Cittadini italiani

– di Nataša Vučković –
 
Cittadini italiani

Mi chiamo Nataša Vučković, sono nata in Croazia vent’anni fa, ma dal ’99 vivo in Italia con i miei genitori. Oggi si celebrano i 150 anni dell’unità d’Italia, anche in Trentino, e mi viene naturale pensare che se ci fossimo incontrati 150 anni fa, qui, in questa stessa zona, sicuramente non sarei stata considerata da voi, oggi cittadini italiani, una straniera. Poco meno di 150 anni fa, infatti, facevamo tutti parte dello stesso impero austro-ungarico, in cui, al tempo, vi era una riconosciuta e, potrei dire, quasi pacifica convivenza tra minoranze diverse. Pensate che nel 1910 all’interno dei confini dell’impero venivano parlate 52 diverse lingue.

– di Nataša Vučković –
 
Cittadini italiani

Mi chiamo Nataša Vučković, sono nata in Croazia vent’anni fa, ma dal ’99 vivo in Italia con i miei genitori. Oggi si celebrano i 150 anni dell’unità d’Italia, anche in Trentino, e mi viene naturale pensare che se ci fossimo incontrati 150 anni fa, qui, in questa stessa zona, sicuramente non sarei stata considerata da voi, oggi cittadini italiani, una straniera. Poco meno di 150 anni fa, infatti, facevamo tutti parte dello stesso impero austro-ungarico, in cui, al tempo, vi era una riconosciuta e, potrei dire, quasi pacifica convivenza tra minoranze diverse. Pensate che nel 1910 all’interno dei confini dell’impero venivano parlate 52 diverse lingue.

Dal 1918 il Trentino cessa di essere parte integrante dell’impero austro-ungarico e viene annesso al Regno d’Italia. La Croazia, invece, a seguito del Trattato di Pace di Versaille (1919), fu separata dall’Impero Asburgico insieme alla Bosnia e alla Slovenia creando lo Stato degli Sloveni, Croati e Serbi, unito poi dal Trattato di Ginevra al Regno di Serbia. Prima del 1918 i nostri antenati erano quindi concittadini dalle pari opportunità all’interno dell’impero, in cui potevano spostarsi e vivere indipendentemente dal luogo in cui erano nati.

Uso di proposito il termine “opportunità”, perché io oggi vivo in Italia da 11 anni e purtroppo, non avendo la cittadinanza, non ho le stesse opportunità dei miei coetanei figli di italiani. Non sono nata in italia, ma in questo paese io sono cresciuta: parlo l’italiano, il dialetto trentino, mi sono diplomata in Italia, la maggior parte delle mie amicizie sono italiane, leggo i giornali italiani, mangio il cibo italiano, frequento l’università a trento, faccio parte di Libera e Terra del Fuoco che, a livello sociale, mi vedono impegnata in una serie di percorsi per il cambiamento ed il miglioramento dello stato italiano. E nonostante tutto ciò, nonostante io mi senta a tutti gli effetti una cittadina italiana, il fatto di non esserlo formalmente mi porta a non essere considerata pari nei diritti e nei doveri a tutti gli altri membri della comunità nati da italiani.

Io non posso: – votare; – candidarmi; – accedere a cariche politiche di alcun genere; – fare la scrutatrice ai seggi elettorali; – avere accesso a tutte le figure professionali come i miei coetanei; – nemmeno fare la volontaria del servizio civile nazionale.

In Croazia avrei tutti questi diritti ma mi chiedo: ha senso esercitarli? Mi chiedo se ha senso votare in un paese dove per farlo mi dovrei mettere a studiare, e dove comunque non potrei godere dei benefici che il mio voto contribuirebbe a generare. Ha senso votare in un paese dove sono cittadina, ma esponente di un’altra minoranza – quella serba – che negli ultimi anni ha visto i suoi diritti da cittadini essere comunque negati?
Il fatto di non possedere questi diritti in Italia mi fa però percepire che il mio futuro è ostacolato da un muro, non oltrepassabile senza un pezzo di carta e contro cui, mi pare, continuerò a sbattere. E’ come se vivessi in una sorta di limbo giuridico che mi rende una cittadina di serie B rispetto ai cittadinani italiani. Una parte estranea alla comunità, nel territorio della Repubblica Italiana dove sono crescita e dove piano piano sto diventando adulta. Cittadina di serie B, il cui futuro dipende da una macchina della burocrazia che mi tiene lontana dalla cittadinanza piena.

Questi diritti negati portano anche ad un problema di definizione della mia identità non indifferente. Molto spesso mi viene chiesto: ma ti senti più italiana o croata? Bella domanda… ma perché uno dei due attributi deve per forza prevalere e non posso essere riconosciuta sia italiana che croata?
Oltre alla difficoltà di definirmi io nella mia individualità, noto che spesso chi mi circonda non sa ben dove collocarmi. Molti, soprattutto coloro che non mi conoscono bene, o che non sanno il mio cognome sentendomi parlare giurerebbero che sono italianissima. Generalmente queste persone rimangono incredule quando vengono a sapere che non ho la cittadinanza o che non sono italiana. In altre situazioni ci sono persone che mi rimproverano quando sentono che mi sento parte del gruppo degli stranieri, che dal mondo dell’informazione viene molto discriminato. Mi dicono: “ma perché te la prendi? tu non c’entri! Non sei come quelli là!!”. Quello che fa più male è che però quelle stesse persone quando esprimi una tua opinione politica, o di un altro ambito, in cui generalmente “gli stranieri non dovrebbero impicciarsi” sono subito pronte ad evidenziare questa grande diversità, facendo capire che non sono mai abbastanza italiana per poter dire la mia.

Mi piacerebbe che lo stato contribuisse a definire lo status delle seconde generazioni, che riconoscesse che le nostre origini non sono un ostacolo ma una grande ricchezza, un bagaglio transculturale che funge da risorsa e che dà un enorme contributo alla crescita del paese intero.

Il riconoscimento da parte dello stato della cittadinanza nei confronti dei giovani che si trovano nella mia stessa situazione andrebbe fatto indipendentemente dal reddito familiare: questo è un diritto a mio avviso non suscettibile di valutazione economica, la cittadinanza non è in vendita! E inoltre le caratteristiche economiche di un neonato, di un bambino o di un ragazzo non possono essere determinanti per stabilire la loro appartenenza alla società dove sono cresciuti. Mi è stato chiesto di pensare ad un modo per definire il mio status; ne ho pensati tanti, ma se ne dovessi scegliere uno, mi collocherei tra quelli che si definiscono giovani italiani di origine straniera. Mi ci rifletto completamente, ma non l’ho inventato io; è una definizione che ho preso dal sito di una rete di ragazzi ai quali, in questo momento, mi sento molto vicina. Ve ne parlo perché secondo me è bellissimo quello che stanno facendo: hanno formato un di gruppo di sostegno nato nel 2007, che prende il nome di G2, ovvero Generazioni Seconde, e che ha ideato in rete un network di cittadini del mondo, originari di Asia, Africa, Europa e America Latina, attraverso il quale lavorano insieme su due punti fondamentali: i diritti negati alle seconde generazioni senza passaporto italiano e la loro identità nell’ incontro di più culture.
I ragazzi di G2 si incontrano per discutere di diritti, identità, amarezze e curiosità di una nuova generazione. Questo gruppo di giovani, a Roma, ha voluto festeggiare i 150 anni dell’unità d’Italia con un’iniziativa dal grande valore simbolico: i ragazzi, di diverse origini ed età provenienti da tutta Italia, assieme ad importanti voci dello spettacolo, leggeranno brevi frammenti dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, il romanzo che più d’ogni altro ha contribuito a formare la nostra identità nazionale e che proprio oggi rappresenta un testo di grandissima attualità. Testimonianze personali delle seconde generazioni accompagneranno poi questo suggestivo viaggio nel passato del nostro Paese, al fine di comprenderne e guidarne meglio il futuro. Un futuro che vorremmo fosse tricolore per tutti noi, perché questa cittadinanza s’ha da fare!!!