SCN al Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani

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E’ possibile, pena l’esclusione, presentare una sola domanda di partecipazione per un solo progetto. La domanda di partecipazione deve essere presentata direttamente all’ente che ha proposto il progetto a mano, con raccomandata R/R o con P.E.C. Posta Elettronica Certificata, e dovrà pervenire entro e non oltre le ore 14.00 del 16 dicembre 2013 (non farà fede il timbro postale).

Info per il progetto specifico.
Info per per il bando nazionale e i documenti per inoltrare la domanda.

Presentazione delle domande per il progetto “Afghanistan 2014. Storia, cultura, territorio: Appunti per un nuovo inizio.” entro le ore 14.00 del giorno 16 dicembre 2013.

Nell’immaginario collettivo l’Afghanistan è riconducibile ad immagini di guerra e di distruzione. Non può essere che così, visto che dall’ingresso dei carri armati sovietici in quel lontano dicembre 1979 sono seguiti anni di guerra, occupazione militare, di guerra civile, di operazioni militari internazionali dai nomi evocativi ma dove ben presto la “libertà duratura” ha mostrato il volto disumano di ogni guerra e di ogni occupazione militare.
Eppure in quel paese vivono quasi trenta milioni di afghani, donne e uomini che sono cresciuti o diventati vecchi nonostante una guerra sulla porta di casa. Comunità locali che hanno cercato di sopravvivere malgrado guerra e bombardamenti, contadini e artigiani che hanno adattato il proprio sapere professionale alle condizioni di difficoltà in cui versava il loro paese,  giovani che hanno studiato in condizioni di estrema precarietà, persone che hanno continuato a coltivare l’amore per le cose belle, per l’arte e la letteratura.
Molti hanno cercato motivo di speranza andandosene con la morte nell’animo dal loro bel paese che un tempo era ricco e prospero, nella sua fertilità come nella sua collocazione strategica lungo quella che un tempo era la via della seta. Una diaspora afgana che conta più di tre milioni di rifugiati nel mondo, che in questi decenni hanno ricostruito altrove una nuova vita, famiglia, profili professionali, sensibilità.
E’ a queste persone, in Afghanistan e fuori dal loro paese d’origine, che dedichiamo questo percorso intitolato “Afghanistan 2014”. La vita, la cultura, il pensiero sono la risposta più alta alla violenza della guerra. E così vorremmo rivolgere il nostro sguardo alla storia di questa terra, alla cultura e alle tradizioni di cui è insieme custode e interprete, al suo presente carico di difficoltà, ad un futuro che richiede la forza e la fantasia di una ricostruzione capace di fare tesoro dell’elaborazione del passato.
“Afghanistan 2014” è un percorso oltre l’emergenza, che s’interroga sulla fine dell’occupazione internazionale e che cerca di chiamare a raccolta le energie vitali di quel paese, dentro un nuovo progetto istituzionale fondato sull’autogoverno locale, forse l’unica possibilità che la fine dell’occupazione internazionale non si trasformi – come avvenne con la fine dell’occupazione sovietica – in una nuova guerra civile.
Non un progetto preconfezionato o calato sul paese, ma un cantiere permanente nel quale una moltitudine di soggetti entrino in relazione e possano trovare un’agorà dove far circolare idee e pensieri innovativi. Dove la denuncia si accompagni al farsi carico della responsabilità. Di questo cantiere immateriale il Trentino è parte, mettendosi in gioco perché consapevole dell’interdipendenza come dell’unicità di ogni esperienza, di quel che possiamo ricevere e di quel che siamo in grado di dare. 

E’ possibile, pena l’esclusione, presentare una sola domanda di partecipazione per un solo progetto. La domanda di partecipazione deve essere presentata direttamente all’ente che ha proposto il progetto a mano, con raccomandata R/R o con P.E.C. Posta Elettronica Certificata, e dovrà pervenire entro e non oltre le ore 14.00 del 16 dicembre 2013 (non farà fede il timbro postale).

Info per il progetto specifico.
Info per per il bando nazionale e i documenti per inoltrare la domanda.

Cartolina da Baghdad…


Incontri pubblici

Martedì 1 ottobre, ore 18.00 passaggio Teatro Osele / Trento

Cartolina da Baghdad…con lo sguardo a Kabul eDamasco

L’evento è promosso da Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani in collaborazione con Unimondo e Centro per la formazione alla solidarietà internazionale

Il Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani
in collaborazione con Unimondo e Centro per la formazione alla solidarietà internazionale
presenta

Cartolina da Baghdad…con lo sguardo a Kabul e Damasco
Martedì 1 ottobre, ore 18.00
presso Cafè de la Paix, Trento

A dieci anni dall’occupazione militare dell’Iraq Baghdad ospiterà dal 26 al 28 settembre l’Iraqi Social Forum. Certamente un appuntamento simbolico perché realizzato in una delle città più pericolose del mondo e perché è il tentativo di mostrare un altro volto dell’Iraq. Ma anche l’occasione per provare a discutere di cosa sta succedendo in Medio Oriente. 
Baghdad, Kabul, Damasco. Iraq, Afghanistan, Siria. Il Mar Mediterraneo. Storie che si intrecciano e rappresentano oggi una matassa complessa da sciogliere. Interventi internazionale che non producono gli effetti sperati, guerre definite umanitarie, conflitti che rischiano di assumere dimensioni planetarie. E sullo sfondo nuovi equilibri politici, economici e sociali che emergono da un mondo cambiato, in continua e rapida evoluzione. Prendere atto di questo contesto mutato e iniziare una discussione approfondita è il minimo che possiamo fare. 

Ne parliamo con 
Massimo Campanini
– storico della filosofia islamica – 
Davide Berruti
– operatore internazionale di pace e autore del libro “La chiamavano guerra” – 
Irene Costantini
– dottoranda in studi internazionali presso la Facoltà di Trento – 

Durante l’incontro verranno proiettati due brevi video realizzati in Siria da Andrea Bernardi, corrispondente in Medio Oriente di Unimondo.

Via Terra – Reportage verso Oriente

Unimondo e attraverso la sua pagina Facebook. Oppure sul suo sito. 

*Francesca Bottari

Storie di vita diverse mi hanno narrato differenti “mongolie”, ma tutte indissolubilmente legate da uno spirito solidale.Tsagaan Zam noto musicista, Enkhbayar pilota, Radnaajav disoccupata, Burma proprietaria di una guest house, Wanchigmaa architetto, Tuvshinzaya nomade, Donkhoon allevatore. Ogni persona è un cerchio nell’acqua che si aggiunge ai tanti mossi dal sasso nomade. A queste latitudini l’accoglienza è davvero una virtù.
Sali a cavallo e vai da Dio, se non sarai accolto bene riprendi il tuo cavallo e prosegui fino alla prossima luna”. L’anima nomade mongola è profonda e tangibile. Il cemento di costruzioni recenti non può nasconderla in assordanti periferie. Si respira a cavallo nel vento che solletica le dita, s’avverte osservando lontano fino a dove cielo e terra si fondono, quando invadi la strada a greggi infinite di yak, pecore e gazzelle, nella vastità di spazi interrotti dal bianco delle gher (tende). Uno spirito nomade che rassicura ogni anima in cerca di ospitalità, che ha bisogno di aiuto o semplicemente di una sedia da riempire accanto ad un nuovo amico trovato per strada.
Nello Soyombosimbolo nazionale e denso di significato, yin e yang [il simbolo bianco e nero della religione taoista, ndr] si distinguono e, incastrati fra altri disegni, questi due opposti divisi da un confine deciso e mai chiuso al tocco reciproco, ricordano i due sentimenti contrastanti, meraviglia e timore, che dipingono il quadro posizionato fra Russia e Cina. Chi chiude gli occhi e ascolta Mongolia sente un fascino irresistibile e al contempo un muro pungente, innalzato da difficoltà e mistero.
Quasi 3 milioni di abitanti su una superficie di 1.565.000 km (quasi 3 volte la Francia), il 40% della popolazione è concentrata a Ulaan Baatar, capitale di cui il nome da un “eroe rosso”. Una delle più fredde città al mondo d’inverno, cantiere aperto, incastonata fra steppe, alle spalle del centro case misere s’inseguono e s’alternano a gher. Acido e dolce il gusto dei passi fra vie e periferie: si vedono persone soffrire, altre strette fra la morsa di un passato attuale nomade e un futuro presente occidentalizzato. Fuori dai perimetri urbani la vita segue il ritmo della natura: meraviglioso – come questa terra – ma tremendamente difficile – come è la vita in Mongolia –. L’inverno è una stagione bella, ci si riposa in tenda al calore del fuoco e s’ingrassa per far fronte al gelo, l’estate è periodo di lavoro (turismo e allevamento) e l’autunno è docile stagione. La primavera invece è un momento sofferto: dopo il grande freddo le persone ritrovano il bestiame affaticato, ammalato e improduttivo. Oltre a rimettere in sesto cavalli, yak, pecore e cammelli, le genti devono far fronte alle tempeste di sabbia che dal deserto dei Gobi corrono velocemente fino a disturbare il pacifico volo delle aquile che abitano i cieli delle steppe settentrionali.
Il volo dei rapaci è un abbraccio protettivo per chi lo guada dal basso. Questo volo ci guida verso Binder il paese natale di Gengis Khan. Si narra che il grande e famoso e feroce condottiero dicesse sempre: “se hai paura non farlo, altrimenti fallo senza paura”. L’eroe mongolo incoraggiava il suo popolo con questa frase e oggi rivive in ogni suo sguardo, speranza e preghiera. Nel 1200 ha tirato la tela del dipinto “Mongolia” dal Vietnam alla Corea alla Polonia. Un impero enorme dove, come mi hanno raccontato, le donne potevano camminare dalla Cina a Roma spoglie dai loro vestiti, ed erano sempre al sicuro. Il Grande Khan sosteneva che un uomo senza cavallo è un uccello senza ali, lui che mai abbandonò il suo fedele quattro zampe ha lasciato un insegnamento diffuso fra uomini e donne: approccio pragmatico e lealtà. Nel verde di sconfinate praterie sospeso dallo sfilare di drappi azzurro seta, il credo sciamanico e i colorati ma sparuti templi buddhisti rimasti vengono accompagnati da un pragmatismo che si può considerare la terza dottrina di sopravvivenza. Le difficoltà che s’incontrano attraversando i vari ecosistemi della Mongolia ricordano nuovamente l’essenza dell’equilibrio naturale: yin e yang, separati, complementari e supremi, ma riempiti da colori immediati, bianco e nero, “pragmatici” all’occorrenza.

“A che serve un poeta” – Spettacolo di teatro e musica


Domenica 30 giugno 2013, ore 19.30

presso Café de la Paix
Passaggio Teatro Osele / Trento
(tra via Suffragio e piazza della Mostra)

Domenica 30 giugno 2013, ore 19.30
presso Café de la Paix
Passaggio Teatro Osele / Trento
(tra via Suffragio e piazza della Mostra)

Elaborazione del testo e regia, Paolo Domenico Malvinni
con
Sabrina Simonetto (voce narrante), Daniel Demirci (violino), Federico Magris (violoncello), Pino Angeli (chitarra), Fabio Rossato (fisarmonica).
Voce in armeno: Alfred Hemmat Siraky.
“A che serve un poeta” scritto e diretto da Paolo Domenico Malvinni è una narrazione con poesia e musica intessuta con versi dalle splendide poesie simboliste di Danièl Varujan e con i racconti popolari arguti e fantasiosi che lo stesso poeta si era ripromesso di raccogliere. Si tratta di brevi storie condite d’ironia, capaci di rompere la durezza della vita con la potenza di un sorriso. Parole che intendono farci interrogare sul senso della resistenza, della memoria, della coscienza storica, del perdono.

I brani eseguiti in scena sono di compositori armeni: Quartetto su temi armeni di Padre Komitas
Danza del villaggio e Danza dei pescatori, popolari, arrangiamento di Pino Angeli
Alay Bar, danza popolare armena
Madnus Agi Mavi, danza popolare armena
Gru di Padre Komitas
Danza delle spade di Aram Khachaturian
Improvvisazione di Fabio Rossato
Broken arm del jazzista Arto Tunçboyaciyan, arrangiamento di Pino Angeli

Fa eccezione il breve stacco Istanbul not Costantinopoli di J. Kennedy e N. Simon usato per esigenze narrative con un arrangiamento di Fabio Rossato

Nel corso della narrazione vengono recitati versi di Danièl Varujan tratti da:
Il canto del pane, a cura di Antonia Arslan, Guerini e Associati, 1992
Mari di grano e altre poesie armene, ed. Paoline, 1995
e si recitano alcuni versi tratti da “L’ora di Barga”, di Giovanni Pascoli

Lo spettacolo si inserisce nel progetto annuale del Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani, dal titolo “1914-2014. Inchiesta sulla Pace nel secolo degli assassini.”

A che serve un poeta

di Mario Cossali

Nel 1915 l’élite armena di Costantinopoli fu arrestata e deportata nel deserto; era l’inizio dell’eccidio degli armeni. Tra questi c’era Daniel Varujan, considerato unanimamente il più grande esponente del rinascimento armeno (1908-15). Verujan fu ucciso a colpi di pugnale il 28 agosto 1915, a 31 anni. Era nel bel mezzo della composizione di una delle sue più belle opere, “Il canto del pane”, e stava progettando il suo successivo lavoro “Il canto del vino”. Per una di quelle strane coincidenze, quando fu ucciso aveva in tasta il testo del Canto del pane.

(lo spettacolo “A che serve un poeta” si inserisce nel programma annuale del Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani dal titolo “1914-2014. Inchiesta sulla Pace nel secolo degli assassini”)

di Mario Cossali

Nel 1915 l’élite armena di Costantinopoli fu arrestata e deportata nel deserto; era l’inizio dell’eccidio degli armeni. Tra questi c’era Daniel Varujan, considerato unanimamente il più grande esponente del rinascimento armeno (1908-15). Verujan fu ucciso a colpi di pugnale il 28 agosto 1915, a 31 anni. Era nel bel mezzo della composizione di una delle sue più belle opere, “Il canto del pane”, e stava progettando il suo successivo lavoro “Il canto del vino”.

Per una di quelle strane coincidenze, quando fu ucciso aveva in tasta il testo del Canto del pane. Un testo che fu ritenuto perduto per molti anni. Dopo la fine della Prima guerra mondiale, alcuni amici superstiti decisero di darsi da fare per cercarlo. Ingaggiarono un agente segreto, Arshavir Esayan, che lo ritrovò fra l’enorme quantitativo di beni sequestrati agli armeni. Pubblicato a Costantinopoli nel 1921, il Canto del pane diventò il simbolo della vita del popolo armeno, i versi di una generazione spezzata. Ritorno è una delle poesie più significative dell’opera, nella traduzione in italiano della scrittrice Antonia Arslan: “Questa sera veniamo da voi, cantando un canto,/per il sentiero della luna,/o villaggi, villaggi;/nei vostri cortili/lasciate che ogni mastino si svegli,/e che le fonti di nuovo/nei secchi irrompano a ridere -/Per le vostre feste dai campi, vagliando/vi abbiamo portato con canti la rosa./Questa sera veniamo da voi, cantando l’amore,/per il sentiero della montagna,/o capanne, capanne;/di fronte alle corna del bue/lasciate che infine si aprano le vostre porte,/che il forno fumi, che si incoronino/di un fumo azzurro i tetti -/Ecco a voi le spose con i nuovi germogli/hanno portato il latte con le brocche./Questa sera veniamo da voi, cantando la speranza,/per il sentiero del campo,/o fienili, fienili;/tra le vostre buie pareti/lasciate che risplenda il nuovo sole,/sui tetti verdeggianti/lasciate che la luna setacci la farina -/Ecco vi abbiamo portato il fieno raccolto in covoni/la paglia con il dolce timo./Questa sera veniamo da voi, cantando il pane,/per il sentiero dell’aia,/o granai, granai;/ nell’oscurità del vostro seno immenso/lasciate che sorga il raggio della gioia;/la ragnatela sopra di voi/lasciate che sia come un velo d’argento;/poiché carri, file di carri vi hanno portato/il grano in mille sacchi.”

Della poesia di Daniel Verumian, massacrato dai turchi e della musica di Padre Komitas, impazzito per l’orrore, era fatto lo spettacolo, carico di emozioni e seduzioni, al quale abbiamo partecipato in tanti il 18 maggio scorso al conservatorio di Riva con la voce di Sabrina Simonetto, il violino di Daniel Demirci, il violoncello di Federico Magris, la chitarra di Pino Angeli, la fisarmonica di Fabio Rossato, l’altra voce di Alfred Hemmat Siraky, i  suoni di Corrado Ruzza, le luci di Mattia Bonanome, il testo e la regia di Paolo Domenico Malvini e con la commossa presentazione di Pietro Kuciukian, console onorario della Repubblica d’Armenia .
Una serata indimenticabile con gli occhi e il cuore fissati in quel 1915 di sangue e di terrore, con un popolo distrutto e perseguitato (una delle prime pagine del secolo degli assassini, come recita il programma del Forum trentino per la pace e i diritti umani, nel quale rientrava anche la serata rivana) eppure capace ancora di gridare la sua speranza, la sua fede nella vita con il grande poeta Verumian.

L’Europa perde terreno rispetto all’Asia

tratto da Presseurop

Ormai da anni le prestazioni delle scuole asiatiche sono migliori di quelle europee. Il divario continua a crescere, come rivelano le inchieste Pirls e Timss 2011 pubblicate l’11 dicembre dall’Associazione internazionale per la valutazione del successo scolastico (Iea). La Timss valuta il livello delle conoscenze matematiche di 600mila studenti di otto anni in 63 paesi e il Pirls le competenze nella lettura di 300mila bambini di 9-10 anni in 49 paesi. Nella classifica Pirls dominano gli studenti di Singapore, Corea del sud e Hong Kong. Nella classifica Timss, Hong Kong, Russia e Finlandia occupano i primi tre posti. In molti paesi la stampa ha espresso delusione per i risultati ottenuti.

“La prestazione degli studenti spagnoli è deludente – al di sotto della media dell’Ue. Secondo La Vanguardial’istruzione spagnola “ristagna nella sua mediocrità”. Per il quotidiano catalano “la cosa più inquietante […] è la stagnazione o addirittura il deterioramento delle competenze dei nostri studenti.”

Nrc Handelsblad osserva che:

“L’arretramento nel campo della lingua e della matematica degli studenti olandesi si è stabilizzata in quattro anni. Ma i Paesi Bassi sono scesi in classifica perché le prestazioni degli studenti degli altri paesi sono migliorate. L’inchiesta ha anche mostrato che il nostro è il paese che riesce meglio ad aiutare gli studenti con difficoltà di apprendimento a ottenere un livello sufficiente. L’altra faccia della medaglia è che i Paesi Bassi nonno ha studenti con prestazioni eccellenti.”

La Tageszeitung osserva invece che il sistema scolastico tedesco “non brilla per equità”. Secondo il quotidiano di sinistra: 

“I ragazzi provenienti da famiglie più povere hanno meno possibilità di andare al liceo rispetto ai figli di genitori che hanno studiato. […] Gli ostacoli per i bambini che vengono da ambienti ‘lontani dall’istruzione’ sono cresciuti negli ultimi anni. I loro risultati devono superare quelli dei loro compagni provenienti dall’alta borghesia per convincere i professori che meritano di andare al liceo.”

Una Cina gradualista

– di Francesca Bottari –

A pochi giorni dal congresso del Partito, uno sguardo verso la Cina. Da qualsiasi parte si giri il disegno del mondo, è impossibile non guardare ai confini della Repubblica Popolare Cinese. Il gioco attuale pone al centro dello scacchiere internazionale la pedina Cina e la domanda che ne segue – a volte convinzione – è se questa sarà prossima alla supremazia mondiale.
* testo tratto da politicaresponsabile.it

– di Francesca Bottari –

 

Da qualsiasi parte si giri il disegno del mondo, è impossibile non guardare ai confini della Repubblica Popolare Cinese. Il gioco attuale pone al centro dello scacchiere internazionale la pedina Cina e la domanda che ne segue – a volte convinzione – è se questa sarà prossima alla supremazia mondiale.

 

Anche la Cina, come altre grandi nazioni, ha subito nel bene e nel male le conseguenze della globalizzazione. L’enfasi posta sull’ascesa economica dal 1978 (periodo di “apertura” e inizio riforme) al 2004 (periodo del “buon governo”) ha guidato la Cina ad essere quella che oggi noi percepiamo: la protagonista perfetta del capitalismo “patologico” teorizzato da Oliver James.
Guardare alla Cina come a un paese bianco o grigio, diviso in chi comanda e chi subisce, o da prospettive isolate e rigide sul concetto di diritti umani, porta a immagini univoche, che non considerano la complessità sociale e che limitano i punti di connessione e disgiunzione da cercare nella storia recente. Non sono una fan delle analisi macroeconomiche e della metodologia che queste utilizzano – PIL, inflazione, tasso di interesse, ecc -, dunque invito a puntare i riflettori su aspetti sociali e politici, oltre che meramente economici.Come ci suggerisce lo storico Guido Samarani, pensare alla Cina nel mondo del prossimo decennio sulla base di attente riflessioni che coinvolgano Mao prima e libero mercato poi, rischia di condurci a due conclusioni “unilaterali”: una Cina forte, competitiva, moderna e prossima al primato mondiale; o una Repubblica con breve vita, da troppo tempo su rotte di un libero mercato socialista alla cinese che porteranno il paese verso un inevitabile inabissamento.Quando si parla di Cina si fa riferimento a una nazione in cammino verso l’edificazione di una “società socialista armoniosa”. Dal 2004 gli obiettivi rossi sono “scientifici” e “armoniosi”. I primi ad indicare uno sviluppo umano e compatibile con le disparità interne al paese, i secondi a sottolineare la volontà di formare una società meno conflittuale. Il tarlo dell’armonia vive nel “dualismo fra città e campagna”, fra zone costiere sviluppate e occidentali arretrate. Vive nei conflitti etnici, nel mercato del lavoro, nei limiti imposti dalla “guida” dell’opinione pubblica, nelle instabilità sociali e nei destini angusti di molti cinesi che cercano un più alto status sociale.Da anni il bisogno di assistenza sociale non si placa: se nell’epoca maoista l’economia del paese è precipitata e l’eguaglianza sociale è stata – formalmente – garantita, oggi la situazione è capovolta. Sanità, sistema pensionistico e mercato del lavoro sono le prime ferite da curare per Pechino (e non solo per Pechino, mi permetto di aggiungere).Le sfide e le riforme interessano anche la sfera politica, e contrariamente a quanto si è soliti affermare, questo succede anche in Cina. Alla fine del Secolo scorso la terza generazione (dopo Mao) alla fine del suo mandato ha ufficializzato la presenza “capitalista” nel Partito, fino ad allora rappresentato unicamente da operai e contadini. A questa terza rappresentanza si sono succeduti una serie di cambiamenti, incentivati, e per un certo senso obbligati, dalle insoddisfazioni generali verso il sistema governativo. Nel 2002 ha avuto inizio un ricambio sostanziale, favorendo l’ingresso nel Partito di presenze più colte e giovani, e la revisione costituzionale (2004) ha riconfermato e abbracciato nuovi linguaggi (come stato di diritto e diritti umani). L’elenco è lungo e la consapevolezza dei limiti della dirigenza politica genera gli embrioni di quella flessibilità necessaria ai futuri cambiamenti politici.L’invito che si fa è quello di chiedersi se la politica cinese avrà mai la capacità di sviluppare una “governance su un sistema di diritti”, di sviluppare una democrazia capace di offrire maggiori strumenti politici al popolo, di fare da tetto e non da prigione alle 56 etnie e di mantenere l’unità territoriale attuale, senza precedenti nella storia cinese. Da qualche anno si sta parlando del concetto di democrazia in seno al Partito. Un concetto che pare stia prendendo corpo dentro il perimetro governativo per essere successivamente esteso al popolo. Un popolo per molti che non è pronto ad essere elettore, un paese e una società impossibili da guidare con sistemi liberal-democratici. Ricercare i cambiamenti politici significa prima di tutto osservare la società civile che li sta – anche se ancora fiaccamente – promuovendo. Questa, seppur di dimensioni fetali, sta assumendo un ruolo sempre più dinamico e centrale. Vent’anni di trasformazioni si sono susseguite a effetto domino, sviluppando e distruggendo. Quel che è straordinario sono gli effetti: delle aperture nel tessuto sociale senza precedenti, scorci di quell’instabilità che la leadership tanto teme e precipitosamente sempre placa.Prima di chiedersi se il futuro mondiale sarà made in China, è bene riflettere su cosa vuol dire essere cinese. Se non si considera la società e non si conosce il pensiero cinese allora è vano lo sforzo di accostarlo a quello americano per ipotizzare visioni di un mondo bipolare, come è riduttivo affermare che Pechino imploderà perché non sorretto da principi liberal-democratici. La Cina ci dimostra che le lacune democratiche hanno permesso uno sviluppo economico senza precedenti, quando i nostri schemi macroeconomici continuano a suggerire che solo in società “pienamente democratiche” questo è possibile.A queste riflessioni si aggiungono quelle catastrofiche, che rimandano a invasioni cinesi planetarie. La Cina si è inserita nelle regole internazionali preesistenti, le discute – a volte le infrange – e le rivaluta. Da una parte la sua politica estera mira a frenare l’unipolarità statunitense (politiche economiche in Africa e Sud America sono solo un esempio), trovando per altro molti consensi (per primo quello europeo), dall’altra – consapevole della sua posizione – la Cina propone soluzioni globali che presentano l’Asia come il luogo dinamico dove volgere lo sguardo.Fra una manciata di giorni si riunirà in sessione plenaria l’Assemblea Popolare Nazionale (massima istituzione governativa) e alla fine di questa lo scenario della leadership politica cinese avrà nuovi volti e altri nomi. Invariata resterà invece la cautela adottata sino ad oggi da Pechino nel proporsi come potenza mondiale a fronte di una profonda consapevolezza, sia della sua immagine sia delle armi occidentali pronte a contrastarla. La quinta generazione guiderà il grande paese orientale in modo graduale su posizioni intermedie che fuori confine medieranno paesi sviluppati e non, favorendo l’edificazione di un mondo multipolare. Avvicinarsi al pensiero cinese non significa per forza condividerlo, osservarne variabili interne e interazioni esterne aiuta a comprendere da che parte girare il disegno del mondo, non solo per ricercare la Cina, ma anche, e soprattutto, per ritrovare noi stessi.

 

* testo tratto da politicaresponsabile.it

La Cina a Congresso, immagini

– redazione di Internazionale –
tratto da internazionale.it

L’8 novembre si apre a Pechino il diciottesimo congresso del partito comunista cinese. Durante l’evento, che ricorre ogni dieci anni e dura una settimana, saranno presentati i nuovi leader del partito e del governo. 
Gli unici due nomi già resi noti sono quelli di Xi Jinping, che prenderà il posto del presidente Hu Jintao, e Li Keqiang, che diventerà premier al posto di Wen Jiabao. Per l’evento sono aumentati i controlli sull’informazione e le misure di sicurezza.

Per guardare la galleria fotografica, vai a internazionale.it.