Non solo Tunisi, ISIS, Charlie Hebdo

di Arianna Bazzanella

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Fedeli di religioni diverse possono dialogare, condividere un sorriso, una battuta e un modo di vivere: l’incontro del 17 marzo nella Sala Aurora del Palazzo della Regione a Trento ne è stata la prova. “Siamo come l’arca di Noè” – ha detto a un certo punto il moderatore – a sottolineare i colori, le fedi, gli abiti che pur diversi hanno trovato il loro posto (qualcuno solo in piedi) nel corso di un incontro ricco, partecipato, vivace e coinvolgente.

Presenti al tavolo Brunetto Salvarani, docente alla Facoltà teologica dell’Emilia Romagna; Davide Piccardo, portavoce del Coordinamento Associazioni Islamiche di Milano; Hind Talibi, studentessa dell’università di Padova; Massimiliano Pilati, Presidente del Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani sotto la guida brillante del sociologo Adel Jabbar, timoniere di questa arca del terzo millennio.

Si sono poi aggiunti i saluti e i contributi dei portavoce dei soggetti promotori dell’incontro accanto al Forum, Alessandro Martinelli per Centro diocesano per il dialogo interreligioso; Aboulkheir Breigheche per la Comunità Islamica del Trentino Alto Adige; Eris Pirra per Forum Alb Trentino; un rappresentante della Federazione islamica del Trentino Alto Adige.

 

Massimiliano Pilati ha portato i saluti del Forum trentino per la pace e i diritti umani di cui è Presidente e ha subito sottolineato l’importanza di un impegno costante e continuo nel confronto e nel dialogo tra fedeli di religioni diverse. L’obiettivo di incontri come questo è di smarcarsi da notizie spesso allarmanti che allontanano e da richiami verso il conflitto e la distanza. Ha poi ricordato un pensiero di Gandhi secondo cui per i credenti Dio è la verità, ma la verità vale anche per i non credenti se è intesa come giustizia, libertà di espressione, diritti. E in Trentino ci sono molti esempi virtuosi di dialogo e confronto, proprio grazie all’impegno di persone provenienti da mondi diversi.

 

Brunetto Salvarani ha introdotto tre punti:

1) Il dialogo dal punto di vista cristiano-cattolico

2) Il dialogo cristiano-musulmano ai tempi dell’ISIS

3) Il richiamo alla responsabilità di tutti

1) Il dialogo dal punto di vista cristiano-cattolico

Siamo in un momento di cambiamento; stiamo diventando post-secolari, come diceva Habermas; siamo alla fine di una fase di secolarizzazione, ma all’italiana. In questo, se si volesse rappresentare l’Italia con un’immagine visiva, si potrebbe evocare un film di Bergman ma interpretato da Sordi e Mastroianni: tensioni, complessità, questioni serie messe in scena da maschere all’italiana e latin lover. Una fase, dunque, di pluralismo tanto evidente quanto poco riconosciuto.

Pensiamo all’informazione religiosa presente in RAI, un’informazione che ancora non si è accorta di questo pluralismo religioso, dell’Italia dellE religionI pur con la centralità della tradizione della Chiesa cattolica perché “non possiamo non dirci cristiani”.
Raccontare il pluralismo sarebbe importante e ci eviterebbe il film drammatico interpretato in chiave comica.

Dal punto di vista del dialogo cristiano-musulmano, siamo a 50 anni dal Concilio Nostra aetate un’occasione in cui per la prima volta la Chiesa cattolica riconosce le ‘religioni altre’ come vere e sante: «La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni».

Sono passati già 50 anni o appena 50 anni? Perché è un lasso di molto e poco tempo insieme, tanto che oggi nonostante quei dettami possiamo intravedere due modelli di riferimento per l’impostazione del dialogo:

 

1) Da una parte quello che potremmo definire il modello Martini: il tradizionale messaggio alla città, la lettera di Sant’Ambrogio, del 1990, “I Milanesi e l’islam”, fu uno dei primi documenti ufficiali in cui la “questione islam” venne guardata con profonda franchezza. Quel documento è un invito al dialogo, alla speranza; una riflessione che va oltre, che recupera le scienze sociali (sociologia, storia, antropologia) per capire il presente e le questioni sociali che questo pone; afferma che la nuova presenza è da assumere come una questione seria ma con uno sguardo di speranza;

 

2) Dall’altra il modello Biffi, arcivescovo di Bologna: la conferenza episcopale dell’Emilia-Romagna del 2000 “Islam e cristianesimo” propose, invece, un’altra prospettiva orientata in chiave storica, senza guardare all’oggi e alle scienze umane per capire qualcosa di più. Quel documento offre uno sguardo pessimista che dimentica il paragrafo 3 di Nostra aetate che afferma il contrario: “Se, nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorte tra cristiani e musulmani, il sacro Concilio esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà.”

Due riferimenti importanti che hanno dato vita a percorsi diversi. E, in generale, le iniziative di confronto sono nate spesso dal basso, senza che vi fosse una significativa approvazione dall’alto. Come “La giornata ecumenica di dialogo cristiano-islamico” nata a ridosso dell’11 settembre.

 

2) Il dialogo cristiano-musulmano ai tempi dell’ISIS e dopo Parigi

Il presente richiede un salto di qualità ma al contempo si intravedono tre rischi in questa operazione che è per tutti difficile e faticosa:

1) Una sottovalutazione della questione con una deriva retorica piena di sorrisi e belle parole;

2) Un ritorno (soprattutto subito dopo Parigi) alla conciliazione impossibile e il richiamo alla guerra, anche con il recupero di pagine storiche del giornalismo come ha fatto – per esempio – Il Corriere della Sera con alcuni testi di oriana Fallaci. Niente di più sbagliato ma al contempo comodo perché limita il pensiero. Affermare che Noi siamo i buoni e loro i cattivi è semplice e propone soluzioni facili, immediate evitando di pensare. Ma se siamo allo scontro di civiltà, che si fa? Se si va in guerra, contro chi?

3) Un comunitarismo di basso profilo con una chiusura identitaria verso i nostri fondamentalismi e i nostri clericalismi che non possono che essere un ostacolo al dialogo.

 

3) Il richiamo alla responsabilità di tutti

C’è bisogno di dare una risposta a questa situazione. E questo impone di riprendere a pensare perché non abbiamo già capito tutto.
“E pensare che c’era il pensiero”, diceva Giorgio Gaber nel 1996: oggi vale più di allora. Se non immaginiamo di rimetterci a pensare, difficilmente faremo dei passi avanti. Siamo in un momento in cui c’è un cantiere senza progetto; succedono tante cose, anche positive e costruttive; ci sono molte sensibilità diffuse ma non c’è un progetto.

Quale modello di convivenza scegliamo? Non abbiamo ancora risposto. Ma per rispondere servono una presa di coscienza e una consapevolezza da parte di tutti. In particolare di:

1) classe politica: deve rendersi conto che con le religioni siamo chiamati a fare i conti seriamente. Forse proprio ora assistiamo a una accelerazione circa il riconoscimento della libertà di culto, ma bisogna parlarne e prendere sul serio questo tema per superare le tensioni attraverso un chiaro quadro politico (con una legge per la libertà di culto); inoltre riflettendo e ridefinendo l’insegnamento della religione che deve tenere conto del pluralismo e deve diventare l’ora dellE religionI;

2) giornalisti e addetti media: devono ricordare che si può raccontare anche il positivo e non solo richiamare le questioni religiose in caso di attentati, atti di discriminazione, violenza. Cosa succede tutti giorni nei molti luoghi di culto non cristiani presenti nel nostro Paese?

3) Le comunità religiose: hanno una parte di responsabilità in quello che succede/non succede e devono uscire dall’ambiguità e dalle loro stesse controversie interne.

 

Il dialogo è una scelta che ha un prezzo: ma, allo stesso tempo, i fatti di Parigi dimostrano che servono PIU’ libertà, più dialogo, più laicità e non meno. Bisogna abbandonare la strada del rancore e dell’angoscia per percorrere quella della fiducia e della speranza. Per primi i Cristiani devono recuperare lo spirito di Papa Giovanni XXIII che in apertura del Concilio Vaticano II del 1962 prese le distanze dai “profeti di sventura”: “A Noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo”.

 

Davide Piccardo, condivide molti dei punti espressi da Salvarani ed è convinto del valore e della necessità del dialogo, necessario oggi più che mai, tra cristiani e musulmani. Anche se bisogna rivedere i modelli fin qui messi in atto: il dialogo inter-religioso è sempre stato impostato tra due soggetti/comunità, partendo dalla concezione di due entità separate e divise che si confrontano. Oggi siamo di fronte a una situazione diversa, molto meno semplice. Lo stesso Piccardo oggi è italiano, musulmano ma di origine culturale di stampo cattolico. L’identità plurale è una realtà e non è riducibile a una sola perché riguarda più piani e più aspetti: religione e fede, ma anche genere, territorio di provenienza, appartenenza politica… sono tutte dimensioni dell’identità. Il dialogo, quindi, va impostato in una società che è plurale; la stessa comunità islamica è attraversata da frammentazioni interne.
Il dialogo quindi non è semplicemente tra due realtà, al contrario è molto più ampio e su più livelli della nostra società che si sovrappongono in un caleidoscopio in continuo mutamento. Per questo si costruisce dialogo ogni giorno, in un impegno e in pratiche che sono quotidiane e deve essere fatto in molti luoghi non deputati formalmente a questo: come l’incontro di oggi. Questo non esclude il dialogo tra comunità istituzionali. Ma ne esiste un altro, diffuso e capillare, in tanti luoghi quotidiani della nostra società che va considerato, valorizzato, alimentato.

Anche perché siamo in un momento in cui la sensibilità religiosa non influenza così tanto i comportamenti degli individui e quindi è necessario rivalutare e recuperare il dialogo ma non solo inter-religioso. La questione oggi non è una contrapposizione tra due mondi – narrazione che ci viene spesso proposta – e quindi non è un dialogo tra questi due mondi che può essere risolutivo sul piano nazionale come internazionale.

Le carte sono mescolate da sovrapposizioni e complessità. Come accennato, anche all’interno dell’islam, di un’unica religione, ci sono tensioni e conflitti. E nel mondo arabo ci sono importanti componenti cristiane. Così come l’Occidente non è una realtà omogenea su molti piani: il riconoscimento dei diritti, la libertà, l’organizzazione sociale… Dobbiamo quindi rinunciare alla semplificazione tra due mondi e concetti. Perché non è così.

In Italia oggi la situazione è grave, ma non è seria; nel nostro Paese c’è un non-modello che però pare funzionare bene grazie a una sensibilità e una cultura diffuse e condivise che ci permettono di affrontare situazioni anche critiche senza che degenerino in conflitti.

Ci sono mancanze e limiti in un contesto così, ma anche pregi: si sono favoriti un clima di conoscenza e un confronto pacifico. Forse il limite maggiore è che il dialogo si è protratto a lungo sulla logica della conoscenza e non sulle prospettive; ci si è concentrati più sulla ritualità con l’obiettivo primario di conoscenza rivelandosi ripetitivi. Ancora oggi siamo di fronte a limiti e ostacoli, ma le nuove generazioni di musulmani cittadini italiani che hanno concezioni diverse, hanno nuove opportunità: essendo nati qui, non sono più “ospiti” o migranti.

Un altro elemento da evidenziare è l’errata rappresentazione del mondo musulmano come qualcosa di monolitico e unito, con uno scopo comune. Non è così. Ma dell’Occidente si potrebbe dire lo stesso: cosa lo unisce davvero? Forse profitto e mercato. Che spesso diventa causa di guerra. E quindi si arriva al paradosso che non si può uccidere in nome di Dio ma si può uccidere in nome del profitto e della dominazione. È forse meno grave? Da una parte si attiva una mobilitazione contro ISIS, ma dall’altra che si fa?

Le fedi influenzano meno la vita quotidiana ma al contempo qualcuno ha profetizzato che siamo nel secolo delle religioni. E questo ci permette di pensare alle religioni tutte come messaggi di pace, liberazione, costruzione di una società migliore per tutti.

In questo sì, dobbiamo sperare, sarà il secolo della religione e della fede.

 

Seguono i saluti e i commenti di alcuni rappresentanti di associazioni.

 

Aboulkheir Breigheche, ricorda il prezioso lavoro del Tavolo delle appartenenze religiose: molti momenti di confronto anche in questi giorni. La Comunità Islamica del Trentino Alto Adige si impegna con convinzione per insegnare la buona cittadinanza. La religione è un’esperienza personale, ma tutti devono essere ‘buoni cittadini’, cittadini impegnati che sentono di appartenere al territorio con fedeltà, lealtà, partecipazione. Questo è l’impegno alla convivenza.

 

Eris Pirra, rappresentante del forum ALP, ricorda che in molte Sacre Scritture ci sono esempi di Dio che dialoga, che apre un dialogo. Anche Socrate vuole scoprire la verità attraverso il dialogo. Dialogo che quindi è luogo di incontro e non ostacolo a un cammino comune. Il dialogo inter-religioso è un’esperienza di conoscenza condivisa per abbattere pregiudizi e odio tra religioni; è un’interazione positiva e cooperativa tra persone differenti che fanno qualcosa insieme. 

 

Hind Talibi, studentessa di Padova e relatrice all’incontro, ricorda che il confronto è difficile e faticoso, ma è anche una grande un’opportunità. Perché l’altro ci fa da specchio mostrando lati di noi stessi. E la storia insegna come l’incontro tra culture sia stato spesso foriero di crescita culturale e innovazione scientifica; il primo commentatore di Aristotele fu un arabo che era stato educato da monaci. La stessa Divina commedia di Dante è frutto dell’incontro con il testo arabo “Il libro della scala” che racconta di un viaggio notturno del profeta Maometto.

In questo il ruolo dei giovani, soprattutto delle seconde generazioni, può essere importante perché essendo a cavallo di più mondi possono essere ponti per favorire il dialogo e il confronto.

Ma per fare questo, dobbiamo partire da ciò che ci unisce; dobbiamo riconoscere e condividere i presupposti comuni del vivere insieme. Nel Corano è scritto: “Oh uomini… abbiamo fatto di voi popoli e tribù, affinché vi conosceste a vicenda”.

E per essere efficaci, bisogna passare dal confronto teorico alle pratiche creando dialogo concreto in ogni ambiente quotidiano: scolastico, sportivo, culturale, scientifico… cercando il minimo comune denominatore tra i diversi gruppi.

C’è bisogno di un rinnovamento culturale e di accettazione che ‘l’Italiano’ può essere anche nero o portare il velo. 

 

Adel Jabbar sottolinea l’importanza di lavorare sull’immaginario, soprattutto in questo momento storico che ci incalza a riflettere sulla nostra identità. Servono nuove categorie per affrontare la sfida della nuova umanità. Mostra delle immagini di Tunisi – oggi al centro di tristi cronache – in cui nella via principale coestisono chiese e minareti, confinanti e conviventi. Il pluralismo è già presente e andrebbe valorizzato, rivendicato, sottolineato, difeso per affrontare questo momento di conflitto tra mondi che non sono due.

 

Il rappresentante della Federazione islamica del Trentino Alto Adige evidenzia il paradosso tra la necessità di maggior dialogo e allo stesso tempo molta meno disponibilità al dialogo e una diffusa socializzazione a questo paradosso. Riprende Giovanni Paolo II che nel 1985 incontrò i giovani musulmani a Casablanca e invitò a superare gli ostacoli: le culture sono dei muri; chi cerca la cultura trova l’ostacolo; chi cerca la persona trova il dialogo. Quindi condivide la necessità di costruire un dialogo dal basso, nelle piccole cose della vita quotidiana. Ricorda la sua stessa esperienza di bambino musulmano cresciuto con vicini ebrei che rispettavano reciprocamente i tempi e gli orari del culto anche nel gioco in cortile. Devono crearsi momenti di socializzazione dal basso, di vita insieme. Ci può essere fede con la conoscenza, non vi è fede nell’ignoranza.

 

Alessandro Martinelli del Centro diocesano per il dialogo interreligioso, rilancia la necessità di un cammino onesto, sincero, condiviso. Un passo difficile ma costruttivo è riuscire a dare meno peso agli eventi e più peso ai processi, a scapito della visibilità e del clamore. Dialogo è una parola grande e spesso abusata. È necessario declinarla con parole forse più piccole, ma più pratiche: laicità, rispetto della persona, libertà… L’impegno del Centro diocesano va in questa direzione con un approccio educativo che tragga da ciascuno ciò che di positivo può portare, pur riconoscendo limiti e difficoltà.

 

Seguono poi commenti dal pubblico che richiamano molti aspetti importanti emersi nel corso dell’incontro:

–        le esperienze diffuse di “buon vicinato” tra cittadini trentini di fedi e provenienze diverse e la ricchezza che queste relazioni hanno portato a tutti;

–        la necessità di recuperare una riflessione attorno alla tirannia del mercato e del profitto e delle sue leggi e l’impegno per la promozione di una umanità totale, per creare un mondo di uguali anche se questo chiede a tutti il sacrificio di una parte di sé per condividersi con gli altri;

–        la presenza di una nuova fattispecie di relazioni affettive data dai matrimoni misti che portano nuove sfide per configurazione giuridica, sacramenti, educazione figli, rispetto di diversità della fede. E in questo il nascere del pericolo dell’indifferenza ma anche l’opportunità per fondare un vero spirito ecumenico;

–        la necessità di cambiare approcci e linguaggio mediatico a ridosso di eventi tragici e atti di terrorismo che rischiano di ferire e danneggiare i bambini musulmani che spesso vengono interpellati immotivatamente trovandosi a disagio e in difficoltà, al punto che in alcuni casi hanno paura di andare a scuola. Il richiamo ai media è necessario: non devono sovrapporre terrorismo e islam perché gli attentati sono contro la morale dell’islam. Non si dice che spesso i sobillatori di questi gruppi non sono referenti della religione islamica ma faccendieri che sfruttano l’ignoranza e la religione. Al Centro islamico si insegna la conoscenza della religione: pace, conoscenza, rispetto indipendentemente dall’adesione personale, riconoscendo il diritto dei giovani islamici ad avere insegnamenti in questo senso;

–        serve una proposta educativa diversa che miri alla costruzione di coscienze critiche, libere indipendenti e per questo aperte all’altro;

–        Trento è un esempio di buone pratiche e si ricorda l’impegno di Padre Butterini per la raccolta di fondi per la costruzione della moschea che quindi è nata anche con il sostegno della Chiesa trentina;

–        bisogna interrogarsi sulle norme e le leggi che fanno riferimento al Diritto di famiglia di tradizioni diverse e alla tutela della libertà di espressione (in relazione a Charlie Hebdo).

 

La parola torna poi ai relatori per le loro riflessioni conclusive:

Secondo Salvarani il Trentino è un laboratorio serio di pensiero e il primo passo è continuare su questa strada, senza negare i problemi e le difficoltà.

Bisogna poi impegnarsi nel narrare il positivo e non solo i fallimenti, le crisi, le criticità.

Va fatto un investimento educativo che non compete solo alle scuole.

Bisogna insistere per la prolungazione della legge sulla libertà di culto. La CEI si è esposta a favore di questo passaggio.

Bisogna aprire un dibattito sull’ora delle religioni a scuola: a oltre 30 anni dagli Accordi Craxi – Casaroli che hanno dato vita a un modello, va aperto un nuovo spazio di pensiero. Siamo profondamente ignoranti sulla religione ma questo oggi vuol dire non avere gli strumenti per capire quello che succede giorno dopo giorno nel mondo. C’ un problema reale di analfabetismo religioso che va affrontato seriamente e stanno arrivando inviti in questa direzione anche da teologi ed esponenti della Chiesa.

 

Davide Piccardo richiama l’esperienza positiva di Milano dove delle aree pubbliche saranno assegnate a confessioni religiose non cattoliche attraverso un bando. Si è creata un’alleanza tra diverse realtà religiose e associative che hanno dato vita a un progetto di moschea gestita dai musulmani ma che ha anche uno spazio di produzione sociale e culturale che verrrà realizzata insieme a realtà cattoliche e laiche del territorio.

Per quanto riguarda ISIS, riconosce che esiste ma anche che è un fenomeno fortemente strumentalizzato per propaganda perché fa comunque comodo ad alcuni centri di potere. Non si può negare che proponga dei riferimenti religiosi ma allo stesso tempo l’agire è in netto contrasto con la religione islamica. È necessario depurare le riflessioni su ISIS da componenti religiose che non c’entrano.

 

Hind Talibi ricorda che il Medio-Oriente non è questione nuova e che il terrorismo diventa sensazionale e rilevante se colpisce l’Occidente. Ci sono esempi di terrorismo contro l’islam quasi quotidiani, ma esiste una differenza considerevole con cui questi eventi vengono comunicati. 

Il moderatore Adel Jabbar conclude l’incontro ricordando che il mondo è afflitto dallo sfruttamento dell’uomo come della natura; che oggi la sfida è sviluppare una cultura nonviolenta per costruire realmente pace e giustizia che sembrano venire sempre meno. Rimandare tutto alla religione, è un atto di semplificazione, depistaggio, propaganda che ignora la complessità. E in questo il forte e ripetuto richiamo all’identità da più fronti è pericoloso. Non bisogna difendere l’identità bensì la dignità delle persone. Non è un caso se aumenta la retorica di richiamo all’identità: ma l’identità non è un muro, bensì un percorso in continuo mutamento che può avvenire solo attraverso le relazioni, il confronto, il dialogo, l’apertura all’incontro con l’altro. 

Articolo de Il Corriere del Trentino di mercoledì 18 gennaio

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