Da Gaza a Baghdad via Damasco: cosa succede in Medio Oriente?

– Incontro pubblico –

Il Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani e l’Associazione Pace per Gerusalemme onlus presentano:

Da Gaza a Baghdad via Damasco: cosa succede in Medio Oriente?

Giovedi 31 Luglio, ore 17.30 presso il Centro per la Formazione alla Solidarietà Internazionale
vicolo san Marco 1, Trento

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L’appuntamento è un’occasione per andare oltre la cronaca, per approfondire quanto sta accadendo, per cercare possibili strade verso trasformazioni positive.
Uno spazio aperto ad ogni contributo, superando stereotipi o pregiudizi alla ricerca di una nuova consapevolezza su queste realtà.

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Intervengono

Ugo Morelli, Adel Jabbar, Safa Dhaher, Michele Nardelli, Albukheir Breigheche e tutti coloro che vogliono portare il proprio contributo.

Modera Raffaele Crocco

– Incontro pubblico –

Il Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani e l’Associazione Pace per Gerusalemme onlus presentano:

Da Gaza a Baghdad via Damasco: cosa succede in Medio Oriente?


Gaza, Bagdhad, Mossul, Damasco, Homs, ma anche Tripoli e Bengasi: sono alcune delle città in cui solo le bombe, la violenza, la morte parlano. Città accomunate da una vicinanza geografica e da sanguinosi conflitti in corso, seppure con ragioni, cause, responsabilità diverse.
Quelle stesse città e regioni ci danno però anche qualche ragione per sperare in un futuro diverso.

L’appuntamento è un’occasione per andare oltre la cronaca, per approfondire quanto sta accadendo, per cercare possibili strade verso trasformazioni positive.
Uno spazio aperto ad ogni contributo, superando stereotipi o pregiudizi alla ricerca di una nuova consapevolezza su queste realtà.

Intervengono

Ugo Morelli, Adel Jabbar, Safa Dhaher, Michele Nardelli, Albukheir Breigheche e tutti coloro che vogliono portare il proprio contributo.

Modera Raffaele Crocco

Sarà inoltre proiettato un intervento video di Andrea Bernardi, corrispondente dalla Striscia di Gaza per Unimondo
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Giovedi 31 Luglio, ore 17.30

presso il Centro per la Formazione alla Solidarietà Internazionale

vicolo san Marco 1, Trento

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Per informazioni

Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani

giorgia.forumpace@gmail.com

tommaso.forumpace@gmail.com

Tel. 0461213173

L’appello dei riservisti israeliani

Siamo stati soldati all’interno dell’esercito israeliano e abbiamo servito in una grande varietà di unità e posizioni, cosa di cui adesso ci pentiamo. Durante il nostro servizio, infatti, abbiamo scoperto che non sono solamente le truppe che operano nei territori occupati a perpetrare il meccanismo che controlla le vite dei palestinesi, in verità è l’intero esercito a essere coinvolto. È per questo che ci rifiutiamo ora di partecipare come riservisti al conflitto e sosteniamo tutti coloro che rifiutano di servire in questa istituzione.

L’esercito israeliano è una parte fondamentale della vita di ogni israeliano ed è anche la potenza che domina sui palestinesi che vivono nei territori che sono stati occupati nel 1967. Da quando l’esercito esiste nella sua forma attuale, il suo linguaggio e la sua mentalità ci controllano: il bene e il male sono individuati attraverso le sue categorie, ed è questa istituzione l’autorità che decide chi vale più e chi meno all’interno della società; chi è più responsabile per l’occupazione, chi è autorizzato a esprimere la propria opposizione alle forze armate e chi non lo è e in che modo sono autorizzati a farlo. L’esercito ha un ruolo centrale in ogni azione, piano o proposta che venga discussa a livello nazionale, e questo spiega perché non ci sia alcuna vera proposta per risolvere in maniera non militare il conflitto nel quale Israele e i suoi vicini sono rimasti incastrati.

*Traduzione a cura di Bianca Tosi. L’appello originale è stato pubblicato in ebraico sul sito e in inglese in un articolo di Yael Even Or pubblicato sul Washington Post.

Siamo stati soldati all’interno dell’esercito israeliano e abbiamo servito in una grande varietà di unità e posizioni, cosa di cui adesso ci pentiamo. Durante il nostro servizio, infatti, abbiamo scoperto che non sono solamente le truppe che operano nei territori occupati a perpetrare il meccanismo che controlla le vite dei palestinesi, in verità è l’intero esercito a essere coinvolto. È per questo che ci rifiutiamo ora di partecipare come riservisti al conflitto e sosteniamo tutti coloro che rifiutano di servire in questa istituzione.

L’esercito israeliano è una parte fondamentale della vita di ogni israeliano ed è anche la potenza che domina sui palestinesi che vivono nei territori che sono stati occupati nel 1967. Da quando l’esercito esiste nella sua forma attuale, il suo linguaggio e la sua mentalità ci controllano: il bene e il male sono individuati attraverso le sue categorie, ed è questa istituzione l’autorità che decide chi vale più e chi meno all’interno della società; chi è più responsabile per l’occupazione, chi è autorizzato a esprimere la propria opposizione alle forze armate e chi non lo è e in che modo sono autorizzati a farlo. L’esercito ha un ruolo centrale in ogni azione, piano o proposta che venga discussa a livello nazionale, e questo spiega perché non ci sia alcuna vera proposta per risolvere in maniera non militare il conflitto nel quale Israele e i suoi vicini sono rimasti incastrati.

Ai palestinesi che risiedono in Cisgiordania e sulla striscia di Gaza vengono negati i diritti civili e i diritti umani. Sono soggetti a un sistema legislativo diverso da quello dei loro vicini ebrei. La responsabilità di queste condizioni non è esclusivamente dei soldati che operano in quel territorio e non sono solo quelle le truppe che dovrebbero opporsi. Molti di noi hanno operato in ruoli logistici e burocratici di supporto, ed è lì che abbiamo scoperto che è l’intero esercito a perpetrare l’oppressione dei palestinesi.
Molti soldati che esercitano il proprio ruolo lontano dai combattimenti non vogliono rifiutarsi di servire nell’esercito perché credono che le loro azioni, spesso banali e di routine, non abbiano a che fare con i risultati violenti che hanno luogo altrove. Le azioni che non sono banali, come per esempio le decisioni che riguardano la vita e la morte dei palestinesi, vengono prese in uffici lontani dalla Cisgiordania, sono secretati, ed è quindi difficile dibatterne pubblicamente. Sfortunatamente non abbiamo sempre rifiutato di adempire ai compiti che ci venivano assegnati, e in questo modo anche noi abbiamo contribuito alle azioni violente dell’esercito.

Mentre prestavamo servizio nell’esercito abbiamo assistito (e preso parte) ai comportamenti discriminatori che vi hanno luogo: la discriminazione strutturale verso le donne, che ha inizio con la selezione iniziale e l’assegnazione dei ruoli; le molestie sessuali, per alcuni di noi una realtà quotidiana; i centri d’accoglienza per gli immigrati che fanno affidamento su un’assistenza militare uniformata. Alcuni di noi hanno visto direttamente come la burocrazia indirizzi gli studenti di materie tecniche verso ruoli tecnici senza dar loro l’opportunità di occupare posizioni diverse. Inoltre, mentre l’esercito sostiene di integrare e mescolare le diverse etnie, durante i corsi di addestramento venivamo messi assieme a chi parlava come noi e ci assomigliava.

L’esercito si dipinge come un istituzione che rende possibile la mobilità sociale, un trampolino di lancio nella società israeliana, ma in realtà porta avanti la segregazione. Crediamo non sia casuale che coloro che provengono da famiglie con un reddito medio-alto si aggiudichino posizioni in unità d’élite di intelligence e da lì spesso arrivino a lavorare in aziende che si occupano di tecnologia e che offrono stipendi molto alti. Crediamo non sia casuale che i soldati appartenenti a unità che si occupano della manutenzione delle armi da fuoco o di rifornimento e approvvigionamento, quando lasciano l’esercito, spinti spesso dal bisogno di mantenere la propria famiglia, vengano chiamati disertori. L’esercito osanna la figura del “bravo israeliano”, che in realtà ottiene il suo potere soggiogando gli altri. Il ruolo centrale dell’esercito nella società israeliana e questa immagine ideale che va a creare contribuiscono insieme a cancellare le culture e le battaglie di mizrahi, etiopi, palestinesi, russi, drusi, ultra-ortodossi, beduini e delle donne.

Abbiamo tutti partecipato in qualche modo a questa ideologia e al gioco del “bravo israeliano”, che fedelmente serve l’esercito. Nella maggior parte dei casi, aver fatto parte dell’esercito ci ha effettivamente permesso di avanzare le nostre posizioni nelle università e sul mercato del lavoro. Abbiamo ottenuto contatti importanti e goduto del caldo abbraccio del consenso degli israeliani. Ma per le ragioni finora elencate, il costo è stato troppo alto. Non ne è valsa la pena.
Per legge alcuni di noi sono ancora registrati come riservisti (altri sono riusciti ad ottenere un esonero o gli è stato concesso in seguito al congedo): l’esercito conosce i nostri nomi e le nostre generalità e ha il diritto legale di ordinarci di tornare a “servire”. Ma noi non parteciperemo in nessun modo.
Sono molte le ragioni per le quali ci si rifiuta di servire nell’esercito israeliano. Anche noi proveniamo da ambienti diversi e abbiamo motivazioni differenti per scrivere questa lettera. Tuttavia sosteniamo in ogni caso chi si oppone alla coscrizione: gli studenti delle superiori che hanno scritto una lettera di rifiuto della leva, gli ultra-ortodossi che protestano contro la nuova legge di coscrizione, i drusi che si sono rifiutati di prendere parte all’esercito, e tutti quelli cui la propria coscienza, situazione personale o situazione finanziaria impedisce di servire nelle forze armate. Queste persone sono obbligate a pagare dietro la facciata di un dibattito sull’uguaglianza. Ne abbiamo abbastanza.

*Traduzione a cura di Bianca Tosi. L’appello originale è stato pubblicato in ebraico sul sito e in inglese in un articolo di Yael Even Or pubblicato sul Washington Post.

 Queste le firme che accompagnano l’appello:
Yael Even Or
Efrat Even Tzur
Tal Aberman
Klil Agassi
Ofri Ilany
Eran Efrati
Dalit Baum
Roi Basha
Liat Bolzman
Lior Ben-Eliahu
Peleg Bar-Sapir
Moran Barir
Yotam Gidron
Maya Guttman
Gal Gvili
Namer Golan
Nirith Ben Horin
Uri Gordon
Yonatan N. Gez
Bosmat Gal
Or Glicklich
Erez Garnai
Diana Dolev
Sharon Dolev
Ariel Handel
Shira Hertzanu
Erez Wohl
Imri Havivi
Gal Chen
Shir Cohen
Gal Katz
Menachem Livne
Amir Livne Bar-on
Gilad Liberman
Dafna Lichtman
Yael Meiry
Amit Meyer
Maya Michaeli
Orian Michaeli
Shira Makin
Chen Misgav
Naama Nagar
Inbal Sinai
Kela Sappir
Shachaf Polakow
Avner Fitterman
Tom Pessah
Nadav Frankovitz
Tamar Kedem
Amnon Keren
Eyal Rozenberg
Guy Ron-Gilboa
Noa Shauer
Avi Shavit
Jen Shuka
Chen Tamir

Sarajevo, il caso e la necessità

– Bernard Guetta –

Articolo pubblicato il 27 giugno 2014 da Internazionale
(Traduzione di Andrea Sparacino)

Foto: Tommaso Vaccari

– Bernard Guetta –

È una città piena di terrazze, tecnologia, giovani per strada, campanili cattolici, cupole musulmane e cipolle ortodosse. È una città dove si mescolano i secoli, le religioni e gli imperi defunti, e il cui boom economico dura da 15 anni. Eppure, prima ancora di essere una città, Sarajevo è un manuale di storia europea da leggere e rileggere.

Sabato ricorrerà il centenario dell’assassinio dell’arciduca d’Austria a Sarajevo, l’evento che avrebbe trascinato il vecchio mondo nella Prima guerra mondiale, una mostruosa mattanza in cui l’Europa ha creduto per l’ennesima volta di poter ristabilire gli equilibri tra le potenze rivali e che invece ha finito per distruggere l’ordine costituito.

Un secolo dopo, mentre si prepara a commemorare l’assassinio di Sarajevo, l’Europa è spinta dal caso e dalla necessità a fare un passo avanti verso l’unità modificando le politiche dell’Unione e democratizzando il suo funzionamento. A Bruxelles è arrivato il tempo del cambiamento, e intanto i proiettori della storia illuminano Sarajevo e ci ricordano fino a che punto il nostro continente è fragile e segnato da antichi rancori che potrebbero riesplodere in qualsiasi momento.

Dalla Grande guerra sono scaturite la rivoluzione russa, la prima affermazione degli Stati Uniti come potenza emergente sulla scena mondiale, la fine dell’impero ottomano e di quello austro-ungarico, l’espansione degli imperi coloniali francese e britannico e la nascita delle frontiere attuali del Medio Oriente, le stesse che oggi sono minacciate dall’azione dei jihadisti in Iraq e Siria.

Il mondo in cui viviamo non sarebbe lo stesso senza l’assassinio di Sarajevo, la cui conseguenza più tragica è stato l’incubo nazista, che non sarebbe mai esistito se i vincitori del 1918 non avessero imposto alla Germania una punizione inaccettabile e umiliante. In un certo senso l’ascesa di Hitler affonda le sue radici a Sarajevo.

Oggi la città bosniaca mostra i segni di un conflitto più recente e di un assedio criminale portato dai paramilitari serbi tra il 1992 e il 1996 e costato la vita a 10.000 persone. Quella nell’ex Jugoslavia è stata una di quelle guerre di spartizione un tempo così comuni, e ha minacciato la riconciliazione franco-tedesca al punto tale da convincere Helmut Kohl e François Mitterrand a cementare l’unità europea creando la moneta unica. Senza Sarajevo probabilmente non ci sarebbe l’euro.

In questi giorni non possiamo pensare a questa città rinata senza ricordarci che prima di crollare la Jugoslavia aveva dimenticato la guerra, come l’abbiamo dimenticata noi oggi. Eppure, senza che ce ne accorgiamo, una guerra è in corso ed è vicina, così vicina che ci conviene sperare che la nuova svolta di Bruxelles sia prontamente confermata, approfondita e assimilata.

Articolo pubblicato il 27 giugno 2014 da Internazionale
(Traduzione di Andrea Sparacino)

Foto: Tommaso Vaccari

Lo tsunami iracheno

– Bernard Guetta –

L’Iraq è davanti a un bivio. Il paese potrebbe sprofondare da un momento all’altro in una guerra civile tra la minoranza sunnita e la maggioranza sciita, a meno che i due schieramenti non scelgano la via della prudenza. In questo caso gli sciiti eviterebbero di attaccare la roccaforte sunnita creatasi nel nord del paese sotto l’egida dei fanatici dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante, e a loro volta i sunniti rinuncerebbero a marciare su Baghdad, dove gli sciiti rappresentano la stragrande maggioranza della popolazione.

In questo caso assisteremmo alla partizione di fatto del paese, da cui i curdi, terza comunità irachena, si sono già separati dopo la prima guerra del Golfo nel 1990.

Articolo pubblicato il 19 giugno 2014 da Internazionale
(Traduzione di Andrea Sparacino)

Foto Reuters / Contrasto

– Bernard Guetta –

L’Iraq è davanti a un bivio. Il paese potrebbe sprofondare da un momento all’altro in una guerra civile tra la minoranza sunnita e la maggioranza sciita, a meno che i due schieramenti non scelgano la via della prudenza. In questo caso gli sciiti eviterebbero di attaccare la roccaforte sunnita creatasi nel nord del paese sotto l’egida dei fanatici dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante, e a loro volta i sunniti rinuncerebbero a marciare su Baghdad, dove gli sciiti rappresentano la stragrande maggioranza della popolazione.

In questo caso assisteremmo alla partizione di fatto del paese, da cui i curdi, terza comunità irachena, si sono già separati dopo la prima guerra del Golfo nel 1990. Nell’altro il Medio Oriente sprofonderebbe ulteriormente in un conflitto regionale, in una guerra di religione tra i due rami dell’islam che infiammerebbe lo scontro di potere che fin dalla rivoluzione del 1979 oppone i capofila dell’islam sciita e sunnita, l’Iran e Arabia Saudita.

Al momento lo scenario di una divisione appare più probabile, ma la possibilità di un’escalation dello scontro è perfettamente plausibile. In ogni caso la vicenda finirà inevitabilmente per alterare la situazione in Medio Oriente e nel resto del globo.

Innanzitutto il prezzo del petrolio potrebbe presto ricominciare ad aumentare, provocando ingenti perdite economiche in Europa e nei paesi emergenti. Per il momento la situazione è stabile, anche perché il 90 per cento del greggio iracheno destinato alle esportazioni proviene dalle regioni meridionali controllate dagli sciiti e risparmiate dai combattimenti. Tuttavia gli investimenti necessari alla modernizzazione dei pozzi subiranno un rallentamento, che a sua volta influenzerà l’offerta internazionale di petrolio. Se teniamo contro anche delle inquietudini riguardo il futuro del paese, è evidente che il prezzo del petrolio è destinato a salire.

In secondo luogo è probabile che l’Iraq diventi presto un paese di profughi come la Siria e la Libia. Il numero dei rifugiati che tentano di raggiungere le coste europee aumenterà, aggravando il problema dell’immigrazione clandestina che già oggi influenza pesantemente i paesi dell’Unione europea.

Infine tutte le alleanze e i rapporti di forza regionali verranno rimessi in discussione. Pur dovendo affrontare grandi ostacoli, Iran e Stati Uniti saranno tentati di riavvicinarsi o quantomeno di combattere insieme un nemico comune, i jihadisti sunniti dello Stato islamico. Il riavvicinamento non è ancora cominciato che già cresce la tensione tra Washington e i paesi sunniti, Arabia Saudita in testa. Il regime siriano, alauita-sciita, potrebbe temere una riduzione degli aiuti che arrivano dagli alleati sciiti iraniani, iracheni e libanesi, sempre più coinvolti nella crisi in corso in Iraq. I palestinesi si ritroveranno più isolati che mai perché non possono contare su alcun sostegno dai paesi vicini, mentre la destra al potere in Israele non intende fare la minima concessione in un momento che è difficile immaginare un accordo di pace con il mondo arabo nel caos. Per l’Europa la crisi irachena non è lontana ma alle porte, da tutti i punti di vista.

Articolo pubblicato il 19 giugno 2014 da Internazionale
(Traduzione di Andrea Sparacino)

Foto Reuters / Contrasto

Il gesto, il Muro, lo scandalo

– di Paola Caridi –

Spero abbiate letto il programma ufficiale del viaggio di Papa Francesco. Il gesto di ieri, la sosta di fronte al Muro di Separazione, sul lato palestinese, nella Betlemme della Natività, risulta di gran lunga più chiaro dopo aver scorso l’agenda ufficiale e i suoi tanti dettagli. Dettagli su cui si può ragionare da domani, a visita conclusa, soprattutto dopo la tappa di Gerusalemme.

L’immagine del Papa di fronte a un Muro colmo di sofferenza pretende, comunque, una sosta. Una riflessione.

Articolo tratto dal blog Invisible Arabs

– di Paola Caridi –

Spero abbiate letto il programma ufficiale del viaggio di Papa Francesco. Il gesto di ieri, la sosta di fronte al Muro di Separazione, sul lato palestinese, nella Betlemme della Natività, risulta di gran lunga più chiaro dopo aver scorso l’agenda ufficiale e i suoi tanti dettagli. Dettagli su cui si può ragionare da domani, a visita conclusa, soprattutto dopo la tappa di Gerusalemme.

L’immagine del Papa di fronte a un Muro colmo di sofferenza pretende, comunque, una sosta. Una riflessione. Il Papa non ha detto nulla. Ha compiuto un gesto, quello di rendere visibile il Muro. Anzi, per dirla meglio, di imporre il Muro all’attenzione di una stampa molto spesso distratta o superficiale, oppure ignorante. O peggio.Invisible Arabs