inviati della radio saranno gli attivisti del Coordinamento curdo della fraternità (Tansiqiyyah al Taakhi al Kurdi). È un collettivo di giovani studenti universitari, classe media, composto da curdi e da arabi, musulmani e cristiani. La sede si trova nel quartiere di Ashrafiyya, ad Aleppo, in un appartamento al secondo piano di un palazzo scalcinato già colpito due volte dalle bombe del regime. Qui trovano rifugio gli attivisti del quartiere e i loro ospiti di passaggio ad Aleppo, come me e la fotografa siriana nella stanza a fianco arrivata stanotte da Beirut. Il fumo delle sigarette annebbia il salotto. E le casse dello stereo sparano a tutto volume la playlist della rivoluzione, su cui i ragazzi cantano a voce alta per farsi coraggio e non sentire gli spari fuori in questa ennesima notte di scontri.


La sede del Coordinamento curdo della fraternità (Foto di Gabriele Del Grande)

Le pareti intorno sono ricoperte da striscioni e bandiere. Ci sono scritti gli slogan dei tanti cortei organizzati dal coordinamento tra il 2011 e il 2012, prima che la voce delle armi coprisse quella delle idee. “Noi siamo gli attivisti della prima ora”, mi racconta Wassim. “Non quelli che in piazza non li ha mai visti nessuno, e che oggi parlano a nome della società civile siriana, a libro paga del Qatar o degli americani. La società civile siriana è diventata un business per molti, un po’ come l’opposizione all’estero. Ad Aleppo si muore sotto le bombe ogni giorno e loro negli alberghi a cinque stelle in giro per il mondo.”
Accanto alle bandiere della Siria libera, sul muro c’è un grande manifesto con su scritto un nome: “Kamal”. E sotto: “Ci manchi”. Kamal era uno dei membri fondatori del gruppo, insieme a Shiro, Wassin e Bushkin. L’ultima volta l’hanno visto un anno fa, mentre due agenti in borghese lo cacciavano a calci dentro una macchina e lo portavano via. Da allora non sanno più niente di lui. Se sia ancora detenuto, se sia vivo, se sia morto. Kamal non è l’unico a mancare all’appello. Anche Pesheng non è con noi stasera. È il fratello di Shiro. Da qualche settimana dorme in un letto d’ospedale in Turchia, a Gaziantep, in attesa che gli ricostruiscano il ginocchio, frantumato dalle schegge di un mortaio che l’ha colpito mentre con una digitale documentava gli scontri tra i suoi vecchi amici in armi e gli uomini del regime.


Alcuni studenti del gruppo al lavoro (Foto di Gabriele Del Grande)

Oggi per poco anche Raid non ci rimane. È uno dei fotografi del coordinamento, uno studente universitario di ventitré anni. Era uscito di casa stamattina con il sorriso degli avventurieri. È tornato a notte fonda, in barella, con un braccio e una gamba ingessati, e la carne tritata dalle schegge di una bomba. Ma in queste dinamiche di gruppo, il sangue fa onore. E come se niente fosse, Raid si sistema tra noi sul tappeto dove siamo seduti, e tra il groviglio di cavi dei caricatori e del modem satellitare afferra il suo computer con la mano buona. La signora del piano di sopra gli ha appena portato tè e zucchero. Lui posa la tazza in un angolo senza troppa attenzione e digita la password del suo account Facebook. È notte e, ferito o no, deve prima di tutto postare in rete il girato. Perché il mondo sappia anche oggi.
Facebook, Youtube, Twitter, Skype. Senza i social network sulla Siria non sapremmo niente. Perché è lì che ogni giorno gli attivisti siriani come Raid, Pesheng, Shiro, Bushkin e Wassim caricano immagini, video, e notizie in presa diretta. Soprattutto dalle zone più difficili da raggiungere per i corrispondenti stranieri. Il vero lavoro sul campo lo fanno loro. E le tv satellitari si limitano a mandare in onda i loro video amatoriali. Se abbiamo saputo delle manifestazioni, delle torture, dei bombardamenti aerei, degli Scud e delle armi chimiche, è prima di tutto merito loro. Di questi giovani, tendenzialmente universitari e figli della classe media siriana, che anziché prendere le armi come hanno fatto i loro coetanei dei quartieri popolari e delle campagne, hanno impugnato la telecamera. Dall’inizio della guerra ne sono morti almeno un centinaio sotto le bombe. Eppure Hazim non ha paura. E non è per la spavalderia dei suoi ventisei anni.
Lui dalla Siria era fuggito in Turchia per mettersi in salvo dopo il primo arresto ai tempi delle manifestazioni, come hanno fatto migliaia di altri militanti. A Istanbul aveva subito trovato lavoro come web designer. Pagato bene e con delle buone prospettive di crescita. Ma non ha resistito a lungo. “Ascoltavo sempre le notizie in tv. Massacri, morti, ingiustizia. Mi sentivo in colpa perché stavo bene. Finché un giorno mi sono chiesto se il mio sangue valesse di più del sangue dei miei fratelli e delle mie sorelle. Il giorno dopo sono partito per Aleppo”.
Nel quartiere di Bustan al Qasr, Hazim ha messo su l’ufficio di design e comunicazione Sumu Media. Progettano siti per i media center della città, girano servizi televisivi per i canali satellitari arabi, stanno disegnando un’animazione sulla guerra per il canale dei bambini di Al Jazeera e curano la grafica di Inchiostro, penna e fucile”, uno dei primi settimanali liberi di Aleppo. Hazim mi passa una copia della rivista fresca di stampa e ha un sorriso disegnato sul volto. “È la mia città, è la mia gente. Io voglio esserci. So che potrei morire anche oggi. Ma morirei felice, sapendo che ho dato il mio contributo alla rivoluzione. Perché è vero che abbiamo fatto molti errori: l’opposizione divisa, i saccheggi dell’esercito libero, gli eccessi degli islamisti… Tuttavia siamo nel giusto. E la storia ci darà ragione”.
Saranno anche nel giusto gli stanchi attivisti di Aleppo. Tuttavia sono soltanto le ceneri di quello straordinario e pacifico movimento di piazza che tra il 2011 e il 2012 portò in piazza milioni di siriani contro la dittatura. Migliaia di loro sono stati fucilati nelle manifestazioni. Migliaia sono morti sotto tortura nelle segrete del regime. Migliaia sono ancora in carcere. E migliaia sono fuggiti oltre confine: alcuni per mettersi in salvo, altri semplicemente perché non credono più nella rivoluzione.
Abu Jafar è uno di loro. L’ho conosciuto in un caffè letterario ad Afrin, una città curda nel nord della Siria. È un professore universitario sulla sessantina, laico, ex membro del partito comunista siriano. Prima che lo intervistassi mi ha chiesto notizie della strada per Aleppo. Le due figlie ventenni sono bloccate in un quartiere lealista. Ha paura che muoiano sotto le bombe dell’Esercito siriano libero. Ma ha ancora più paura che andandole a prendere, sulla via per Aleppo lo fermino le milizie di Al Qaeda e lo facciano fuori perché è curdo o perché non crede in dio. E gli bastano queste due paure per dire che la rivoluzione è finita. “Certo che all’inizio ero in piazza! La rivoluzione siriana è stata un movimento straordinario. Spontaneo, laico, trasversale, ricco di idee. Ma con la guerra è finito tutto. Oggi comandano le armi e non le buone intenzioni di quei pochi e bravi attivisti che ancora ci credono. Il nostro obiettivo era costruire una Siria libera e democratica. Ma per farlo, non basta abbattere il regime di Assad. Servono idee. E io credo che la guerra abbia ucciso anche quelle”.

*da Internazionale.it, 27 settembre 2013

Primavere inascoltate e lacerate

Michele Nardelli

Forse gli strateghi occidentali che in queste ore spingono per un intervento militare contro la Siria nemmeno lo sanno. O forse è proprio per questo. Damasco è considerata la città più antica del mondo. Non l’insediamento umano, ma il contesto urbano più antico, del quale si parla in antiche tavole risalenti al 2500 a.C.
Ci fu un tempo nel quale Damasco era il centro del mondo, nell’intrecciarsi attorno ai suoi meravigliosi giardini della cultura bizantina, araba, persiana e indiana. La lingua colta che vi si parlava era il greco e proprio in quella città nacque fra la fine del VII e l’inizio dell’VIII secolo il grande “movimento delle traduzioni” che portò – grazie alla trascrizione in arabo – alla conoscenza della filosofia di Aristotele e di Platone, della matematica di Euclide, Archimede e Tolomeo, dell’astronomia di Aristarco e dell’alchimia di Jābir ibn Hayyān altrimenti conosciuto come “Geber l’alchimnista”, considerato il padre della moderna medicina.

Michele Nardelli
Forse gli strateghi occidentali che in queste ore spingono per un intervento militare contro la Siria nemmeno lo sanno. O forse è proprio per questo. Damasco è considerata la città più antica del mondo. Non l’insediamento umano, ma il contesto urbano più antico, del quale si parla in antiche tavole risalenti al 2500 a.C.Ci fu un tempo nel quale Damasco era il centro del mondo, nell’intrecciarsi attorno ai suoi meravigliosi giardini della cultura bizantina, araba, persiana e indiana. La lingua colta che vi si parlava era il greco e proprio in quella città nacque fra la fine del VII e l’inizio dell’VIII secolo il grande “movimento delle traduzioni” che portò – grazie alla trascrizione in arabo – alla conoscenza della filosofia di Aristotele e di Platone, della matematica di Euclide, Archimede e Tolomeo, dell’astronomia di Aristarco e dell’alchimia di Jābir ibn Hayyān altrimenti conosciuto come “Geber l’alchimnista”, considerato il padre della moderna medicina.Conoscenze che attraverso il Mediterraneo arrivarono in Europa grazie all’immenso lavoro di traduzione dall’arabo al latino che avvenne nelle città dell’Andalusia prima del 1492 quando, con la cacciata degli ebrei e dei mussulmani da Sefarad (così gli ebrei chiamavano la Spagna), si pose fine ad una delle esperienze culturalmente più alte che la storia europea abbia mai conosciuto. Così gli europei entrarono in contatto con la filosofia greca, ma anche con la scienza, con la poesia e la canzone d’amore.
Ne dovrebbe venire, se non altro, attenzione e rispetto.
Nel 2003 la coalizione dei potenti decise di bombardare Baghdad, città fondata nel 762 dC proprio in seguito al declino di Damasco e che in pochi anni divenne essa stessa – con il suo milione di abitanti (un numero straordinario per l’epoca) – il cuore dell’epoca d’oro degli arabi e importante centro culturale per il mondo intero. Andarono così distrutte, insieme a tante vite, alcune delle più importanti testimonianze della storia dell’umanità. Il tempo poi ci confermò che non ne avrebbero beneficiato nemmeno la pace, la democrazia e i diritti umani. Ma intanto il 70% del patrimonio contenuto nel Museo archeologico e nella Biblioteca nazionale di Baghdad era andato irrimediabilmente perduto.
Qualche anno prima accadde la stessa cosa nel cuore dell’Europa quando andarono in fumo l’Istituto Orientale e la Biblioteca nazionale di Sarajevo, la Gerusalemme dei Balcani. Custodivano la testimonianza di come si era andata costruendo l’Europa, le sue radici culturali plurime che invece si volevano cancellare. Perché così sono le nuove guerre, bombardamenti sulle città e sulle popolazioni, distruzione dei luoghi della cultura, signori della guerra e mafie che fanno affari fra loro.
Un rituale che poi abbiamo conosciuto con la “guerra infinita” in Afghanistan, sottoposta a bombardamenti a tappeto per sconfiggere quei Talebani che ora improvvisamente sono diventati interlocutori, lasciando quel paese lacerato da quarant’anni di guerra nell’incertezza e nel rischio di una nuova guerra civile.
Due anni fa il rituale si è ripetuto in Libia. Anche in questo caso un pericoloso dittatore da abbattere con il quale si erano fatti affari fino al giorno prima. L’esito è sotto gli occhi di tutti: un paese nelle mani di bande di criminali che si spartiscono le immense risorse naturali e destabilizzano i paesi circostanti. Quel paese offshore che l’amico Berlusconi stava trattando proprio con Gheddafi.
Ed ora? Possibile che non si impari nulla dalla storia? Come non vedere che il rituale si sta riproponendo in Siria fin nei dettagli? Certo, abbiamo a che fare con una dittatura sempre più feroce che non conosce limiti nella repressione delle istanze di libertà. Come Saddam Hussein, anche Bashar al-Assad è il prodotto di regimi illiberali nei quali le istituzioni statuali sono state occupate da clan famigliari e da caste militari. Regimi contro i quali due anni fa la Tunisia di Mohamed Bouazizi (il ragazzo che si diede fuoco diventando il simbolo della rivolta giovanile) e diMoahmed Brahmi (attivista politico assassinato il 25 luglio scorso dai fondamentalisti religiosi e fratello dell’amico Saadi) si era sollevata dando vita a quel grande movimento conosciuto come “primavera araba”.
Un grande movimento nonviolento che chiedeva libertà, democrazia e dignità. Per mesi le strade della Tunisia, dell’Egitto, dello Yemen, della Siria e di altri paesi ancora più fragili come Libano e Palestina, si sono riempite di giovani, laici e religiosi insieme, per chiedere con la sola forza dei loro corpi un cambiamento che via via si è dimostrato effimero, tanto da riprodurre la vecchia contrapposizione fra la casta burocratico militare dei regimi e le organizzazioni islamiste che pure nella primavera avevano avuto un ruolo del tutto marginale, diffidando di quei giovani che chiedevano libertà.
Ora, di fronte alle armi chimiche e al terrorismo, si scaldano i motori degli eserciti occidentali. Ma durante la primavera c’era tutto il tempo per costruire relazioni, sostenere i processi di ricostruzione istituzionale e di formazione, mettere in campo forti pressioni economiche (anziché vendere armi) e cooperazione a sostegno dello sviluppo locale. A che serve altrimenti la politica? Che invece sembra conoscere solo il linguaggio dell’emergenza (e del proprio tornaconto).
Le primavere nonviolente hanno perso, fors’anche perché le abbiamo lasciate sole. L’intervento armato occidentale ora avrebbe l’unico effetto di rafforzare i militarismi e una dialettica schiacciata fra due fondamentalismi, quello nazionalista e quello jihadista.
Al contrario, con la scelta del parlamento britannico di non aderire alla coalizione interventista potrebbe aprirsi la possibilità per l’Europa di giocare un’altra partita, favorendo l’interlocuzione con quella vasta area culturale araba che delle parole “libertà, democrazia e dignità” aveva fatto il proprio simbolo. Favorendo quella rinascita araba di cui aveva parlato il leader della primavera di Beirut Samir Kassir, prima che un attentato terrorista lo uccidesse nel 2005. Sosteneva la necessità che gli arabi, eredi di una grande civiltà che guardava al futuro, si liberassero dalla propria infelicità per l’essere stati e il non essere più, abbandonando il miraggio di un passato ineguagliabile e guardando finalmente in faccia la loro vera storia. L’età dell’oro della civiltà araba era fatta di sincretismi. Che oggi si chiamano interdipendenze.
Non scontro di civiltà.

*Presidente del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani

Cartolina da St.Radegund /2

Franz Jägerstätter Italia

Si parte! Anche se qui si muore di caldo, abbiamo messo in valigia la giacca a vento e l’ombrello: lassù in Alta Austria, se piove la temperatura scende di botto! La pattuglia italiana non è numerosa (una ventina di persone) ma molto determinata e motivata. Abbiamo preparato con cura la trasferta, traducendo quasi tutto il materiale (la relazione del mattino, i testi delle celebrazioni, i canti).
Alcuni del gruppo (Emanuele con moglie e tre figli) sono partiti lunedì e arriveranno a St. Radegund in bicicletta. Ora stanno pedalando nella verde piana di Innsbruck. Noi seguiamo in auto: percorriamo l’autostrada del Brennero, attraversiamo un pezzo di Austria, transitiamo in Baviera (vicino al lago di Kiem) e torniamo in Austria, circa 40 km più a nord di Salisburgo.

Questa’anno ricorderemo non solo Franz Jägerstätter, di cui ricorre il 70° anniversario della morte, ma anche la moglie Franziska, che è vissuta fino a 100 anni ed è deceduta lo scorso 16 marzo.
E stata una bella storia d’amore, ma senza il lieto fine”. Così Franziska sintetizzava il suo matrimonio con Franz in un’intervista rilasciata nel 1994 ad una radio italiana. Lo diceva con un sorriso un po’ triste, ma che le faceva risplendere gli occhi. E forse la capacità di sorridere e la luce spesso allegra dei suoi occhi erano proprio le cose che colpivano di più in questa donna: a quasi 100 anni mostrava ancora la capacità di godersi le piccole cose della vita, un giro al mercato, un buon bicchiere di vino, la sua pianta di lillà fuori casa da cui stacca un fiore per regalarlo a chi andava a chiederle del marito.

Franz Jägerstätter Italia

Si parte! Anche se qui si muore di caldo, abbiamo messo in valigia la giacca a vento e l’ombrello: lassù in Alta Austria, se piove la temperatura scende di botto! La pattuglia italiana non è numerosa (una ventina di persone) ma molto determinata e motivata. Abbiamo preparato con cura la trasferta, traducendo quasi tutto il materiale (la relazione del mattino, i testi delle celebrazioni, i canti).
Alcuni del gruppo (Emanuele con moglie e tre figli) sono partiti lunedì e arriveranno a St. Radegund in bicicletta. Ora stanno pedalando nella verde piana di Innsbruck. Noi seguiamo in auto: percorriamo l’autostrada del Brennero, attraversiamo un pezzo di Austria, transitiamo in Baviera (vicino al lago di Kiem) e torniamo in Austria, circa 40 km più a nord di Salisburgo.

Questa’anno ricorderemo non solo Franz Jägerstätter, di cui ricorre il 70° anniversario della morte, ma anche la moglie Franziska, che è vissuta fino a 100 anni ed è deceduta lo scorso 16 marzo.
E stata una bella storia d’amore, ma senza il lieto fine”. Così Franziska sintetizzava il suo matrimonio con Franz in un’intervista rilasciata nel 1994 ad una radio italiana. Lo diceva con un sorriso un po’ triste, ma che le faceva risplendere gli occhi. E forse la capacità di sorridere e la luce spesso allegra dei suoi occhi erano proprio le cose che colpivano di più in questa donna: a quasi 100 anni mostrava ancora la capacità di godersi le piccole cose della vita, un giro al mercato, un buon bicchiere di vino, la sua pianta di lillà fuori casa da cui stacca un fiore per regalarlo a chi andava a chiederle del marito.

Vedendola così non si faticava ad immaginare la ragazza che aveva fatto innamorare Franz, tanto da fargli “mettere la testa a posto”: le fotografie che abbiamo della giovane Franziska ci mostrano in effetti una bella donna dallo sguardo vivace ed allegro. Quando si separano per la prima volta, nel 1940, Franziska aveva 27 anni e Franz 33. Nelle lettere tra i due coniugi l’amore che li unisce non è sbandierato ed esposto, certamente anche per una forma di pudore legato ad un’educazione abbastanza rigida in questo senso. Ma lo si legge chiaramente tra le righe, nei “bacini” che lei gli manda, nelle piccole battute ed allusioni che rimandano ad un vissuto solo loro, nel testo della canzone molto in voga a quei tempi e che probabilmente avranno ballato insieme: sono due giovani innamorati che si trovano separati e che vorrebbero stare insieme.

Di ben diverso tenore ― e non potrebbe essere diversamente ― le lettere del periodo della carcerazione di Franz. Entrambi i coniugi cercano di risparmiare all’altro gli aspetti più penosi della loro situazione. Franziska continua a riferire della fattoria e delle figlie, ma si nota come la sua preoccupazione maggiore sia quella di sostenere il marito in un contesto in cui solo lei, ormai, gli è accanto. Mai cede alla tentazione di un ricatto emotivo, mai mette il suo amore in opposizione alla scelta del marito. Solo si preoccupa che lui sia sereno, sia forte, gli invia parole di consolazione e di condivisione che, crediamo, le saranno costate non poca fatica. Franz dal canto suo continua a giustificare la sua scelta, la motiva dettagliatamente, conta nel sostegno di Dio per sé e per la sua famiglia. Al tempo stesso risparmia ai suoi cari il più a lungo possibile la notizia temuta: non fa cenno al processo in cui è stato condannato a morte se non nella lettera d’addio, scritta il giorno stesso della morte. L’amore di Franz e Franziska non è più quello spensierato dei giochi e della vita di famiglia, ma diventa un legame che sostiene entrambi in una scelta di grande solitudine, di estremo coraggio e di infinito amore.
È questo che fa di loro due splendide persone, un uomo ed una donna realizzati, due veri eroi del nostro tempo.

Cartolina da St.Radegund /1

Franz Jägerstätter Italia

Nel 2013 cade il 70° anniversario del sacrifico di Franz Jägerstätter, che fu ghigliottinato il 9 agosto 1943. La ricorrenza assume una particolare rilevanza perché sarà la prima che festeggeremo in assenza di Franziska, che il 16 marzo scorso ha raggiunto in Cielo il suo amato marito. Fare memoria di queste persone non vuol dire solo onorarne la memoria ma soprattutto riconoscerne il coraggio, la forza, la grandezza d’animo.
A noi, dopo oltre mezzo secolo, resta l’eredità di valori vissuti al prezzo della vita e l’impegno a mantenere saldo il primato della coscienza di fronte alle subdole dittature di oggi, che appaiono sotto le forme più sgargianti ma ugualmente false, opprimenti, violente, antidemocratiche, irrispettose dell’uomo e della sua dignità.

Mancano pochi giorni alla partenza per St.Radegund. Ci recheremo in Austria Superiore, qualche km sopra Salisbugo, per onorare la memoria di Franz Jägerstätter, obiettore di coscienza al nazismo, decapitato a Berlino il 9 agosto 1943. Sono passati esattamente 70 anni da quell’agosto di guerra, quando la capitale del Reich nazista era sotto i bombardamenti degli aerei alleati. Il Tribunale supremo di guerra aveva voluto giudicare quel contadino austriaco, sottraendolo al giudizio dei suoi compatrioti e lo aveva condannato a morte per decapitazione.

Franz Jägerstätter Italia

Nel 2013 cade il 70° anniversario del sacrifico di Franz Jägerstätter, che fu ghigliottinato il 9 agosto 1943. La ricorrenza assume una particolare rilevanza perché sarà la prima che festeggeremo in assenza di Franziska, che il 16 marzo scorso ha raggiunto in Cielo il suo amato marito. Fare memoria di queste persone non vuol dire solo onorarne la memoria ma soprattutto riconoscerne il coraggio, la forza, la grandezza d’animo.
A noi, dopo oltre mezzo secolo, resta l’eredità di valori vissuti al prezzo della vita e l’impegno a mantenere saldo il primato della coscienza di fronte alle subdole dittature di oggi, che appaiono sotto le forme più sgargianti ma ugualmente false, opprimenti, violente, antidemocratiche, irrispettose dell’uomo e della sua dignità. 

Mancano pochi giorni alla partenza per St. Radegund. Ci recheremo in Austria Superiore, qualche km sopra Salisbugo, per onorare la memoria di Franz Jägerstätter, obiettore di coscienza al nazismo, decapitato a Berlino il 9 agosto 1943. Sono passati esattamente 70 anni da quell’agosto di guerra, quando la capitale del Reich nazista era sotto i bombardamenti degli aerei alleati. Il Tribunale supremo di guerra aveva voluto giudicare quel contadino austriaco, sottraendolo al giudizio dei suoi compatrioti e lo aveva condannato a morte per decapitazione.

Il suo crimine? Semplicemente aver rifiutato l’arruolamento nell’esercito tedesco a motivo dell’inconciliabilità tra la sua fede cattolica e l’ideologia nazista. Ma ancor più egli è convinto dell’importanza fondamentale della responsabilità individuale. “Molti ora si chiederanno se agirò come ho scritto e se dovrebbe essere così anche per ogni buon cattolico: che cosa bisogna pensare dei nostri figli, fratelli o mariti che combattono al fronte o forse sono caduti in battaglia? Questo giudizio dovremmo lasciarlo a Dio, noi non abbiamo né il diritto di condannare né quello di assolvere. Non sappiamo se il singolo si è impegnato di sua spontanea volontà o se è stato costretto. Io non sono del parere dei molti che ritengono che il singolo soldato non è responsabile di tutto ciò che succede e addossano la responsabilità ad uno solo, a Hitler. Indubbiamente molti di quelli che sono ancora a casa con la coscienza tranquilla hanno responsabilità magari maggiori di un soldato che uccide centinaia di uomini perché lo ritiene suo dovere. La maggior parte di questi soldati combatte in battaglia perché questo è un comando dello stato e chi non ubbidisce a questo comando è condannato a morte certa. Speriamo che non siano in molti a combattere con l’idea di annientare altri uomini e altri popoli o di renderli schiavi per poterli dominare”. È quest’uomo grande, coraggioso, completo che andiamo ad onorare.

Sarà una ricorrenza un po’ più triste perché per la prima volta non ci sarà Franziska, la sua sposa. È morta anche lei, a 100 anni passati, il 16 marzo scorso. Gli ha voluto bene e non ne ha mai abbandonato la memoria. È vissuta per lui e lo ha raggiunto nella gioia.

[continua…]