Cairo Revolution: la voce di Andrea Bernardi

Cairo Revolution: la voce di Andrea Bernardidi Anna Frattin*

Venerdì 23 marzo presso la Sala Rosa del Palazzo della Regione di Trento, il Centro per la Formazione alla Solidarietà Internazionale in collaborazione con Unimondo ha avuto piacere di ospitare Andrea Bernardi, giovane giornalista freelance, che ha presentato al pubblico “Cairo Revolution”, il proprio documentario sulla rivolta di piazza Tahrir.

Il film documentario, così come la testimonianza diretta di Andrea, offrono non solo un reportage di ciò che è storia, ma anche spunti di riflessione preziosi sulla realtà presente del mondo arabo in Nordafrica e Medio Oriente e in generale sulla concretezza del conflitto, della lotta per la libertà e della ricerca di una democrazia, che, come leggeremo più avanti, non ha una definizione univoca.

Cairo Revolution: la voce di Andrea Bernardi

– di Anna Frattin* –

Venerdì 23 marzo presso la Sala Rosa del Palazzo della Regione di Trento, il Centro per la Formazione alla Solidarietà Internazionale in collaborazione con Unimondo ha avuto piacere di ospitare Andrea Bernardi, giovane giornalista freelance, che ha presentato al pubblico “Cairo Revolution”, il proprio documentario sulla rivolta di piazza Tahrir.

Il film documentario, così come la testimonianza diretta di Andrea, offrono non solo un reportage di ciò che è storia, ma anche spunti di riflessione preziosi sulla realtà presente del mondo arabo in Nordafrica e Medio Oriente e in generale sulla concretezza del conflitto, della lotta per la libertà e della ricerca di una democrazia, che, come leggeremo più avanti, non ha una definizione univoca.

Per questi motivi il Forum per la Pace, all’interno del percorso che ha iniziato quest’anno “Nel limite. La misura del futuro” ha voluto intervistare l’autore su quelli che sono i nodi centrali del movimento che in Egitto – così come in Tunisia e in Libia – ha investito e guidato la primavera araba e sul significato che il limite assume in un contesto di rivolta e di scontro, ma anche di comunicazione internazionale e diffusione dell’informazione.

Cosa ti ha spinto ad immergerti nel contesto politico egiziano e a seguirne gli eventi direttamente? Come hai vissuto questa esperienza dal punto di vista personale e professionale?

 

Inizialmente non avevo seguito quanto era successo in Tunisia perché stavo lavorando su altre cose a Gaza e facevo avanti e indietro tra lì e Gerusalemme per produrre un reportage che è stato diffuso da Rainews24. Il 27 gennaio [2011] mi hanno chiamato altri colleghi giornalisti a Gerusalemme dicendo che stavano per partire per il Cairo, dove il giorno seguente ci sarebbe stata una grande manifestazione. Io ero a Gaza, da cui non è facile né uscire né entrare. I confini sono chiusi e si può accedere solo grazie a rigide autorizzazioni rilasciate dal governo israeliano, perciò non potevo passare direttamente in Egitto altrimenti avrei avuto difficoltà a rientrare legalmente a Gaza. Il 28 mattina quindi sono partito da Gaza e sono andato a Gerusalemme, da lì un amico mi ha portato in macchina oltre il confine con la Giordania, ad Amman ho preso l’aereo e sono arrivato al Cairo. Lì avevano da poco staccato le linee telefoniche, quindi non potevo comunicare con l’ufficio di France-Presse [agenzia di stampa di fama mondiale per la quale Andrea lavora], né potevo arrivarci, perché nessun tassista voleva portarmi verso il centro. Sono arrivato ad offrire addirittura 200 dollari, ma nessuno era comunque disposto a guidare in direzione del Cairo, perché avevano sentito che la polizia stava sparando. Questo è un aspetto interessante: ho lavorato in Afghanistan e in Iraq e lì la gente convive da decenni con la guerra, quindi se chiedi di portarti sul luogo del conflitto ti porta anche se ci sono spari o bombardamenti. In Egitto no, perché uno scontro del genere era una novità e tutti avevano paura. Alla fine con altri giornalisti sono riuscito ad arrivare al Cairo. Era il primo giorno di manifestazione e c’erano scontri ovunque. Sono giunto in centro e un ragazzo egiziano che ho incontrato mi ha spiegato come arrivare in piazza Tahrir perché anche lui vi si stava recando per manifestare e combattere. Il giorno dopo mi sono alzato presto e sono andato in piazza, durante la notte era già arrivato l’esercito con i carro armati per creare una barriera tra la gente e la polizia. La polizia sparava, l’esercito no, ha creato un blocco tra questa e i manifestanti. Inizialmente non avevo l’idea di fare un documentario, volevo raccogliere news e materiale perché stavo scrivendo per Rainews24, per Unimondo, France-Presse. Poi sono partito per l’Afghanistan e ho visto che di 70 ore di riprese ne avevo dato solo una e mezza a France-Presse perché di più non le serviva. Le agenzie spesso chiedono servizi brevi. Quindi avevo ancora moltissimo materiale inutilizzato e ho pensato che, anche se 20 ore magari erano da buttare, con le altre avrei potuto fare qualcosa. Così ho iniziato a lavorare al documentario. A marzo però ho interrotto perché sono andato in Libia e ho ripreso a giugno, una volta arrivato in Italia, quando, parlando con Fabio [Pipinato di Unimondo] è nata l’idea di finirlo e di proporlo alle persone. Essendo un freelance devo cercare finanziamenti per fare quello che faccio, quindi è difficile prendersi il tempo per fare un documentario e basta. E’ un lavoro che ti prende uno o due mesi, ma intanto per avere liquidità e poter lavorare ho bisogno di cercare news. Quindi nel frattempo sono andato in Afghanistan, poi in Libia, poi in Messico, perché è la news che ti dà la liquidità subito: la vendi, prendi i soldi e puoi continuare a lavorare, mentre il documentario che devi costruire, proporre e vendere ha un processo più lento.

In “Cairo Revolution” hai intervistato non solo i manifestanti contro il regime di Mubarak, ma anche i suoi sostenitori. Quali sono secondo te i limiti nella comunicazione all’interno dei due schieramenti opposti e tra di loro e quali difficoltà hai incontrato nell’intervistarli?

L’intervista ai sostenitori di Mubarak non è stata una cosa ovvia. Non sono in tanti ad averla fatta e anche nel mio documentario è una parte breve. Un giorno alcuni colleghi mi hanno detto che c’erano i “pro-Mubarak” dall’altra parte della piazza e sono andato a cercarli. Credevo fossero persone tranquille, in realtà non lo erano perche vedevano il giornalista come un nemico. Molti colleghi non sono andati perchè hanno detto che la voce dell’altra parte non era importante: la stampa generalmente sta dalla parte dei manifestanti, perché sono loro che fanno la storia. A me piace l’attivismo, ma credo si debba distinguere tra questo e il giornalismo puro. Cerco il più possibile di essere imparziale e in quel caso, perchè l’informazione fosse completa, secondo me era giusto sentire anche loro. In realtà da quella parte sono rimasto poco perché il clima era piuttosto aggressivo. C’erano persone violente, perché, come ogni partito dittatoriale, anche quello di Mubarak aveva i suoi picchiatori. Poi c’erano veri e propri criminali, perchè come succede sempre prima di una guerra, Mubarak aveva aperto le carceri e mandato la città nel caos, per poi reprimere i criminali e dire di aver riportato ordine. Succede sempre, è successo così anche in Siria. In Egitto è andata bene perche l’esercito non si è schierato ed è stato in mezzo. Non ha sparato sui suoi connazionali quindi i manifestanti hanno potuto resistere. Se l’esercito reagisce e colpisce la folla allora è diverso come è successo con Gheddafi e Assad. In Libia e in Siria l’esercito ha sparato sulle persone; anche in Tunisia in un primo momento, poi ha smesso perchè si è rifiutato di uccidere il proprio popolo. In Egitto per fortuna questo non è successo nemmeno all’inizio.

Per quanto riguarda i due schieramenti, “pro” e “contro” Mubarak, non si può parlare di differenze personali: i “pro Mubarak” erano egiziani come gli altri, che fino al giorno prima erano pacificamente insieme, come amici, colleghi, conoscenti; poi con lo scontro sono finiti gli uni contro gli altri.

Quanta omogeneità c’è all’interno di ognuno dei due gruppi?

In generale i “pro Mubarak” erano degli esasperati e aggredivano la stampa, mentre dall’altra parte [quella “contro Mubarak”] c’era un organizzazione militare. Io sono dell’idea che per quanto fosse una rivolta popolare c’erano i servizi segreti sotto perché era organizzata troppo bene; l’occupazione della piazza era strutturata in modo da avere cinque ingressi ufficiali; ad ogni ingresso ci si imbatteva in cinque righe di persone che formavano delle barriere umane tenendosi uniti per le braccia per ore e al passaggio di ogni riga si veniva perquisiti. Tutti sanno che sono stati i Fratelli Musulmani ad organizzare la rivolta, ma dietro di loro c’era molto di più, perché da soli non sarebbero riusciti a mettere in piedi una macchina così efficace da far cadere la dittatura. Se si legge qualcosa sui colpi di stato che gli Stati Uniti facevano in Indocina o in America del Sud negli anni ‘70 e si guarda a cosa è successo l’anno scorso in Tunisia e in Egitto è veramente la stessa cosa. Hanno messo la popolazione contro il capo e hanno fatto cadere la dittatura. Poi lì [in Egitto] è andata bene perché i militari non si sono schierati con il regime e il popolo ha vinto sovrano. In Libia è andata un po’ peggio perche la maggior parte dei militari inizialmente è stata dalla parte di Gheddafi perchè li pagava tanto, quindi hanno combattuto, c’è stata una guerra civile ed è dovuta intervenire la Nato. In Siria la diplomazia oramai sta fallendo da tutti i punti di vista; mi sembra che non ci sia più spazio per la diplomazia e credo che il conflitto finirà anche lì con un intervento della Nato, a meno che non si abbia una vera e propria guerra civile. In quel caso la Nato per le leggi internazionali non potrebbe più intervenire.

Vedremo come andrà a finire, però questo è quello che si vede: ci sono paesi in cui l’esercito è intervenuto e il popolo o il regime è caduto e paesi in cui non è intervenuto e si è arrivati alla guerra civile o alla guerra aperta come in Libia. Il ruolo dell’esercito in questi casi è fondamentale, perché, per esempio, anche in Italia se un giorno il popolo decidesse di destituire il presidente e andasse davanti al palazzo del governo a manifestare, se l’esercito iniziasse a sparare sulla folla, sarebbe la guerra, se invece non intervenisse contro il proprio popolo, il presidente sarebbe costretto ad andarsene se non vuole morire. Quello che non avrei creduto in Egitto è la vittoria degli islamisti; non tanto dei Fratelli Musulmani, che tutto sommato sono aperti al dialogo con l’Occidente, ma dei Salafiti che hanno preso il 20 per cento, una percentuale alta; i Salafiti per dire sono quelli che hanno ucciso Vittorio Arrigoni a Gaza e sono molto chiusi a livello di dialogo e di tolleranza. Secondo me i giovani si aspettavano un boom dei Fratelli Musulmani ma non questo. Boom che tra il resto era prevedibile perché i Fratelli Musulmani erano messi al bando come partito politico sotto Mubarak, quindi la rivolta li ha lanciati per reazione: come in molte situazioni, quando una corrente viene repressa in continuazione, la risposta quasi spontanea che nasce nel momento in cui si ha nuovamente la libertà di darle voce, è quella farla emergere. Ma i Salafiti non me l’aspettavo. Sono forti nell’area del Sinai, per il contrabbando di armi, molti di loro sono beduini del deserto; credo non se l’aspettassero nemmeno gli egiziani stessi.

Ora in Egitto si preparano le presidenziali e la situazione è certamente curiosa: Mohammed El Baradei, ex direttore dell’AIEA e Premio Nobel per la Pace nel 2005, che era il candidato sperato dall’Onu e in generale dall’Occidente si è ritirato e lo stesso hanno fatto i Fratelli Musulmani. Sono rimasti in gara solo un ex ministro degli esteri del governo Mubarak e un altro candidato sempre del partito di Mubarak, quindi due candidati appartenenti al partito precedente. Non credevo andasse così perché alla fine della rivolta gli egiziani mi sembravano un popolo libero, che festeggiava in modo aperto. Non pensavo sarebbe finita con l’avanzata dei Salafiti, che non credono nell’emancipazione femminile e ritengono che i giovani debbano avere un’educazione islamica altrimenti non sono degni di vivere in questo Paese. In questo senso la primavera araba egiziana mi ha un po’ deluso: non vorrei che fossimo passati da un estremo all’altro.

Dov’è il limite della democrazia nella realtà egiziana? E’ il limite della realtà locale o piuttosto di un’area più estesa, che investe tutto il mondo euro mediterraneo?

 

E’ sempre difficile dire dove è il limite della democrazia in un paese, perché ognuno elegge chi vuole. Se gli egiziani vogliono i Fratelli Musulmani li eleggeranno, se vogliono i Salafiti eleggeranno i Salafiti e poi forse capiranno che non è un governo che dà loro ciò che si prospettavano. Però noi non possiamo dire loro cos’è la democrazia perché Occidente e Mondo Arabo hanno modelli di democrazia totalmente differenti. Nel Mondo Arabo il popolo vuole che ci sia un capo che lo comanda; eletto o non eletto deve esserci un capo che lo guida. E’ una visione propria del Mondo Arabo, un suo schema politico-culturale; non si può dire se sia giusto o sbagliato, è semplicemente un modo diverso di intendere la democrazia. Altrimenti finiamo come Bush che voleva esportare la democrazia occidentale ovunque. La democrazia non si esporta, ogni Paese si sceglie la sua e sceglie il suo modo di vivere. E’ vero che l’Egitto da questo punto di vista è in una situazione delicata: da un lato infatti tanta gente si è occidentalizzata e la rivolta stessa è nata per molte persone – soprattutto per quelle che vivono all’estero e sono andate al Cairo apposta per protestare – dalla voglia di “vivere all’occidentale”. Dall’altro lato però ci sono tutte quelle persone che hanno sempre tenuto per i Fratelli Musulmani ma sotto Mubarak non potevano manifestarlo, e che quando è stato il momento di andare in piazza si sono fatti sentire: in quel caso i numeri hanno fatto la differenza. Comunque secondo me è difficile dire se questa democrazia è giusta o non è giusta: una democrazia è giusta quando il popolo sceglie ciò che vuole.

Quello che fa pensare è che ora l’Egitto sembra fare un passo indietro perché si passa da una dittatura ad un governo comunque molto chiuso, quello dei Salafiti. Mubarak era sicuramente un dittatore ma era aperto all’Occidente; non c’era libertà politica ma le persone erano libere di fare quello che volevano a livello personale, cioè potevano professare la propria fede e pregare chi e come volevano a patto che non si schierassero per un partito politico, come quello dei Fratelli Musulmani. In ogni caso credo ci voglia tempo per vedere cosa sarà dell’Egitto. Magari anche i Salafiti sapranno essere buoni leader e agire per il bene dei propri cittadini, ma non si può dire oggi.

Dal punto di vista di un giornalista, quali sono i limiti dell’informazione in una società attraversata dal citizen journalism e dai social network?

Innanzitutto premetto che chi parla è una persona che lavora per una grande agenzia internazionale, la France-Presse, una delle tre maggiori agenzie di stampa conosciute che danno informazioni da tutto il mondo. Questo significa che l’informazione è molto standardizzata, nel senso che se io faccio un video su Sirte, tutte le televisioni mandano in onda quello stesso video. E’ chiaro che, se ogni televisione avesse il suo inviato e il proprio video, l’informazione sarebbe molto più accurata, ma ciò potrebbe esistere solo nel mondo ideale del giornalismo, non è una condizione concretizzabile nella realtà. Questa nuova forma di giornalismo che si sta sviluppando oggi in Siria, dove su Facebook, su Twitter, su Youtube gli attivisti siriani stanno comunicando con tutto il mondo, raccontando quello che sta succedendo – perché altrimenti non si saprebbe nulla – è sicuramente una fonte a cui tutti i giornali, tutte le testate devono far riferimento, perché è l’unica fonte; però è anche vero che così come il governo non è credibile per quello che racconta, anche le altre voci vanno sempre misurate. Naturalmente all’inizio si prende per buono ciò che si sente raccontare, ma spesso si scopre andando sul posto che le cose stanno diversamente. Lo stesso succedeva in Libia dove raccontavano che era la Nato a bombardare, quando invece era il governo. E’ l’inviato sul campo che fa la differenza. Sul campo è impossibile raccontare tutto quello che si vede, bisogna concentrarsi su una storia e basta. Serve una seconda persona alle spalle che ti aiuta, comunicandoti le notizie. Però ci sono delle notizie che devono essere date per forza dai professionisti perché sono l’evento clou, la notizia che passerà alla storia, perciò non si può lasciare che siano solo giornalisti improvvisati con il telefonino a comunicarle. A livello personale credo nella professionalità del giornalista, anche se a livello di immagini si ha di più tramite i telefonini, dato che ora quando succede qualcosa c’è sempre qualcuno con un telefono che filma e riesce ad avere immagini cui i giornalisti non possono accedere. In Siria ora gli unici video disponibili sono quelli non professionali, quindi si prendono e si utilizzano anche per la stampa. Tuttavia mi fa molto arrabbiare il fatto che un video a caso venga scelto e messo su Youtube, quando ci sono professionisti che lavorano apposta, si spostano da un paese all’altro, si espongono a pericoli per portare una testimonianza di qualità e il loro impegno viene vanificato da video fatti dai telefonini che vengono accreditati allo stesso modo.

Il giornalismo è cambiato sicuramente tanto con internet, perché ti permette di arrivare in posti inaccessibili, come a Homs in Siria dove ora come ora alla stampa è vietato qualsiasi accesso. Ma la notizia che viene diffusa è sempre parziale perché si sa quanti civili sono morti ma non quanti militari. A Sirte ho trovato un ragazzo che combatteva e non sapeva che Tripoli era caduta perché non c’era informazione; e come lui tante persone continuavano a resistere pensando che Tripoli fosse ancora in mano a Gheddafi. E’ un nuovo modo di fare informazione, importante perché si acquisiscono notizie che altrimenti non potremmo avere, dato che interessano luoghi il cui accesso ai giornalisti è fisicamente vietato, ma credo che il ruolo del giornalista sia fondamentale e vada oltre questo.

Ringrazio Andrea Bernardi per il tempo che mi ha dedicato e la testimonianza che ci ha lasciato.

*giovane in servizio civile presso il Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani