Crisi siriana e cronica instabilità irachena

Crisi siriana e cronica instabilità irachena– di Gianfranco Belgrano* –

“Da dieci anni in Iraq attentati e violenze sono all’ordine del giorno e, a volte, come capitato ieri, sono più cruenti ed eclatanti. Quelli di ieri – 107 morti e 214 feriti – però non possono non essere letti anche alla luce dei recenti avvenimenti siriani”: Adel Jabbar – sociologo e saggista iracheno – lo dice alla MISNA invitando a guardare una cartina geografica e tenendo conto di indispensabili elementi di geopolitica.

Crisi siriana e cronica instabilità irachena

– di Gianfranco Belgrano* –

“Da dieci anni in Iraq attentati e violenze sono all’ordine del giorno e, a volte, come capitato ieri, sono più cruenti ed eclatanti. Quelli di ieri – 107 morti e 214 feriti – però non possono non essere letti anche alla luce dei recenti avvenimenti siriani”: Adel Jabbar – sociologo e saggista iracheno – lo dice alla MISNA invitando a guardare una cartina geografica e tenendo conto di indispensabili elementi di geopolitica.

“Il primo ministro iracheno Nouri al Maliki – prosegue Jabbar – sul capitolo siriano ha allineato la propria politica a quella dell’Iran. Ma ci sono forze, anche all’interno della compagine governativa, che la pensano diversamente e che sono più vicine alle posizioni di Turchia e Arabia Saudita. Gli attentati coordinati di ieri possono dunque essere un messaggio rivolto proprio ad Al Maliki. Anzi, un avvertimento: potrà anche continuare a governare, ma avrà maggiori difficoltà a farlo di quanto non ne abbia avuta fino ad ora”.

Che la situazione interna alla Siria abbia riflessi sull’Iraq è dovuto anche alla storia recente del paese mediorientale: “In seguito all’invasione statunitense – continua Jabbar – l’Iraq si è progressivamente frammentato in tanti piccoli potentati che possono anche seguire orientamenti diversi a livello regionale. Così se Al Maliki è vicino all’Iran, altre correnti come quella che fa capo a Massoud Barzani è più vicina alla Turchia e ai sauditi”.

L’altra faccia della medaglia è però quella di un paese che ha di fatto perso la propria sovranità. “L’Iraq di oggi – conclude il sociologo – è un mercato aperto di violenze esercitate da tutti. E il paese è guidato da un governo di larghissime intese, di cui fanno praticamente parte tutti e in cui ognuno fa allo stesso tempo opposizione. Un modo per difendere interessi di parte a scapito della maggioranza della popolazione e che non riesce a difendere gli interessi nazionali con evidenti vantaggi – tra gli altri – per Turchia, Iran e Kuwait”.

*giornalista per Misna News Agency

fonte: Misna News Agency (Roma)