Il custode del Santo Sepolcro

– di Martina Camatta –

 

Il custode del Santo Sepolcro

La Chiesa del Santo Sepolcro è il luogo più importante della cristianità. Per mantenere la pace fra le varie confessioni cristiane (cattolici, ortodossi, armeni, copti e siriaci) che lungo la storia si sono contese il luogo della sepoltura di Gesù, fin dal 1192 la chiave del Santo Sepolcro venne affidata alla famiglia musulmana Nuseibeh che ancora oggi, grazie alla regola dello “Status quo”, ne cura la custodia. Una storia di grande valore storico culturale ed un esempio di terzietà nell’elaborazione del conflitto. Venerdì 12 e sabato 13 novembre sarà a Trento Wajeeh Nusseibeh, custode del Santo Sepolcro di Gerusalemme, protagonista di due incontri sul tema del dialogo interreligioso.

– di Martina Camatta –

Il custode del Santo Sepolcro

La Chiesa del Santo Sepolcro è il luogo più importante della cristianità. Per mantenere la pace fra le varie confessioni cristiane (cattolici, ortodossi, armeni, copti e siriaci) che lungo la storia si sono contese il luogo della sepoltura di Gesù, fin dal 1192 la chiave del Santo Sepolcro venne affidata alla famiglia musulmana Nuseibeh che ancora oggi, grazie alla regola dello “Status quo”, ne cura la custodia. Una storia di grande valore storico culturale ed un esempio di terzietà nell’elaborazione del conflitto. Venerdì 12 e sabato 13 novembre sarà a Trento Wajeeh Nusseibeh, custode del Santo Sepolcro di Gerusalemme, protagonista di due incontri sul tema del dialogo interreligioso.

Lo “Status quo”, una regola per il dialogo

Incontro con Wajeeh Nuseibeh Custode del Santo Sepolcro in dialogo con il professor Silvano Bert e Padre Francesco Patton, Provinciale dei Francescani del Trentino

Venerdì 12 novembre 2010, ore 17.30

Trento, Biblioteca di San Bernardino, via Venezia 10

(posti limitati, è gradita la prenotazione allo 0461 213176)

Nel cuore della storia

Incontro con Wajeeh Nuseibeh Custode del Santo Sepolcro in dialogo con il teologo Paul Renner, Padre Giorgio Butterini e Aboulkheir Breigheche Presidente della Comunita’ Islamica del Trentino A/A.

Accompagnamento musicale del Trio Turchese: Corrado Bungaro, viola d’amore a chiavi, Helmi M’Hadhbi, oud, John Salins, tablas.

Alla fine del dibattito seguirà visita guidata gentilmente offerta dalla Sopraintendenza dei Beni Librari ed Archeologici con la dott.ssa Luisa Moser.

Sabato 13 novembre, ore 17.00

Trento, sito archeologico di Piazza Battisti

(ingresso libero)

L’alba di ogni mattina vede entrare nel cortile del Santo Sepolcro Wajeeh Nusseibeh, un uomo di piccola statura con i baffetti grigi che tiene in mano un mazzo di chiavi. Infila la chiave in una serratura lunga 15 centimetri, apre la porta della chiesa cristiana di Gerusalemme e ritorna a chiuderla alle 7 di sera. Rituale che si ripete due volte al giorno dal 1192 quando il Saladino assegnò la custodia delle chiavi del Santo Sepolcro alla famiglia musulmana Nusseibeh, i cui discendenti da molti secoli con orgoglio e onore si tramandano la custodia della chiave dell’unica porta d’ingresso, sulla quale nessuna chiesa ha diritto. Nel 1852 per porre fine alle controversie tra la Chiesa ortodossa greca e la Chiesa apostolica romana venne emanato un decreto passato alla storia come Statu quo. Esso sancisce e regola la gestione della Chiesa del Santo Seplcro da parte delle comunità cristiane dando precise indicazioni riguardo agli spazi, agli orari e ai tempi delle funzioni e a tutto ciò che concerne il coordinamento del luogo santo.

Magnifico esempio del principio di terzietà nell’unica città santa per due delle tre principali religioni monoteistiche, luogo in cui preti greco-ortodossi, copti, cattolici, armeni ogni giorno possono praticare la propria fede all’insegna della pluralità religiosa e della ricerca della verità all’interno della Chiesa del Santo Sepolcro, le cui chiavi vengono custodite rispettosamente dal musulmano Wajeeh Nusseibeh.

In ricordo di Panikkar

– L.Z. –

 
In ricordo di Panikkar

Era il 2004 quando per caso andai ad ascoltare un filosofo la cui biografia mi aveva incuriosito e che era a Trento per un convegno: padre indiano induista e madre cattolica catalana, laureato in chimica, filosofia e teologia, parlava perfettamente spagnolo, hindù, italiano, inglese, francese, tibetano, tedesco, sanscrito, greco antico e latino, sacerdote cattolico che apre il suo sito con una frase spiazzante: “sono partito cristiano, mi sono scoperto hindù e ritorno buddhista, senza cessare per questo di essere cristiano”. Ascoltando le riflessioni di Raimon Panikkar sul legame tra vita e morte, tra cielo e terra, tra corpo e anima – le questioni essenziali del nostro essere uomini – si percepiva fisicamente un’aura di serenità e saggezza antica.

– L.Z. –

 
In ricordo di Panikkar

Era il 2004 quando per caso andai ad ascoltare un filosofo la cui biografia mi aveva incuriosito e che era a Trento per un convegno: padre indiano induista e madre cattolica catalana, laureato in chimica, filosofia e teologia, parlava perfettamente spagnolo, hindù, italiano, inglese, francese, tibetano, tedesco, sanscrito, greco antico e latino, sacerdote cattolico che apre il suo sito con una frase spiazzante: “sono partito cristiano, mi sono scoperto hindù e ritorno buddhista, senza cessare per questo di essere cristiano”. Ascoltando le riflessioni di Raimon Panikkar sul legame tra vita e morte, tra cielo e terra, tra corpo e anima – le questioni essenziali del nostro essere uomini – si percepiva fisicamente un’aura di serenità e saggezza antica.

La sua morte mi ha rattristato, perché il mondo perde uno dei suoi grandi pensatori. Ma come spesso accade, può essere anche un’occasione per approfondire le sue riflessioni e seguire la via che ci ha indicato, quella della relazionalità.

Panikkar può essere definito come un filosofo del dialogo, che riprende una tradizione che va da Buber a Levinas, ma con orizzonti sconfinati.

La relazione, l’interconnessione originaria dell’uomo con il mondo e il divino, ci consente di superare la dicotomia tra soggetto e oggetto che uccide la verità. L’uomo è simbolo di tutto il reale, e soltanto attraverso il dialogo con l’altro uomo si può giungere ad una verità che non può mai essere ridotta ad oggetto e che necessita di una continua ricerca.

Sarebbe impossibile riassumere un pensiero fecondo come quello di Panikkar in poche righe, ma la direzione che credo abbia voluto indicarci consiste in definitiva nell’invito ad ognuno di noi a sentire la responsabilità che comporta la libertà di cui godiamo. L’idea (agostiniana) che l’eternità non viene dopo il tempo, la consapevolezza dell’unicità di ogni uomo e di ogni momento, comporta che nessuno può avere la garanzia che alla fine ci sarà un happy end; nessuno può assicurarci che alla fine il mondo e l’umanità non finiranno. Allora il destino della realtà è nelle nostre mani, la nostra partecipazione al dinamismo della realtà fa parte della nostra vocazione umana, e la nostra responsabilità in quanto uomini consiste nella ricerca di una vita autentica insieme agli altri uomini qui ed ora.