David Gerbi, uomo di pace «dentro», dalla Libia al Medio Oriente

David Gerbi, uomo di pace «dentro», dalla Libia al Medio Oriente– di Antonio Girardi – Il Marocco è la dimostrazione concreta che la tolleranza, il rispetto reciproco e la pacifica coesistenza delle religioni musulmana, cristiana ed ebraica non sono un’utopia ma una possibilità reale. Perché la “Primavera araba” vinca davvero, bisognerebbe allora esportare il modello di convivenza sperimentato in Marocco anche nella vicina Libia e soprattutto nel Medio-Oriente, dove l’insofferenza nei confronti degli ebrei e il conflitto israelo-palestinese non accennano ad attenuarsi.

È il messaggio di speranza emerso ieri a Rovereto dall’incontro con David Gerbi, ebreo libico profugo in Italia che più di ogni altro si è battuto per costruire, nell’ultimo decennio, la pace nel suo Paese d’origine e poi in Medio Oriente, riuscendo a dialogare faccia a faccia con Gheddafi e anche in seguito, dopo essere stato tradito dal Rais, senza mai arrendersi alle minacce, alle torture psicologiche e perfino al rischio del linguaggio fisico.

David Gerbi, uomo di pace «dentro», dalla Libia al Medio Oriente

– di Antonio Girardi – Il Marocco è la dimostrazione concreta che la tolleranza, il rispetto reciproco e la pacifica coesistenza delle religioni musulmana, cristiana ed ebraica non sono un’utopia ma una possibilità reale. Perché la “Primavera araba” vinca davvero, bisognerebbe allora esportare il modello di convivenza sperimentato in Marocco anche nella vicina Libia e soprattutto nel Medio-Oriente, dove l’insofferenza nei confronti degli ebrei e il conflitto israelo-palestinese non accennano ad attenuarsi.

È il messaggio di speranza emerso ieri a Rovereto dall’incontro con David Gerbi, ebreo libico profugo in Italia che più di ogni altro si è battuto per costruire, nell’ultimo decennio, la pace nel suo Paese d’origine e poi in Medio Oriente, riuscendo a dialogare faccia a faccia con Gheddafi e anche in seguito, dopo essere stato tradito dal Rais, senza mai arrendersi alle minacce, alle torture psicologiche e perfino al rischio del linguaggio fisico.

Conoscere il Nord Africa per capire il Medio Oriente
La serata dedicata all’incredibile storia e all’avventurosa missione internazionale di quest’uomo (“Udai Ugraulì, ebreo libico rivoluzionario”) – che ha saputo vincere nella sua stessa persona la “guerra” interiore tra culture, religioni e tradizioni diverse e apparentemente inconciliabili, intrecciatesi in lui fin da quando era bambino – è stata promossa dall’associazione Pace per Gerusalemme e dal Forum trentino per la pace e i diritti umani. Ad aprire la tavola rotonda introdotta da Erica Mondini (“capire quel che accade in Nordafrica è molto importante per comprendere e affrontare attraverso il dialogo il conflitto mediorientale”) dopo il saluto dell’assessore comunale Filippi, è stato il console del Marocco El Hilali.

Marocco tollerante, Libia ancora antiebraica
“Nel mio Paese – ha raccontato il console – la tolleranza verso la comunità ebraica è sentita come naturale grazie alla memoria di come, nella nostra terra, le religioni sono riuscite a convivere senza scontrarsi, a beneficio di tutti”. Le tre ondate antiebraiche che hanno invece insanguinato la Libia nel 1945, nel 1948 e nel 1967 sono state poi ricordate da Camillo Zadra, direttore del Museo della guerra di Rovereto. “Salendo al potere nel 1970 – ha detto Zadra – Gheddafi ha ufficializzato la cacciata degli ebrei che con il pogrom di tre anni prima aveva costretto la famiglia di David Gerbi a fuggire in Italia”.

“Costruttore di pace”
Qui si è innestata la testimonianza del protagonista dell’incontro: “arrivando da profughi in questo paese – ha esordito Gerbi – io e la mia famiglai siamo subito stati accolti bene, e oggi mi ha commosso sapere come anche la Campana di Rovereto, fusa con i cannoni della guerra, suoni ogni sera per trasmettere ai giovani un messaggio di pace”. “In Italia sono cresciuto, ho potuto studiare e diventare psicoterapeuta iniziando a lavorare in ospedale. Dopo l’11 settembre 2001 mi sembrò di non riuscire più a tenere insieme le mie 3 identità: l’araba perché libico e accudito quand’ero piccolo da una baby sitter islamica, l’ebraica per via della religione di famiglia, e l’italiana. Poi ho capito che tutte e tre le mie radici sono importanti e irrinunciabili, e ho così scritto un libro, “Costruttori di pace”, raccontando la mia storia di ebreo profugo in Italia, tradotto in tre lingue e presentato nel 2003 a Roma con l’allora sindaco Veltroni e rappresentanti di Israele, islamici e cristiani. In seguito approfittando di un’apertura di Gheddafi nei miei confronti, sono tornato finalmente in Libia da dove ho potuto portare via una zia ebrea, ricevendo dal Rais la richiesta di andare negli Stati Uniti per normalizzare i rapporti con la comunità ebraica”. Seguono viaggi negli USA e in Sudafrica, dove Gerbi è chiamato da Desmond Tutu.

L’unico ebreo alla Primavera araba, amico-nemico dei ribelli
Tutto bene, dunque? Per niente. “Rientrato in Libia dopo i miei viaggi – prosegue – vengo improvvisamente fermato e interrogato, subisco torture psicologiche e minacce perché smetta di parlare. Scacciato, decido però di non tacere e sorprendentemente, il 13 giugno 2009, torno in Libia invitato da Gheddafi che incontro di persona. Questa volta vuole che io sistemi e riapra una sinagoga. Intanto arriva la Primavera araba e a Bengasi, dove lavoro nell’ospedale psichiatrico, sono accettato bene perché considerato l’unico ebreo partecipe della rivoluzione in atto. Poi però gruppi di rivoltosi organizzano manifestazioni antisemite e alla fine, per proteggermi dal linciaggio, la polizia mi invita ad andarmene. “Se vuoi tornare in Libia, fai prima qualcosa per risolvere la questione israelo-palestinese”, gli dice Abdul Karim Bazama, consigliere della sicurezza nazionale. E così è. Perché David Gerbi oggi gira il mondo ripetendo ovunque che il dialogo, la comprensione reciproca e la pace tra confessioni religiose e culture diverse, sono possibili. La sua triplice e composita identità ne è la prova vivente.

Palestina, il faticoso dialogo arabo-israeliano
Nelle pause del racconto di David Gerbi durante la conferenza di Rovereto sono intervenuti, nell’ordine, Giulia Schirò dell’associazione Pace per Gerusalemme – che ha riferito del lavoro (“molto difficile e non privo di tensioni”) portato avanti dalla onlus in Palestina per promuovere momenti di convivenza tra bambini e famiglie arabe, israeliane e cristiane -, Alessandro Martinelli, direttore del Centro diocesano per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso (“occorre distinguere tra religioni e fedi perché sul terreno della fede è più facile collaborare in nome di grandi valori comuni”), e Mesrar Aicha, marocchina, consigliere comunale di Rovereto (“nel mio Paese il rispetto e la convivenza pacifica tra confessioni religiose è documentata dalla presenza di chiese e sinagoghe accanto alle moschee”).

fonte: http://www.consiglio.provincia.tn.it/banche_dati/articoli/art_documento_campi.it.asp?pagetype=camp&app=art&carica_var_session=1&suffix=_campi&type=testo&blank=Y&ar_id=209773&ZID=9143031