Abolire il carcere. Perché nessuno (nemmeno Berlusconi) deve andare in galera

di Arianna Bazzanella


Lo scorso 14 giugno al Trentino Book Festival il senatore Luigi Manconi e Valentina Calderone hanno presentato Abolire il carcere. Una ragionevole proposta per la sicurezza dei cittadini un libro scritto a otto mani con Stefano Anastasia e Federica Resta e edito da Chiarelettere. Un incontro molto partecipato che ha trattenuto i presenti per quasi due ore a parlare in modo anticonvenzionale di carcere e detenuti; di diritti e sicurezza; di punizione, rieducazione, vendetta. Proponiamo qualche appunto raccolto durante l’incontro, rimandando per approfondimenti al testo e a quelli che lo hanno preceduto.

Quasi il 70% di coloro che escono dal carcere dopo un periodo di detenzione, delinque ancora ma questa percentuale si abbassa al 20% nel caso di soggetti che hanno potuto usufruire di misure alternative; negli ultimi quindici anni nelle carceri italiane sono morte 2.368 persone; nel 1991 sono stati commessi in Italia 1.663 omicidi volontari, nel 2014 sono scesi a 502. Nel 2014 il tasso di delittuosità è calato del 14%. È da dati come questi che nasce una domanda solo apparentemente provocatoria: perché non abolire il carcere?
Lo scorso weekend, dal 12 al 14 giugno, a Caldonazzo si è tenuta la quinta edizione del Trentino Book Festival, ideato da Pino Loperfido: un appuntamento annuale che porta libri, autori, temi artistici e d’attualità al centro di un confronto sempre pacato e stimolante.
Tanti gli ospiti, gli artisti, i moderatori che anche quest’anno si sono alternati negli spazi della cittadina per raccontarsi e raccontare storie, idee, sogni, aspirazioni, personali e della collettività.
Tra questi, il senatore Luigi Manconi che con Valentina Calderone ha presentato e discusso assieme alla giornalista Tiziana Tomasini il testo Abolire il carcere. Una ragionevole proposta per la sicurezza dei cittadini scritto a otto mani con Stefano Anastasia e Federica Resta e edito da Chiarelettere.
Un incontro molto partecipato in una sala piena e quasi soffocante, ma che pure ha trattenuto i presenti per quasi due ore a parlare in modo anticonvenzionale di carcere e detenuti; di diritti e sicurezza; di punizione, rieducazione, vendetta.
Proponiamo qualche appunto raccolto durante l’evento, rimandando per approfondimenti al testo e a quelli che lo hanno preceduto.

L’incontro con Manconi inizia ben prima del suo arrivo in sala. Di fronte all’ingresso della Casa della Cultura, infatti, si trova un piccolo rimorchio coperto. A uno sguardo veloce, sotto una pioggia battente novembrina, sembra uno dei tanti gazebo presso cui i passanti possono chiedere informazioni. Non è così. Tutt’altro. È la ricostruzione simulata di una tipica cella del sistema carcerario italiano: uno spazio angusto di tre metri per quattro che ospita quattro detenuti che, all’occorrenza (e occorre spesso), arrivano a sei. Quindi: 12 metri quadrati a ospitare per 23 ore al giorno 4-6 persone accanto ai loro pochi effetti personali, qualche scorta di cibo e – in certi casi – i sanitari non tutelati da alcuna privacy.
Quando entro io è vuota: c’è solo il volontario che la racconta. Eppure sembra già piccolissima così. Buia, cupa, stretta. Ti riempie la testa solo della voglia di uscire.
Ed è con questo spirito che fuggo per andare nella sala dell’evento. Con il peso dell’ennesimo Diritto Negato: quello basilare, quello di essere trattati come esseri umani.

Mortificazione del corpo e infatilizzazione
Il carcere (la privazione della libertà) è l’unica pena consolidata prevista dal nostro ordinamento ma porta con sé una serie infinita di privazioni che conducono alla totale subordinazione.
Appena entra in carcere, il ristretto subisce una procedura di degradazione e spoliazione che si traduce in un annullamento fisico e in una s-personalizzazione. Il detenuto viene spossessato di tutto, ridotto a ‘cosa’. E questo si accompagna a un processo di infantilizzazione che si manifesta anche a partire dal linguaggio: verso i detenuti si fa un uso indiscriminato del ‘tu’ e del nome di battesimo mentre il personale è appellato in genere con il ‘Lei’ e il cognome. Gli addetti alle pulizie si chiamano ‘scopini’; gli addetti a raccogliere le ordinazioni per il vitto, ‘spesini’; il documento ufficiale di richieste al Direttore è detto ‘domandina’.
È un elemento importante perché il linguaggio domina e costruisce il clima carcerario e il regime di autorità divenendo un fattore fondamentale di ‘organizzazione della pena’ all’interno degli istituti.
In sintesi la funzione del carcere si esplica così: riducendo alla ‘minorità’ che simbolicamente corrisponde alla ‘minore età’ nel trattamento dei detenuti. Ciò si manifesta anche nella ristrettezza delle celle, visto che in tre metri per quattro stanno 4-6 persone con oggetti e, spesso, sanitari: la vita biologica degli individui si svolge in questo spazio costretto; lì c’è l’intera esistenza umana ridotta alle sue funzioni essenziali.
È la rappresentazione massima del ‘corpo prigioniero’: se vogliamo restituire dignità dobbiamo sottrarre tutti i ‘corpi prigionieri’ a questa situazione di annichilimento della dignità e della stessa persona umana.

Carcere e Costituzione
Il tema della detenzione è ascrivibile a due articoli della Costituzione:

Articolo 13. E` punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà [cfr. art. 27 c. 3]. (omissis)

Articolo 27. La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato [cfr. art. 13 c. 4]. Non è ammessa la pena di morte.

Quanto siamo stati in grado di aderire a questi principi? Molto poco, guardando ai dati e ai fatti. Paradossalmente, l’unico punto in cui la Costituzione parla di punizione lo fa riferendosi alla tutela di chi si trova ristretto (Art. 13 – Comma 4) e noi non abbiamo ancora il reato di tortura.
I Costituenti parlano di custodia cautelare per imporre un limite alla detenzione, a tal punto temevano l’effetto rovinoso del carcere, avendolo spesso subito in prima persona durante il fascismo. La mentalità che sottosta è molto diversa da quella attuale: noi non riusciamo a immaginare delle alternative alla reclusione.
Ma la nostra Costituzione non parla mai di ‘carcere’ e nemmeno di ‘pena’ bensì di ‘pene’, al plurale. L’Art. 27 lascia il Legislatore libero di scegliere tra un ventaglio vasto di possibilità, di modi con cui chi commette un reato deve risarcire la società, mentre l’unica idea di punizione che abbiamo oggi è il carcere, come se fosse effettivamente funzionale allo scopo. Ma l’obiettivo sancito dalla Costituzione è prevedere un percorso che porti a un miglioramento del condannato. E i dati ci dicono che stiamo ottenendo il contrario: chi è ristretto in carcere, una volta uscito, nel 70% dei casi delinque nuovamente. Questa percentuale si abbassa al 20% nel caso di soggetti che hanno potuto usufruire di misure alternative. Differenze enormi che ci dicono che il carcere produce criminali e criminalità.
È per elementi come questo che, razionalmente, si propone l’abolizione del carcere. Delegare a una cella di tre metri per quattro dotata di televisore e a un paio d’ore tra ‘aria’ e sala biliardino il recupero di chi delinque, è un fatto illogico. Allora a chi serve il carcere? Non serve a noi. Forse è servito a chi ha gestito i grandi appalti per costruirli o li gestirà per evitare il sovraffollamento. Non c’è nessuno che abbia interesse a dire che per la nostra sicurezza servono altre misure. È più facile parlare di ‘carcere duro’ e ‘pene esemplari’ per rispondere a ondate emotive che seguono fatti di cronaca.

La violenza in carcere. 
Tutti conoscono episodi di violenza avvenuti negli istituti penitenziari. Durante l’incontro si ricordano i ‘fatti di Asti’ accaduti appena dieci anni fa: ma il libro Abolire il carcere non nasce dalla volontà di denunciare questi fatti e la disumanizzazione insita nel sistema carcerario. Questo viene dato per assunto come punto di partenza agevolmente documentabile e documentato: piuttosto, qui si vuole dire che questo stato di cose non è una patologia, non è l’espressione estrema di un sistema che ordinariamente potrebbe essere rispettoso dei diritti umani, bensì questa patologia fa parte della stessa natura intrinseca al carcere che, come struttura e organizzazione basate sul sistema della sopraffazione, inevitabilmente può produrre questi effetti. Così come li produce nella gran parte delle carceri di tutto il mondo, con l’eccezione di pochi istituti penitenziari: anche in Italia ne abbiamo uno riformato (a Bollate, in Provincia di Milano) ma è l’unico su 205 istituti presenti sul territorio nazionale. Oppure nei Paesi del Nord Europa ci sono carceri che funzionano, ma sono inserite in sistemi in cui tutto l’universo pensiero, tutta la cultura della sanzione è diversa e il massimo della pena è di 20 anni.
Deve essere data per accertata la condizione delle nostre carceri e riconosciuto che quella condizione è frutto del sistema e non della malvagità di un ‘delittore’ o di un gruppo di poliziotti penitenziari.

Abolire il carcere: è possibile? E con quali alternative?
Non siamo vicini a rinunciare al carcere. Ci sono molte resistenze che si ri-attivano facilmente, soprattutto a seguito di fatti di cronaca particolarmente incisivi nell’opinione pubblica (come l’omicidio stradale avvenuto di recente a Roma). E il carcere viene citato come se potesse risarcire la società o le vittime di quanto avvenuto.
La ‘sentenza Torreggiani’ ha aperto gli occhi, ha smosso le coscienze e attivato le istituzioni a trovare delle alternative per non essere sanzionati. Ma il Governo al momento si è mosso sostanzialmente su due piani: 1) costruire nuove strutture (con ciò che comporta in termini di spesa pubblica e di procedure d’appalto); 2) emanare provvedimenti legislativi ‘svuota carceri’. Anche se – va detto – si sono anche attivate nuove misure come la ‘messa alla prova’ che evitano il passaggio della detenzione. Il tutto ha dato vita a un atteggiamento ‘schizofrenico’ da parte del Governo: da una parte si sono ridotte le pene e percorse vie alternative; dall’altra si sono allungate le condanne alla ricerca della ‘punizione esemplare’ (come per l’omicidio stradale) solo per accontentare la parte giustizialista della popolazione.
Ma bisognerebbe tenere presente le modalità punitive alternative al carcere che sono molte e molto ben sperimentate anche in altri Paesi: tali possibilità non vanno viste come premi, sono punizioni a tutti gli effetti ma vengono implementate in modo diverso e – molto spesso – con risultati molto migliori.
In Francia e nel Regno Unito sconta la pena in carcere più o meno il 24% dei condannati; in Italia l’82%. In Germania i due terzi scontano la pena attraverso sanzioni pecuniarie. E la pena è commensurata ai possedimenti dei soggetti e alla capacità di reddito, per non creare situazioni di discriminazione facilitando i più ricchi. Laddove non c’è reddito, i condannati vengono destinati ad attività volte alla società (i cosiddetti lavori socialmente utili) che sono forma sanzionatoria per loro e forma di risarcimento per la società.
Le soluzioni ci sono, ma noi non stiamo facendo molto.
Abolire il carcere non vuol dire abolire le pene. Vuol dire prevedere pene più efficaci. Ma è chiaro che questo suscita quesiti attorno a situazioni limite: la detenzione deve essere l’extrema ratio cioè lo strumento utilizzato quando nient’altro si riveli efficace e quando non si riveli comunque superflua, per esempio nel caso di detenuti ormai in stato vegetativo per i quali non ha alcuna giustificazione né utilità per altri.
Dobbiamo essere franchi e non accettare la menzogna che fomenta la paura. Questo libro vuole andare in questa direzione: argomentare con dati e fatti una situazione reale e seria, affrontandoli in modo efficace e efficiente.
Si fa l’esempio del vicino di casa: se un nostro vicino commettesse un reato e fosse condannato a 5-10 anni come vorremmo avesse trascorso quel tempo? Vorremmo che lo avesse passata a fare niente, a guardare la televisione, a discorrere con criminali magari peggiori di lui, oppure che avesse ricostruito i suoi legami famigliari e sociali, avesse studiato, imparato un lavoro…?
Il carcere oggi è vendetta: quello che si vuole comunicare con questo testo è che la vendetta non serve a niente e il carcere non serve a niente. E ci fa solamente più male.

Costruire il nemico per sfogare la paura: sicurezza reale e insicurezza percepita
Il termine ‘rimozione’ ha molti significati: i vigili urbani che rimuovono un mezzo è il più diffuso. Poi c’è l’accezione che ha a che fare con l’edilizia nel momento in cui si rimuovono le macerie di un fabbricato precedentemente distrutto. Ma nel linguaggio psicologico ha un significato più profondo: riguarda sostanzialmente l’attività (spesso inconsapevole) che ciascuno di noi attua per allontanare detriti, rifiuti, scarti che in qualche misura rappresentano inquietudine, angosce, incubi.
Questi ultimi due significati (attinenti l’edilizia e la psicologia) si sposano se osserviamo il carcere che è il luogo dove è recluso il male. Ciascuno di noi davanti a quel luogo avverte che lì sono rinchiusi coloro che non hanno saputo resistere a una tentazione che avvertiamo anche nostra; una tentazione che noi abbiamo respinto e rifiutato ma che abbiamo avvertito. Loro hanno ceduto e saperlo ci inquieta. E per questo non lo vogliamo vedere. Le strategie edilizie hanno assecondato questo comune sentire, costruendo carceri lontano dai centri. La rimozione dei ‘detriti sociali’ corrisponde a quella dei detriti che portiamo nell’anima. Per questo entrare in una cella simulata e farne esperienza, seppur edulcorata, è così importante.
Oggi solo il 9-10% dei detenuti è socialmente pericoloso. La maggior parte è composta da ‘poveracci’: tossicomani, stranieri, poverissimi. Il carcere rischia cioè di compensare l’assenza di altri servizi che in passato accoglievano le categorie più vulnerabili come tossicomani, alcolisti, dipendenti da farmaci, persone inferme di mente, senza fissa dimora, etc. accresciuti con l’arrivo dalla crisi sociale ma sempre meno protetti.
Il carcere quindi svolge le funzioni di repressione e controllo per una quantità significativa di persone rispetto alle quali lo Stato non attiva più protezione e assistenza.
Poi, i reati sono in calo: nel 1991 sono stati commessi in Italia 1.663 omicidi volontari, nel 2014 ne sono stati commessi 502; nel 2014 il tasso di delittuosità è calato del 14%. Nonostante questo, la percezione di insicurezza è fortemente aumentata. Ma se la società vive la sicurezza come problema così determinante non può essere forse che stia indirizzando verso l’insicurezza ‘da criminalità’ angosce, ansie, paure che hanno invece strettamente a che fare con le condizioni della vita economica e della vita sociale? Non è forse la figura criminale (e all’interno di questa la figura del migrante, del rom, dello straniero in generale) il capro espiatorio di tutti gli incubi che hanno invece una radice più robusta e fondata nell’incertezza del futuro che non dipende dalla paura dei reati (che non sono una novità)? Perché allora, se la criminalità diventa il fenomeno sociale verso cui vengono proiettate paure e ansie (tutte da rispettare), c’è stata una sorta di deviazione di indirizzo offerta a quelle angosce collettive come via più agevole e comoda ma allo stesso tempo ingannevole.

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Luigi Manconi insegna Sociologia dei fenomeni politici presso l’università IULM di Milano. È parlamentare e presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. Tra i suoi libri recenti “La pena e i diritti. Il carcere nella crisi italiana” con Giovanni Torrente (Carocci 2015), “Accogliamoli tutti. Una ragionevole proposta per salvare l’Italia, gli italiani e gli immigrati”, con Valentina Brinis (Il Saggiatore 2013), “La musica è leggera. Racconto su mezzo secolo di canzoni” (Il Saggiatore 2012), “Quando hanno aperto la cella. Storie di corpi offesi. Da Pinelli a Uva, da Aldrovandi al processo per Stefano Cucchi” con Valentina Calderone (Il Saggiatore, 2011-2013). Nel 2001 ha fondato ‘A Buon Diritto. Associazione per le libertà’.

Valentina Calderone è direttrice di ‘A Buon Diritto. Associazione per le libertà’. Ha scritto, con Luigi Manconi, “Quando hanno aperto la cella. Storie di corpi offesi. Da Pinelli a Uva, da Aldrovandi al processo per Stefano Cucchi” (Il Saggiatore, 2011-2013) ed è tra i curatori del Primo Rapporto sullo stato dei diritti in Italia (Ediesse 2014).

Un breve video dell’evento a cura di Trentino Book Festival
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Arianna Bazzanella