CIE – la frontiera incarnata, di Francesca Correr

L. è un ragazzo senegalese, in Spagna da qualche anno senza permesso di soggiorno: un giorno viene fermato per un controllo; è clandestino, documenti non in regola. Viene trasferito al CIE di Barcellona, poi a quello di Madrid e, con un ordine di espulsione in mano, messo su un volo diretto Madrid – Dakar. Era pomeriggio quando mi è arrivato il messaggio sul cellulare “stanno mettendo L. sull’aereo”; anche lui deve averlo saputo solo poche ore prima.
Questa è solo l’abbozzo di una delle tante storie che si incrociano con un’istituzione chiamata con una sigla: CIE (Centro di Identificazione e di Espulsione). Per me è una storia un po’diversa dalle altre, ma solo perché conoscevo L.; ci ho parlato e scherzato, ho abbracciato la sua fidanzata quando lui è dovuto partire, l’ho ascoltata mentre tentava di trovare la soluzione a una storia d’amore impedita dall’Europa delle frontiere.

Centri di Identificazione ed Espulsione esistono anche in Italia; nascono nel 1998 con la legge sull’immigrazione Turco Napolitano e vengono inizialmente chiamati CPT (Centri di Permanenza Temporanea); rappresentano una sorta di stato di eccezione in quanto prevedono, inaugurando la pratica in Italia, la detenzione per violazione di una disposizione amministrativa (non avere il permesso di soggiorno in regola). Di fatto si tratta di una vera e propria detenzione, fino ad un massimo di 18 mesi; “peggiore di quella del carcere”, sottolinea il rapporto della Commissione Diritti Umani del Senato (2012).
Circa 8000 persone all’anno vengono recluse nei CIE italiani; sono ex detenuti non europei che scontata la pena devono lasciare il Paese ma anche: persone integrate da anni in Italia che, perso il lavoro, hanno perso anche il permesso di soggiorno, richiedenti asilo diniegati, migranti arrivati illegalmente via mare o via terra, cittadini europei (di seconda classe?) da espellere per fattori di ordine pubblico (molti cittadini rumeni sono inclusi in questo gruppo), persone che vogliono fare richiesta di asilo in un altro paese Europeo e che quindi risultano irregolari in Italia, minori non accompagnati (non dovrebbero stare nei CIE ma spesso succede per mancanza di documenti), rom spesso apolidi (dove verranno espulsi?).
La storia dei CIE è lastricata di episodi di violenza e di negazione dei diritti; non troppo spesso, tuttavia, i CIE – e l’opposizione ad essi – trovano spazio nei canali di informazione maggiori; la detenzione amministrativa pare ormai normalizzata e solamente nei casi di proteste eclatanti si accendono i riflettori, per qualche giorno, su queste prigioni per innocenti (si ricorderanno le fotografie delle bocche cucite con il filo di ferro al CIE di Ponte Galeria di Roma).
Sempre a Ponte Galeria, il 6 luglio di quest’anno si assiste a un’altra dura protesta contro le condizioni di vita nella struttura: proprio pochi giorni prima veniva presentato al Parlamento Europeo di Bruxelles il film-documentario Eu013 – l’ultima frontiera di Alessio Genovese e Raffaella Cosentino, che denuncia la situazione inaccettabile della realtà dei CIE in Italia. Un viaggio tra i Centri di Roma, Bari e Trapani e una riflessione sulle politiche migratorie; il CIE è struttura di controllo e di esclusione, costosa e inefficace[1], simbolicamente potente non per fermare la cosiddetta invasione ma per darle dei confini, per rinchiuderne una parte, ricordando costantemente chi è “l’altro” (il rom, l’africano, il manovale, la badante…) e come a questo altro sia naturale applicare una giustizia diversa, eccezionale, strutturalmente emergenziale (in fondo si tratta di un “altro” generico; non di L. con la fidanzata, un gruppo di amici, un progetto di vita).

“Immaginatevi che una delle persone più care con cui vivete – vostro padre, il vostro compagno, vostra madre, un figlio o un fratello – venga improvvisamente prelevata dalla polizia e imprigionata lontano da casa…”
Questo è l’inizio della sinossi del documentario Limbo, di Matteo Calore e Gustav Hofer, che racconta le storie di Alejandro, Bouchaib, Karim e Peter, rinchiusi nei CIE di Torino, Trapani e Roma; anche loro hanno delle famiglie, e con loro aspettano di sapere dei loro destini, in Italia o lontani.

I detenuti nei CIE, come il mio amico L., hanno dei volti e delle storie.
Anche per questo è necessario pensare e costruire una politica migratoria diversa; una politica scomoda e alternativa rispetto al sentire comune delle risposte facili, del razzismo, degli allarmismi, degli “scontri di civiltà”.
Non serve un regolamento che umanizzi la vita quotidiana nei CIE, né ampliare le strutture o rimodernarle; la soluzione all’”eccezione” dei CIE sta nella loro chiusura.

[1] Il rapporto della Commissione diritti umani del Senato sui CIE fornisce molti dati sulla gestione e sul funzionamento dei centri. Qui una sintesi: http://bit.ly/1dXVvAF

L’immagine è tratta da questo articolo online: http://bit.ly/1Rw2Da0

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